ssssssfff
Articoli filtrati per data: Monday, 28 Dicembre 2020

Il perdono di Trump per i mercenari della Blackwater che hanno ucciso 14 civili iracheni a Nisour Square mostra al mondo cosa significa giustizia in America. 

Ali Kinani aveva nove anni quando i mercenari della Blackwater gli hanno sparato alla testa in una rotatoria a Baghdad il 16 settembre 2007. Era sul sedile posteriore del SUV di suo padre con due dei suoi cugini. Sua madre era seduta davanti. Il padre di Ali, Mohammed Kinani, stava guidando quando ha visto quattro auto blindate entrare nel traffico alla rotonda dalla direzione sbagliata. I "soldati" hanno alzato le mani per fermare il traffico. Mohammed ha fermato la sua macchina. All'inizio pensava che gli uomini fossero soldati americani. Ma non erano soldati.

Non era insolito per i convogli regolari dell'esercito americano fermare il traffico. La rotatoria, Nisour Square, era solo a un isolato da uno dei cancelli d'ingresso principali alla Green Zone di Baghdad. Quando Mohammed ha guardato alla sua destra, il conducente dell'auto accanto a lui ha urlato che i "soldati" avevano appena sparato contro un'altra macchina davanti a loro. All'improvviso, i proiettili hanno iniziato a crivellare l'auto di Mohammed mentre una granata ha colpito anche l'auto accanto a lui. L'uomo che gli aveva appena parlato era morto. Aveva cercato di scappare, ma ora giaceva in una pozza di sangue, ucciso dal fuoco delle mitragliatrici dei veicoli blindati.

Ho rappresentato la famiglia Kinani e altre cinque vittime dei mercenari di Blackwater che sono stati condannati per l'omicidio di almeno 14 cittadini iracheni innocenti quel giorno e per il ferimento di diverse dozzine di altri. Quasi tutti coloro che sono rimasti uccisi o feriti negli spari stavano viaggiando lì in auto, taxi o autobus. Coloro che hanno perso la vita per strada erano stati uccisi mentre correvano verso la salvezza. Ali era la più giovane delle vittime di Blackwater di quel giorno. Ho citato in giudizio Blackwater, il fondatore Erik Prince, e i quattro uomini che sono stati condannati per omicidio e accuse di omicidio colposo spericolato per armi da fuoco in una causa civile intentata nella Carolina del Nord, dove si trova il quartier generale e le strutture di Blackwater Formazione Moyock.

Per capire la carneficina avvenuta per le strade quel giorno, è necessario ascoltare le parole di Mohammad che me lo spiega.

Mohammad stava andando a trovare sua sorella e i suoi nipoti. Quando uscì di casa, il figlio più giovane, che era stato affettuosamente soprannominato "alauí", gli chiese di lasciarlo andare con lui. Sebbene Mohammad stesse per tornare rapidamente a casa da sua sorella e dai cugini di Ali, disse a suo figlio che poteva accompagnarlo. La strada per la casa passava per piazza Nisour.

Mohammad era eccitato quando gli Stati Uniti erano entrati a Baghdad alcuni anni prima, nel 2003. Si era incontrato con i membri delle forze armate statunitensi per le strade e ha condiviso con loro dolci e succhi. Mohammad era un commerciante dedito al restauro di automobili. Disprezzava Saddam Hussein per i suoi modi oppressivi e vendicativi. Mohammad era contento di poter finalmente porre fine al suo regno del terrore.

Quando Mohammad ha visto il convoglio entrare nella rotonda, inizialmente ha creduto che fossero membri regolari dell'esercito degli Stati Uniti Essendo così vicino alla Zona Verde, ha pensato che qualcuno di importante potesse entrare o uscire dall'area. Non era insolito. Ma quando è iniziata la sparatoria, la sua vita - e quella di tutta la sua famiglia - è cambiata per sempre.

