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Articoli filtrati per data: Monday, 07 Dicembre 2020

Sei anni dopo l’ultima alluvione ampie zone della nostra provincia ritornano ad andare sotto.

“Se non si costringe Aipo a fare in fretta gli interventi necessari, finiremo tutti sott’acqua e, prima o poi, potrebbe scapparci il morto” avvertivano già nel gennaio 2012 gli agricoltori di Sozzigalli, frazione di Soliera adiacente alle sponde del Secchia, prima che gli argini di quello stesso fiume si rompessero nel 2014. A sei anni di distanza da allora sono gli argini di quell’altro fiume, il Panaro, ad aver ceduto e zone della città e della provincia “stretta fra i due fiumi” sono tornate ad allagarsi.

Quest’anno, a differenza del 2014, non si è ancora data la colpa alle nutrie eppure sembra che, prima o poi, i conti con il modello di sviluppo al quale stiamo obbedendo ciecamente, conti politici non solo idrogeologici, dovremmo cominciare a farli.

Di nostro ricordiamo soltanto che lo stesso giorno in cui la nostra provincia tornava ad andare sottacqua, con centinaia di famiglie prigioniere nelle proprie case senza luce e riscaldamento, sulla Gazzetta di Modena, il capogruppo del Pd in Area Nord, Paolo Negro, con tempismo perfetto, tornava a domandare di aprire i cantieri dell’autostrada Cispadana evidenziando, una volta ancora, quanto possano divergere anche in questo territorio gli interessi e le priorità di governanti e governati.

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Di seguito pubblichiamo alcuni interventi sul tema presi dalla rete.

Foto in copertina: Michele Lapini, Modena area, 06.12.2020.

Dunque, ricapitoliamo. La Regione Emilia Romagna chiederà lo stato di emergenza per lo straripamento del Panaro. Però nel frattempo autorizza la creazione di un polo logistico (Altedo) da 400.000 mq di superficie utile (40 ettari, 80 campi da calcio) senza collegamenti ferroviari, che impermeabilizza un’enorme area di campagna e costringe le merci a viaggiare su gomma. Discute (forse anche domattina, nella Commissione Territorio, Ambiente, Mobilità) di come allargare le maglie già troppo permissive della legge 24 del 2017, per liberalizzare ulteriormente il consumo di suolo. Promuove i tecnici pronti a stendere pareri compiacenti con gli appetiti edificatori, e isola quelli che invece tengono la schiena dritta ed evidenziano le contraddizioni tra obiettivi di sostenibilità e consumo di territorio vergine. Delibera e finanzia costruzione di nuove bretelle autostradalli e nastri di asfalto.

Tutto questo mentre sappiamo che è proprio l’impermeabilizzazione del suolo e la canalizzazione artificiale dei corsi d’acqua ad aumentare la velocità di scorrimento che genera i picchi di piena ed accelera il cedimento degli argini e gli straripamenti. Ed è ancora l’edificazione in aree golenali o di rispetto fluviale (dove i fiumi storicamente esondano in caso di piena) a rendere drammatiche le conseguenze di una rotta, che altrimenti resterebbe un fenomeno naturale che si ripete ogni tot anni.

Caro presidente Bonaccini, cara vice Schlein, cari assessori che gestite quello spezzatino di deleghe altrove chiamato “Sostenibilità ambientale”, che senso ha invocare lo stato di calamità naturale mentre si mandano avanti politiche e scelte amministrative che amplificano, se non generano, quella stessa calamità?

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Andrea De Pasquale

Un ordinario evento catastrofico

Oggi ha ceduto un argine di un’ansa del fiume del Panaro, a est di Modena, con vasti allagamenti nella periferia di Nonantola. L’acqua continua a uscire a decine di migliaia di litri al secondo.

Questa è l’ultima di una lunga lista di superamenti o rutture di argini che hanno colpito l’Emilia-Romagna recentemente determinando danni ingenti, allagamenti, morti:

17 Novembre 2019 (Idice)

Maggio 2019 (Savio e Montone)

2 Febbraio 2019 (Reno)

12 Dicembre 2017 (Enza e Parma)

14 Settembre 2015 (Nure)

13 Ottobre 2014 (Baganza)

5 Marzo 2014 (Quaderna)

19 Gennaio 2014 (Secchia)

La pianura sta diventando sempre più a rischio alluvioni, principalmente per un aumento della frequenza e intensità di questi eventi. Non so quanto a lungo possa essere difesa sinceramente.

La pioggia caduta nelle ultime 48h sul crinale è prossima o superiore (in alcuni punti) ai record storici che vanno indietro fino alla prima metà del secolo scorso. La quantità degli ultimi due giorni è la fotocopia, ma un tantino peggio, di quello che ha portato alla rottura dell’argine del Reno nel Febbraio 2019. Vedete la comparazione delle piogge osservate* nei due casi, accaduti a meno di due anni uno dall’altro. I fiumi arginati di pianura non riescono a smaltire l’enorme volume d’acqua di questi eventi che ormai NON SONO ECCEZIONALI, si ripetono più o meno con frequenza annuale.

Prendiamo la stazione di Monteacuto delle Alpi (Bo), sullo spartiacque fra Reno e Panaro. Dalle 6 di venerdì 04/12 alle 6 di oggi (6/12), sono caduti 370mm, record* dall’inizio delle misure nel 1921. Nel Feb 2019, quando si verificò la rottura dell’argine del Reno, in due giorni ne caddero complessivamente 262mm, pari ad un tempo di ritorno supeririore ai 20 anni.

E siamo di nuovo qua a ripare danni, evacuare gente etc. Però questa volta basta chiamarlo evento eccezionale, diciamo pure che ci troviamo di fronte ad una nuova tipologia di fenomeni, più intensi, con precipitazioni anche persistenti (come accade normalmente in autunno inverno) ma allo stesso tempo intense e temporalesche (tipiche dell’estate) anche in inverno. Ieri ci sono stati temporali anche sulle Alpi. Diciamo che sappiamo dove dovremmo investire nei prossimi anni, nell’adattamento al #cambiamentoclimatico, nella manutenzione dei nostri corsi d’acqua, nella loro rinaturalizzazione, nello spostamento degli insediamenti più a rischio, nella riduzione delle emissioni e sicuramente fermare immediatamente il consumo di suolo. Se non sapete come spendere il Recovery Fund, be qua c’è da fare per decine d’anni.

*La prima mappa è tratta dal portale Allerta Meteo della Regione Emilia-Romagna (bollettino di monitoraggio), il portale che tutti i cittadini della regione dovrebbero conoscere. la seconda relativa al caso del Feb 2019 è tratta dall’omonimo report d’evento.

Federico Grazzini

Alluvione 2020: chi pagherà per tutto questo?

Martoriata da cemento, bretelle, consumo di suolo, concessioni edilizie, incuria e disinteresse in nome dell’affarismo più bieco e predatorio, la nostra terra è fragile.E se la terra è fragile, lo è anche la sua gente. Le nostre comunità.Guardiamoci in faccia. Non siamo più in emergenza: siamo in una nuova normalità. E tutti gli anni sarà sempre peggio.È la nuova normalità del cambiamento climatico e della crisi ecologica.

Che non è solo crisi ambientale, ma crisi di un intero modello di sviluppo, di produzione, di lavoro, di rapporto col territorio, di rapporti sociali: quello capitalistico.

