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Articoli filtrati per data: Friday, 04 Dicembre 2020

Le studentesse e gli studenti hanno occupato per un pomeriggio l'ex stazione di Trastevere, abbandonata da tantissimi anni. In serata corteo fino al Miur. 

A Roma i giovani continuano a mobilitarsi. Dopo lo sgombero del Nuovo Cinema Palazzo e l'occupazione del Lucernario alla Sapienza, gli studenti tornano a mobilitarsi contro la didattica a distanza e per chiedere spazi di aggregazione. Nella giornata del 3 Dicembre tante e tanti hanno occupato per un pomeriggio gli spazi dell'ex stazione di Piazza Ippolito Nievo a Trastevere. In serata un corteo selvaggio è arrivato sotto al Ministero dell'Istruzione a Viale Trastevere. Di seguito il comunicato degli studenti: 

"Oggi come studentesse e studenti siamo entrati nell'ex stazione Trastevere, abbandonata da ormai 50 anni.
Vogliamo una città diversa, che metta a disposizione delle comunità e dei giovani i tantissimi spazi vuoti che sono nei nostri quartieri. Siamo stanchi di una città in continua espansione che mette gli interessi dei palazzinari di fronte a quelli di coloro che la abitano. In un momento in cui le scuole sono chiuse perchè non sono luoghi sicuri e dove sia possibile garantire il distanziamento, ci viene raccontato che la didattica a distanza è l'unica soluzione possibile. Sappiamo invece che gli spazi per la didattica non mancano, quello che manca è la volontà politica di riqualificarli.

Vogliamo spazi per la scuola, di aggregazione giovanile, dove fare sport, dove stare insieme, dove studiare, soprattutto ora che le scuole sono chiuse e che i momenti di socialità sono sempre meno.
Invece la risposta che sentiamo e vediamo all'interno della nostra città e una: SGOMBERO. Abbiamo deciso di riaprire questo posto in una città che chiude i posti che fanno cultura, aggregazione e socialità, come il Cinema Palazzo l'altra settimana.

Allora, più forte che mai, dobbiamo far sentire la nostra voce, dimostrando che con poco si può creare un momento di confronto e socialità che in questo particolare periodo necessitiamo come aria. Dalla rabbia causata da questa trascuratezza dobbiamo estrarre la forza per non fermarci finché non avremo ciò che ci spetta.

Abbiamo deciso di concludere questa giornata passando conquistando un corteo selvaggio che si è concluso sotto al MIUR, portando il conto alla ministra dello stato di abbandono in cui ci hanno lasciato. Rilanciamo l’appuntamento dell’assemblea di lunedì’ alle 15.30 a Piazza dei Sanniti, per continuare il percorso di riappropriazione degli spazi della città, dimostrando che l’aggregazione è possibile anche in questo momento e che l’abbandono in cui versano molte zone della città è solo frutto dell’immobilismo delle varie amministrazioni che si sono susseguite negli anni.

Continueremo a mobilitarci, muovendoci all'interno di questa città sempre più blindata e chiusa."

 

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In Italia, nel corso degli ultimi anni, il gioco d’azzardo legale si è affermato come un settore economico in forte espansione. I dati pubblicati dall’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli (ADMo) registrano un aumento di quasi tre volte nel decennio 2006-2016. In questo periodo i cittadini italiani sono passati a un importo in giocate sotto i 35 miliardi a più di 96 miliardi di euro, per superare la quota di 106 miliardi nel 2018. Grazie a questa crescita repentina, il nostro Paese si colloca oggi tra le nazioni con il più elevato tasso di perdite al gioco, sia in termini assoluti sia in proporzione al numero degli abitanti.

Un caso di particolare interesse è la legge n. 9/2016 della Regione Piemonte che prevede diverse azioni per prevenire e ridurre situazioni croniche di dipendenza dal gioco. Tra gli interventi adottati vi è il divieto di collocare apparecchi di gioco – slot machine e video lottery – entro una certa distanza da luoghi considerati sensibili, come scuole, banche e strutture residenziali per anziani. Si tratta del cosiddetto “distanziometro”. La rarefazione dei punti di gioco sul territorio dovrebbe agire come dissuasore per i giocatori patologici e, allo stesso tempo, prevenire che altre persone cadano nella malattia. Al distanziometro si associano inoltre le misure assunte dai Comuni per consentire il gioco d’azzardo con le “macchinette” solo in alcune fasce orarie. L’applicazione di queste norme sta producendo i risultati previsti? Le restrizioni funzionano? In che misura i volumi di gioco si sono ridotti grazie a tali restrizioni?

