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Articoli filtrati per data: Saturday, 05 Dicembre 2020

Secondo l’associazione dei datori di lavoro i salari nell’industria tessile di Tehuacán si sono ridotti, il lavoro è diminuito e si è perso il 40% dei posti di lavoro. Le mascherine per proteggersi dal Covid-19 si sono imposte e hanno peggiorato le condizioni di lavoro e di vita delle operaie. È lontana l’epoca della prosperità, ora il municipio vive la sua terza recessione di questo secolo. 

Una porta scorrevole fatta di alluminio e lastre di vetro mette in connessione la strada non asfaltata con un’ampia camera da letto di Patricia Hernández Reyes. Il pavimento di terra mostra le impronte delle scarpe. Da aprile 2020, la stanza con le pareti non intonacate funziona anche come posto di lavoro e aula dei suoi due figli adolescenti. Per questo, oltre al vecchio letto di legno senza materasso ci sono due macchine da cucire di seconda mano. Senza titubanze, la donna di 33 anni sceglie di sedersi su una sedia di plastica di fronte ad una delle macchine e rimane immobile, anche se il suo sguardo inquieto va da un lato all’altro. Alla fine di maggio, lei e sua madre hanno chiesto un prestito di 20 mila pesos messicani (US$940) per comprarle e così avere un’entrata extra.

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Una donna lavora in un laboratorio familiare circondata dai suoi figli giacché non vanno a scuola per la sospensione delle lezioni per l’emergenza del Covid-19.

Anche se tutto va contro, Patricia sorride ripetutamente: sommando gli interessi, il suo debito ascende a 45.000 pesos messicani (US$2,120), che dovrà liquidare in un termine massimo di 18 mesi. L’epidemia di coronavirus (Covid-19) ha colpito la sua economia e quella di migliaia di famiglie che dipendono dall’industria della confezione di Tehuacán, il secondo municipio più popoloso dello stato di Puebla, con 319 mila abitanti. Lo sviluppo economico di questa località dipende principalmente dall’industria manifatturiera, ma non ci sono dati aggiornati sul numero delle maquilas di abbigliamento esistenti e il numero di persone che impiegano. Alla fine di marzo, il governo messicano ha dichiarato il paese in emergenza sanitaria e ha ordinato la sospensione temporanea delle attività non essenziali, così come la protezione della popolazione lavoratrice nel proprio domicilio.

A Tehuacán alcune maquilas di abbigliamento hanno fermato le operazioni. Molte altre hanno bloccato le proprie linee di produzione di vestiti per fare una incursione nella fabbricazione di prodotti sanitari come mascherine, camici chirurgici e anche sacchi per conservare cadaveri. La piccola maquila senza nome dove lavora la Hernández non ha fatto eccezione. Prima, è passata dal fabbricare pantaloni di tessuto jeans per il mercato nazionale a mascherine. Ma quando la produzione si è esaurita, ha sospeso le attività e il salario del suo personale per una settimana e dopo per un mese e mezzo. A giugno, l’impresa ha ripreso i lavori, ma a partire da allora ha impiegato Patricia Hernández e altre sei sarte due giorni alla settimana e non sette come prima, per cui le ha ridotto il salario. Prima guadagnavano 800 pesos alla settimana (US$38) e ora 500 (US$24) se a loro va bene. Glieli pagano, inoltre, poco a poco. Sostenendosi con i lavori di cucito che realizza per conto proprio e, occasionalmente, con la vendita di gelatine, ciambelle e orecchini in fibra che lei stessa fa, la Hernández cerca di reggere le spese che comporta essere una madre singola in tempi di pandemia. “Mi vedo obbligata a cercare differenti modi per pagare il mio prestito e mandare avanti la mia famiglia. A volte devo fare notte per fare del lavoro o togliermi il pane dalla bocca”, dice.

La terza crisi è la peggiore

Martín Barrios Hernández guida lungo il tragitto per Tehuacán, territorio che alla fine del 1990 fu considerato la capitale mondiale dei blu jeans, per il boom delle sue maquilas di tessuto misto che praticamente fabbricavano capi di tutti i marchi globali, come Levi’s, Calvin Klein, Guess e Tommy Hilfiger. L’uomo di occhi piccoli e narici larghe veste in modo informale: scarpe da tennis, un pantalone di tela e una maglietta nera con le lettere bianche che dicono Difendere è proteggere il nostro territorio. Poiché sarà una lunga giornata, porta con sé uno zaino nel quale ha messo un maglione e un taccuino.