Non è più quesione di evitare la crisi climatica ed ecologica, è questione di saperla affrontare. Affrontare l’inevitabile. Bisogna riflettere su dove si vive e come si vive, e come cambierà in futuro, un futuro che è già qui e cominciamo a toccare con mano.Ma non è solo con l’appello alla buona coscienza dei comportamenti individuali che si potranno cambiare le cose.Il cambiamento climatico non è una scusa. La questione è politica. La questione è di potere. Potere di chi decide. Su cosa produrre, su come farlo, sulla priorità dei bisogni. Sull’organizzazione del territorio, sulla difesa delle comunità, sulle nostre vite.

Di chi pagherà per tutto questo. L’ennesimo disastro che si poteva evitare.La riproduzione sistemica del capitale si è disconnessa dalla riproduzione sociale e della vita complessive. Destra e sinistra sono due facce dello stesso modello che ha portato il nostro territorio ad essere martoriato.Rompere radicalmente con questo modello, difendere la nostra terra, è diventata una questione di sopravvivenza.

Kamo Modena

Da SenzaquartiereSenzaquartiere

 

Informazioni aggiuntive

  • notizia Live normale

di Raffaele Sciortino

Avvertenza: nonostante l’assertività della comunicazione scritta, quanto segue intende presentare una serie di ipotesi di lettura di una dinamica complessa e aperta a più esiti.

 

“I marxisti, non potendo oggi essere protagonisti della storia,

nulla di meglio possono augurare che la catastrofe,

sociale, politica e bellica,

della signoria americana sul mondo capitalistico”

Bordiga, 1952

Oggi e ieri

Nulla dice di più sullo stato del mondo attuale del fatto che gli Stati Uniti sempre più si presentano come una equazione impossibile. Il primo paese mercantile-capitalistico puro nella storia - privo di un passato premoderno - si divincola tra la crisi del suo comando globale e l’impossibilità di ripristinarlo nella cornice consueta dell’ordine internazionale liberale, tra spinte anti-globalizzazione e destino che ne fa la nazione “indispensabile”, per sé e per le altre, del sistema mondiale, tra crescente polarizzazione interna e aleatorietà di qualunque nuovo patto sociale che possa ricostruire un grande consenso, tra scarico dei costi all’esterno e montante riottosità di alleati e avversari a sostenerli al modo di prima.

Le elezioni di novembre sono l’ennesima conferma di questo paradosso, degno di una configurazione quasi imperiale: il disordine nel ventre della bestia oggi non equivale di per sé al benessere del resto del mondo, così come, nel passato, ogni ricomposizione interna, sociale e politica, progressista è sempre stata ricetta per disastri. Dalla guerra civile, compimento dell’emancipazione nazionale borghese, sono venuti fuori i robber barons e il decollo imperialista e nessuna soluzione alla questione dei neri; dal New Deal e dall’alleanza “democratica” nella seconda guerra imperialista è nata la spinta decisiva al dominio mondiale; dal compromesso sociale fordista è scaturito il consenso alla Guerra Fredda e all’aggressione al Vietnam; infine con la ristrutturazione neoliberale post-Sessantotto - che ha conciliato quanto sembrava inconciliabile, desiderio e denaro, autonomia individuale e sottomissione alla Cosa sociale - si è giunti all’odierno dominio totalitario del capitale su ogni forma di vita, che esalta l’individuo solo per abbassarlo nel vortice di un’impotenza ammantata di stravaganza.

C’è una logica in questa follia? Nell’impossibilità di un movimento socialista nel punto alto dello sviluppo capitalistico, negli States la dialettica tra lavoro e capitale si è manifestata senza passare per l’utopia di un mondo altro di cui la working class sarebbe stata portatrice, bastando la bandiera della libertà e del benessere degli individui, di cui la community è somma algebrica utilitaria e la natura mero oggetto di sfruttamento. Nessuna coscienza infelice poteva e può essere prodotta da tale feroce, per i suoi stessi componenti, sistema mancando ogni memoria di qualsivoglia vincolo comunitario, della cui nostalgia si sono nutriti la coscienza borghese alta e l’utopia anticapitalistica. Al tempo stesso lo spazio aperto, via via dilatato all’intero globo per la nazione dei senza nazione, ha incanalato e stravolto il conflitto di classe lungo linee territoriali e razziali, coltivate con cura dall’élite dominante non meno della bizantina architettura istituzionale federalista (in realtà la più centralizzata al capitale). Insomma, sulla parabola degli Stati Uniti, apice del capitale parassitario, i populisti russi, e un Marx nella pienezza della sua maturità, avevano visto più lontano dei socialdemocratici marxisti. Magra consolazione, però, se è vero che il determinismo dei secondi nei fatti ha avuto ragione sulla speranza di poter saltare con la rivoluzione mondiale la strada tracciata dall’Occidente capitalisticamente più avanzato, e per questo più disumano. E se è vero, di conseguenza, che l’americanizzazione è, a diversi dosaggi, per tutti noi.

Dunque, dominio mondiale e peculiare polarizzazione interna dai costi rovesciati all’esterno, sono i due presupposti oggettivi senza i quali sarebbe vano provare a leggere la confusa e instabile dinamica che si svolge di là dall’Atlantico.

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Il voto, in estrema sintesi

Il risultato elettorale di novembre si potrebbe sintetizzare così: non ha vinto Biden, ha perso Trump. O, se si vuole, ha prevalso ma senza trionfare la spinta anti-trumpista al di là della incolore offerta politica Dem. La partecipazione elettorale sui due fronti, effettivamente notevole (due terzi della popolazione maggiorenne) per il paese a stelle e strisce, ha esitato una specie di referendum. Con risvolti analoghi al voto di medio termine di due anni fa1: polarizzazione delle scelte sul presidente in carica, nessuna ondata blu democratica ma criticità importanti per Trump decisive per la sua sconfitta e, ciò nonostante, sostanziale tenuta, anzi incremento elettorale del trumpismo nel quadro di un paese sempre più spaccato.

Va detto che l’oramai ex presidente a inizio anno era dato favorito. Un’economia che viaggiava sull’onda di nuovi record borsistici, lubrificati dalla liquidità rilasciata dalla Fed, e degli sconti fiscali a pioggia, incorniciati dalla guerra tecnologica anti-cinese via via assunta da tutti i settori del capitalismo a stelle e strisce, non certo malvista dall’insieme della popolazione, e dalla strategia di riordino del Medio Oriente intorno all’asse Israele- Saud inaugurata dall’omicidio mirato di Solemaini - questo lo scenario, non importa quanto strutturalmente fragile e socialmente polarizzante, prima della tempesta portata dal (covid, prontamente ribattezzato) virus cinese.

Le domande, allora, sono: perché ha perso Trump? Come ha perso? Il suo consenso elettorale e sociale, comunque cresciuto come numeri, è qualitativamente lo stesso di quattro anni fa? Più in generale: cosa del momento populista persiste nel trumpismo attuale se esso, come oramai deve ammettere anche la Left nordamericana, is here to stay2? E cosa ci dice ciò della dinamica neopopulista nel resto dell’Occidente?