Ne parliamo con Paolo Jarre del Dipartimento Dipendenze dell’Asl To3:

Da Radio Blackout

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Si è concluso con pesanti condanne a danno di due compagni milanesi il processo per i fatti della Statale di Milano. Anche in questo caso come in altri, a pesare sulle condanne sono state l' appartenenza a movimenti sociali in particolare quello legato alla lotta No Tav . Di seguito il comunicato scritto da alcuni compagn* milanesi imputati nel maxi processo No Tav.

Come imputate/ti del maxi processo No Tav per i fatti del 27 giugno e 3 luglio 2011 vogliamo esprimere la nostra vicinanza e solidarietà ai due compagni duramente colpiti da una pena comminata dalla procura di Milano per i fatti della Statale del 2013. Ci associamo al comunicato scritto dai compagni milanesi e in particolare ci teniamo a denunciare il continuo accanimento giudiziario nei confronti di chi si impegna nelle lotte sociali continuando a criminalizzare i movimenti sociali in particolare quello No Tav.

Ci stringiamo intorno a Lollo, nostro coimputato, e a Simone. Un abbraccio resistente anche a Dana e a tutti i compagn* colpit* dalla repressione.

Lunedì 30 novembre 2020 la corte di Cassazione ha confermato le due pesanti condanne del tribunale di secondo grado (3 anni e 4 mesi e 8 giorni), per una rissa avvenuta all’Università Statale di Milano la sera del 13 febbraio 2013 durante una festa. Il 4 settembre 2013, per quei fatti, sono stati arrestati due compagni, con l’accusa di violenza aggravata e lesioni. I due compagni si sono sempre detti estranei ai fatti del 13 febbraio, dichiarandosi dispiaciuti per quanto avvenuto alle persone coinvolte. Fin da subito è parsa chiara la volontà della magistratura e dello stato di costruire ad arte l’inchiesta per attaccare i gruppi politici e le lotte sociali di cui i due compagni facevano parte, in primo luogo il movimento NoTav e quello studentesco.

Per una rissa nata da futili motivi, a dirigere l’indagine è stato messo un Pm “antiterrorismo”, che ha disposto intercettazioni ambientali e telefoniche di compagni, amici e parenti degli inquisiti. In seguito sono emerse enormi irregolarità durante tutti i processi, fino alla sentenza di Cassazione. Ad esempio, la principale vittima di lesioni ha sporto denuncia soltanto dopo due settimane dai fatti. Il testimone principale durante il dibattimento ha ritrattato la sua versione originaria, dicendo soltanto in un secondo momento di non poter riconoscere gli imputati, e dichiarando di aver subito pressioni dai Carabinieri dei Ros nella stesura del verbale utilizzato per gli arresti.

Per sei mesi non si è parlato di quell’episodio, fino a inizio settembre 2013, quando è scattata l’operazione, “casualmente” poco prima dell’apertura dell’anno accademico universitario e subito dopo il definitivo sgombero della libreria occupata Ex-Cuem avvenuto in estate. I media si sono adoperati in un’ampia opera di criminalizzazione fatta di titoli forcaioli sulle prime pagine dei giornali e servizi sulle tv nazionali, in cui venivano coinvolti senza distinzione il movimento No Tav, quello studentesco e persino le Brigate Rosse. Nella campagna di odio creata, un professore di Scienze Politiche, Nando Dalla Chiesa, ha detto pubblicamente che se fosse stato il giudice del processo avrebbe arrestato anche gli avvocati difensori.

Il rettore della Statale, Gianluca Vago, contestualmente all’operazione, ha dichiarato di voler mettere telecamere e tornelli agli ingressi dell’università. Come imputati milanesi No Tav del maxi-processo per le giornate di resistenza del 27 giugno e del 3 luglio 2011 non possiamo che sentirci vicini a Lollo (nostro coimputato), che ora rischia concretamente di finire dietro le sbarre, e a Simone, perché questa operazione repressiva è stata un attacco ai movimenti sociali e in particolare a quello No Tav.

Alcuni imputati milanesi del maxi-processo No Tav

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A Bologna prosegue la lotta delle operaie della Yoox, colosso dell’abbigliamento e dell’e-commerce, sostenute dal Si Cobas e da diverse realtà solidali.

Le lavoratrici, in lotta di fatto dal 2014, lamentano oggi orari impossibili, un clima di lavoro durissimo e già quaranta lavoratrici già rimaste a casa per la totale impossibilità di conciliare tempi di vita e tempi di lavoro, con orari che Lis Group – azienda nata dalle ceneri di Mr Job che da gennaio 2020 ha l’appalto per Yoox all’Interporto felsineo –  ha cambiato senza un confronto con il sindacato di base e le stesse lavoratrici.

