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Articoli filtrati per data: Thursday, 03 Dicembre 2020

Riprendiamo la trascrizione di un webinar realizzato a cura del Laboratorio Cybilla con Alice dal gobbo, il collettivo Mujeres Libres Bologna, il consultorio autogestito Mi cuerpo es mio di Catania e l’Assemblea per la salute del territorio di Bologna.

 

Abbiamo creato questo webinar come laboratorio incentrato su corpi e salute, tematiche che sono già importanti di per sé ma che in un periodo come questo di crisi sanitaria, che è il risultato di anni di tagli al SSN, sono al centro le nostre vite più che mai. Per noi parlare di salute significa parlarne in termini non invisibilizzanti e che prendano in considerazione i corpi tutti nelle loro molte sfaccettature; significa parlare di una sanità che sia garantita, gratuita e di prossimità per tutti e per tutte, per tutti quei corpi non conformi e dissidenti; che sia garantita a tutte le donne non solo in un’ottica riproduttiva. Abbiamo visto come durante la pandemia, molti servizi che già di per sé sono precari sono stati sospesi o addirittura bloccati, come ad esempio il servizio dei consultori oppure l’accessibilità all’aborto. Vogliamo quindi parlare di tutti quei corpi che non sono considerati, che sono considerati inutili dalla società capitalista in cui viviamo, che sono considerati non produttivi; vogliamo andare oltre al prototipo del corpo, uomo, bianco, eteronormato, occidentale e pensiamo che costruire saperi femministi e transfeministi in questo momento sia più impellente che mai. Ringraziamo tutte le relatrici che sono qui con noi oggi, ringraziamo Alice dal gobboil collettivo Mujeres Libres Bologna, il consultorio autogestito Mi cuerpo es mio di Catania e l’Assemblea per la salute del territorio di Bologna.

 

Alice Dal Gobbo

Innanzitutto ringrazio il laboratorio Cybilla per questa importante occasione. Sono passati sette mesi da quando già ci eravamo trovate per parlare di corpi. Eravamo nel pieno della prima fase della pandemia, è stato un periodo molto complicato da interpretare, un momento di spaesamento. Ripartire dal corpo, dal nostro essere situat* da qualche parte, dalle nostre sensazioni, dalle nostre esperienze, da quello che sentivamo e da chi eravamo, è stato un modo di radicarsi e cominciare a dare un senso a quello che stava succedendo. Quello di cui ragionavamo allora, partire da una situazione di corpi da un lato messi a disposizione del processo di valorizzazione e dall’altra parte dimenticati nel loro essere dei corpi desideranti, singolari, mi sembra ancora una riflessione rilevante e attuale, anche in questa seconda fase. Cosa che forse non ci stupisce, ci troviamo sette mesi dopo quella chiacchierata e la risposta che è stata data ci lascia profondamente insoddisfatt*. La risposta che si sta in qualche modo concretizzando ora, in una seconda fase di grande incertezza e insicurezza, non va alle cause che avevano portato alla prima ondata pandemica: come si diceva nell’introduzione, per esempio, la gestione del welfare sanitario non è stata minimamente migliorata, non c’è stata una preparazione a questa seconda ondata che in ogni caso era attesa, anche pensando a questa prospettiva del vaccino come unica possibilità di uscire dalla crisi. Da un punto di vista del ragionamento sulle cause più profonde e più ampie, è fondamentale analizzare la crisi ecologica che abbiamo nominato tanto nei mesi passati e che è il risultato di un degrado ecologico che poi si riversa anche sui corpi umani. Questa e altre cause, nel tempo che è passato dalla nostra prima chiacchierata, non sono state affrontate in nessun modo.

Quello che mi pare sia successo è una normalizzazione dello stare male: tanto quanto il capitalismo contemporaneo, in particolare nella sua versione neoliberale, normalizza la crisi come suo modo di funzionamento e di produzione di profitto, allo stesso tempo in questi mesi c’è stata una normalizzazione del fatto che ci saranno dei corpi a perdere, dei corpi isolati, lasciati a morire, lasciati a stare male; dei corpi, come quelli femminili, che di nuovo si ritrovano in quelle situazioni tragiche di violenza domestica, di ipersfruttamento, di iperlavoro sempre non retribuito.

Mi sembra dunque che si possa dire che la risposta che è stata data alla pandemia è una risposta tipicamente capitalista e tipicamente patriarcale. Questo si articola in una serie di nodi di cui vale la pena ragionare.

Il primo è questa idea dell’uscita dalla crisi sanitaria attraverso un dispositivo tecnoscentifico, il vaccino: viene imposto sui corpi un tipo di sapere esterno e privato che valorizza la prospettiva della salute (o meglio, della risposta alla malattia), che poi probabilmente rimarrà più una prospettiva che una realtà. Abbiamo visto che il virus ha dei mutamenti così veloci, repentini e incontrollabili che probabilmente questo vaccino sarà soltanto quella prospettiva utile al mercato finanziario per continuare a sperare in una uscita dalla crisi, più che una risposta concreta alla crisi dei corpi di questa fase.

Il secondo nodo centrale è che la gestione governamentale dei corpi in questa fase si sta articolando secondo due direttrici, che rispondono se vogliamo alle due facce del potere moderno secondo la lettura foucaultiana. C’è da un lato una narrazione della salute (sia nel contesto pandemico ma anche in generale su corpi e salute) tipicamente neoliberale, individualizzante e responsabilizzante: ognun* deve essere responsabile della propria salute mettendo in atto determinati comportamenti (igienizzare le mani, indossare la mascherina…). Queste azioni chiaramente vanno fatte, ma la narrazione è stata spinta moltissimo su questo discorso della responsabilità individuale, ci è stato tante volte detto “se gli individui si comporteranno bene, usciremo da questa crisi”; questo discorso va di pari passo con quel tipo di narrazioni neoliberali sulla salute nelle quali il corpo deve essere reso abile, capace di stare dentro la società. In questo senso assistiamo a un dispositivo di biopotere, di potenziamento del corpo come sé individuale. Dall’altro lato c’è stata una narrazione e una pratica di governo più disciplinare, portata avanti dallo stato, che ha proposto l’istituzione sanitaria come risposta alla crisi ma che si è data come fortemente patriarcale – già nell’introduzione è stato nominato: tutto ciò che riguarda la salute riproduttiva ma non direttamente produttrice di valore è stato costantemente messo in secondo piano. Qui lo stato si è dimostrato non solo patriarcale ma anche paternalistico, un dispositivo capace di scegliere quale fosse il campo sul quale valesse la pena agire, quali corpi valesse la pena salvare e quali invece potessero essere lasciati a sé stessi.

In entrambe queste narrazioni mi sembra che il tema della salute venga svolto sempre in riferimento ad un corpo-cosa, un corpo fatto di una materia manipolabile e misurabile, un corpo che può essere valorizzato, che diventa un substrato funzionale alla riproduzione sociale e niente di più.

Chiaramente tutta questa risposta non soltanto è politicamente non desiderabile e problematica, ma è anche una risposta che si sta rivelando sempre più incapace di andare in una direzione “sostenibile”, che possa avere a che vedere con uno stare bene – nel breve e lungo termine. Quindi il tema della salute in questo contesto diventa centrale, nei termini per cui va rivendicato da una prospettiva diversa, in un’ottica femminista, ecologista, decoloniale, cambiando i termini delle rivendicazioni rispetto alla salute e ai corpi. Come prima cosa mi pare importante in questo contesto uscire da questa doppia trappola (salute come potenziamento individuale / come schiacciamento della singolarità e del desiderio singolari irriducibili rispetto ad una certa costruzione di cosa sia la salute, di cosa sia un corpo adatto). È poi necessario rivendicare una cura, delle forme di cura e di salute, che non siano mercificate, che possano andare oltre quell’imperativo della valorizzazione che invece caratterizza la risposta tecnoscientifica al problema (che chiaramente è tutta interna alla risposta patriarcale e capitalista). Quindi una delle prime cose su cui bisogna iniziare a ragionare sarà una cura e una salute pensate in termini di relazione, che è relazione sociale di corpi umani, ma anche relazione ecologica (relazione più-che-umana, e dei corpi con i propri territori).

È necessario cominciare a spostare il ragionamento su risposte alla crisi, pandemica e non solo, che possano essere collettive ma ricerchino un’autonomia, risposte non individualizzate, non individualizzanti, ma allo stesso tempo non dipendenti da istituzioni e narrazioni allineate ai poteri capitalisti, patriarcali e coloniali come quello dello stato. Andando più nel concreto, rivendicare pratiche e spazi per agire delle forme autonome di cura collettiva, e allo stesso tempo cominciare a ragionare sul tema del sapere, di un sapere che si possa liberare da quella narrazione, da quel dominio del sapere “maschio/bianco/coloniale”, che rende i corpi qualcosa di misurabile e valorizzabile.

L’assumere questa necessità di un sapere “dissidente”, di un sapere del corpo, localizzato, incorporato, non è soltanto un rivendicare il fatto del poter agire una propria forma di conoscenza rispetto al corpo nella sua materialità. Mi sembra che necessariamente questo passaggio dalla ragione maschile, bianca, eurocentrata che vede il corpo come una materia “scambi-abile” ci porti a ripensare necessariamente la salute in termini che non sono più solo di un corpo che funzioni, un corpo “adatto”, ma una salute che significa anche salute psichica, un benessere del vivere e dello stare bene. Allo stesso tempo, si gioca internamente a delle relazioni – non pensando il corpo come qualcosa di chiuso in se stesso che si può mettere a frutto attraverso cure o dispositivi “salutistici”.

Io penso che questa fase, se già sette mesi fa evidenziava una crisi sistemica e delle forme di esistenza, i mesi passati suggeriscono l’incapacità di questo sistema a rispondere in un modo che sia all’altezza della sfida che ci si pone. Rivendicare il tempo, le risorse, gli spazi, la possibilità di agire l’autonomia (riguardo alla salute dei nostri corpi, delle nostre relazioni e dei nostri territori) sarà quindi una delle più grandi sfide che ci aspettano.

 