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Perché Trump ha perso

Innanzitutto la pandemia, per lo più sottovalutata nelle analisi del voto. Per l’amministrazione Trump, se non negazionista sicuramente riduzionista rispetto alla effettività sociale del virus, al danno evidente si è unita la beffa di veder l’allettante prospettiva di un caos in Cina rovesciata nel boomerang di un’epidemia dilagante negli States con ulteriore perdita di immagine e prestigio all’esterno. Ma è all’interno che la situazione si è complicata. Di fronte al virus - inutile lezione data dalla Natura al tronfio senso di invulnerabilità dell’homo americanus - non solo l’appeal trumpiano per il popolo ha mostrato il suo volto goffamente neomalthusiano e ferocemente economicista, ma proprio le ricadute sociali del virus, particolarmente negative in termini di salute e condizione sui proletari dei lavori “essenziali” e dei servizi colpiti dalla disoccupazione, hanno creato la miscela esplosiva detonata con la mobilitazione seguita all’omicidio di George Floyd. Con il virus che ha colpito, e colpisce, più duro lungo linee di classe e di colore affondando il coltello nella disastrosa situazione sociale e sanitaria3, la questione razziale è così diventata la cifra di un disagio complessivo. È l’insieme della vita sociale che si rivela sempre meno accettabile per uno spettro di sfruttati più ampio dei neri, stretti tra guerra contro i poveri e guerra tra poveri. Grazie alla partecipazione, simpatia o anche solo attenzione che ha suscitato all’interno di settori proletari bianchi e latinos la mobilitazione antirazzista ha così iniziato a mettere in seria difficoltà il sovranismo trumpista. Mentre il presidente è stato costretto a mettere in primo piano toni da legge e ordine e, volente o meno poco importa, a tingere sempre più di “bianco” il suo messaggio anti-élite - sul fronte opposto la mobilitazione ha richiamato energie e ravvivato umori che, a differenza di quattro anni fa, si sono riversati nel voto. Non per Biden, ma contro Trump, l’accresciuta partecipazione ha fatto la differenza a fronte di un aumento di voti anche sul fronte opposto.

Importante, inoltre, che al covid come fattore sociale e alla mobilitazione che sarebbe riduttivo definire solo antirazzista si è aggiunta la delusione di una parte della working class degli stati della cintura della ruggine nei confronti delle promesse trumpiane di riconquista del primato industriale tramite protezionismo e rilocalizzazioni (poca cosa, ad esempio, è stata la ricontrattazione del Nafta). Questo settore più propriamente operaio o ex operaio era stato determinante nel 2016 - in piena affermazione del momento populista - per la sconfitta della Clinton, non solo per lo scarto quantitativo seppur minimo a favore dell’outsider, ma soprattutto qualitativamente a segnare in modo clamoroso il distacco profondo del mondo proletario dall’élite democratica una volta rivelatasi l’inconsistenza del change obamiano. Oggi questi voti sono provvisoriamente tornati ai Dem, e non massicciamente va detto, anche sull’onda del netto prevalere nelle zone urbane e suburbane metropolitane dell’anti-trumpismo del ceto medio della nuova economia di contro all’America della provincia, che è poi la vera linea di faglia territoriale seccamente confermata da queste elezioni. Ma sarebbe inutile ricorrere al solito fattore culturale, conservatorismo contro apertura delle metropoli, ecc., in sé non falso, ma buono per situazioni statiche: e oggi non è così. Molto più interessante il dato, se confermato, che proprio nelle città e aree più tartassate dalle chiusure e limitazioni causa covid, i lavoratori meno qualificati non abbiano in prevalenza seguito il richiamo trumpista a minimizzare il rischio contagio in nome dell’economia. È la presa d'atto realistica che il covid va affrontato non solo per tutelare la salute, ma anche per evitare il disastro economico mentre minimizzarlo non porta a niente almeno nelle aree più densamente abitate. Ma è anche la momentanea, embrionale affermazione, dentro l’involucro del dissidio interno a ogni proletario tra economia e salute, delle esigenze della riproduzione della specie su quelle della riproduzione sistemica del capitale.

Trump vs Twitter

In alto

Non è un mistero che Trump ha avuto contro, da subito, gran parte dell’apparato statale e del sistema dei media, vecchi e nuovi (basta pensare alla farsa del Russiagate). Al di là del personaggio, evidentemente la situazione non si è rivelata ancora matura per un deciso cambio di passo nei piani alti, pur non tutti pregiudizievolmente contrari. Un nuovo partito borghese della nazione americana è di là da venire, anzi neanche tanto probabile dato il caos crescente.

In politica estera, Trump non ha potuto convincere il deep state dell’utilità di fare minime concessioni alla Russia in vista dello scontro con la Cina, non solo a causa del pregiudizio anti-russo radicato negli apparati dai tempi della Guerra fredda, ma anche in ragione dell’obiettiva difficoltà a conservare il controllo dell’Europa una volta lasciati più margini di manovra a Mosca. Sul versante dei rapporti transatlantici, in effetti, Trump sembra andato un po’ troppo oltre nell’attitudine dura verso gli “alleati”, in particolare la Germania, e apparentemente dismissiva della Nato. Tanto più che la strategia di scontro con Pechino sembra necessitare la rivitalizzazione della rete di alleanze del “mondo libero” - come Biden si appresta a fare. Il complesso militare-industriale, poi, difficilmente può tollerare che si agiti dalla presidenza, anche solo retoricamente, la bandiera di tagli sulle spese per guerre lontane, lasciando alla sola diplomazia coercitiva economica l’affermazione del primato Usa nel mondo. Più in generale, il prestigio internazionale e il soft power degli Usa hanno subito seri colpi, cui gli apparati credono di poter ancora ovviare con un cambio di stile politico.

Sul piano delle strategie economiche, Trump è addivenuto a più miti consigli nei confronti della linea della Fed di gestione della liquidità - anzi ha insistito per allargare ulteriormente i cordoni della borsa in controtendenza alle intenzioni iniziali - e del grande business, lasciato indisturbato nelle scorrerie a Wall Street e beneficato da grossi sconti fiscali. Ma se l’intenzione di rifare l’America grande a spese della Cina è una piattaforma oramai assolutamente condivisa, minore è il consenso nel mondo economico sul come procedere su questa traiettoria senza danneggiare eccessivamente le filiere globali delle multinazionali e la presa mondiale del dollaro evitando al contempo le spinte cinesi a un’autonomizzazione che potrebbe risultare controproducente per Washington. Né Trump è sembrato in grado di rilanciare effettivamente il primato economico e tecnologico statunitense aggredendo i nodi di una strategia innovativa, in attacco piuttosto che in difesa.

Infine, sul piano politico interno, è evidente che ogni riaffermazione decisa dell’egemonia mondiale fa a pugni con la situazione di un paese spaccato in due, oggettivo fattore di indebolimento. È questa eccessiva polarizzazione che, per i rischi sociali e politici che comporta, gli apparati non hanno perdonato a Trump imputandogli qualcosa che del resto lui non ha creato ma a cui ha “solo” dato espressione. Se è così, non sarà allora facile recuperare lo scontento di questa parte dell’american people.

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Come ha perso?

Trump infatti non ha perso male, elettoralmente parlando. E il trumpismo, al di là delle future sorti dell’ex presidente, è tutt’altro che dissolto. Che lo si riconosca di contro alla negazione del fenomeno di quattro anni fa, è già qualcosa.

Settantaquattro milioni di voti non sono certo riducibili alla destra suprematista bianca. C’è, è vero, tutto lo spettro conservatore del vecchio partito repubblicano insieme ai ceti medi e medio-alti (non solo bianchi, peraltro), richiamati da politiche economiche compiacenti e ravvivati dall’appello a legge e ordine contro i disordini di strada degli ultimi mesi. Ma c’è anche il proletariato diffuso dei piccoli centri, probabilmente meno toccato dall’epidemia ma beneficato dai sussidi economici distribuiti a pioggia dal presidente, oltre al piccolo commercio pesantemente schierato con Trump in tutte le componenti etniche. Senza contare che anche nei settori di ceto medio-basso e di proletariato delle aree in cui ha prevalso Biden, non si è mai trattato di una vittoria schiacciante da parte del democratico. Il Gop esce così da queste elezioni ulteriormente e definitivamente trumpizzato, con buoni risultati nelle elezioni statali e probabilmente ancora in maggioranza al Senato. Insieme alla Corte Suprema, il potere di condizionamento dei repubblicani sui margini di azione politica di Biden, anche a prescindere dal moderatismo di quest’ultimo, sarà notevole.