Per fortuna, prima che il suo SUV venisse attaccato, Mohammad, sua sorella ei loro figli hanno avuto il tempo di entrare nel veicolo. Mohammed e sua sorella hanno gridato ai loro figli di rannicchiarsi. I proiettili ronzavano ovunque. Mohammed ha cercato di vedere cosa stava succedendo. Poi ha visto come l'uomo nell'auto accanto a lui è sceso e ha iniziato a correre. Colpi di mitragliatrice gli squarciarono il corpo. Ha sparato in tutte le direzioni. Mohammad ha visto altre auto attaccate. Le guardie di Blackwater hanno sparato indiscriminatamente. Inizialmente, la polizia stradale irachena ha cercato di dire agli uomini di Blackwater che non c'erano minacce, ma anche loro hanno dovuto correre ai ripari. Mohammad vide che stavano ancora sparando all'uomo steso a terra e che era già morto. I colpi di mitragliatrice hanno scosso il suo corpo senza vita in una pozza di sangue. Nel mezzo dell'attacco, Mohammad non riusciva a capire perché quel morto fosse un bersaglio. Non riusciva a capire cosa stesse succedendo o perché. Ma sapeva che stava sopravvivendo mentre continuava a urlare ai bambini sul retro del suo SUV di rimanere bassi e immobili.

La sparatoria è finita all'improvviso come era iniziata. I quattro veicoli blindati si allontanarono. Tutto divenne stranamente silenzioso. Mohammad non era stato colpito. Sua sorella era al sicuro. Pensava che fosse stato un miracolo dopo aver visto così tante persone morire. Ma uno dei figli di sua sorella ha detto che Ali era ferito.

Mohammed è sceso velocemente dall'auto e ha visto del sangue all'interno del lunotto. Ali si era accasciato contro il vetro. Quando Mohammad aprì la porta, suo figlio cadde verso di lui, il suo cranio si spezzò e gran parte del cervello di Ali cadde sul pavimento tra i piedi di suo padre. Il video delle conseguenze include un'immagine di un cervello umano per strada in Piazza Nisour.

Mohammad ha girato il suo SUV crivellato di proiettili ed è tornato all'ospedale più vicino, a pochi isolati di distanza. Stava guidando con pneumatici a terra e un parabrezza rotto. Il poggiatesta accanto a lui, dove era seduta sua sorella, aveva un foro di proiettile. Era come se qualcuno avesse indicato il SUV dove avrebbe dovuto essere la testa di una persona. Mohammad sapeva che le ferite di suo figlio erano fatali, ma doveva provarci. Quando è arrivato all'ospedale, sembrava una zona di guerra. Le vittime erano ovunque e altre stavano arrivando nel retro dei camion. I corridoi erano pieni. Tutto era caos.

Mohammad ha costretto un medico a guardare Ali. Non potevano fare niente per lui. Gli hanno detto che doveva andare in un ospedale neurologico dall'altra parte di Baghdad. È stata chiamata un'ambulanza e Ali e Mohammad sono stati portati dall'altra parte della città. Quando Mohammad ha preso la mano di suo figlio, Ali ha avuto un attacco epilettico ed è morto sul retro dell'ambulanza.

L'anno successivo la mia azienda ha ricevuto una chiamata da un avvocato specializzato in immigrazione in cerca di rappresentanza per le vittime di Blackwater. Alla fine sono stato assunto per rappresentare la famiglia Kinani in una causa civile contro Blackwater, Prince e molte altre società Blackwater e, naturalmente, gli uomini che sono stati accusati e infine condannati per omicidio e omicidio colposo a mano armata. La causa civile è stata intentata come causa per morte ingiusta e lesioni personali contro gli uomini e le società responsabili delle perdite dei miei clienti.

Oltre alla famiglia Kinani, ho rappresentato altre cinque famiglie e vittime. Abraham Al Mafrage era un contadino di 70 anni e padre di sette figli, anch'egli colpito alla testa e morto quel giorno. Gli hanno sparato mentre era seduto in un autobus pubblico.

Mahde Shamke aveva 25 anni e guidava un taxi per sostenere i suoi genitori e fratelli. È stato colpito alla schiena che ha prodotto un enorme foro di uscita nel petto. È morto nel corridoio dell'ospedale circondato da parenti mentre chiedeva acqua. Non ha ricevuto alcun trattamento. L'ospedale era sovraffollato. Ha dovuto rimanere sdraiato nel corridoio per un'ora prima di morire.