Lavi – Assemblea per la salute del territorio

Comincio parlando dell’esperienza avuta in Corticella, nel quartiere di Bologna dove è nata la nostra esperienza come Assemblea per la salute del territorio. Corticella è la parte più periferica del quartiere Navile, ed è caratterizzata dall’alta concentrazione di persone anziane. A luglio, quando la prima fase dell’emergenza pandemica si stava risolvendo, senza alcun preavviso abbiamo visto la chiusura all’interno della nostra zona del Cup di quartiere, che era ancora presente negli spazi del Centro Civico di Corticella, che fino a qualche anno fa ospitava un poliambulatorio con diversi servizi e che negli anni aveva già subìto diversi tagli. Abbiamo trovato il Cup chiuso, con solamente un cartello scritto a mano che diceva sarebbe rimasto chiuso fino a data da definirsi, senza alcuna altra spiegazione. Chiaramente questa situazione ha fatto sentire molte persone prese in giro, un’istituzione non può dare una comunicazione su un servizio così importante in un modo simile: da un post indignato su Facebook si è quindi aggregata una moltitudine di soggetti che già in passato avevano vissuto la perdita di servizi di prossimità all’interno del loro territorio, che si sono auto organizzati per cercare risposte diverse a questa situazione. Spiegazioni per la chiusura del cup non ci sono state, ci rimangono quindi solo congetture: non ci sono state spiegazioni o comunicazioni formali, così come era successo per tutti gli altri servizi che erano stati chiusi. Questo senz’altro è una parte del problema: le decisioni vengono prese, non si sa da chi, senza alcuna condivisione con chi, di quei servizi, vive e ha bisogno. Un’ipotesi che si può formulare sulle motivazioni di questa chiusura è un reindirizzamento delle risorse, in un momento di emergenza, stabilito a discapito di quei corpi di serie B, una tendenza che l’emergenza sanitaria ha accelerato ed evidenziato. Gli anziani e le anziane della zona sono rimast* impoverit* di un servizio che per loro era facilmente accessibile a piedi ed ora non lo è più, nel momento in cui questi servizi di Cup e ambulatori sono stati spostati alla Casa della Salute, che in un quartiere grande come Corticella significa distanze anche di 8km, non percorribili a piedi e fino a poco tempo fa non collegate con i mezzi di trasporto (rispetto cui i primi miglioramenti si sono visti negli scorsi giorni proprio grazie alle lotte dell’Assemblea per la salute stessa). La ricaduta grave di questa cosa si è data molto quindi sull’autonomia dei pazienti, che hanno rinunciato ai servizi, si sono appoggiat* alle cure dei familiari (e sappiamo bene che coloro che si fanno carico del lavoro di cura sono proprio le donne, dunque altri soggetti che in questo periodo vivono una sovradeterminazione sul corpo particolare) o sono stat* costrett* a spostarsi in taxi, chiaramente sulla base delle proprie possibilità legate al reddito. È dall’inizio della pandemia che il soggetto anziano subisce una guerra psicologica fatta di paura, in cui abbiamo dovuto sentire dichiarazioni sull’assenza di posti in terapia intensiva: in caso di condizioni gravi non avrebbero quindi avuto accesso alle cure necessarie poiché i posti andavano mantenuti sulla base di una gerarchia dei corpi, in cui l’accesso alla cura diventa privilegio. Questa situazione di paura, in un momento in cui sono stati chiusi anche tutti i luoghi di aggregazione degli anziani, sale bingo, circoli, bar… ha significato, durante la pandemia, reclusione per moltissime persone: in particolare per quanto riguarda la popolazione anziana – che spesso è tagliata fuori dai mezzi di comunicazione ed era già affetta da un contesto di solitudine antecedente – con la propaganda della paura è stata relegata all’interno delle mura domestiche. In questo contesto chi ha preso certe decisioni si è chiesto perché spendere risorse per un Cup periferico e caratterizzato da questa demografia? Ulteriore riflessione riguardo ai poliambulatori riguarda la chiusura delle prestazioni non urgenti. Immaginiamoci per questo soggetto – che ha spesso bisogno di essere seguito su un livello di visite di controllo frequenti e “non urgenti” – quanto sia stata persa la possibilità di presa in carico di patologie croniche come quelle di cui soffrono gli anziani. Questo apre un’altra riflessione che riguarda proprio la sanità privata, una contraddizione che esplode nella possibilità di accesso alla salute sottostante alla disponibilità di reddito: chi si è visto tagliare la possibilità di accedere ai servizi di cui aveva bisogno, in caso di disponibilità di reddito ha potuto accedere a dei servizi privati mentre chi non avesse questa possibilità è stato lasciato indietro, come se la patologia fosse sparita. Rispetto a questo nodo la pandemia ha portato all’emersione di una realtà fino ad ora conosciuta soltanto a coloro che ci si erano dovut* interfacciare, la realtà delle CRA (Case Residenze per gli Anziani) e delle RSA (Residenze Sanitarie per Anziani), che sono comunità dove il virus, entrando e trovando soggetti particolarmente fragili, ha mietuto tantissime vittime. Queste istituzioni sono per lo più esternalizzate dal SSN al privato, a cooperative private ed enti di gestione privati: questo è un modo del Sistema Sanitario per non farsi carico degli anziani se non parzialmente, mentre le famiglie per poter accedere a questo servizio sborsano laute rette – in particolare perché in molti casi non è possibile avere una gestione a domicilio di queste situazioni. Con la crisi economica delle famiglie, causate dal lockdown, possiamo immaginare le difficoltà venutesi a creare nel sovvenzionamento di queste situazioni: come già dicevamo, ci sarà chi se lo è potuto permettere e chi no, e l’emergenza è stata una lente di ingrandimento che ha aggravato ed evidenziato queste problematiche. La crisi di queste situazioni tra l’altro non ha investito soltanto gli ospiti e i loro parenti, ma anche i gestori e il personale che vi lavora, per questo si stanno aprendo larghi ragionamenti sul futuro della gestione di anziani a domicilio, con l’aumento dei servizi infermieristici e di visite domiciliari sul territorio. Io penso, come diceva anche Alice, che questa prospettiva di medicalizzazione esemplificata col vaccino, non possa essere una soluzione se non parziale. Sicuramente il SSN deve prendersi in carico di più e meglio tutti i corpi che compongono la società e prestando particolare attenzione proprio a quelli che non sono conformi, perché hanno bisogno di risposte di salute particolari, perché i corpi non conformi non riescono a rientrare in categorie larghe e standardizzate, non rientrano nelle categorie “principali” di cui prendersi cura secondo la lente patriarcale neoliberista di lettura dei corpi; per questo hanno bisogno di particolari attenzioni – dove tra l’altro gli anziani vengono trattati in questo modo perché improduttivi. Questa medicalizzazione non può dunque essere la risposta che cerchiamo, questi servizi offerti come beni di consumo ai clienti, la salute come merce prodotta e dispensata da professionisti non sono le richieste giuste: la salute deve generarsi da una contrattazione costante e continua tra i professionisti, la comunità e gli individui, in cui tutte le parti che si mettono a contrattare abbiano le conoscenze giuste per prendervi parte. Questa infatti è un’altra problematica vissuta e acuita dalla pandemia, la conoscenza che non è condivisa dalla popolazione che dunque non può approcciarsi e prendere decisioni rispetto alla propria tutela e al proprio corpo. I corpi non conformi, fino ad ora, non sono stati ritenuti degni di entrare in questa dinamica, vivono di esclusione, infantilizzazione, oggettificazione: questa dimensione si può rompere solo con la costruzione di comunità in cui i bisogni non siano standardizzati ma le differenze vengano espresse (dove molto spesso ora non c’è neanche la capacità e la conoscenza necessarie ad esprimerle), analizzate in un continuo confronto ed integrate, costruendo saperi e conoscenze di parte, che siano malleabili e al servizio della possibilità di realizzazione di ogni persona. Penso che la realizzazione sia proprio il fulcro centrale nel cambiamento della concezione di salute: salute non più come fine ma come mezzo attraverso cui la realizzazione di ogni individuo sia possibile. Ricollegandomi ad alcune riflessioni espresse prima, penso che dovremmo riuscire a superare la scissione tra salute fisica e mentale: molto spesso il corpo è espressione della psiche e dunque la realizzazione dell’individuo e la sua salute devono essere complete, sia in un contesto più ampio che tenga dentro ecologia, reddito, relazione con la comunità, ma anche in un contesto di realizzazione personale che comprenda l’individuo nel suo complesso.

 