Si potrebbe e dovrebbe approfondire sulla base di analisi disaggregate più precise. Ma il punto qui non è questo. Il punto è capire il segno della tenuta del trumpismo, se si tratta, qualitativamente, del medesimo fenomeno, con la medesima connotazione politica emersa clamorosamente quattro anni fa.

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Trumpismo, quattro anni dopo

Un passo indietro. Dentro una tendenza comune all’intero Occidente, impantanato nella crisi globale, alla ri-nazionalizzazione delle politiche e allo scongelamento dei blocchi sociali e elettorali, negli Stati Uniti il trumpismo del 2016 rovescia i termini del change obamiano ma per rispondere alla medesima esigenza di ristrutturazione del comando globale e alle urgenze sociali interne. Di qui il tentativo di rilancio social-nazionale del primato americano in chiave anti-globalizzazione e anti-élite liberale, facendo leva sui “perdenti”, reali o presunti tali, delle delocalizzazioni, danneggiati dalla deindustrializzazione, dall’apertura alle merci cinesi, dal crescente indebitamento privato, dallo spadroneggiare di Big Tech. Un messaggio, insieme, populista e sovranista, che andando a pescare nel disagio reale dei deplorables, della gente comune disprezzata dai leader globalisti, per la prima volta dopo decenni di neoliberismo provava a rifondare su nuove basi, quelle di un nazionalismo economico spinto al limite del decoupling con la Cina e dello scontro con gli stessi alleati europei, il dominio statunitense sul mondo. Troppo o, forse, troppo presto, e con uno stile troppo rude financo per l’élite yankee da sempre avvezza a parlare senza mezzi termini. E però la consegna America First ha avuto il “merito” non da poco di indicare quello che d’ora in avanti, Europa compresa, sarà il terreno ineludibile di uno scontro inter-capitalistico acuito dalla crisi e dalla pandemia. Anche per l’amministrazione Biden, al di là del cambiamento di stile. Il sovranismo, o come lo si vuol chiamare, ha dunque davanti a sé ampie praterie su cui scorrazzare…

Il secondo aspetto su cui Trump ha colto il segno è che il rilancio imperialistico sul terreno di un più esplicito sovranismo - in luogo di una narrazione globalista liberale sempre più fragile - abbisogna di una base sociale interclassista più curvata verso l’ampia massa di chi vive del proprio lavoro, perché salariato, o si arrabatta per preservare un piccolo capitale o arrivare a crearselo. E la può effettivamente trovare, sia perché il confine tra i due campi è sempre più fluido e indistinto, data l’impresizzazione del lavoratore nei termini di “capitale umano” e, sull’altro lato, la subordinazione crescente della piccola impresa e del lavoro cosiddetto autonomo ai dispositivi tecnologici e finanziari del grande capitale; sia perché l’economia globale annovera sempre meno vincenti tra le fila della stessa “middle class”.

Ma proprio su questo secondo versante, quattro anni dopo, difficile affermare che il nodo di fondo della condizione sociale dell’insieme di questi settori sia stato effettivamente sciolto da Trump. Che per le contraddizioni sopra accennate ha così visto sbiadirsi e restringersi l’appeal populista, tendenzialmente surrogato da un consenso ancora notevole, anzi in crescita, ma - forse contro le sue stesse intenzioni - più “bianco”, più attestato su posizioni di conservazione dell’acquisito4, rabbioso verso altri poveri visti come concorrenti o “parassiti” ancor più che verso l’élite liberale, e contro questa in quanto presuntamente protettrice di quelli. L’ambivalenza del trumpismo si è così attenuata o sciolta in direzione di un ricompattamento più “reazionario” all’interno e ferocemente sciovinista contro la Cina. La “comunità” del popolo americano si è nuovamente rinchiusa su se stessa intorno alla bandiera della libertà individuale svincolata da obblighi collettivi generali, appannaggio di chi già ne fa parte.

La finestra si è così momentaneamente chiusa, questo populismo ha imboccato una direzione più univoca, senza per questo perdere in connotazione popolare. Causa la collocazione mondiale dominante degli Usa, che non ha permesso quel “ritiro” dagli affari mondiali promesso agli inizi dal presidente al fine di rimettere ordine a casa propria. Causa la divaricazione, complice l’epidemia, tra settori di classe lavoratrice e di ceto medio tra vecchia e nuova economia, tra spazi urbani e periurbani, con diverse attitudini verso l’impresa e lo stato. Qui la discriminante pro/contro la globalizzazione, pur decisiva, non è però più stata sufficiente a marcare il campo: il problema essendo esplicitamente divenuto quello di mettere la protezione di una certa economia sopra tutto facendo pagare al resto del mondo, e a una parte di altri statunitensi, la tenuta della condizione sociale dell’american people. E non tutti, per inerziale ancorché calante fiducia nel mondo “aperto” e per collocazione lavorativa, ma anche per aver toccato con mano le ricadute sociali del trumpismo, se la sono sentita o l’hanno già ritenuto indispensabile a questo giro. Ché la rielezione di Trump avrebbe significato esattamente questo, togliere ogni ostacolo al darwinismo sociale interno - come condizione della protezione del ceto medio proprietario o di chi si sente tale - e dichiarare guerra (per ora economica) al mondo intero.

All’immediato, per intanto, il blocco sociale trumpista non si è reso disponibile a mobilitarsi in forme dure, come da più parti temuto, e non è stato in grado di trascinare il suo campione ad andare fino in fondo nella “resistenza” al “voto rubato”. Segnale, probabilmente, di un primo tempo che finisce più che di un secondo che inizia. Nessuno può dire se il buon Trump si farà trovare pronto al prossimo appuntamento allorché non si tratterà più solo di twittare...

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Transizione democratica o tregua prima della tempesta?

Ma difficilmente qualcuno può seriamente affermare che il materiale esplosivo è stato disinnescato, o prevedere in che direzione sarà il botto. È ancora lì il nodo del (neo)populismo come composizione non meramente sociale ma politica del proletariato e dei ceti medi impoveriti, e della direzione che può prendere, verso un definitivo approdo sciovinista o verso un’evoluzione classista, stante che ritornare allo status quo ante non è possibile. Un primo atto si è consumato ma la pièce non è finita.

Sarebbe infatti illusorio pensare che la mobilitazione anti-Trump abbia smascherato il carattere reazionario del populismo trumpista innescando una dialettica virtuosa tra movimenti e partito democratico in grado di rilanciare la sinistra e cancellare il terreno su cui il trumpismo si è dato e si dà. Non è così, tanto più trattandosi degli States. L’amministrazione Biden, oltreché ultramoderata e indisponibile a intaccare Wall Street e il grande business, è infatti inevitabilmente condizionata dal tracciato già segnato. All’esterno, al di là dello scontato riavvicinamento agli alleati europei in nome di un rinnovato atlantismo, non potrà nella sostanza concedere loro quegli spazi negati o riconquistati da Trump, in particolare verso Pechino e Mosca. All’interno dovrà, per contrastare la “recessione democratica”5, far proprio l’assunto trumpiano che i costi della tenuta sociale del popolo americano vanno sostenuti dal resto del mondo in nome della… middle class.

Sul versante delle mobilitazioni sociali la strada è tutt’altro che in discesa. Il problema non è l’iniziale apertura di credito verso Biden, che è nelle cose. Ci sono due ostacoli di ben altro peso.