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Martín Barrios, attivista dei Diritti Umani e Lavorativi nella Valle di Tehuacán.

A 48 anni, l’attivista è un referente della lotta operaia e indigena nel luogo che ha visto nascere l’etnia popolaca, dopo aver dedicato più della metà della sua vita ad accompagnare e consigliare queste cause. Per questo fondò, nel 2002, la Commissione dei Diritti Umani e Lavorativi della Valle di Tehuacán. La stima che hanno di lui le operaie è notoria, nonostante la distanza fisica che devono tenere per evitare la propagazione del Covid-19. Si collegano mediante il ricordo delle loro gesta e l’incrocio di sguardi complici. Delle cinque case di sarte visitate, quella di Patricia Hernández è la più lontana dalla zona metropolitana di Tehuacán. Si trova a Santa Ana Teloxtoc, località di 1.300 abitanti caratterizzata dal suo alto livello di emarginazione. Il tragitto è di 43 chilometri su strada fino ad imbattersi in un terreno pianeggiante di cactus e yuca, situato ai piedi delle colline Viejo e della Tarántula. I 40 minuti di viaggio in auto sono insufficienti per esaurire la chiacchierata con Martín Barrios, la cui memoria è un’enciclopedia sulla storia dell’industria del vestito a Tehuacán. Nelle sue pagine c’è l’installazione delle prime maquilas dell’abbigliamento nel decennio del 1960, così come lo slancio che ebbe il settore 30 anni dopo, con la firma del Trattato di Libero Commercio dell’America del Nord.

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La strada che sale da Tehuacán porta a Santa Ana Teloxtoc, un quartiere emarginato dove vivono alcune lavoratrici delle maquilas.

Lontano dalla prosperità, c’è un capitolo che registra le peggiori crisi. Risaltano quelle del 2001 e 2007, originate dalla contrazione dell’economia degli Stati Uniti, prima a causa degli attentati alle Torri Gemelle di New York e dopo per la crisi ipotecaria che attraversò quel paese. Ambedue gli episodi avrebbero fatto sì che i salari della popolazione operaia si riducessero della metà e che emigrasse da Tehuacán la maggioranza dei marchi globali, spingendo così al consolidamento di un mercato prioritariamente nazionale, che è quello che perdura. La crisi del 2020 causata dal Covid-19 sarebbe la peggiore, secondo Martín e le operaie consultate. Questo è così perché in altri momenti, ebbero almeno la possibilità di protestare per cambiare le proprie condizioni di lavoro, a differenza di oggi che neppure si riuniscono per timore di contagiarsi con la malattia. Anche perché i tribunali del lavoro sono rimasti chiusi sei mesi, fatto che ha reso impossibile alle lavoratrici di denunciare formalmente i possibili abusi e le arbitrarietà commesse dai loro datori di lavoro. Con la voce aspra che lo caratterizza, Martín avverte che i momenti di crisi sono cruciali perché è quando diventano più precarie le condizioni di lavoro, e i padroni e i sindacati approfittano per “caricare i costi sugli operai”.

Cucitrici di mascherine

Sulla macchina da cucire, c’è una pila di rettangoli di tela chirurgica che Patricia Hernández trasformerà in mascherine per proteggersi dal Covid-19. Seduta di fronte al suo strumento di lavoro, la donna di pelle abbronzata e capigliatura scura mostra come lo fa. Prima prende un pezzo di tela azzurra e abilmente fa scorrere il contorno sotto l’ago della macchina precedentemente alimentata con rocchetti di filo del medesimo colore. In meno di un minuto, termina l’orlo. Per finire, colloca l’elastico al pezzo e gli toglie i fili. L’attività sembra semplice perché è fatto da una cucitrice che ha lavorato per 12 anni in differenti stabilimenti di Tehuacán, dai quali ha dovuto andarse sia perché le hanno diminuito il salario o semplicemente perché li chiudono. La Hernández non scelse di dedicarsi a questa professione, ma rimase incinta del suo primo figlio alla fine delle superiori. Come molte altre donne di Tehuacán, interruppe gli studi e prese servizio nell’industria della maquila come scelta di sopravvivenza.