Ludo – Consultorio Autogestito Mi cuerpo es mio, Catania

Faccio una premessa al mio discorso per raccontare come siamo arrivate ad un consultorio autogestito: il progetto nasce all’interno di uno spazio occupato da quattro anni da studentesse e studenti universitari* idonei non assegnatari delle borse-alloggio. All’interno di quello spazio molte di noi hanno constatato un’esigenza effettiva, relazionandoci con il problema dei consultori, di ragionare un luogo che fosse per noi, un luogo che considerasse il benessere a 360 gradi – salute fisica e psichica, possibilità di curarsi, di avere un tetto sopra la testa, di realizzare tutti quei bisogni e desideri delle donne e delle soggettività non conformi. A partire da questo abbiamo deciso che la nostra città aveva bisogno di uno spazio femminista, accogliente per tutte, tutti e tuttu. La Sicilia è una regione con una percentuale di obiettori e obiettrici di coscienza spaventosa, in cui esiste un fortissimo definanziamento della sanità, dei consultori, dei centri antiviolenza – per fare un esempio, l’unica casa protetta non è a Catania: questo fa già intuire la condizione di isolamento che vivono le donne che hanno esigenza di rivolgersi a questo tipo di strutture. Viviamo in una città in cui quotidianamente affrontiamo la questione della tratta – essendo un consistente porto di arrivo – e in cui durante l’emergenza covid, come in praticamente tutte le città, sono stati chiusi tutti i consultori se non per seguire le donne in gravidanza non fisiologica, ed in cui ad oggi in centro città tutti i pronto soccorsi ginecologici sono stati chiusi, tutti i reparti di ginecologia e ostetricia hanno avuto dei focolai. Le donne quindi ad un certo punto non si sapeva più dove dovessero partorire – con conseguente aumento dei parti in casa, ipotesi alla quale moltissime donne non erano affatto preparate, non essendo quella la loro scelta. Quando abbiamo iniziato questo progetto, circa un anno fa, abbiamo avviato anche un’ampia ristrutturazione dei locali che è terminata in pieno lockdown, quando abbiamo iniziato ad operare sul territorio. La situazione con cui ci siamo confrontate – durante il 25N il comune di Catania ha fatto un resoconto delle quantità di denunce per molestie, stalking, ecc…, esponendole rivelando quindi l’enormità del problema – è stata una totale assenza di servizi per le donne, niente consultori, ospedali pericolosi ed inaccessibili, sfruttamento degli operatori/operatrici sanitari dei consultorio (ostetriche che da sole portavano avanti l’intero consultorio, comprese sanificazioni, appuntamenti…), sovraccarico dei centri antiviolenza (cui non arrivano fondi da anni). Questo era lo stato dell’arte quando abbiamo inaugurato il consultorio: per come ce lo eravamo immaginato, moltissime attività che avevamo in progetto non si sono potute svolgere per chiari motivi di tutela collettiva. Nonostante questo abbiamo colto l’occasione per costruire saperi condivisi, per formarci insieme (tra chi frequenta il consultorio, chi ci supporta con le proprie conoscenze e competenze mediche e sanitarie, chi ne fruisce): la dinamica molto bella che si è creata è che tutte coloro che hanno “usufruito” del “servizio” hanno preso a cuore il progetto, supportandolo e sentendosene parte. Abbiamo quindi provato a fare questo, inaugurare comunque gli sportelli psicologici e ginecologici – non essendoci alcuna forma di supporto e di servizio pubblico sono arrivate moltissime donne che si erano viste negate la possibilità di visite post-parto, supporto psicologico dopo il lockdown, semplici informazioni (nonostante teoricamente funzionasse ancora un servizio telefonico offerto dai consultori, raramente si riusciva a ricevere risposta). Altro tema centrale da questo punto di vista sono senz’altro le IVG (interruzioni volontarie di gravidanza), che dovrebbero essere tra i servizi essenziali, soprattutto data la limitatezza del tempo a disposizione (il numero limite di mesi entro i quali abortire non vede vie di mezzo, o lo riesci a fare nei tempi limite o devi tenere il bambino). In tutto ciò, in Sicilia la RU è fornita da un unico ospedale, che si trova a Palermo: a prescindere dalle norme nazionali in periodo di lockdown, era già una trafila molto pesante da seguire per le donne che non volessero sottoporsi all’IVG clinica, non farmacologica. In una fase come quella del lockdown sarebbe chiaramente stato utile un potenziamento delle RU come metodo abortivo, ma non è stato fatto: ancora non si hanno notizie nemmeno sulle nuove direttive regionali sulla base di quelle nazionali rispetto alla RU, si continua ancora a saperne nulla. In tutto ciò il Cervello di Palermo, ospedale che non serve solo la Sicilia ma anche le isole che risultano sotto la sua giurisdizione, ha chiuso il reparto di ginecologia e ostetricia e farlo diventare una parte di Covid Hospital. Noi stiamo facendo un corso di accompagnamento alla gravidanza, perché in questa fase anche stare accanto alle donne che scelgono la maternità è diventata una sfida – se non hai problemi di gravidanza, qui, in questo periodo, difficilmente hai accesso a qualsiasi servizio. Ci siamo dunque ritrovate a parlare con tantissime donne che non avevano idea di dove partorire, se i medici da cui erano state seguite le avrebbero seguite ancora, cosa fare se l’ospedale in cui avevano deciso di partorire veniva chiuso a ridosso della data del parto, se il partner o la partner sarebbero potut* essere presenti, ecc… Sulle IVG, durante gli effettivi mesi di lockdown è mancata completamente l’informazione: le procedure imposte (analisi, settimana di riflessione, certificati ecc) non venivano comunicate, o comunicate male, telefonicamente, portando molte donne a presentarsi in ospedale e vedere rimandato l’avvio della procedura. Oltre a questo, ci siamo trovate a seguire numerosi casi di donne positive al covid che volevano praticare un’interruzione volontaria di gravidanza e che ricevevano un tampone, palesando la loro positività al covid il giorno dell’IVG, e quindi rimandate a casa. In questo contesto c’è un danno psicologico alle donne estremamente rilevante, senza contare le donne che abbiamo seguito che alla fine hanno dovuto tenere il bambino, non essendo riuscite ad abortire in tempo. La procedura quindi qual è? Viene fatto il primo tampone, si sta in quarantena, viene fissato il successivo appuntamento durante il quale viene rifatto il tampone, se l’esito è ancora positivo l’IVG viene rimandata finché possibile, fino al giorno prima dello scadere del terzo mese, quando -in teoria – dovrebbero farti abortire anche se positiva: se una delle dieci strutture chiuse dalla regione Sicilia come ospedali fosse diventato un Covid Hospital, sarebbero stati evitati questi pesanti traumi psicologici a tutte le donne che scelgono di abortire, facendole arrivare all’ultimo giorno utile con la comprensibile ansia per il fatto che con l’insorgere di un qualunque problema, non ci fosse poi la possibilità di rimediare. La situazione che noi ci siamo trovate ad affrontare ha fatto emergere con ancora più forza la pervasività e la strutturalità della violenza nelle nostre vite: che esista una intenzione del patriarcato e del capitalismo di espropriare la possibilità di autodeterminare i nostri corpi, proprio per controllarci, durante la pandemia è diventato così ancora più palese. Tutte le donne con le quali ci siamo relazionate avevano ben chiaro il peso dell’attacco che c’è stato al corpo delle donne, durante questa pandemia, come se non ci si dovesse già sobbarcare dello stress e dell’ansia di stare all’interno di una pandemia globale, del fatto che avere figli a casa 24/7, dovendo fare attenzione al proprio lavoro, alla didattica a distanza, alla pulizia della casa, al benessere di tutto il nucleo familiare (questione della riproduzione emotiva). C’è dunque un palesarsi del livello strutturale della violenza sui nostri corpi inequivocabile; inequivocabile il fatto che il governo non si sia minimamente curato del fatto che paghiamo l’iva al 22% su tutto quello che riguarda il nostro corpo – dato che in lockdown, quando la gente non aveva i soldi nemmeno per comprarsi da mangiare, è diventato ancora più rilevante (assorbenti, detergente intimo…). In una situazione per cui migliaia e migliaia di mammografie per esempio sono state rimandate, se non c’è un’impellenza mortale non c’è alcuna cura per le persone che hanno esigenza di curarsi, figuriamoci nei confronti delle donne che già prima della crisi sanitaria affrontavano la carenza del sistema sanitario, consultori che funzionavano male, gli obiettori di coscienza, la RU poco accessibile… L’obiettivo che ci siamo poste con questo progetto non è mai stata la sostituzione del pubblico, ma invece costruire rapporti con i consultori pubblici, fare pressioni, lottare e portare avanti delle battaglie perché i consultori pubblici ridiventino quello che dovrebbero essere, degli spazi femministi, per le donne, di autodeterminazione e di libertà. Questo non lo sono più ed è evidente, c’è un’ambulatorizzazione dei consultori, una quantità di obiezioni di coscienza e di atteggiamenti giudicanti nei confronti delle donne spesso giovanissime che vanno nei consultori, non c’è un personale formato alle questioni di violenza di genere e non esiste neanche una dimensione di rapporto con il territorio. Confrontandoci anche con donne che hanno fatto parte delle esperienze di lotta che hanno portato all’esistenza dei consultori, una cosa che ci ha scioccate molto è l’inesistenza di un rapporto con il territorio. Dai questionari fatti durante il lockdown, metà delle donne non è mai stata in un consultorio, il 30% delle donne non ha nemmeno idea che esistano i consultori pubblici, e la cosa che ci è arrivata come più pressante difficoltà da parte delle giovani donne, dei giovani uomini, delle giovani soggettività che non si identificano nel binarismo di genere, è il fatto che non esista un livello di educazione sessuale e di educazione al piacere, in nessuna forma, nelle scuole (non c’è consapevolezza sui metodi di contraccezione, sul tipo di malattie sessualmente trasmissibili…). Ma oltre a questo e soprattutto non esiste un’educazione alla sessualità e al sesso intesa non solamente come malattie e problemi ma anche come educazione al piacere, soprattutto nel caso delle donne, per le quali tutto ciò che riguarda il piacere è un tabù storico per cui il sesso è utile solo alla procreazione mentre la sfera del piacere non è argomento rilevante per la società. Discutendo invece, soprattutto con assemblee di giovanissime, ci veniva posto il problema dell’educazione al piacere, di come eliminare la vergogna e il tabù dalle nostre vite; grazie all’aiuto di esperte di educazione sessuale stiamo provando a scardinarle con delle discussioni (anche se a rilento in questa situazione, in cui ci piacerebbe creare assemblee, momenti nelle scuole… ma ad ora non è possibile). Questo senza dubbio è un altro aspetto che dovrebbe essere centrale nei consultori, che dovrebbero quantomeno fornire sportelli di informazione sull’educazione sessuale, dei servizi come test di gravidanza gratuiti, preservativi maschili e femminili gratuiti anch’essi, come forma di supporto: non basta che ci sia l’aborto libero, è necessaria anche la contraccezione gratuita. La cosa che più ci ha spiazzate, che è un po’ slegata dalla situazione sanitaria dei consultori ma che è estremamente legata alla violenza maschile sulle donne, è un dato impressionante – spesso invisibile perché non si può con facilità rendere pubblicamente, ed è qualcosa di molto doloroso – che riguardo la violenza domestica. Non essendo i consultori degli spazi identificati come punto di riferimento, non essendo i centri antiviolenza finanziati e riconosciuti nel territorio ed in grado di offrire soluzioni a tutte, ci siamo trovate a fronteggiare una dimensione di bisogno di uno spazio non solo in cui chiedere aiuto ma anche in cui elaborare la violenza subita, in cui parlare della violenza che si è affrontata e farsi forza: una cosa che spesso ci è successa con donne che hanno voluto e potuto sottrarsi ad una posizione di violenza domestica, è stata l’espressione della necessità di elaborare questa cosa con altre. Non sono sufficienti, per quanto necessari, il supporto legale, psicologico, ma è necessario elaborare quello che è successo con altre, con chi queste cose le subisce ancora, perché l’esperienza di una è di aiuto e supporto all’esperienza di tutte. Per me chiaramente questa cosa è stata potentissima, ci ha fatte scontrare con che cosa significhi oggi affrontare un percorso di fuoriuscita dalla violenza, cosa significhi affrontarlo a maggior ragione in una fase di lockdown, cosa vuol dire essere poste davanti alla necessità di andarsene per salvarsi la vita; è stato per noi molto forte relazionarci con questa dimensione dell’effettività della violenza che subiamo tutti i giorni e anche col bisogno delle donne di discutere questa cosa insieme. La cosa che quindi stiamo cercando di fare, oltre al rapporto con i centri antiviolenza, in questa fase indispensabile, è anche ragionare cosa significhi davvero fuoriuscita dalla violenza, come possiamo affrontare questa questione, cosa – a proposito di welfare e servizi – viene offerto alle donne che hanno terminato un percorso di fuoriuscita dalla violenza (borse lavoro, reddito di autodeterminazione…): come si fa, dopo essere uscite dalla casa rifugio, a riappropriarsi della propria vita? Come si esce da una dipendenza interna alla famiglia senza un reddito o senza una casa? Chiaramente questa non è una questione semplice o scioglibile in pochi mesi, ma è un tema estremamente rilevante: quello che i servizi sociali dovrebbero fare non viene fatto, non si sa che fine facciano tutti i soldi teoricamente investiti in questo… Si aprono dunque dei temi molto grossi, da un lato il finanziamento dei CAV, la possibilità delle donne di avere un reddito e una casa quando affrontano un percorso di fuoriuscita dalla violenza, una formazione di operatrici e operatori che si relazionano a queste donne, un problema serio della polizia italiana a relazionarsi con le denunce delle donne (con la scusa della famiglia, dei figli, del dovere di sopportare). La dimensione della difesa maschile è inarginabile nei commissariati, che sia una forma di violenza esplicita sulle donne, una forma di repressione nei confronti delle donne che scelgono di autodeterminarsi (Eddi e Dana ne sono un esempio), il non accogliere le denunce delle donne, non accogliere in nessun modo chi esplicita di stare subendo una violenza: è chiaro che c’è un problema da questo punto di vista. Per quanto ci riguarda le cose da fare aumentano sempre, anche nella relazione con consultori di quartiere ed esperienze legate ai quartieri popolari, stiamo tentando di elaborare un modo di condividere con la società quanto più possibile questo percorso, perché le donne che ne hanno bisogno sono tutte. Anche il lockdown, la chiusura in casa, l’aumentare del lavoro di cura, ha palesato il fatto che questo mondo non va bene, va cambiato, che c’è un problema strutturale sulla linea di genere (che la si chiami violenza o patriarcato, è un processo di nominazione che va fatto insieme): che questo mondo non sia un posto per donne è una realtà trasversale alla società. Questo lockdown ci è servito come un momento in cui fare rete, in cui accrescere la nostra forza, poiché si è palesata una forma di violenza incontrovertibile.

 