Il primo si è reso evidente proprio nella mobilitazione anti-razzista di questa estate che ha “funzionato”, anche elettoralmente, proprio perché è riuscita a parlare al di fuori della comunità black, non verso i soli liberal bianchi ma embrionalmente anche verso una parte dei white poors, se non altro come problemi gettati sul tavolo. Da qui in poi l’impostazione impressa da BLM incentrata sulla “supremazia bianca” - coadiuvata in questo dalla sinistra radical, al di là del dissidio sulle forme di lotta - e sul lobbismo interno al partito democratico piuttosto che sulle questioni economico-sociali suscettibili di ampliare la platea degli scontenti, minerà la possibilità che quella proiezione si consolidi. La protesta è facile si incanali nelle secche delle politiche identitarie, che impediscono di portare il conflitto su un terreno di classe, l’unico in grado di parlare al settore degli sfruttati bianchi tuttora, piaccia o meno, decisivo. In questo modo sarà difficile che prenda forma una spinta efficace nello scomporre, con moto eguale e contrario, il fronte trumpista.

Ciò si lega al secondo nodo, ancora più aggrovigliato: il nesso, sul quale si è basata da sempre la politica imperialista di Washington, tra il benessere interno e il dominio mondiale. È quanto Trump ha cercato di ravvivare “dal basso”. È quanto Biden non potrà non riprendere, a modo suo. Per i movimenti di lotta è, questo, un elemento inaggirabile e al tempo stesso non risolvibile all’immediato. E non solo perché il concetto di imperialismo è oramai sparito dall’orizzonte mentale della sinistra - cosa vera, ma non la più importante qui - ma perché quel nesso è effettivo, da più di un secolo ripaga i proletari statunitensi della loro nullità politica. Solo una serie di colpi inferti dall’esterno al dominio yankee potrà iniziare a intaccarlo e, eventualmente, portare a un punto di fusione le crescenti tensioni interne. Non certo musica dell’oggi.

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Avvisaglie di un secondo tempo?

La fase politica che si è aperta con la crisi globale, vecchia oramai un decennio, è il precipitato dell’intreccio di due processi non contingenti: la costituzione del capitale come comunità materiale dell’umanità, che vede tutta la sua riproduzione assorbita, direttamente o indirettamente, dal valore che accresce se stesso; la fine del movimento operaio come soggetto antagonistico, di cui i “nuovi” movimenti sociali e la politica delle identità si sono rivelati essere solo fragili surrogati. Il che fa sì che in Occidente le re-azioni sociali si daranno, e per un bel pezzo, sul terreno dell’interclassismo, del confuso e spurio scontento “popolare”, dell’illusoria rivalsa verso le promesse non mantenute dal sistema mista a richieste di protezione, dove solo a sprazzi emerge la vaga aspirazione a criteri di organizzazione della vita sociale non completamente schiacciati su un esistente sempre più fallimentare, ma al tempo stesso mai del tutto svincolati dai meccanismi del mercato. Che è ancora assunto come piattaforma naturale suscettibile di democratizzazione.

Se è così, siamo ancora lontani dalla fine del neopopulismo come terreno oggi delle contraddizioni sociali e delle loro espressioni soggettive. Quanto va chiudendosi è però chiaramente il suo primo tempo. L’ambivalenza, tra spinte nazionaliste e classiste, e l’istanza comunitaria si vanno a ridislocare in forme nuove, di cui nel pieno della crisi pandemica abbiamo visto qualche avvisaglia, nella divaricazione tra settori - proletariato, “garantito” o precario, ceti medi disagiati e a rischio impoverimento, piccola borghesia disperata e arrabbiata - che precedentemente confusi insieme avevano cercato una via d’uscita nell’opposizione alla globalizzazione, alle sue condizioni, ai suoi effetti6.  Questa non può più essere l’unica discriminate a misura che - covid docet - i problemi diventano visibilmente sempre meno gestibili dentro i recinti nazionali e si prepara una ristrutturazione capitalistica coi fiocchi. Così, le contraddizioni interne al precario blocco interclassista non possono più essere tacitate, le ambivalenze iniziano a sciogliersi, non perché scompaiano ma perché la “comunità” fin qui data si rompe per ricostituirsi, eventualmente, a un altro livello e in forme e combinazioni differenti. Contestualmente, i contenitori istituzionali che hanno provvisoriamente dato espressione a quelle spinte compiono la loro parabola: in piena deriva sciovinista e economicista o normalizzati dai poteri forti e assorbiti nell’establishment. Non a caso un’evoluzione (solo) in parte analoga allo scenario statunitense si è data anche in un’Europa scossa dalla crisi pandemica, con i contenitori (pseudo)-sovranisti di “destra” rifluiti su posizioni “trumpiste” ad agitare il vessillo delle “libertà” rigorosamente individuali (con anche le forze già neofasciste schierate per i “diritti civili costituzionali”) a suggello in ultima istanza della sacra attività di (micro)impresa; mentre quelli di “sinistra” o cittadinisti sono via via riassorbiti nell’alveo dell’europeismo “neo-keynesiano” dell’era covid. Non da qui passerà il secondo tempo della dinamica neopopulista, nel caso maturi una dislocazione più classista delle classi lavoratrici sul tipo dei Gilets gialli di contro alle spinte, non proprio deboli, verso derive reazionarie e/o di passivizzazione. Con un’altra differenza essenziale: questo passaggio sarà investito in pieno dagli smottamenti della geopolitica mondiale, che in Europa daranno con tutta probabilità luogo a spinte anti-americane dal basso che andranno a incrociarsi/scontrarsi con il tentativo dall’alto di ridefinire i rapporti transatlantici in una direzione più favorevole a Germania e Francia - a meno che il tutto si risolva in una frammentazione del quadro europeo funzionale a Washington7.

Le stesse condizioni che la doppia crisi in corso, sanitaria e economica, e le strategie capitalistiche di risposta - tra indebitamento colossale, che prima o poi qualcuno dovrà pur pagare, e ristrutturazione tecnologica - stanno creando, sono destinate a scuotere ancor più gli assetti sociali. A questo passaggio, mentre sarà inevitabile l’impoverimento di ulteriori settori di proletariato e piccola borghesia, in particolare nei servizi dequalificati, anche quella parte di ceti medi finora risparmiati dagli effetti negativi della globalizzazione subirà lo choc della rivoluzione globotica8, imperniata su globalizzazione ultracompetitiva e automazione robotica digitale, che investendo in pieno anche i servizi qualificati ne ridimensionerà reddito e status. Sotto questa luce il dopo Trump potrà essere, al massimo, solo una tregua…

1) Vedi R. Sciortino, I dieci anni che sconvolsero il mondo, Asterios, 2019, pp.247-9.

2)  Così The Atlantic in un articolo del 5/11 sul voto.

3) A. Case, A, Deaton, Death of Despair and the Future of Capitalism, Princeton 2020.

4) Mentre nel 2016, secondo i sondaggi del New York Times, votarono in massa per Trump gli elettori che avevano visto la propria condizione economica peggiorata negli ultimi quattro anni, a questa tornata la situazione, sempre secondo il NYT, si è quasi rovesciata.

5) v. Making U.S. Foreign Policy Work Better for the Middle Class, dell’istituto Carnegie, di area democratica: tra gli autori anche il futuro consigliere per la sicurezza nazionale di Biden.

6) v. il mio Crisi pandemica e passaggi di fase, https://www.sinistrainrete.info/globalizzazione/18721-raffaele-sciortino-crisi-pandemica-e-passaggi-di-fase.html.