Il primo turno di lavoro va dalle 5.30 di mattina alle 13.30, mentre il secondo dalle 14.30 alle 22.30. Il tutto per un stipendio medio che arriva, a fatica, ai 1.200 euro.

Da qui la nuova mobilitazione, con scioperi e picchetti all’Interporto, oltre a un presidio – mercoledì 2 dicembre –  sotto la Prefettura, che per ora non è intervenuta nella vicenda

Da Bologna per noi Giovanni Stinco, giornalista e collaboratore de Il Manifesto. Ascolta o scarica

Da Radio Onda d'Urto

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Fred Hampton, leader del Black Panther Party in Illinois, fu ucciso dalla polizia il 4 dicembre 1969. Aveva solo 21 anni. I poliziotti uccisero anche un altro Panther, Mark Clark, e ferirono gravemente altri quattro.

Dissero che dovevano fare irruzione nell'appartamento in cui si trovavano i Panthers dopo essere caduti sotto un fuoco inteso di fucili. Successivamente è emerso che la polizia ha sparato 100 colpi, mentre i Panthers ne hanno sparato uno. Fred era ancora sdraiato a letto quando la polizia gli ha sparato due proiettili in testa a distanza ravvicinata. Gli Stati Uniti erano in subbuglio alla fine degli anni '60. Il movimento sempre più militante contro la guerra in Vietnam si stava combinando con il movimento del Black Power e ci furono rivolte urbane in tutti gli Stati Uniti. Il Black Panther Party in rapida espansione era a capo di questo movimento radicale. L'assalto contro di esso faceva parte di un programma anti-sovversione dell'FBI chiamato Cointelpro (Counter Intelligence Program). Mirava a distruggere il partito attraverso un misto di propaganda bugiarda, infiltrazione e violenza totale. Il conflitto è stato particolarmente intenso a Chicago, dove i Panthers stavano cercando di politicizzare la principale banda di strada nera della città. L'FBI ha scritto al leader della banda, fingendo di essere un rivoluzionario nero, con un falso avvertimento che i Panthers stavano progettando di ucciderlo.

Fred ha descritto i tempi, dicendo: "Siamo costantemente molestati dai maiali cops e ci stanno arrestando il più velocemente possibile con qualsiasi tipo di accusa, come violazioni del codice stradale, fumo sugli autobus, trasporto di armi nascoste, qualsiasi cosa. " "L'estate era stata piena di violenza e molti giovani neri erano morti nei conflitti con la polizia di Chicago".

Il 5 ottobre la polizia ha ucciso a colpi d'arma da fuoco il sedicenne John Soto. Il suo fratello veterano del Vietnam Michael ha organizzato proteste. Solo cinque giorni dopo la morte di John, la polizia ha sparato a Michael, sostenendo che stava compiendo una rapina. La notte in cui Fred è stato ucciso, 14 poliziotti hanno sparato alle 4:30. Erano armati con una pistola Tommy, cinque fucili a pompa, un fucile e 20 pistole.

Una conferenza stampa della polizia li ha elogiati per la loro "notevole moderazione". In verità è stata una semplice esecuzione. I Panthers hanno organizzato visite all'appartamento per smascherare le contraddizioni della polizia. Il leader del BPP Bobby Rush ha detto ai media: “Non è stata una sparatoria. "Nessuno nell'appartamento ha avuto la possibilità di sparare con una pistola e possiamo dimostrarlo dal fatto che non ci sono fori di proiettile all'esterno nei corridoi o all'esterno, solo grandi buchi spalancati nella camera da letto di Fred dove gli hanno sparato."Più di 5.000 persone hanno assistito al funerale di Fred. Cointelpro fu ufficialmente chiuso dopo che alcuni dei suoi documenti furono divulgati alla stampa nel 1971. Ma il livello di repressione statale sconfisse i Panthers. Le parole di Fred Hampton offrono ancora ispirazione in un mondo diviso da razzismo e capitalismo. Ha scritto: “Non combatteremo il razzismo con il razzismo, ma combatteremo il razzismo con la solidarietà.

"Anche se pensi che dovremmo combattere il capitalismo con il capitalismo nero, combatteremo il capitalismo con il socialismo".

 

 

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Euskal Herria, 2 agosto 1968, ore 14,45 circa.

Il capo della Brigada Social (polizia politica) della provincia di Guipuzcoa, Meliton Manzanas, giace sul pianerottolo di casa sua colpito a morte da alcuni proiettili, dietro di lui c’è un giovane con barba, baffi e lunghe basette che impugna una pistola.