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Laboratorio a Santa Ana Teloxtoc, a 60 km da Tehuacán, dove confezionano indumenti medici.

Lei avrebbe preferito dedicare più tempo al baseball, lo sport che l’appassiona e che vari membri della sua famiglia hanno praticato come passatempo. Evidentemente emozionata, presume di essere stata la prima donna di Santa Ana Teloxtoc che ha giocato in un campionato fuori della sua comunità. Come prova, mostra le foto che custodisce nella sua pagina Facebook. La capa famiglia si assoggetta alla sua macchina da cucire. Intreccia le mani per un migliore presa e fissa lo sguardo sulla torre di tessuto per mascherine che ha alla sua sinistra. Commenta che, nonostante il debito che ha contratto, l’acquisto di questo apparecchio le ha permesso di avere un’entrata extra ora che il lavoro nella maquila dove lavora è diminuto.

Come lei, molte persone e gruppi familiari a Tehuacán hanno debuttato nella manifattura di prodotti sanitari, nel tentativo di conservare il lavoro durante la fase più critica della pandemia del Covid-19. Hanno anche fatto un’incursione nell’affare le grandi maquilas e i piccoli laboratori di cucito che sono proliferati nel luogo. Il passato marzo, le lavoratrici di Tehuacán sono giunte a fabbricare più di un milione di mascherine alla settimana per il consumo locale e per essere inviate in Cina e negli Stati Uniti, secondo la Camera dell’Industria del Vestito di Tehuacán. Nonostante ciò, ha riconosciuto che questa attività, che ha posto l’ex capitale mondiale dei blu jeans come la principale fornitrice di mascherine a livello nazionale, ha generato un’entrata molto minore della confezione di capi d’abbigliamento. La mano d’opera è quella che ne ha più risentito. Le testimonianze delle operaie intervistate coincidono nel segnalare due situazioni: che i padroni delle grandi imprese e dei piccoli laboratori hanno ridotto della metà i salari, e che in altri casi hanno smesso di farsi carico del costo totale della giornata lavorativa per pagare a pezzo di mascherina prodotta. Tutto questo, nonostante le difficoltà che per il personale ha significato cucire le mascherine con il macchinario che si utilizza per i capi di tela jeans che sono molto più grossi. Le macchine da cucire non funzionavano o si bloccavano.

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Una donna sistema un pezzo di vestito nella macchina da cucire in un laboratorio dove si confeziona del materiale sanitario.

Le persone e le famiglie che hanno intrapreso l’attività per proprio conto hanno dovuto affrontare, intanto, i prezzi imposti dai “coyotes” -persone che fungono da intermediari con i datori di lavoro-, che stanno pagando tra i 30 e i 70 centesimi (US$0,014 e US$0,033 rispettivamente) la confezione di ogni mascherina. Da giugno a settembre, Patricia Hernández ha prodotto 4.500 mascherine semplici (le quali non hanno sostegni) con la sua propria macchina da cucire, ma il coyote con il quale ha fatto l’affare le ha pagate al prezzo più basso del mercato. La donna che voleva essere giocatrice di baseball ha potuto guadagnare appena 1.350 pesos (US$64), 55 mascherine per un dollaro. A causa del poco guadagno che ha ottenuto dalla produzione di mascherine e che la maquila dove lavorava ha smesso di pagarle il di per sé ridotto salario, ad ottobre, la Hernández ha messo da parte il cucito e ha accettato un lavoro per fare tortillas.

Il licenziamento delle trecento

A differenza della sarta Patricia Hernández, Angélica Carrera Reyes abita nella zona urbana di Tehuacán, che concentra l’80% della popolazione del municipio e anche la maggioranza dei complessi di maquilas.