7) Se ne è avuto un assaggio, questa estate, con la manifestazione berlinese contro le misure (blande, peraltro) di contenimento anti-contagio, in cui niente meno che un rampollo dei Kennedy ha arringato la folla contro la “dittatura sanitaria” chiamando nei fatti ad appoggiare i campioni della libertà di stanza a Washington. Il che, ovviamente, non esaurisce le ragioni e, soprattutto, l’eterogeneità della composizione sociale della protesta, che dovrebbe rivitalizzarsi a seguito di una campagna vaccinale mRna che sempre più sembra assumere i connotati di una sperimentazione biopolitica su scala di massa. Quanto alla Germania, comunque, il “libertarismo” dei cosiddetti populisti di destra nella vicenda covid segna una rottura forse irreversibile con l’istanza “comunitarista”.

8) R. Baldwin, Rivoluzione globotica, Il Mulino, 2020.

 

 

 

 

 

 

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Da sabato anche per Mattia sono arrivati gli arresti domiciliari. 1 anno e 8 mesi.

La notifica di questa misura definitiva gli è arrivata per lo stesso processo per cui Nicoletta ha scontato un anno di carcere, Dana è ancora alle Vallette, Stella e Fabiola agli arresti domiciliari e a tutti gli altri attivisti coninvolti, la messa in prova ai servizi sociali.

Ricordiamo che il processo è quello per l’iniziativa ” Oggi paga Monti” in cui circa 300 No Tav hanno rallentato il traffico al casello del tratto autostradale Torino-Bardonecchia distribuendo volantini sui motivi della lotta al Tav e di quell’ iniziativa.

Siamo in attesa delle motivazioni date dal Tribunale di Sorveglianza, ma è evidente come la Procura di Torino attraverso questo procedimento, e queste assurde condanne, ha dimostrato la solita strategia di criminalizzazione del movimento No Tav e di quanto il suo intento sia quello di punire le idee molto più che il reato commesso o contestato.

Liberare tutti vuol dire lottare ancora e per questo mandiamo a Mattia tutta la nostra solidarietà e continueremo la nostra battaglia anche per lui!

 

 

Da notav.info

 

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di Samadhi Lipari per leparoleelecoseleparoleelecose

Le energie rinnovabili sono per lo più caratterizzate da una bassa densità. In altre parole, la quantità di energia prodotta per unità di spazio, sfruttando il calore del sole, lo spirare del vento o la produttività del suolo agricolo, è bassa. Ne deriva che la sua estrazione richieda, rispetto ai combustibili fossili, spazi estesi. Questo può avere conseguenze rilevanti sulle nostre società. Anche grazie alle analisi di Vaclav Smil – imprescindibile il suo Energy and Civilization – è ormai chiaro come una transizione rinnovabile profonda porti inevitabilmente con sé la riorganizzazione altrettanto profonda delle relazioni spaziali, ovvero fra produzione e distribuzione – non solo dell’energia – fra campagna e città, fra centralità e marginalità.

Concentrandoci sulla prima delle precedenti coppie categoriali, vediamo come la distribuzione delle fonti non rinnovabili avvenga per lo più secondo i sistemi che organizzano i vettori energetici fondamentali, ossia l’elettricità, il calore e i carburanti, incluse le diseguaglianze che ciò comporta. Diversamente, la produzione rinnovabile è determinata da una combinazione di caratteristiche biofisiche e rapporti di forza, confluiti nelle scelte di politica energetica, che la distanzia in parte dalle fonti convenzionali, concentrandola in spazi rurali, a volte relegati in geografie marginali.

Lo spazio, occorre ricordarlo, eccede la dimensione cartografica delle coordinate, o delle caratteristiche orografico-pedologiche. È, piuttosto, il risultato, contraddittorio, di stratificazioni che si estendono nella lunghissima durata, dai tempi geologici a quelli socio-ecologici. Lo spazio è quindi territorio, dove le nature umane e quelle più-che-umane si intrecciano in processi di mutua fecondazione, per usare un’efficace immagine di Alberto Magnaghi, attraverso conflitti, negoziazioni, destrutturazioni e ri-strutturazioni, lungo fratture di classe e dentro egemonie e contro-egemonie. Lo spazio non è mai neutro, astratto. Anzi, è sempre situato.

La produzione eolica, in Italia ma anche altrove, racchiude tutti questi elementi. La ricerca di caratteristiche anemometriche ottimali per ottenere una produttività elevata ne spingono gli investimenti verso l’appennino meridionale e le isole, soprattutto. Ed è in queste aree che una generale marginalità del tessuto socio-economico si riversa nella facilità di accesso a terre percorse da buoni venti. Le pretese dei proprietari, pubblici o privati, rimangono contenute, così come i prezzi di affitto o vendita. A schiacciarli verso il basso concorrono i corsi generali del mercato fondiario e le leggi, che impongono l’esproprio per pubblico interesse quando si debba costruire una centrale di energia rinnovabile superiore a un MegaWatt. La generale disponibilità a cedere la terra si accompagna anche a una relativa facilità di ottenere i permessi necessari. Specialmente le autorizzazioni edilizie, di competenza dei comuni, sono state spesso condizionate, legittimamente o meno, al pagamento di royalties od opere compensative, di cui gli scricchiolanti bilanci comunali hanno sete aspra.

Una volta individuati i lotti migliori, chi è che negozia queste relazioni? Chi è che parla con gli agricoltori proprietari dei terreni? O con l’emigrato di seconda generazione residente al nord e che ha ereditato un appezzamento montano? Chi porta le carte all’ufficio tecnico e parla col sindaco, cercando di convincerlo a fare il più in fretta possibile? Chi è insomma che rende possibile a capitali di grossa taglia e con un’origine lontana dai territori o addirittura dai confini nazionali di atterrare in contesti così peculiari? Chi è che di questi contesti è capace di padroneggiare i codici socio-culturali e manovrare i sistemi di relazioni, così da traslare una centrale eolica dalla fase progettuale a quella commerciale? I mediatori. O, come più circostanziatamente li definisce Ivano Scotti nel suo Vento Forte: eolico e professioni nella green (Orthotes Editrice, 2020), gli sviluppatori di impianti eolici. È grazie a essi che il settore eolico italiano si è sviluppato per come lo conosciamo oggi. Sono loro che parlano contemporaneamente la lingua delle aziende e quella delle comunità dell’Appennino meridionale. Sono loro che hanno giocato un ruolo imprescindibile nel “tradurre”, spiega Scotti con dovizia di riferimenti empirici, la porzione eolica della transizione energetica italiana in centrali vere e proprie, quelle che oggi affollano le aree interne del sud. E così facendo, i mediatori si sono ricavati una nicchia di profitto abbastanza sostanziosa, commerciando cioè l’accesso a una risorsa indispensabile: il territorio.

Scotti si muove in un ambito poco scandagliato, ma fondamentale, della letteratura sulla transizione energetica: quello che indaga i processi di radicamento della filiera eolica nei territori di produzione. E lo fa evitando il limitrofo, e fin troppo battuto, campo di studio dell’accettabilità sociale degli impianti. Si concentra sulle reti di relazioni, e gli attori focali che le manipolano, indispensabili alla transizione energetica e all’assetto consustanziale al mercato, ossia all’accumulazione perpetua di capitale, che le si è dato. È grazie alle abilità degli sviluppatori che una commistione di dispositivi tecnologici (le centrali eoliche) e discorsivi così avanzati (su tutti, la verità assiomatica per cui l’ambiente si salva profittandone), organizzati in filiere controllate da grandi capitali nazionali ed esteri, e normate da governi centrali e organizzazioni internazionali, sono stati tradotti, declinati, in contesti rurali lontani dai centri gestionali e produttivi del capitalismo contemporaneo.