Alice – Mujeres Libres Bologna

In questa pandemia si è reso più che mai evidente che quello di cui c’è bisogno è una presa di consapevolezza e presa in carico, soprattutto dal basso, della questione salute a tutto tondo, e soprattutto per quanto riguarda i corpi che sono normalmente invisibilizzati – come i corpi femminili, i corpi di soggettività dissidenti – e i servizi che sono troppo spesso negati o osteggiati. Come diceva la compagna del consultorio di Catania, che ringrazio moltissimo per il quadro che ha delineato. Mujeres Libres è un collettivo che esiste da più di dieci anni a Bologna e fa ricerca e si occupa di lotte per l’aborto da tanto tempo, ma è chiaro che il contesto è radicalmente differente. Ci troviamo in una regione in cui abbiamo il tasso di obiezioni di coscienza tra i più bassi in tutta Italia, che è comunque sconvolgente (49.5%) – già quindi dire che qua siamo “fortunate” restituisce un po’ l’idea di quanto siamo messe male in generale. In alcune zone raggiunge dei tassi altissimi, che rendono davvero impossibile abortire, a volte, fino a ricorrere all’aborto clandestino, morire ancora nel 2020 di aborto clandestino, tenersi una gravidanza indesiderata – situazione inimmaginabile quanto a drammaticità e dolore. Come si diceva questi servizi, i servizi di IVG, sono stati sacrificati, sacrificabili, perché i corpi delle donne e la possibilità di abortire ci si combattono battaglie politiche e ideologiche da molto tempo. E anche solo che nella 194 esista quel maledetto articolo che consente l’obiezione di coscienza è scandaloso. Se già prima della pandemia questo era un ostacolo, in alcune zone più che in altre, ma era un ostacolo sostanziale per l’esecuzione di IVG nei tempi necessari, con la pandemia è diventato un vero e proprio incubo. Questo succede perché (a differenza che in molti paesi europei da molti anni) in Italia solo da 10 anni ha iniziato ad essere distribuita la RU, e comunque la maggior parte degli aborti sono ancora chirurgici, una cosa che non ha nessun senso – sottoporsi ad un intervento chirurgico è ben più invasivo che l’assunzione di un farmaco – che è assolutamente sicuro e può essere assunto anche senza essere in ospedale. Adesso hanno modificato queste linee guida, dopo anni di rivendicazioni e di lotte, ma di fatto c’è una tale indipendenza delle regioni che il cambiamento non c’è stato, in moltissimi luoghi, poiché rimane a discrezione delle singole amministrazioni. Un mese fa abbiamo visto i nodi territoriali di NUDM scendere in piazza: in Piemonte è passata una circolare allucinante alle ASL che addirittura osteggiava la messa in atto delle linee guida, non si sa perché, e apriva la strada ad ulteriore presenza di associazioni “pro life” (no choice se vogliamo chiamarle con il loro vero nome…) negli ospedali, e assolutamente vietavano l’assunzione della RU nei consultori e negli ambulatori, mettendo addirittura in discussione il fatto che potesse essere assunta in day hospital, una cosa che durante il lockdown è improponibile. In diversi stati europei per questi è stata invece addirittura adottata la telemedicina per abortire, perché appunto l’aborto farmacologico è sicuro ed è molto più pericoloso, per una donna, recarsi in tempo di pandemia in ospedale, uno dei luoghi in cui più che mai ci sono focolai; questo è assurdo sia per il rischio cui si sottopone la donna che sceglie di abortire, sia per il sovraccarico e per i costi di questa cosa per un sistema sanitario che è già di per sé inadeguato. Il teleaborto per questo sarebbe necessario, è stato anche spinto molto durante la pandemia dalla rete pro choice, ma nonostante già abbiamo espresso a gran voce le nostre necessità, ancora non siamo riuscite ad ottenere un risultato, ancora non siamo riuscite ad ottenere che le RU possano essere assunte in consultorio – che come diceva la compagna prima una volta erano spazi femministi, spazi accoglienti: ora abbiamo obiettori nei consultori, personale che giudica, che fa violenza psicologica alle donne che vi si recano per abortire, soprattutto poi in tempi così precari e psicologicamente pesanti. Quindi, come dicevo, è rimasta ambigua ancora l’applicazione di queste linee guida, ogni regione decide autonomamente, ed ora si apre un altro problema, che è quello della positività dei tamponi: in molte regioni non si sa neanche cosa si deve fare se una donna che deve abortire ha il tampone positivo. Ora in teoria in day hospital si può finalmente prendere la RU, e in alcune strutture senza tampone, in altre strutture invece il tampone lo fanno. Però appunto, la somministrazione della RU è sempre troppo a discrezione della singola regione, del singolo ospedale: non è possibile che la nostra salute, le nostre vite, siano relegate alla libera scelta di gente che vuole negare a noi la libera scelta. I protocolli per le donne positive non sono chiari, il tempo passa e se una donna voleva abortire farmacologicamente – con il metodo meno invasivo e per la sicurezza di non dover subire un intervento chirurgico in un ospedale in questo momento – a volte è costretta a farlo con l’intervento, se è fortunata, o a dover terminare la gravidanza come abbiamo visto che può succedere. Questo quadro generale ci serve per capire quanto la situazione sia grave adesso. Non è un’emergenza, era così anche prima, la situazione pandemica l’ha reso più che mai evidente e l’obiezione di coscienza non fa che ostacolare ulteriormente un iter già complicato. In Emilia Romagna possiamo, come dicevo prima, ritenerci “fortunate” con solo il 49.5% di obiettori (a fronte del 69% che è la media nazionale…); nel bolognese noi, come collettivo, abbiamo tenuto costantemente monitorata la situazione rispetto alla garanzia dell’IVG, ed addirittura ad esempio all’Ospedale Maggiore è stato semplificato l’accesso all’aborto, per quanto comunque le informazioni fossero sempre incomplete e discordanti. In alcuni casi si diceva non fossero necessari esami, test delle urine, prescrizione medica (ed effettivamente abbiamo avuto testimonianze in questo senso); altre volte invece veniva mantenuto l’iter normale. Questa cosa ha reso più che mai evidente che la volontà di non diminuire i passaggi e semplificare l’accesso all’IVG è tutta politica anche perché le informazioni discordanti ricevute ci hanno potuto dare con chiarezza la misura di come non esista un protocollo, delle linee guida precise da seguire. Nonostante questo le testimonianze che abbiamo avuto sono state in fondo positive, nonostante la violenza del giudizio, del senso di colpa instillato dall’esterno: noi in questo periodo abbiamo tentato dunque di fare rete, di essere di supporto emotivo e di informazione per le donne che ne avevano bisogno. Questo supporto è ancora attivo e per tutte quelle donne che devono apprestarsi ad un’interruzione volontaria di gravidanza e hanno bisogno di informazioni o solidarietà, noi ci siamo (contattabili alla nostra pagina). Le numerose richieste di supporto che ci sono arrivate in questo periodo ci hanno reso evidente come sia necessaria più che mai – a fronte di questa percentuale di obiettori e operatori e operatrici giudicanti e che ci instillano il senso di colpa nell’erogarci un servizio sanitario che ci spetta – la strada per l’aborto sia un percorso ad ostacoli ed un’esperienza traumatica non tanto per l’IVG stessa quanto per come non veniamo accolte, colpevolizzate, in una corsa contro il tempo che ci toglie il pieno controllo dei nostri corpi. Il problema si risolverebbe con il teleaborto, la telemedicina, la deospedalizzazione, rendendo i consultori spazi davvero accoglienti e femministi, rendendo un’esperienza disegnata traumatica dal senso comune ma che in sé stessa non lo è se siamo accolte e non siamo poste davanti a questi ostacoli. Il nostro agire politico quindi si sostanzia in questo, nel tentativo continuo di costruire reti di solidarietà, nella lotta contro l’obiezione di coscienza e per un aborto davvero libero, sicuro e garantito per tutti e tutte, per l’abbattimento dello stigma della colpa. Noi sul nostro blog abbiamo lanciato una campagna, “abortisco e non mi pento”, che raccoglie diverse testimonianze e racconti di persone che hanno abortito e che non si sono pentite della loro scelta; questo per noi è molto importante perché ci permette di costruire la nostra narrazione su questa questione che riguarda noi e ci consente di collettivizzare la nostra esperienza dando supporto a tutte quelle donne che la stanno affrontando ora. L’aborto di per sé può essere un’esperienza traumatica o può non esserlo, ma l’ultima parola deve spettare a noi.

Debs – Mujeres Libres

 Intervengo per aggiungere solo qualcosa a questo dibattito già molto ricco. Volevo aggiungere solo una piccola riflessione riguardo all’importanza dell’aspetto del mutuo appoggio, della sorellanza, che ha avuto questa pratica del supporto all’IVG; la mia è una riflessione più generale, che coinvolge tutte le compagne e i compagni, l’attivist* e militanti che si sono trovat* a ridimensionare le proprie attività di lotta per colpa del lockdown. Premettendo che all’interno dei movimenti femministi questo passaggio di prendersi cura delle altre è sempre stato molto presente, le compagne non hanno dovuto aspettare il lockdown per porsi alcune domande. Basti pensare a come funzionavano i consultori autogestiti prima del 78, come funzionava il supporto all’aborto clandestino prima della legge (è vero che si moriva di aborto clandestino ma è vero anche che tante compagne facevano gli aborti in casa per aiutare chi ne aveva bisogno). Noi penso abbiamo ereditato dai movimenti femministi del passato questa pratica di mutualismo, e il lockdown ci ha ricordato come questa scelta, come militanti (anche in senso generico, anche il movimento misto, anche le realtà antifasciste e solidali con cui ci troviamo a collaborare nella nostra città), l’abbiamo spesso dimenticata ma oggi è tornata prepotentemente come preponderante durante il lockdown. Insieme alle nostre azioni conflittuali, all’essere la spina nel fianco dello Stato e del sistema capitalistico tutto, ad un certo punto non ci è più bastato: il mutualismo quindi con il lockdown è diventato evidente come fosse una pratica necessaria, proprio a fronte di come il capitalismo durante il lockdown ci abbia portat* a fare delle nuove riflessioni su cosa significhi essere i più deboli e con i più deboli (dove comprendo anche ovviamente le donne che hanno difficoltà ad abortire). Noi veniamo da un’eredità molto fortunata in questo caso e ci è quindi necessario capire quale sia la nostra storia, la nostra memoria in quanto attiviste femministe; non dobbiamo pensare mai quindi che stiamo ricominciando da capo, ma che abbiamo un pensiero e delle pratiche che sono le nostre radici e le nostre fondamenta, con cui farci forza anche in questi momenti in cui non è facile. Non è facile assumersi la responsabilità, anche con arroganza, di pensare di avere un’idea migliore di molti nel mondo ed esserne complici, di essere un’avanguardia verso un mondo diverso, un sol dell’avvenire. Facciamoci quindi forza della nostra eredità, culturale e politica. Sono molto contenta infatti che a Bologna esista l’Assemblea per la salute, che nonostante tutte le difficoltà cittadine si stiano creando momenti e spazi di riflessione in questo senso: spero davvero anche che sia una ulteriore possibilità di legame tra pratiche conflittuali più generiche e pratiche femministe più specifiche. In questa cosa sarà senz’altro fondamentale mantenere una riflessione sui nostri corpi e su tutte le soggettività; l’esperienza dell’aborto ci ricorda quanto questa cosa sia necessaria. Anche se domani morissero tutti gli obiettori, il problema dell’aborto non si risolverà: come diceva prima Alice la questione dello stigma è fortissima, presente, lo viviamo costantemente da prima che iniziasse in maniera strutturata il supporto al’IVG a tante di noi è capitato di essere di sostegno per molte donne, anche compagne, che di fronte ad un’IVG avessero dei momenti di ansia, di panico, e ci rendiamo conto di volta in volta come la questione del giudizio e della colpa sia sempre lì: avere un giudizio così forte, anche essendo le più anticlericali del mondo, mentre il tempo scorre veloce, rende tutto difficilissimo. Quindi senz’altro è importante continuare a portare avanti una lotta culturale e politica contro lo stigma e contro una ridefinizione dei corpi, del genere, del sesso biologico, è assolutamente necessaria. È quindi necessario in un discorso più ampio sulla salute un’alleanza fortissima tra chi porta avanti un pensiero critico femminista – che ha da sempre messo in discussione la sanità, i medici, il rapporto con il corpo – e chi negli ospedali ci lavora (con tutti gli stress e le difficoltà contrattuali e non solo), chi è utente del servizio sanitario. La pandemia ha quindi rimesso sul piatto il ragionamento, riguardo all’aborto, su quanto non si possa parlare in termini di salute e di malattia, ma di benessere: non c’è malattia da curare e “buona” salute da preservare, la salute è un benessere che riguarda tutti gli aspetti e le sfaccettature della nostra vita. Ora ci è stato reso ancora più evidente, in base a chi sei hai diritto di accedere ad un determinato benessere e alla cura, se sei un corpo di serie b invece questa possibilità non ce l’hai. Questo stesso discorso si può applicare anche all’aborto, c’è un discorso politico talmente forte sull’aborto che a volte non basta avere accesso all’IVG, non basta arrivare in tempo, c’è bisogno anche di un accompagnamento, perché si era già creato un contesto ostile prima, perché non viene preso in considerazione qual è la mia esperienza e la mia storia. Per il futuro dunque dovremo guardare al benessere complessivo, all’essere vivi ed esserlo in maniera degna.

 

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«È lui! Quest’uomo deve  morire! È un nemico della nostra causa, un traditore!
Si chiama Tancredi Galimberti… è il capo delle formazioni"Giustizia e libertà"…
un brigante da strada che attacca i soldati tedeschi in nome di assurdi ideali…
È un assassino! Dobbiamo ucciderlo… per il bene di tutti…»
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Questo un passaggio del racconto a fumetti che ripercorre la vicenda di Duccio Galimberti apparso, il 29 aprile 1973, sulle pagine del "Corriere dei Ragazzi", la famosa  rivista di fumetti dove fecero la loro apparizioni personaggi come Nick Carter, Lupo Alberto, Corto Maltese e tanti altri.
I padri di questa storia sono Alfredo Castelli (ideatore di Martin Mystère) per i testi e Mario Uggeri per gli spendidi disegni.
Duccio Galimberti, Medaglia d’oro della Resistenza, proclamato Eroe nazionale dal CLN piemontese, Medaglia d’Oro al Valor Militare alla memoria, avvocato cuneese, braccio destro di Ferruccio ParriFerruccio Parri, fu comandante partigiano delle formazioni di "Giustizia e Libertà" del Piemonte, instaurando sull’altura di Paralup, il campo operativo della propria banda.
Il 3 dicembre 1944 venne trucidato dai fascisti, con una pallottola nella testa, sul bordo di una strada.