La dinamica dello spazio pubblico ritrae questa realtà. Il movimento vicino alle fabbriche inizia a partire dalle 7.30, quando il personale incomincia ad arrivare nei centri di lavoro che, in alcuni casi, mancano di insegne che li identifichino. La maggioranza delle persone si muove a piedi o in bicicletta. Altre vanno con il trasporto pubblico e in meno si muovono in motocicletta. È venerdì, alle otto del mattino. La giornata nelle fabbriche si mette in moto, mentre la Carrera arriva a casa sua. Finisce di rientrare dal mercato della sua colonia dove ha comprato la sua provvista di viveri perché lì tutto è più economico. È vestita con un pantalone jeans e una felpa rosa. La montatura delle sue lenti tocca la visiera del suo berretto.

La madre di tre figli si trova disoccupata dallo scorso agosto. Altrimenti non starebbe a casa, ma negli impianti della maquila Hera Apparel, un ampio complesso di pareti di muratura grigia dove lavorava. Il 31 luglio passato, senza preavviso, questa impresa che si dedicava alla fabbricazione di capi in tessuto jeans per il marchio statunitense True Religion si è dichiarata in fallimento, lasciando senza lavoro circa 300 persone, nella loro maggioranza donne. Angélica Carrera e suo marito si trovano in questa lista. Lei attaccava patte alle tasche posteriori dei pantaloni. Circa il 40% del personale delle maquilas di confezioni installate nel municipio è stato licenziato per la chiusura di varie imprese, secondo la Camera dell’Industria del Vestito di Tehuacán. L’altra parte del personale è stata messa a riposo indefinitamente senza godimento dello stipendio, dopo l’impatto economico causato dall’epidemia di coronavirus. Il caso della Hera Apparel, dedicata alla fabbricazione di capi d’abbigliamento per l’esportazione e l’importazione, è stato il più clamoroso per il numero di persone che ne sono state colpite. Anche perché varie di loro hanno avuto il coraggio di denunciare pubblicamente che l’impresa stava offrendo unicamente il 35% di quello che gli spettava di liquidazione. Angélica Hernández si è rifiutata di ricevere i 10.400 pesos (US$490) che volevano darle i padroni della Hera Apparel per sette anni di lavoro. Le è sembrata una ingiustizia perché quando la licenziarono dalla maquila Tarrant Apparel Group, per la chiusura operativa nel 2003, le dettero 17.000 pesos (US$809) per due anni e otto mesi di servizio.

La donna di viso rotondo e aspetto affabile chiede alle autorità messicane di prendersi cura urgentemente della situazione che si vive a Tehuacán, dove si contano a migliaia le e gli operai che durante la pandemia hanno perso la propria fonte di lavoro.

“Voglia che questo giunga alle orecchie del governo che pensa che ci hanno liquidati molto bene, ma non è vero. Che sappiano che molta gente, noi che lavoriamo nelle maquilas abbiamo perso la nostra fonte di lavoro e che continuiamo ad essere disoccupati”, dice Angélica. La sua posa delle braccia incrociate avvalora la sua richiesta. La Confederazione Padronale Messicana ha calcolato che, da quando è iniziata la quarantena,  si sono persi 12.000 dei 40.000 posti di lavoro che genera l’industria della maquila, così come gli hotel e i ristoranti. Dopo la chiusura dell’Hera Apparel, il padronato se ne è andato da Tehuacán, per cui non è stato possibile consultarli durante il lavoro sul campo. Successivamente, gli è stata chiesta un’intervista telefonica, ma alla chiusura di questa edizione non c’è stata risposta.

Tre macchine come liquidazione

Angélica Carrera attraversa la sala da pranzo della sua casa, che è anche una camera da letto, e va verso la cucina. Si imbatte in una piccola stanza tinta di lilla, dove ci sono ammucchiate tre macchine da cucire di seconda mano. È il pagamento in natura che ha ricevuto come liquidazione da parte dell’Hera Apparel, dopo che si era unita al piccolo gruppo che ha deciso di chiedere quello che spettava per legge. Anche se il valore delle apparecchiature non soddisfa quello che dispone la legislazione messicana, supera i 10.400 pesos (US$490) che inizialmente le offrivano. La liquidazione è l’indennizzo che il padrone deve pagare quando la responsabilità della rescissione è sua. La Legge Federale del Lavoro del Messico stabilisce che questo pagamento si compone di tre mesi di salario di indennizzo, 20 giorni di stipendio per ogni anno lavorato, un premio di anzianità, più la parte proporzionale delle prestazioni. La sarta si pone di fronte a una delle macchine che ha ottenuto. Dice che ancora non sa che fare con quelle. Un’opzione è venderle e l’altra è allestire un proprio laboratorio. Ambedue le strade sono complicate: le macchine richiedono una riparazione ed è difficile intraprendere un’attività nell’attuale contesto, riflette.