Scotti riesce benissimo a spiegare l’intersezione – tanto per portare un esempio reale – tra le turbine del colosso danese Vestas e la loro installazione da parte della multinazionale tedesca E.On a Morcone, piccolo comune dell’appennino sannita. L’autore impiega un quadro teorico articolato, afferente al cosmo delle teorie sociologiche relazionali, ma fondato su due pilastri solidi e ben identificati. La costruzione di una centrale eolica viene, da un lato, concettualizzata come frazione modulare di un programma d’azione più ampio, quello della transizione energetica. Riprendendo, dopo averla liberata dalle accezioni ontologiche, la sociologia della traduzione di Michel Callon, l’autore inquadra l’azione degli sviluppatori dentro lo schema dell’Actor Network Theory. La loro azione diviene così una pratica connettiva indispensabile al coordinamento dei diversi interessi e attori in campo. Questa, mentre riesce a garantire la realizzazione delle centrali eoliche, traduce sui territori la transizione energetica. Scotti guarda poi al lavoro degli sviluppatori attraverso un approccio “pragmatico” allo studio delle professioni, come proposto da Julia Evetts e Lennart Svensson. Si interroga sulla combinazione di competenze che consente loro di svolgere le funzioni richieste. E qui le spiegazioni che offre sono illuminanti. In primo luogo, illustra come le aziende investitrici siano riuscite a standardizzare e internalizzare alcuni compiti svolti dagli sviluppatori. Grazie alla crescita parallela del mercato di master e corsi specializzati, le aziende hanno potuto attingere a un bacino esteso di professionisti, o green collars, affidando loro la gestione amministrativa della progettazione, delle autorizzazioni e dell’incentivazione. L’alto livello della formazione ha indotto Scotti a includere questo tipo di sviluppatori tra i lavoratori della conoscenza.

Tuttavia, tali competenze non riescono a soddisfare del tutto la domanda di mediazione e negoziazione, ovvero di traduzione, indispensabili all’allineamento di interessi di investitori, proprietari dei terreni e amministratori comunali. La conoscenza situata e posseduta dagli sviluppatori sin dalla fase iniziale appare insostituibile e non trasmissibile tramite formazione istituzionalizzata. Infatti, è disponibile solo a coloro che abitano i contesti socio-culturali che di essa sono oggetto. Lo sviluppatore si districa tra rapporti localizzati di potere tra classi e gruppi, o ancora usa efficacemente i codici culturali e relazionali dei territori, perché a questi è stato esposto tanto da esserne socializzato. Il più delle volte egli è nato e cresciuto nei territori di produzione. In altre parole, nello sfruttare questa conoscenza situata, gli sviluppatori semplicemente valorizzano porzioni della sfera riproduttiva che abitano, ovvero di relazioni socio-ecologiche in principio esterne ai meccanismi di accumulazione perpetua, realizzando profitto.

Vento Forte: eolico e professioni nella green economy aiuta a comprendere molto dell’eolico in Italia, perché ne studia uno degli attori più peculiari e rilevanti. La prima fase espansiva del settore, dalla fine degli anni Novante alla prima decade del nuovo mollennio, è spesso sovrapponibile alla storia personale di alcuni sviluppatori diventati incredibilmente ricchi. Tra gli altri, pensiamo a Oreste Vigorito. L’allora anonimo avvocato di Ercolano fondò nel 1997 assieme a Brian Caffyn, investitore in rinnovabili di peso globale, la Italian Vento Power Corporation (IVPC). L’operazione fu lanciata appositamente per accaparrarsi una parte delle sovvenzioni pubbliche che avrebbero finanziato per i successivi 15 anni i primi 691MW di potenza eolica della storia energetica del paese. Da allora la IPVC diverrà un player di primordine della filiera eolica italiana, e con essa Vigorito, il cui percorso ben presto intersecherà quello di un altro tycoon del vento, caduto poi in disgrazia: Vito Nicastri. Lo sviluppatore siciliano, espertissimo nel triangolare investitori, politici di vario rango e capitali armati (mafie), divenne famoso per aver subito la più grande confisca di beni per associazione mafiosa, ben 1.3 miliardi di euro, buona parte dei quali erano centrali eoliche. In una illuminante intercettazione telefonica, registrata nell’ambito di indagini intorno al suo impero di pale, dichiarava: “Il bello di vivere qua [è che] senti il territorio, lo percepisci, avverti che bisogna muoversi in un certo modo, capire le esigenze del sindaco, dei consiglieri, la festa, cinquemila euro sono minchiate, però tu ti fai un rapporto, crei un rapporto di…”. Quello che colpisce delle parole di Nicastri è la consapevolezza di quanto sia importante l’interpretazione e la gestione della rete di relazioni a livello territoriale, per la buona riuscita dell’investimento eolico.

Significa questo che il ruolo dello sviluppatore è destinato a essere incorporato dentro le dinamiche prevalenti del capitalismo italiano, inclusa la forte presenza di capitali armati? La lucidità teorica e analitica di Ivano Scotti suggerisce una risposta originale e stimolante, che include il ruolo fondamentale delle comunità e municipalità, aprendo, come si addice alle opere fertili, spazi per ricerca nuova.

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L’annus horribilis si è inaugurato con l’uccisione del capo dei guardiani della rivoluzione Soleimani con un drone e si conclude con i colpi di coda del trumpismo che intende avvelenare i pozzi con un altro generale eccellente di nuovo ucciso da un drone in Iraq al confine con la Siria e soprattutto con l’omicidio spettacolare in terra iraniana del responsabile scientifico dell’impresa nucleare di Ankara.

Ne abbiamo parlato con Michele Giorgio, giornalista de “il manifesto”, corrispondente da Gerusalemme, che già il 18 novembre riferiva: «Il suo programma ufficiale non lo dice ma Pompeo in Medio oriente ci torna per l’Iran. Con israeliani e sauditi, perno dell’ordine mediorientale disegnato da Trump e il suo entourage, discuterà di ulteriori sanzioni contro Tehran e di possibili operazioni militari. L’indiscrezione che gira da giorni su un “ultimo regalo” a Netanyahu e ai sauditi, l’attacco militare all’Iran, ha trovato conferma in una nuova importante rivelazione, nel giro di pochi giorni, del New York Times a proposito delle mosse di Usa e Israele contro e dentro l’Iran. La scorsa settimana, riferisce il quotidiano, Trump ha chiesto ai suoi più stretti collaboratori riuniti nello Studio Ovale – tra i quali Pompeo, il vicepresidente Mike Pence e il segretario alla difesa ad interim Christopher Miller – di illustrare le opzioni per un attacco contro Natanz, principale sito nucleare dell’Iran, nell’arco delle prossime settimane. Pretesto per l’operazione militare è la segnalazione da parte dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea) di un marcato aumento delle riserve iraniane di materiale fissile a Natanz, seguito all’abbandono dell’accordo internazionale sul nucleare del 2015 fatto dall’amministrazione Usa. Trump però è stato dissuaso. Gli hanno spiegato che la distruzione di Natanz scatenerebbe un vasto conflitto regionale».