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La storia, nello specifico, ripercorre gli ultimi giorni di vita di Duccio Galimberti, dalla sua cattura, avvenuta a Torino il 28 novembre 1944, con le tasche piene di documenti compromettenti, fino alla sua esecuzione sommaria.
Di grande impatto le tavole finali sulla sua morte. Questo il testo dell’epilogo del racconto: "Due ciclisti avanzano lentamente nel buio della notte. Uno è medico, e ha appena assistito una partoriente. Al sopraggiungere di una camionetta militare i due, prudenzialmente, si gettano al suolo, mentre il mezzo si ferma a pochi metri da loro. A bordo, alcuni fascisti e Galimberti. Il patriota viene costretto a scendere. Sa bene quello che l’aspetta, ma tenta disperatamente di ribellarsi: «No! Non potete uccidermi senza processo… È un crimine di guerra…».

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Gli fa eco la voce beffarda e sprezzante di un repubblichino:
«Non possiamo, dici?…»
Uno sparo, un corpo che si accascia in una pozza di sangue.
«È fatta. Andiamo».
E la camionetta si allontana a tutta velocità. Poco dopo, i due involontari testimoni dell’esecuzione, si chinano sul cadavere:
«È Duccio Galimberti…,» dice il medico, «non l’hanno neppure processato per ucciderlo subito. Era troppo pericoloso per loro.»
A chiudere il racconto, un ultimo, amaro commento:
«Oggi ho fatto nascere un bimbo e ho chiuso gli occhi ad un morto… spero che per merito di questo morto, quel bimbo possa vivere in un mondo migliore…».

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Quella degli ultimi istanti di vita di Duccio Galimberti non è una descrizione sceneggiata, frutto dell’immaginazione creativa degli autori, ma si avvicina veramente alla realtà dei fatti come dimostra la testimonianza, resa in pubblico nel 2006, da un contadino, all’epoca 14enne presente alla scena: «Era domenica, con un anziano avevo portato in giro il latte e stavo tornando alla mia cascina. Ho visto arrivare un camion con due tipi in cabina e due sul cassone: uno di questi indossava un giaccone e portava il cappello. Dietro seguiva una vettura nera. Mi sono girato: dal camion erano scesi tutti e ho visto l’uomo con il cappello e il giaccone camminare sul ciglio della strada che porta da Cuneo a Centallo. Dalla vettura nera sentivo gridare:
"Uccidi quel bastardo! Uccidi quel bastardo!". L’anziano mi diceva di non fermarmi, di tirare dritto. Quando mi sono girato di nuovo, l’uomo stava attraversando un ponticello: E, dopo, ho udito gli spari. Alla sera siamo andati al pascolo e lì abbiamo visto il corpo. Ci siamo avvicinati. Era caduto sul fianco destro e si era formata una pozza di sangue, dalla faccia, dallo stomaco e dal cuore. E in tasca della giacca aveva una pera gialla»
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Nota a margine: I disegni e i testi del racconto «QUEST’UOMO DEVE MORIRE» sono tratti
da un articolo di Pier Luigi Gaspa apparso sul sito web:

 

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Pubblichiamo la trascrizione della discussione con Felice Mometti organizzata lo scorso 11 novembre dall'Archivio Via Avesella sullo scenario post-elettorale statunitense. 

 

 

Ringraziamo Felice Mometti, ricercatore e studioso nonché autore del testo “Da Occupy Wall Street a Black Lives Matter” (che senz’altro citeremo nella discussione e analisi che segue). Questo momento prenderà le mosse anche dal risultato elettorale delle presidenziali negli Stati Uniti, risultato non ancora ufficializzato ma di per sé ufficioso della vittoria di Biden e correlata sconfitta di Trump. Pensiamo ci sia l’esigenza di adottare uno sguardo d’insieme che sì, tenga come sfondo ovviamente l’importanza di questo evento a noi contemporaneo, ma che riesca anche ad avere una visione prospettica che guardi oltre e prima rispetto al contesto che oramai si articola ad oggi negli Stati Uniti. Stiamo parlando da un lato del paese più colpito da questa pandemia mondiale, dall’altro del paese che in questi sei mesi ha visto un’esplosione strabiliante di rivolte e di conflittualità con il movimento di BLM che, in maniera molto eterogenea e con delle pratiche di rottura rispetto al passato, è riuscito ad infiammare strade, piazze, intere metropoli nel momento storico forse più controverso e difficile rispetto all’attivazione sociale e all’esplicazione di una rabbia dal basso che esiste, in un contesto nel quale le disuguaglianze vengono esacerbate dalla situazione di crisi tanto sanitaria quanto economica portata dal Covid-19.

Parto con il dare qualche coordinata rispetto all’Ebook citato sopra e pubblicato da Connessioni Precarie, Da Occupy Wall Street a Black Lives Matter. Esso vuole essere uno sguardo che parte dall’inizio di Occupy Wall Street (nell’ottobre 2011) per arrivare più o meno al settembre di quest’anno: questo è l’arco temporale della raccolta dei testi, che sono il frutto in larga parte della riflessione sviluppata con Connessioni Precarie. Questo libro è uno sguardo sui movimenti di questi anni negli Stati Uniti. Movimenti che hanno avuto diverse intensità, che hanno conosciuto processi di soggettivazione molto importanti (Occupy Wall Street sicuramente), ma poi anche a movimenti sociali successivi che sono stati probabilmente meno analizzati in Europa e in Italia. Parlo per esempio degli scioperi nei fast food (2012/2013) dai quali poi si è sviluppata la campagna per il salario minimo di 15 dollari all’ora; mi riferisco ai primi scioperi alla Walmart - la più grande multinazionale del commercio, due milioni di dipendenti nel mondo - che sull’onda di Occupy Wall Street ha visto la costruzione di comitati di sciopero. E poi gli scioperi all’interno della classe operaia cosiddetta “tradizionale”, General Motors,Ford, Fiat-Chrysler che in questi anni ha messo in campo una serie di iniziative pur con tutte quelle contraddizioni e problemi che sono nati con l’insorgere di nuovi movimenti. Questo per delineare il senso dell’ebook, che si chiude con il grandissimo movimento che si sviluppa dopo la morte di George Floyd e la grande conflittualità che si sviluppa in tutto il paese tra fine maggio e fine luglio. Con anche qualche riflessione sulla strategia di cooptazione del movimento che il Partito Democratico inizia a mettere in campo tra la fine di luglio e il mese di agosto. È chiaro che durante la campagna elettorale tutta l’attenzione viene completamente dirottata su essa. C’è la necessità di cacciare Trump - all’interno di molti strati del movimento c’è infatti questa percezione molto forte - tant’è vero che uno degli slogan più utilizzati è stato: “Chiunque ma non Trump”. Se cacciare Trump era quindi una sorta di “obiettivo” comune, per andare verso dove è il nodo di discussione aperto oggi: cacciando Trump si pone il problema di che tipo sarà l’amministrazione Biden, che caratteristiche avrà, che politiche adotterà? Negherà completamente quelle di Trump? Questa è la discussione che attualmente c’è negli USA all’interno di settori consistenti del movimento. Sui giornali italiani ormai questo movimento è completamente sparito, ma bisogna tenere conto del fatto che in molte città non ci sono le grandi manifestazioni di giugno/ luglio, ma tantissime piccole iniziative - ad esempio a New York ci sono ancora oggi 7/8 piccole iniziative ogni giorno promosse da gruppi che mantengono un certo livello di conflittualità nello spazio urbano. Con anche delle forme di sperimentazione che continuano ad essere interessanti in quanto portatrici di una voglia di cambiare che riguarda soprattutto un settore giovanile che è stato la spina dorsale di questo movimento. Un settore molto dinamico e radicale che non si fa facilmente assorbire dai livelli istituzionali. Penso che dopo le elezioni ci saranno ancora delle iniziative da parte di questo movimento sociale, vedremo come e vedremo quali ma si ha la chiara percezione che la società americana sia attraversata da una forte conflittualità, soprattutto nelle grandi città.

Rispetto al “post-Trump”, che è un po’ l’interrogativo tendenziale con il quale termina l’ebook, è interessante l’ultimo capitolo, Una convention senza movimenti, che riflette su questo carattere di resilienza che già subito da Obama viene introdotto come la chiave, la salvezza, per questo scaccomatto al governo Trump: cedere il terreno della narrazione politica, ammettendo anche tutte le eccedenze che sono state innescate dalle proteste di BLM, senza mai porre un cambio sostanziale rispetto al sistema governativo/decisionale vigente in America. Anche nel testo stesso si pone come ci sia uno spazio altrettanto grande a quella convention per i parenti di George Floyd e per gli alti gradi dell’esercito, una sintesi che riesce a creare in sé un capovolgimento di ricomposizione che da un lato sa diffondersi ed essere più o meno condivisibile e leggibile da tutte le sfaccettature sociali che si sono andate a esplicitare in questi mesi, dall’altro lato - questa sintesi qui - fa sì che si cada in un immobilismo. Bisognerà vedere come si svilupperà la situazione con questo cambio di leadership, sia per quanto riguarda la gestione della pandemia - al di là delle proteste gran parte della campagna elettorale di entrambi si è centrata molto sulla gestione della situazione pandemica, anche dati gli apici di contagio e mortalità estremi raggiunti in territorio statunitense -, sia rispetto a quanto e se verrà sussunta la rabbia e la forte conflittualità che la popolazione ha espresso, in maniera molto eterogenea, in questi mesi. C’è, nel testo, un chiaro riferimento a come i movimenti di questi ultimi dieci anni siano stati sussuntori, ovvero sollevazioni che nascono da un carattere di peculiarità, di contingenza, di fase (Occupy Wall Street, la rivolta di Ferguson…) ma che si danno successivamente anche come radicati a caratteristiche di critica più formale al sistema in sé e per sé, che negli Stati Uniti è un sistema fortemente influenzato dalla questione razziale. Anche la lettura dell’esplosione di Black Lives Matter, che è sicuramente riconducibile alla tremenda morte di George Floyd, vede un movimento che riesce a farsi voce e rabbia di qualcosa che costituisce una contaminazione delle lotte; essa non è riconducibile ad un unico asse vertenziale, si parla tanto di razza quanto di genere, di autodeterminazione, di reddito. Si dà quindi poi come una critica tout court al sistema tutto, e anche rispetto a questo risulta quindi interessante individuare un filo conduttore tra questi movimenti, che si configurano dunque come critica radicale al sistema.