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Angélica posa per un ritratto insieme alle macchine da cucire che le hanno dato come indennizzo dopo il suo licenziamento.

Prima di compiere la maggiore età, Angélica iniziò il mestiere dell’ago e della stoffa per poter mantenere il suo primo figlio. Con 28 anni di traiettoria, la donna fallisce nel suo tentativo di contare tutte le maquilas dove ha lavorato. Ricorda che la prima fu la Diseños Hank, che non esiste più. Dopo sono venute altre piccole per la produzione di camicie e pantaloni, dove non ha avuto prestazioni. Il suo passaggio alla maquila Tarrant Apparel Group, 17 anni dopo, fu il più significativo. In questa fabbrica di proprietà dell’impresario di origine libanese Kamel Nacif -popolarmente conosciuto come Il re della tela di jeans- si sviluppò la prima lotta indipendente del settore operaio a Tehuacán, alla quale partecipò. Tra marce e scioperi del lavoro, conobbe e apprese a difendere i propri diritti umani e del lavoro. Allora conobbe anche Martín Barrios, un amante del punk che rendendosi conto degli abusi padronali che avvenivano nella Tarrant, come licenziamenti ingiustificati, distribuì un volantino con il quale faceva appello all’organizzazione operaia.

Il volantino sarebbe stato la scintilla del movimento che lottò per strappare il potere alla Confederazione Regionale Operaia Messicana, accusata di essere un sindacato leale agli interessi padronali ed estraneo alle cause della popolazione lavoratrice. E anche se raggiunsero l’obiettivo, la Tarrant finì con il chiudere le sue porte e, come conseguenza della pressione esercitata, le ed i lavoratori poterono in poco tempo avere una giusta liquidazione. Da allora Martín Barrios e Angélica Carrera sono rimasti in contatto. Dopo vari mesi senza incontrarsi a causa della pandemia del Covid-19 e delle loro proprie routine, si salutano in modo affettuoso. Con una dialogo fluente, si scambiano informazioni sulla propria situazione attuale, sulle loro famiglie e le persone che ambedue conoscono. Prima di salutare gli ospiti, la Carrera offre delle banane e delle mele che ha comprato questa mattina al mercato locale, l’unico luogo dove si rifornisce dal suo licenziamento dalla Hera Apparel per cercare di allungare al massimo il poco risparmio che le rimane. Né lei né suo marito sono riusciti a trovare un lavoro.

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Lavoratrici della maquila Top Jean escono dall’impianto al termine delle loro giornata lavorativa.

Barrios sostiene che i diritti del lavoro nell’industria tessile di Tehuacán sono andati in picchiata a partire dal 2008. Il fatto è che per sopravvivere la popolazione operaia chiede ora l’accesso ad un posto di lavoro, trascurando il tema delle prestazioni sociali. Le battaglie, inoltre, non sono più per ottenere un contratto collettivo, ma affinché le maquilas indennizzino il meglio possibile o semplicemente perché non se ne vadano senza pagare. La crisi per il Covid-19 ha consolidato l’arretramento. Del momento hanno approfittato gli impresari del settore per accelerare l’applicazione di misure secondo le loro convenienze, tali come la modifica unilaterale delle condizioni di lavoro, la diminuzione dei salari e il taglio indiscriminato dell’organico dei lavoratori. Sono le ore 13.00 di quel venerdì. Il settore operaio torna ad appropriarsi delle strade di Tehuacán, questa volta con tupperware in mano. In piccoli gruppi, mangiano sui marciapiedi e sui guardrail. Quelli che non hanno il pranzo, comprano nei posti di strada. Il più caratteristico è quello delle donne di Santa María Coapan, che hanno fama di fare le migliori tortillas della regione. In cesti e sacchetti da spedizione tipici trasportano flautas e tacos. Le operaie consultate riferiscono che ci sono misure per evitare i contagi del Covid-19 all’interno delle maquilas, come l’obbligo di usare la mascherina e di disinfettarsi le mani entrando. Ma conservare una sana distanza è praticamente impossibile in questo ambiente. L’uscita dalle fabbriche è alle ore 18.00, salvo per coloro che fanno gli straordinari. Si osserva di nuovo la sfilata della classe lavoratrice. Le mani tinte d’azzurro per il permanente contatto con la tela di jeans rivelano il settore.