Neanche due mesi prima la polizia di Francisco Franco aveva assassinato Francisco Saverio "Txabi" Etxebarrieta, dirigente di Euskadi Ta Askatasuna, tentando di soffocare nel sangue la lotta per l’indipendenza e l’autodeterminazione del popolo basco. L’uccisione di Manzanas, la prima compiuta da ETA, rappresenta la morte del peggiore dei torturatori fascisti presenti nel territorio di Euskadi, di un uomo formatosi alla scuola della Gestapo e che aveva cominciato ad operare durante la seconda guerra mondiale occupandosi di consegnare alle SS tedesche gli ebrei che avevano trovato rifugio oltre il confine spagnolo.

"Melitòn Manzanas - dice un alto prelato basco - era il macellaio del nostro popolo. E' stato condannato a morte ed è stato giustiziato. E' impossibile trovare un basco che lo pianga. Il suo zelo nella persecuzione non conosceva limiti. Numerose dita di ribelli rimaste senza unghie offrono ancora una discreta testimonianza del suo attaccamento al dovere. Era, se vogliamo, un malato." In seguito alla morte del torturatore Manzanas lo stato spagnolo decise che si doveva fare il processo all'ETA e si dovevano condannare, tutti in una volta, il maggior numero di attivisti possibile. Venne dunque istituito a Burgos "il grande processo contro l'ETA", così come l'hanno definito gli stessi giudici spagnoli o, più alla buona, "el sumarìsimo" (il sommarissimo).

In realtà, il processo si sarebbe svolto ugualmente anche senza l’uccisione di Manzanas, dal momento che per Franco diventava sempre più un problema politico doversi confrontare con il fermento sociale di Euskal Herria in opposizione ai “30 anni di pace” propagandati dal regime spagnolo. Il 3 dicembre 1970 iniziò il processo contro 16 prigionieri baschi, tra i quali due sacerdoti, accusati di numerosi capi di imputazione che andavano dall’omicidio, al terrorismo, alla ribellione militare, al possesso illegale di armi. Xavier Izko venne incolpato dell'assassinio materiale di Meliton Manzanas, mentre Teo Uriarte, Jokin Gorostidi, Xabier Larena, Unai Dorronsoro e Mario Onaindia furono imputati di «incitamento all' omicidio». In base ad una legge franchista, i reati politici furono assimilati alla ribellione militare e vennero giudicati da Consejos de Guerra, cioè da tribunali militari. Per i responsabili di terrorismo e di ribellione era prevista la pena di morte e fu chiaro fin dal primo momento che la sentenza era scontata. Il processo si svolse a porte aperte per giornalisti e uditori di tutto il mondo grazie alla massiccia mobilitazione spagnola e internazionale che, nelle settimane precedenti, aveva costretto il Caudillo a ritrattare su alcune condizioni, nella convinzione che sarebbe bastato mostrare al mondo la crudeltà di ETA per far passare l’opinione pubblica dalla parte del governo spagnolo. In un clima di forte militarizzazione (gli imputati presenziarono al processo perennemente con le manette ai polsi), le udienze del Tribunale militare si susseguirono non senza problemi e forti scontri verbali e non tra gli avvocati difensori e i giudici affiancati dalla polizia. Il secondo giorno giunsero voci di scioperi, manifestazioni e negozi chiusi in segno di solidarietà in tutto il paese basco: c'era una grossa manifestazione a Cestona, dove la caserma della Guardia Civil era stata assediata ed erano stati costretti a far giungere rinforzi dai paesi vicini per mettere in fuga gli assedianti. Si raccontava di barricate a Tolosa e nella periferia industriale di San Sebastiàn, di gruppi molto numerosi di fedeli che si chiudevano nelle chiese in segno di silenziosa protesta.

Nel frattempo ETA decise di rapire il console della Germania occidentale a San Sebastian, Eugen Beihl, facendo sapere che avrebbe subito la stessa sorte degli imputati. Il 26 dicembre, dopo aver atteso la fine dell’interrogatorio dell’ultimo dei prigionieri baschi, tutti gli imputati si alzarono in piedi al grido di «Baschi liberi». Mario Onaindia sostenne di considerarsi «prigioniero di guerra», poi balzò sul banco dove si trovava il procuratore militare provocando la reazione di numerosi agenti di polizia che fecero barriera dinanzi agli imputati. Nella confusione, un poliziotto estrasse la pistola ma un collega lo convinse a rimetterla nel fodero mentre un ufficiale, membro della Corte, sguainò una sciabola. La sala venne sgombrata e la Corte si ritirò. Le richieste di pena formulate poco dopo furono di condanna a morte per sei imputati e condanne complessive a 752 anni di reclusione per tutti e sedici. Nonostante l’esito negativo, il 28 dicembre ETA decise di liberare Eugen Beihl e il 31 Franco fu costretto a commutare le pene di morte in ergastoli, schiacciato dalle pressioni delle piazze e ormai screditato sul piano internazionale.

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