Io la vedo in questo modo: negli USA la grande crisi economica del 2007/2008 è diventata sia crisi politica che crisi della riproduzione sociale, della riproduzione della società in quanto tale. In questa crisi della riproduzione sociale si innescano eventi e processi che assumono caratteristiche molto radicali e che hanno anche la funzione di essere dei momenti di soggettivazione di settori sociali che sono alle prime esperienze politiche. Nuove generazioni che partecipando alle lotte esprimono una conflittualità radicale, come si è chiaramente visto da fine maggio in poi. C’è da dire anche un’altra cosa: BLM è un insieme ibrido. Soprattutto uno spazio politico di soggettivazione, ma è anche una coalizione di associazioni e gruppi preesistenti. In alcune città addirittura BLM è diventata una ONG, con tanto di presidente e consiglio direttivo. C’è quindi un ampio spettro di situazioni che stanno sotto questo brand, e ovviamente ne derivano anche comportamenti e forme del conflitto piuttosto diverse nelle varie città. Black Lives Matter, a mio avviso, ha attraversato tre distinte fasi. Una prima fase dalla nascita come un hashtag su twitter fino alla la rivolta di Brooklyn del 2013 per l’uccisione da parte della polizia di Kimani Gray, un giovane afroamericano. BLM da semplice account diventa un riferimento simbolico delle proteste. Con i riot di Ferguson dell’agosto del 2014 nella costellazione di BLM avviene un passaggio qualitativo. Importanti settori di uel movimento si pongono il problema di come il conflitto che sviluppano può essere organizzato. Su questo tema sono coinvolte anche vecchie associazioni afroamericane. Infatti nell’ottobre 2014 viene organizzato un incontro di più giorni , “Ferguson Action”, dove si confrontano e scontrano due concezioni che riguardano il ruolo che le associazioni afroamericane devono svolgere in quel contesto politico. C’è il settore più rivolto al passato, che prende come modello la grande stagione dei diritti civili degli anni ’60 e vuole riprodurre quel tipo di iniziativa all’interno di BLM, e invece un settore molto più giovanile, più dinamico, che riconosce tutti i meriti del movimento degli anni ’60, ma, al tempo stesso, dice che quel tipo di movimento e di organizzazione del conflitto oggi non valgono più, non hanno più un impatto significativo. La composizione sociale, le forme di esprimere il conflitto soprattutto nelle grandi aree metropolitane sono completamente cambiate e rimanere legati a vecchie forme espressive e organizzative del conflitto non fa fare passi in avanti. Ferguson Action si chiude con una divisione evidente e ognuno si concentrerà nelle iniziative nei propri contesti urbani e territoriali. Una terza fase la si può vedere ora con l’attuale movimento. BLM è uno spazio politico di soggettivazione e di iniziativa che va oltre i contesti locali ed è anche luogo e strumento nel quale soggettività diverse, non solo afroamericane, agiscono e discutono come affrontare l’attuale crisi sociale. Una crisi strutturata su più livelli. Una crisi sanitaria che vede il maggior numero di morti proprio tra chi ha origini afroamericane e latine. Se, ad esempio, si guarda la mappa dei morti a New York, si nota subito che il virus ha colpito duramente nelle zone latine e afroamericane. Le zone molto ricche di Manhattan sono pochissimo colpite dal virus. Il reddito è molto più alto e diversa è la possibilità di accesso alle cure in ospedali di alto livello e con attrezzature all’avanguardia. Mentre in gran parte di Brooklyn, del Queens e del Bronx non ci sono redditi e possibilità per accedere ad assistenze e cure sanitarie adeguate. Il movimento di Black Lives Matter si costituisce quindi in varie fasi e attraverso vari passaggi. L’ esplosione del movimento ha preoccupato non poco non solo gli apparati dello Stato, che hanno messo in campo una risposta repressiva, ma anche le varie articolazioni politiche, sociali, culturali del partito democratico che hanno adottato un’altra strategia. Tra la fine di luglio e il mese di agosto (il mese delle convention del partito democratico e di quello repubblicano) è stata messa in opera una strategia di contenimento e cooptazione del movimento. Si riconosce che razzismo sistemico è un elemento strutturale della società americana ma subito dopo si sostiene che l’unico terreno per battere questo razzismo sistemico sia quello istituzionale. E da questo deriva che ora è prioritario cambiare le istituzioni dall’interno. La pandemia sta sterminando soprattutto la popolazione afroamericana e latina ed è necessario riorganizzare il sistema sanitario. Ma i cambiamenti necessari non devono mettere in discussione i principi privatisti sui quali si regge. È diventata tristemente famosa una frase di Joe Biden, pronunciata nell’aprile di quest’anno quando l’Italia era tra i principali paesi colpiti dall’epidemia. Alla domanda “Non sarebbe necessario un sistema sanitario pubblico come in Italia?” La risposta è stata:“L’Italia è la più colpita proprio perché ha un sistema sanitario pubblico”. Senza voler essere nostalgici ma la vecchia definizione del partito democratico come “cimitero dei movimenti” è ancora oggi attuale. Ora dopo i quattro anni di Trump, per il partito democratico si apre la fase della riconquista della leadership internazionale da parte degli Stati Uniti. L’isolazionismo che “ha messo in imbarazzo gli Stati Uniti nel mondo”, altra citazione di Biden, deve essere superato. Con queste premesse e con il risultato delle elezioni penso si apra una nuova fase dal punto di vista istituzionale ma soprattutto della conflittualità sociale. Di certo i movimenti sussultori della società americana non verranno meno.

La campagna elettorale, tanto quella esplicita quanto quella implicita, di Biden è stato davvero un “vale todo” purché non vincesse Trump; il suo tentativo di essere qualcosa realmente di massa e di aggregazione è partito proprio da questo aspetto qui. Campagna elettorale e risultati elettorali forniscono un dato chiaro rispetto ad una determinata polarizzazione, tanto della popolazione americana in generale, quanto dei territori in maniera più specifica; di per sé in ogni caso riscontriamo una percentuale di votanti che è un dato fondamentale per poter portare avanti un’analisi complessiva della situazione negli Stati Uniti. Basti come esempio che Trump abbia perso pur avendo ricevuto un numero di voti maggiore questa volta che quattro anni fa quando è stato eletto. Ci troviamo davanti a 6 mesi nei quali, si può affermare senza mistificazioni, c’è stata una elevazione, una centralità della vita politica, tanto nelle piazze quanto nell’incredibile affluenza alle urne; questo voto si è dato in maniera variegata su tutto il territorio statunitense, basti prendere come esempio la Florida (uno dei territori a forte supporto di Trump, anche per quanto riguarda il voto latino), oppure utilizzare un’ottica di insieme rispetto all’analisi di come è stata la vita negli altri territori durante la campagna elettorale, durante la pandemia (per esempio il referendum in Luisiana o in California - dove da una parte si discuteva di aborto, dall’altra di gig economy). Quello che intendo è che la situazione in cui si sono svolte queste elezioni sia stata veramente variegata e da analizzare stato per stato; rispetto a quello che dicevi prima su quanto il movimento esploso in questi mesi costituisca delle specificità territoriali per cui ogni stato, città e territorio in cui si è andato a innescare Black Lives Matter ha fatto sì che questo movimento vivesse di pratiche e di attitudini diverse (caratteristica che emergeva anche rispetto ad Occupy Wall Street). Non ci si può esimere dal descrivere questo movimento - così variegato, pieno di sfaccettature e particolarità, molto legato ai territori su cui prende vita - come un movimento di classe; classe che non va intesa come qualcosa di statico e monolitico ma una classe che si autocostituisce (nelle pratiche, nelle analisi, nell’attitudine), anche nei termini della possibilità di contaminazione tra le lotte. Bisognerà ora vedere come questo movimento, in particolare in questo contesto sanitario, riuscirà a continuare.

Penso che Black Lives Matter sia e sia stato un movimento in cui l’aspetto della sperimentazione ha giocato un ruolo importante. Certamente un grande spazio politico di soggettivazione ma anche un laboratorio per l’attuale composizione di classe negli Stati Uniti. Si è potuto vedere all’opera un concetto politico di classe, non meramente sociologico e di fatto statico. Qui si potrebbe aprire una lunga discussione su quale sia stato il rapporto tra questo movimento e la “classe tradizionale” delle grandi fabbriche e grandi aziende. Ma oggi anche quel tipo di forza lavoro non più confinabile in schemi e modelli del passato. Questo richiederebbe un’analisi approfondita e ipotesi di lavoro per quanto riguarda le forme del conflitto sociale, l’orientamento politico e di genere, gli obiettivi e le pratiche. Per fare solo un piccolo esempio guardiamo a due referendum che si sono tenuti, durante queste elezioni, in Florida e in California. In Florida ha vinto il referendum che introduce il salario minimo di 15 dollari all’ora e in California è passato il referendum (promosso da Uber, Lyft, Instacart, Postmates che hanno investito nella campagna referendaria più di 200 milioni di dollari ) che esenta le società basate su piattaforme digitali e app dall’applicare i diritti dei lavoratori previsti dalle leggi della California. Ma in Florida ha vinto Trump alla grande e in California hanno vinto i democratici a mani basse! È interessante guardare le cartine che riportano i voti nei vari territori: si vede che in molte contee in cui vince Trump in Florida, vince anche il referendum per il salario minimo. E qui si apre una questione piuttosto grossa su cosa sia il trumpismo e come schematiche definizioni non colgano le dinamiche sociali. Dall’altra parte invece si può vedere che a San Francisco Biden prende oltre l’80%, nella Silicon Valley più del 75%, a Los Angeles supera il 70%. E in quei stessi territori e città vince nettamente un referendum che riduce i diritti dei lavoratori. Come si vede il trumpismo non è un blocco sociale coeso, è più un contenitore all’interno del quale ci stanno le formazioni dell’estrema destra fasciste e naziste ma anche i pensionati della Florida, settori impoveriti di lavoratori precari. Se guardiamo, altro piccolo esempio, il comportamento elettorale delle comunità latine vediamo che non è omogeneo, non solamente in Florida (dove la provenienza è in gran parte cubana anticastrista e venezuelana anti-Chavez) ma anche nella parte sud del Texas, dell’Arizona, del New Mexico. Sono in atto alcuni processi, all’interno delle comunità latine, che ne stanno modificando la composizione sociale e l’espressione politica ed elettorale. E’ una discussione aperta, emersa in modo lampante in queste elezioni. Sono segnali mettono in contraddizione la lettura sia del trumpismo che il partito democratico come blocchi sociali omogenei, la situazione mi pare più fluida e molto più instabile. Simbolo dell’instabilità è lo stesso Joe Biden. Il quale ora dovrà affrontare una serie di scadenze importantissime e da come le affronterà alcuni nodi si scioglieranno. Queste elezioni sono senza dubbio state un modo per far emergere alcuni fenomeni sociali che erano sotto traccia. Cosa farà Joe Biden da qui in avanti? Prima parlavo della convention democratica, dove si sono pronunciati per la ricostruzione di una leadership internazionale degli Stati Uniti. Joe Biden ha in programma, nel primo anno di presidenza, la convocazzione di un summit delle democrazie (e qui si pone il problema della governance globale). Io penso che Biden, dal momento in cui prenderà pieni poteri e verrà proclamato ufficialmente presidente, cambierà lo stile, la tattica, il modo di porsi verso Trump, autorizzerà alcuni ordini esecutivi per cancellare gli ordini esecutivi fatti da Trump (rientrerà negli accordi di Parigi riguardo al clima, cancellerà l’ordine esecutivo contro l’ingresso negli Stati Uniti di persone che provengono da alcuni stati musulmani, cambierà gli ordini esecutivi riguardo alla produzione di carbone ecc.). Quello che certamente Joe Biden non farà, sarà mettere in discussione gli aspetti fondamentali della riproduzione sociale, del razzismo istituzionale e qui c’è la discussione della sinistra interna o a cavallo del partito democratico, la quale è stata marginalizzata in questo passaggio elettorale.

Io credo che emerga come essenziale l’essere totalmente sciolti rispetto ad un approccio monolitico tanto ad un personaggio come Trump, che ad un personaggio come Biden. Senz’altro i referendum che si sono svolti durante le elezioni sono la prova tangibile della fluidità della situazione: non scordiamoci che il referendum che si è andato a votare in California, si è posto come un ritorno a sei mesi fa (a gennaio la California aveva fatto un piccolo passo in avanti rispetto al riconoscimento dei diritti dei lavoratori della gig economy). Fa molto riflettere dunque questo ritorno alla situazione pregressa in uno stato come la California, a supporto dei democratici. Penso sia importante invece dall’altra parte, per il trumpismo, riflettere su come si sia data l’emersione del movimento di QAnon, una delle forme di maggior supporto alla figura di Trump idealizzata in sé e per sé quanto poi alla sua campagna elettorale in modalità anche abbastanza marcate e forti. Penso che la visione di insieme che ci dà questa campagna elettorale, immersa nel contesto pandemico e nel contesto delle rivolte sociali di BLM sia qualcosa di veramente variegato. Arrivo ora ad una domanda posta nei commenti, “Un motivo di discussione in USA, soprattutto in primavera, è stata quella del ruolo dei gruppi militanti genericamente racchiusi da Trump nella definizione ANTIFA. Anche Biden e Harris non si sono sprecati nell'attaccare questi gruppi addossando loro molte responsabilità circa l'aspetto più violento delle proteste di BLM. Che ruolo hanno avuto veramente questi gruppi in BLM?”