Le lavoratrici raccontano molte storie sui padroni e gli incaricati delle maquilas. La maggioranza sono di maltrattamenti e abusi nei confronti delle persone che sono a loro carico, tanto nel trattamento quotidiano come nell’esercizio dei diritti lavorativi. Nel caso delle operaie si aggiungono situazioni di molestie e abusi sessuali che rimangono nell’impunità.

Che succederebbe se ogni capo di tela di jeans, se ogni mascherina, portasse incisa nella sua etichetta la storia della persona che l’ha prodotta.

 

Fotografia: Gerardo Magallón/Desinformémonos

Coordinamento editoriale: Elsa Cabria/El Intercambio

Edizione della fotografia: Oliver de Ros/El Intercambio

Disegno: Pablo J. Alvárez/El Intercambio

Coordinamento e dati: Ximena Villagrán/El Intercambio

26 novembre 2020

Desinformémonos

Traduzione del Comitato Carlos Fonseca

Da : Flor Goche, “El coronavirus detona la peor crisis en la ex capital mundial de los blue jeans de México” pubblicato il 26/11/2020 in Desinformémonos, su [https://desinformemonos.org/el-coronavirus-detona-la-peor-crisis-en-la-ex-capital-mundial-de-los-blue-jeans-de-mexico/

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Giovedì oltre 200 milioni di lavoratori hanno tenuto uno sciopero generale di un giorno in India. A loro si sono uniti gli agricoltori in azioni di massa in tutto il paese contro il governo di destra di Narendra Modi. Che cosa hanno rivendicato?

Giovedì scorso, circa 200 milioni di lavoratori hanno tenuto uno sciopero generale di un giorno in India. Questa giornata di azione di massa è stata indetta da 10 sindacati e da oltre 250 organizzazioni di contadini ed è stata accompagnata da massicce proteste e dalla quasi totale chiusura di alcuni stati indiani. Secondo l’appello lanciato dai sindacati, lo sciopero generale è stato organizzato contro “le politiche anti-popolari, anti-lavoratori, anti-nazionali e distruttive del governo del BJP guidato dal Primo Ministro Narendra Modi”.

Ecco alcune delle loro rivendicazioni:

1) Ritiro di tutte le “leggi anti-agricoltori e dei codici del lavoro anti-lavoratori”; 2) Versamento di 7.500 rupie nei conti di ogni famiglia povera, già esente dalle tasse; 3) Fornitura mensile di 10 kg di cibo alle famiglie bisognose; 4) L’espansione del MGNREGS (Mahatma Gandhi National Rural Employment Guarantee Act del 2005) per stabilire 200 giorni lavorativi all’anno, salari più alti e l’estensione della legge alle industrie urbane; 5) Interrompere la “privatizzazione del settore pubblico, compreso il settore finanziario, e fermare la privatizzazione delle aziende manifatturiere e dei servizi gestiti dal governo, come le ferrovie, le fabbriche di munizioni, i porti, ecc.”; 6) Il ritiro del “pensionamento forzato draconiano forzato e prematuro dei dipendenti del governo e del PSU (settore pubblico)”; 7) Pensioni per tutti, la soppressione del sistema pensionistico nazionale e la reimposizione del precedente piano di previdenza, con modifiche.

Hanno aderito allo sciopero i lavoratori di quasi tutte le principali industrie indiane – tra cui acciaio, carbone, telecomunicazioni, ingegneria, trasporti, porti e banche. Anche studenti, lavoratori domestici, tassisti e altri settori hanno partecipato alla giornata nazionale di azione.

Oltre alle richieste dello sciopero a livello nazionale, alcuni settori hanno fatto richieste specifiche all’industria per combattere gli attacchi del governo alle loro industrie che colpiscono l’intera classe operaia indiana. Per esempio, i dipendenti delle banche stanno combattendo contro la privatizzazione delle banche, l’outsourcing, e per una riduzione delle spese di servizio e l’azione contro le grandi inadempienze aziendali.