Pacta sunt servanda per Ankara

Il programma nucleare iraniano attuale non è dimostrato che sia con obiettivo bellico, l’accordo obamiano evitava nuove tentazioni. Ora sanzioni, ritiro e aggressioni da parte della fazione israelo-statunitense han fatto dire al diplomatico ministro iraniano Zarif durante il Med2020 che non negozieranno un nuovo accordo con Biden: quello era un do-ut-des che aveva soddisfatto entrambe le parti – era appunto un accordo. Non si può entrare e uscire da un accordo una volta sottoscritto, se lo si fa è perché si vuole ottenere di più, rinegoziare significa voler ottenere quello che non si è riusciti a ottenere. L’accordo rimane quello.

Ma anche nelle parole di Michele Giorgio ritroviamo lo scetticismo: «Tutti sanno che Biden non ripercorrerà il percorso di Obama», che aveva capito il ruolo geopolitico dell’Iran. Biden sarà meno aggressivo, ma pretenderà l’inserimento di nuove condizioni sui missili balistici.

Ascolta “Eliminazioni nucleari per avvelenare i pozzi nel Golfo” su Spreaker.

Mossad in azione antiraniana o in estensione degli Abraham Accords?

Con il conseguimento da parte del Mossad del risultato di mettere in difficoltà la leadership moderata ora al governo in Iran, sarà più difficile negoziare e probabilmente gli argomenti degli oltranzisti faranno breccia tra i persiani e sarà improponibile qualunque accordo nei prossimi anni. Soprattutto in assenza del ritiro delle sanzioni, che sarebbe l’elemento che potrebbe sbloccare la trattativa e disinnescare le mine di Trump e Pompeo; ci saranno risposte iraniane? potrebbe prevalere la prudenza per evitare di fornire un pretesto? a Neom si è parlato solo di normalizzazione a suon di droni, o di estendere Abraham Accords all’Arabia Saudita? oppure si sono svelati piani di guerra che prevedevano linee di difesa dalle ritorsioni persiane che sarebbero sicuramente rivolte innanzitutto contro gli Emirati.

All’interno di tutta questa normalizzazione, Michele Giorgio ci ricorda che i palestinesi rimangono le vittime principali, sempre più marginalizzati e senza alcuna menzione nei giochi strategici tra potenze rivali.

Ascolta “Mossad in azione antiraniana o in estensione degli Abraham Accords?” su Spreaker.

Da Radio Blackout

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Ci siamo ritrovat* oggi pomeriggio al campo sportivo di Giaglione. Tra il freddo delle montagne innevate e le mascherine, per tutelarci dal covid-19, erano gli occhi a regalare emozioni, in questa giornata che è per noi storica, dove nella notte tra il 5 e il 6 dicembre 2005 le forze dell’ordine invadevano l’allora presidio di Venaus e colpivano i presidianti del tempo con l’intento di fare male. Da quella giornata ad oggi sono passati 15 anni e noi c’eravamo, ci siamo – ancora – e senza dubbio possiamo affermare che ci saremo sempre.

Tra sorrisi e tanta voglia di far brillare queste giornate di avvicinamento all’8 dicembre, una volta arrivati al campo sportivo di Giaglione ci siamo confrontat* e abbiamo deciso di raggiungere le/i presidianti ai Mulini.
Loro sono i nostri occhi e le nostre orecchie, giorno dopo giorno, con la pioggia, la neve e il forte vento valsusino che in questa stagione fischia tagliente e gelido sulla vallata. Sono tant* giovani No Tav che con coraggio lottano costantemente per conquistare un futuro vivibile e dignitoso per tutte e tutti.
Oggi abbiamo deciso di raggiungerli e portargli il nostro calore, oltre che un po’ di viveri per proseguire la permanenza in quel luogo incantato che Telt, il Governo e la Regione Piemonte vorrebbero distruggere. Un governo che sceglie di rinunciare alla meraviglia della Terra, alle sue opere naturalistiche e storiche, come il meraviglioso esempio di archeologia industriale che è il Mulino della Val Clarea, è un governo che non ha a cuore il bene delle persone che vivono i territori. La brutalità con cui continua a concedere a Telt la possibilità di agire in quel cantiere mortifero, per di più in un momento come questo dove la sanità urla l’esigenza di ricevere fondi perché al collasso a causa della pandemia, dimostra la cifra che ne delinea gli obiettivi scellerati che sanno guardare sempre e solo al portafogli di un ristretto numero di persone, e mai alle vere esigenze di tutte e tutti.

Non ci stupisce che le/i giovani No Tav guardino a questa classe dirigente come fallita perché fallimentare è il modello fin ora proposto, il pianeta ci sta chiedendo di interrompere all’istante tutte le opere che lo stanno danneggiando. Il Tav rientra tra le opere inutili e dannose, per noi tutt* e per l’intero pianeta. I/le giovani che oggi presidiano i Mulini con grande forza e coraggio, sono giovani che vogliono resistere alla devastazione dei territori perché equivale alla distruzione anche del loro futuro, ma non solo. Lottare oggi contro chi vuole sfruttare il pianeta, significa costruire un futuro anche per chi oggi ancora non ha un nome e una storia, significa avere obiettivi alti e puri che sanno guardare lontano e che mettono al centro il rispetto per l’ambiente, la solidarietà tra le persone, la dignità della vita e del lavoro, la salute di tutte e
tutti.
Così oggi, ci siamo messi in cammino verso il Presidio Permanente dei Mulini e ad un certo punto, arrivati sul sentiero, abbiamo incontrato il solito cancello di ferro a sbarrare la strada. Un ammasso di ferraglia piantata nella roccia, uno sfregio alla natura. Non ci siamo minimamente lasciat* intimorire e abbiamo deciso di prendere i sentieri per scendere ai Mulini. Così, una volta arrivati, dopo aver ritrovato diversi sguardi che da un po’ non incrociavamo, siamo sces* verso le recinzioni del cantiere.

Abbiamo subito iniziato con la battitura e con alcuni cori, mentre altr* No Tav avevano acceso qualche fuocherello per riscaldarsi viste le temperature poco miti. Così le forze dell’ordine, si vede che “fin troppo”
infastidite (di già), hanno cominciato a sparare con l’idrante per spegnere i fuocherelli. Non contente, hanno cominciato a sparare anche candelotti di lacrimogeni che subito abbiamo spento, evitando così anche a chi è meno-giovane di dover respirare inutili gas tossici e carcerogeni. Come al solito constatiamo che le “nostre” forze dell’ordine applicano la “legge della valsusa” e cioè che con il silenzio e la connivenza di Questura, Ministero dell’Interno e Governo, in Val Susa si utilizzano pratiche che non sono consentite nemmeno in guerre interazionali. Ma questo non ha fermato i/le No Tav che con energia hanno continuato
a intonare cori, sfuggendo prontamente ai lacrimogeni.
Giornate come queste ci fanno sentire più vicini a Stella, Mattia, Dana, Fabiola, Emilio, Stefanino e tutt* le/i compagni che oggi non sono potut* essere con noi perché ristretti nelle loro libertà da un disegno repressivo al quale continueremo ad opporci finché non li vedremo nuovamente al nostro fianco sui sentieri della Clarea.
Ci vedremo dunque martedì 8 dicembre, al Presidio di San Didero per celebrare i 15 anni della liberazione di Venaus, 15 anni di instancabile lotta che hanno fatto la storia di tutte e tutti noi, vicini e lontani. 15 anni nei
quali abbiamo costruito un’infinità di piccole e grandi mobilitazioni.

L’appuntamento è dunque per martedì 8 dicembre, dalle ore 11, al Presidio di San Didero. Si consiglia per chi arriva da Torino di lasciare l’auto a Borgone, e chi arriva da Bardonecchia a Bruzolo, e venire su a piedi, in fila indiana, lungo la statale.

Avanti No Tav! Fino alla vittoria!

Da notav.info

 

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