Negli Stati Uniti non esiste un’organizzazione nazionale che si chiama “Antifa”; il brand è stato usato a scopi puramente strumentali sia da Trump che da Biden, e spesso per “Antifa” sono stati individuati gruppi tra i più variegati , che certamente sono antifascisti ma che non sempre è l’aspetto principale del loro agire politico. Questa è stata più una grande campagna, fatta da entrambi i candidati, contro un “mostro antifa” che in realtà non esiste. Negli Stati Uniti ci sono gruppi antifascisti storici che hanno e hanno avuto un ruolo significativo all’interno dei movimenti - a seconda delle città e del loro radicamento - senza però essere elementi unificatori a livello nazionale. Negli Stati Uniti non è proprio semplice comunicare politicamente ad esempio da New York a San Francisco. Sembra una banalità, ma gli approcci (come si era visto anche con Occupy Wall Street) sono diversi e risentono molto del tipo di processi metti in atto, delle esperienze, delle mancate connessioni del passato. Un discorso abbastanza simile (non perché uguale ovviamente), riguarda i gruppi di estrema destra. I quali, da come si è visto e in base a come si sono mossi, sono molto più radicati a livello locale e non hanno una visione a livello nazionale. Tant’è che in questi giorni in cui Trump non accetta il risultato elettorale e sostiene che gli hanno rubato la vittoria e che il partito democratico è molto vicino alle “ dittature comuniste” questi gruppi non si sono visti scendere in piazza (al di là di alcuni episodi, come per esempio ad Austin).Ciò penso stia a dimostrare che è il radicamento locale a contare e non una dimensione politica nazionale. In questa situazione di “interregno” in cui ci sono due presidenti in conflitto, ci possono essere però delle accelerazioni. Sabato prossimo è indetta una manifestazione a Washington di quello che negli Stati Uniti passa sotto il cappello di MAGA (Make America Great Again). Tutto il trumpismo si da’ appuntamento alla Million Maga March di Washington e sarà un banco di prova dei rapporti di forza. Anche perchè le iniziative legali messe in campo da Trump per la contestazione dell’esito delle elezioni devono avere un risvolto sociale, conflittuale per permettere di valutare quanto realisticamente l’atteggiamento di Trump abbia un futuro.

 

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Di Boaventura de Sousa Santos  da Rebelión

Traduzione di Carlotta Ebbreo, Alice Fanti e Daniele Benzi per lamericalatina.net

Commento di Carlotta Ebbreo

L’idea di crisi del neoliberalismo non è sicuramente nuova come analisi della global governance e dell’epoca contemporanea. A partire dalla crisi dello Stato di benessere promosso nel Nord Globale negli anni d’oro del Boom economico, determinata dalle riforme che hanno progressivamente precarizzato il lavoro ed i diritti sociali e dai processi di “dispossessione” e privatizzazione di forme di vita e risorse naturali, conoscenze e servizi cominciati negli anni ‘80 ed inaspritisi a cavallo degli anni 2000, lo spettro della “fine della storia” e quindi del trionfo assoluto del capitalismo come egemonia di organizzazione sociale e geopolitica[1] è risultato sempre meno convincente. Negli ultimissimi anni, poi, in Occidente è aumentato il torpore di una frustrazione generata dalla ripresa degli spazi pubblici e politici da parte movimenti populisti che, con ingenuità, apparivano avere un ché di desueto, dando uno scacco finale alla presunta relazione tra neoliberalismo e democrazia. A contribuire alla visione della crisi negli ultimi anni erano stati anche i movimenti sociali latino americani, come ad esempio in Cile, laboratorio per eccellenza di sperimentazione del neoliberalismo in America Latina, dove si gridava nelle strade che la normalità (alias lo Stato Neoliberale e la sua relazione con precarietà e disuguaglianza) è il problema. Ancora, la crescita recente dei movimenti transfemministi, finalmente con una voce più “rumorosa” tra i movimenti sociali, aveva esplicitato con maggiore forza la relazione intrinseca fra l’ordine neoliberale, la sua storia, la sua contemporaneità ed il patriarcato. 

Ma non è tutto. Sicuramente, la novità, la gravità e la straordinarietà in cui ci siamo “svegliati” nel tempo della crisi ecologico-climatica ha permesso di rinnovare la prospettiva della crisi dandole un’accezione più profonda e assoluta. Infatti, il concetto di capitalocene[2], insieme all’insieme delle dinamiche di crisi di cui esso è cornice (ad esempio l’aumento delle catastrofi climatiche, delle patologie fisico-psichiche legate al modello di produzione e consumo dominante, delle diseguaglianze, delle migrazioni forzate ecc.) hanno fatto emergere che la crisi è sistemica e di civiltà. A rafforzare questa idea, nell’epoca del Covid-19, contribuiscono le analisi che interpretano l’epidemia come sintomo di un sistema socio-ecologico fortemente disequilibrato[3].

Intellettuali messicani come V. Toledo e G. Esteva propongono da alcuni anni il concetto di crisi di civiltà e visioni e pratiche municipaliste e comunitariste come interpreti di una risposta a tale crisi. Quest’ultimo passaggio analitico-politico apporta un elemento fondamentale e necessario a questa “epoca della disfatta”, la visione di un cammino futuro possibile. Questo fa anche, in questo articolo, Boaventura, finora consacrato dalla storia delle scienze sociali e dai critici alla globalizzazione per la sua Epistemologia del Sud e per la sua speranza in una globalizzazione contro-egemonica. Nell’articolo non c’è utopia, ma c’è visione. Si vede una proposta di lettura accurata di come la pandemia ha riconfigurato la crisi del neoliberalismo e la presentazione di scenari che appaiono tutti realisticamente possibili.

Tra gli elementi che l’articolo riesce a ricollocare nel puzzle del mondo globalizzato, appare un nuovo ruolo dello Stato e un travestimento nuovo per l’antica geopolitica dello scontro tra Impero d’Oriente e d’Occidente. Tra gli scenari, si propone un negazionismo totalitario, cupo e securitario, in continuità con come appare a molti il presente caratterizzato dalla “biosicurezza e dal terrore sanitario”[4]. Si propone anche “un’uscita classica” del trasformismo capitalista nella sua capacità di rinnovare il ciclo di accumulazione e anche nella pratica di dare “un po’ di bastone e un po’ di carota” ai cittadini, così da mantenere un tentativo di pace sociale in una società che vede continuare ad ampliarsi la fetta della popolazione devastata dalle crisi. Come ulteriore opzione, Boaventura si “permette” di dare legittimità ad alcune delle pratiche che nella lettura egemonica sono lette come residuali e che, invece, occupano lo spazio di un altro modo di intendere la vita. Infine, questo articolo inserisce un elemento che la credenza occidentale, con le sue illusioni travestite da ottimismo, come la crescita infinita, ha impedito di posizionare nel puzzle a chi finora stava nella “parte più fortunata del mondo” rispetto akla distribuzione della ricchezza e dei diritti sociali: il dolore. Si tratta del dolore della disfatta di una civiltà, delle molteplici sofferenze che la compongono e che sono anche parte dei possibili futuri percorsi di civilizzazione. [Carlotta Ebbreo]

 «Che saetta previsa viene più lenta»

La pandemia del nuovo Coronavirus ha messo a dura prova molte delle certezze politiche che sembravano essersi consolidate negli ultimi quarant’anni, specialmente in quello che viene chiamato “Nord Globale”.

Le principali certezze erano: la vittoria definitiva del capitalismo contro il suo grande sfidante storico, il socialismo sovietico; il primato dei mercati nella regolazione della vita sia economica che sociale, con la conseguente  privatizzazione e deregolamentazione dell’economia e delle politiche sociali e la retrocessione del ruolo dello Stato in quanto regolatore della vita collettiva; la globalizzazione dell’economia, nella produzione e distribuzione, basata sulla logica dei vantaggi comparati; la flessibilità (precarietà brutale dei rapporti di lavoro) come condizione per aumentare il tasso di occupazione e la crescita economica. In generale, queste certezze erano costitutive dell’ordine neoliberale. Questo ordine si è alimentato del disordine nella vita delle persone, specialmente di quelle che sono entrate nell’età adulta negli ultimi decenni. Vale la pena ricordare che la generazione globale dei giovani che sono entrati nel mercato del lavoro durante il primo decennio degli anni 2000 ha già sperimentato due crisi economiche, la crisi finanziaria del 2008 e la crisi attuale causata dalla pandemia. D’altro canto, la pandemia ha significato molto più di questo. Nello specifico ha dimostrato che:

1) è lo Stato che è in grado di proteggere la vita dei cittadini (non i mercati); 2) la globalizzazione può mettere in pericolo la sopravvivenza dei cittadini nel momento in cui ogni Stato non è produttore di beni essenziali; coloro che si trovano in condizioni lavorative precarie risultano i più colpiti, poiché non hanno garantito alcun reddito o protezione sociale quando termina il rapporto di lavoro, situazione che il Sud Globale conosce bene; 3) le alternative socialdemocratiche e socialiste sono riaffiorate nell’immaginario di molti, non solo perché la devastazione ecologica provocata dall’espansione senza fine del capitalismo ha toccato limiti estremi, ma anche perché, in fin dei conti, i paesi che non hanno privatizzato e depauperato i propri laboratori sembrano essere i più efficaci nella distribuzione dei vaccini (Russia e Cina).

Non dovrebbe stupire che gli analisti finanziari a servizio di coloro che hanno creato l’ordine neoliberale stiano predicando l’entrata in una nuova era, l’era del disordine. È comprensibile che la pensino così, dato che non sanno vedere nulla al di fuori del catechismo neoliberale. L’analisi che svolgono è lucida e rivela preoccupazioni reali. Di seguito proviamo a comprendere alcune delle sue caratteristiche principali:

I salari dei lavoratori del Nord Globale sono stati congelati negli ultimi trent’anni, mentre le disuguaglianze sociali non hanno smesso di aumentare. La pandemia ha aggravato la situazione ed è molto probabile che questo generi malessere sociale. In questa fase, si è vista di fatto una lotta di classe dei ricchi contro i poveri e la resistenza di coloro i quali sono stati finora sfiancati può sorgere in qualunque momento. Gli imperi, nella fase finale della loro decadenza, tendono a scegliere figure caricaturali che possono solo accelerarne l’epilogo, come possono rappresentare Boris Johnson in Inghilterra o Donald Trump negli Stati Uniti. Il debito estero che in molti Stati risulterà dalla pandemia sarà impagabile e insostenibile, e i mercati finanziari non sembrano essere coscienti di tutto ciò.

Lo stesso risultato si vedrà con le famiglie di classe media, visto che hanno usato lo strumento dell’indebitamento come ultima risorsa che avevano per mantenere un certo stile di vita. Alcuni Stati hanno optato per la strada facile del turismo internazionale (hotel e ristoranti [per il turismo di massa, NdT]), un tipo di attività economica presenziale per antonomasia, che soffrirà di costante incertezza.

La Cina ha accelerato il passo per tornare ad essere la prima economia mondiale, come lo è stata per secoli fino all’inizio del XIX secolo. La seconda ondata della globalizzazione capitalista (1980-2020) è giunta al termine, e non si sa cosa segue. L’era della privatizzazione delle politiche sociali (giusto un esempio, la sanità) con le sue ampie prospettive di profitto sembra aver raggiunto il suo epilogo.

Queste analisi, a tratti rivelatrici, implicano che stiamo entrando in un periodo di dilemmi più decisivi e più scomodi di quelli che hanno prevalso negli ultimi decenni. Prevedo tre principali scenari possibili.

Il negazionismo

Chiamerò il primo negazionismo. Il negazionismo non condivide il carattere drammatico delle valutazioni fin qui esposte. Non vede nella crisi contemporanea nessuna minaccia per il capitalismo. Al contrario, crede che la crisi attuale lo abbia rafforzato. In fin dei conti, il numero dei multimiliardari non ha smesso di aumentare durante la pandemia e, inoltre, ci sono settori che hanno visto accrescere i propri benefici (vedasi per esempio il caso di Amazon o alcune tecnologie della telecomunicazione, come Zoom). Il negazionismo riconosce che la crisi sociale peggiorerà; per contenerla, lo Stato dovrebbe esclusivamente rafforzare il suo sistema di “norme e controllo”, rafforzare la sua capacità di repressione delle proteste sociali, che già cominciano a vedersi e che sicuramente aumenteranno, accrescere la forza di polizia, riadattare l’esercito contro i “nemici interni”, intensificare i sistemi di vigilanza digitale e ampliare il sistema penitenziario. In questo scenario, il neoliberalismo continuerà a dominare economia e società. Si accetta che sarà un neoliberalismo modificato geneticamente al fine di potersi difendere dal virus cinese. Per essere più chiari, un neoliberalismo in tempi di inasprimento della guerra fredda con la Cina, e di conseguenza, combinato con un certo tribalismo nazionalista.