Altre industrie hanno inquadrato le loro richieste nel contesto della terribile risposta del governo alla pandemia e alla crisi economica che ha colpito l’India. Come ha dichiarato l’Università di Bombay e il Collegio dei docenti dell’Unione degli insegnanti di Bombay:

Questo sciopero è contro la devastante crisi sanitaria ed economica scatenata dal COVID-19 e l’isolamento dei lavoratori del paese. La situazione è stata ulteriormente aggravata da una serie di leggi anti-popolari sull’agricoltura e dal codice del lavoro emanato dal governo centrale. Insieme a queste misure, la Politica Nazionale dell’Istruzione (NEP) imposta alla nazione durante la pandemia causerà un ulteriore danno irreparabile all’equità e all’accesso all’istruzione.

Lo sciopero generale è avvenuto nel contesto della devastazione causata dalla pandemia di coronavirus in India. L’India ha registrato più di 9,2 milioni di persone infettate dal Covid-19, il secondo conteggio più alto del mondo. Dall’inizio della pandemia, secondo i dati ufficiali, sono morte quasi 135.000 persone. È probabile che i numeri siano molto più alti. A questo si aggiungono i milioni di persone che hanno perso il reddito e che ora devono affrontare una maggiore povertà e fame, in un Paese dove già prima della pandemia il 50% di tutti i bambini soffriva di malnutrizione.

La pandemia si è diffusa dalle grandi città come Delhi, Mumbai e altri centri urbani alle zone rurali dove l’assistenza sanitaria pubblica è scarsa o inesistente. Il governo Modi ha gestito la pandemia dando priorità ai profitti delle grandi imprese e proteggendo le fortune dei miliardari piuttosto che proteggere le vite e i mezzi di sussistenza dei lavoratori.

Per resistere a questi attacchi – molti dei quali iniziati già prima della pandemia – gli agricoltori e i lavoratori rurali hanno protestato per diversi mesi. La scorsa settimana si sono uniti allo sciopero nazionale, organizzando azioni in tutto il paese. I piccoli contadini di tre grandi stati dell’India basati sull’agricoltura hanno marciato fino a Delhi per protestare contro le leggi approvate dal governo di Modi che avrebbero permesso una maggiore libertà aziendale e l’agricoltura industriale. Sono stati accolti con gas lacrimogeni e brutale repressione da parte della polizia all’ingresso a Delhi.

Il governo nazionalista e di destra ha usato la pandemia per intensificare la persecuzione dei musulmani e dei lavoratori migranti. Ad aprile, a New Delhi, i lavoratori migranti che tornavano a casa dopo essere stati bloccati dalla serrata nazionale sono stati brutalmente innaffiati con la candeggina usata per disinfettare gli autobus.

Modi ha anche intensificato la sua retorica nazionalista, soprattutto contro la Cina, nel tentativo di capitalizzare la guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina e di approfondire la sua cooperazione strategica e militare con gli Stati Uniti.

In mezzo alla miseria creata da decenni di neoliberalismo e aggravata dalla pandemia, i leader sindacali hanno indetto lo sciopero per permettere ai lavoratori di esprimere il loro malcontento contro il governo. Questo sciopero di un giorno ha dimostrato la rabbia della classe operaia e l’unità degli agricoltori, dei lavoratori e degli studenti. Tuttavia, uno sciopero generale di un giorno non è sufficiente per imporre tutte le ambiziose richieste avanzate dai lavoratori e dagli agricoltori. La classe operaia indiana deve lottare per espandere lo sciopero, contro i leader sindacali stalinisti della Centrale dei sindacati indiani (CITU) e dell’All-India Trade Union Congress (AITUC), che cercano di regnare nella rabbia della classe operaia con manifestazioni puramente simboliche.

Senza dubbio, questa massiccia azione coordinata dimostra il grande potenziale di unità d’azione della classe operaia e dei contadini indiani. Serve da ispirazione per i lavoratori di tutto il mondo per usare uno dei nostri più grandi strumenti contro i capitalisti: lo sciopero.

Maria Aurelio

Traduzione da Left Voice

Da La Voce delle Lotte

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