Il gattopardismo

La seconda opzione è quella che più corrisponde agli interessi dei settori che vedono il bisogno di riforme affinché il sistema continui a funzionare o, per meglio dire, perché continui a garantire un rendimento del capitale. Chiamerò questa opzione gattopardismo, facendo riferimento al romanzo Il Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa (1958): le cose devono cambiare affinché tutto resti uguale e l’essenziale sia garantito. Ad esempio, la sanità pubblica dovrebbe migliorare e ridurre le disuguaglianze sociali, mentre non vengono immaginati cambiamenti nel sistema produttivo o finanziario, nello sfruttamento delle risorse naturali, nella devastazione della natura e nei modelli di consumo. Questa posizione riconosce implicitamente che il negazionismo potrebbe arrivare a dominare e teme che, a lungo andare, questo renda infattibile il gattopardismo. La legittimità del gattopardismo si basa su una connivenza che si è stabilita negli ultimi quarant’anni tra il capitalismo e la democrazia, una democrazia a bassa intensità e ben addomesticata, che non metta in dubbio il modello economico e sociale, ma che ancora garantisce alcuni diritti umani per evitare il rifiuto radicale e la ribellione antisistema. Senza le riforme che fungono come valvola di sicurezza, terminerebbe ogni pace sociale e, di conseguenza, la repressione sarebbe inevitabile.

Il transizionismo

Esiste tuttavia una terza posizione, che definisco transizionismo. Attualmente, questa abita nell’anticonformismo angosciato che sorge in svariati spazi: nell’attivismo ecologista della gioventù urbana ovunque nel mondo; nell’indignazione e nella resistenza dei contadini, popoli indigeni e afrodiscendenti e dei popoli che abitano le foreste e le regioni a queste adiacenti e che si confrontano con l’invasione impune dei loro territori e con l’abbandono dello Stato in tempo di pandemia; nella rivendicazione dell’importanza degli oneri di cura a carico delle donne, talvolta nell’anonimato delle famiglie, ma anche nelle lotte dei movimenti popolari e pure, in vari paesi, in quelle che affrontano i governi e le politiche sanitarie; in un nuovo attivismo ribelle di artisti plastici, poeti, gruppi teatrali e rappers, soprattutto nelle periferie delle grandi città, in tutto ciò che costituisce un ampio gruppo che potremmo chiamare artivismo. Questa è la posizione che vede nella pandemia il segnale che il modello di civilizzazione che ha dominato nel mondo a partire dal XVI secolo è giunto al termine e che è necessario cominciare una transizione ad un altro o ad altri modelli civilizzatori.

Il modello attuale si basa sullo sfruttamento senza limiti della natura e degli esseri umani, nell’idea di una crescita economica infinita, nel primato dell’individualismo e della proprietà privata e nel secolarismo. Questo modello ha permesso impressionanti avanzamenti tecnologici, mentre ha concentrato i profitti in alcuni gruppi sociali, cosa che ha causato e legittimato l’esclusione di altri, di fatto la maggioranza, attraverso tre forme di dominazione: lo sfruttamento dei lavoratori (capitalismo), la legittimazione dei massacri e il saccheggio delle razze considerate inferiori, insieme all’appropriazione di risorse e conoscenze (colonialismo), infine il sessismo, legittimando la svalutazione del lavoro di cura delle donne e la violenza sistemica contro queste ultime nello spazio pubblico e domestico (patriarcato).

La pandemia, peggiorando queste disuguaglianze e discriminazioni, ha mostrato con maggiore evidenza che se non cambiamo il modello di civilizzazione nuove pandemie continueranno a vessare l’umanità e il danno che causeranno alla vita umana e non umana sarà incalcolabile. Dato che non si può cambiare da un giorno all’altro modello di civilizzazione è necessario cominciare a progettare le direttive della transizione. Da qui, il termine transizionismo.

A mio avviso, il transizionismo, nonostante sia una posizione attualmente minoritaria, è quella che sembra avere più futuro e portare meno disgrazia alla vita umana e non umana nel pianeta. Per questo motivo, merita maggiore attenzione. Partendo da questa posizione, possiamo prevedere l’entrata in un’era di transizione paradigmatica basata su varie transizioni. Le transizioni si producono quando una forma di vita dominante, individuale e collettiva, creata da un determinato sistema economico, sociale, politico e culturale, comincia a mostrare difficoltà crescenti alla sua stessa riproduzione, mentre al suo interno cominciano a germinare, sempre meno marginalmente, segni e pratiche che mirano a forme di vita altre, qualitativamente differenti.

L’idea di transizione è un’idea intensamente politica perché presuppone l’esistenza alternativa tra due orizzonti possibili, il distopico e l’utopico. Nell’ottica della transizione, non far niente, elemento caratterizzante del negazionismo, implica di fatto una transizione regressiva verso un futuro irreparabilmente distopico, un futuro nel quale tutti i malesseri o le disfunzioni del presente si intensificheranno e moltiplicheranno, un futuro senza futuro, poiché la vita umana risulterà impossibile, come di fatto lo è già per molti degli abitanti del nostro mondo.

Al contrario, la transizione guarda a un orizzonte utopico. Visto che l’utopia per definizione non può essere mai raggiunta, la transizione è potenzialmente infinita e non per questo meno urgente. Se non cominciamo subito, domani potrebbe essere troppo tardi, come ci avvertono gli studiosi del cambio climatico e del surriscaldamento terrestre o i contadini che stanno subendo i drammatici effetti dei fenomeni metereologici estremi. La caratteristica principale della transizione è che non si sa mai con certezza quando inizia e quando finisce. È probabile che il nostro tempo verrà visto in futuro diversamente dalla forma in cui oggi sosteniamo che abbia. Addirittura, la transizione potrebbe essere considerata come qualcosa già in corso e che incontra continui ostacoli.

L’altra caratteristica delle transizioni è che non sono particolarmente visibili a chi le sta vivendo. L’altra faccia della cecità con cui dobbiamo vivere il tempo della transizione è che si situa nell’invisibilità. Si tratta di una fase di prove e di errori, di passi avanti e contrattempi, di cambi persistenti ed effimeri, di mode e obsolescenze, di porte d’uscita travestite da entrate e viceversa. La transizione viene identificata solo dopo che è realmente occorsa.

Nel prossimo futuro, il negazionismo, il gattopardismo e il transizionismo si scontreranno e il conflitto sarà probabilmente meno pacifico e democratico di come ci piacerebbe avvenisse. Una cosa è certa: il tempo delle grandi transizioni è scritto sulla pelle del nostro tempo ed è molto probabile che contraddica il verso di Dante: «che saetta previsa viene più lenta». Stiamo osservando la saetta della catastrofe ecologica mentre sfreccia verso di noi. Viaggia così rapida che a volte sembra sia già conficcata nel nostro fianco. Se mai sarà possibile eliminarla, non sarà senza dolore.

[1] Si fa riferimento al testo del filosofo politico Fukuyama La fine della storia e l’ultimo uomo, 2020, edizioni UTET).

[2] Ovvero un’epoca della storia dove lo sfruttamento del lavoro, umano e non umano, finalizzato all’accumulazione illimitata del capitale, ha creato una rottura irreparabile del equilibro del ecosistema planetario (per approfondire J. Moore, 2018 in Antropocene o Capitalocene, Ombre Corte 

[3] Ad esempio gli studi che connettono le epidemie al sistemi agroalimentare industriale (vedi R. Wallace, 2016, in Big Farms Make Big Flu: Dispatches on Infectious Disease, Agribusiness, and the Nature of Science quantity,) o le letture più recenti del Covid-19 come sindemia, ovvero come sintesi di un’interazioni tra diverse variabili biologiche, epidemiologiche e sociali di cui questo tempo è interprete (Vedi R. Horton 2020, in The Covid-19 catastrophe: What’s gone wrong and how to stop it happening again in Polity Press).

[4] vedi Agamben, Sul tempo che viene ed altri scritti del 2020 nel blog Quodilbet.

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Le recenti mobilitazioni in Thailandia si sono contraddistinte dal largo utilizzo, nelle prime linee, di papere gonfiabili gialle. Le papere hanno avuto il doppio effetto di proteggere dalla polizia e diventare elemento iconico in grado di connotare le proteste thailandesi e farle risaltare nella cronaca internazionale. Oltre all’opposizione ai militari e alla monarchia, quali sono gli obiettivi di questi movimenti? Quali la composizione e le pratiche? Ne abbiamo parlato con Emanuele Giordana, giornalista ed esperto di Sudest Asiatico.

Da Radio Blackout

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Sabato H 10:30 presidio in lungo Dora Firenze 87 per pretendere la riapertura del Maria Adelaide.

Da mesi chi abita tra Vanchiglia, Aurora e Barriera di Milano esprime attraverso l'assemblea Riapriamo il Maria Adelaide le sue priorità: solidarietà, salute e sanità pubblica. La Regione Piemonte invece, che ha il potere di riaprire gli ospedali, preferisce aspettare che passi "l'emergenza" per tornare poi ad una normalità fatta di servizi tagliati e ospedali chiusi. Nel frattempo, abbiamo visto il disastro che anni di ristrutturazione e l’incompetenza di questa giunta hanno generato.

Riaprire gli ospedali è per noi, come per molte altre persone in tutta Italia, una priorità per il presente e per il futuro. Significa un modello di cura dei territori diverso da quello presente. Ma non solo: implica dover rimuovere i paletti di accesso alle professioni sanitarie e assumere personale, migliorare le condizioni di lavoro del personale stesso - per questo siamo pienamente solidali alle mobilitazioni di quel settore lavorativo. In poche parole: si devono investire molti soldi. Soldi che, anche per il Recovery Fund, ci sarebbero, ma che Cirio sembra non voler spendere per la sanità pubblica, tergiversando. Noi crediamo invece che questa occasione vada colta subito, che i fondi vadano spesi per le reali esigenze dei territori e di chi li abita, anche grazie ad operazioni di redistribuzione della ricchezza. Che città è quella che conta 37 presidi di polizia e carabinieri e solo 10 presidi ambulatoriali territoriali?Potenziare il sistema dei poliambulatori di prossimità non è solo utile per avere una medicina di prevenzione attiva sul territorio e davvero al servizio delle persone: è necessario. La pandemia ci ha dimostrato l'urgenza di una sanità diversa, svincolata dalla logica aziendalista e del profitto. Servono presidi accessibili, che garantiscano la prevenzione sul territorio e una maggiore vicinanza tra medico e paziente. Solo i politici si ostinano a non volerlo ammettere, per non violare il sacro dogma del pareggio di bilancio e della privatizzazione della sanità - il 37% della spesa sanitaria regionale è già in mano ai privati.Per questo ci ritroveremo pubblicamente davanti all’ex ospedale per chiedere:

1) La riapertura del Maria Adelaide come presidio ospedaliero territoriale;

2) Assunzioni di personale sanitario a tempo indeterminato;

3) Rispetto dei diritti e della sicurezza sul lavoro;

4) Ridiscussione dei criteri di accesso alle professioni sanitarie, attualmente limitato dal numero chiuso nazionale

Porteremo anche tanti altre parole d’ordine, che toccano anche altre problematiche sociali. Riteniamo infatti che non si possa ragionare per dipartimenti stagni per ricostruire una sanità a misura di una società giusta, fatta di presidi ospedalieri diffusi presso i quali poter esercitare vigilanza e prevenzione sanitaria, informazione e cura. Per questo è necessario manifestare in strada sabato!

"Riapriamo il Maria Adelaide"

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