Ghasson Mahmud era un ingegnere civile di 55 anni. È stato colpito dal tetto della sua auto mentre il convoglio di Blackwater ha sparato sopra qualsiasi cosa. Ha trascorso più di un anno a subire le ferite che lo hanno causato fino alla morte per una lesione cerebrale.

Mayid Al Karim aveva 51 anni quando è stato ferito. Era nell'auto accanto a quella di Mohammed. Il suo socio in affari era quello che giaceva nella pozza di sangue dopo essere stato ripetutamente colpito. Mayid è sopravvissuto perché si trovava sul lato del passeggero ed è stato in grado di proteggersi dalla maggior parte delle raffiche di proiettili. Un colpo lo ha colpito all'addome. Shrapnel è rimasto sul suo corpo dalla granata lanciata contro il suo veicolo mentre cercava di scappare.

Nassar Hamza aveva 67 anni quando è stato colpito a colpi di arma da fuoco e ferito a un braccio. Non lo trattarono bene perché le sue ferite erano meno mortali e non gli importava, ma rimase con un braccio sfigurato e inutile.

È stato un onore per me rappresentare queste vittime e le loro famiglie. So che ognuno di loro aveva molta fiducia nel sistema legale americano. Ogni volta che le accuse penali sembravano andate perse, il Dipartimento di Giustizia ha detto loro che non erano state dimenticate, che avremmo continuato a chiedere la condanna di coloro che avevano commesso quei crimini.

Non è stata una strada facile, né nell'ordinamento civile né in quello penale. Alla Blackwater e ai suoi dipendenti era stata concessa l'immunità da qualsiasi denuncia civile o penale in Iraq, che faceva parte del contratto di Prince con il Dipartimento di Stato. L'unico modo in cui questi uomini potevano essere assicurati alla giustizia era negli Stati Uniti. Quando le prime accuse sono state ritirate alla vigilia di Capodanno 2009, è stato detto loro che i procedimenti sarebbero proseguiti. L'allora vicepresidente Joe Biden ha tenuto una conferenza stampa in cui ha detto ai cittadini iracheni che non li avrebbe abbandonati. In ogni fase del processo, il sistema legale degli Stati Uniti ha assicurato che questi uomini fossero sottoposti a procedimenti giudiziari imparziali ed equi. Quando la guardia di sicurezza della Blackwater Nicholas Slatten, fu giudicato e condannato per omicidio e la sentenza fu l’ergastolo, il sistema giuridico americano sentenziò che era necessario un’ulteriore udienza.

Il risultato della lunga battaglia legale fu che ad ogni uomo fu assicurato un processo equo, libero da pregiudizi e senza ingiusti favoritismi. Allo stesso modo, la causa civile, che è stata depositata presso il tribunale statale della Carolina del Nord, è stata trasferita al tribunale federale e quindi restituita al tribunale statale. Durante il contenzioso, è stato presentato ricorso presso la 4th Circuit Court of Appeals di Richmond, Virginia. Ancora una volta, il risultato fu che il sistema legale civile esaurì qualunque difesa fosse stata offerta a Blackwater e ai suoi uomini.

La nostra causa civile si è conclusa con una risoluzione accettabile per le parti. Le condanne hanno fatto sentire alle vittime di aver ricevuto giustizia. Il sistema legale americano, un pilastro della giustizia nel mondo, aveva funzionato. Tutto questo è cambiato ieri con le grazie del presidente Donald Trump.

Quando le sentenze sono state pronunciate per la prima volta, ho commentato che ero sicuro che i miei clienti, che ancora risiedevano in Iraq, fossero lieti di sapere che la giustizia era stata fatta. Quando la condanna di Slatten è stata ribaltata, temevo che il caso sarebbe stato ignorato. Non era così. Gli è stato assicurato un processo equo e condannato per i suoi crimini. Ancora una volta, sapevo che i miei clienti sarebbero stati contenti di sapere che la giustizia era stata fatta e che i loro diritti erano stati protetti. Questo è ciò che provano molti avvocati in America: combattiamo per coloro che non possono combattere per se stessi. Si sentiva come se l'avesse fatto e sapeva che anche i pubblici ministeri lo stavano facendo.

Il massacro di Nisour Square ha portato all'indagine penale più completa e costosa dell'FBI dall'11 settembre. Decine di testimoni sono stati portati negli Stati Uniti per testimoniare su quanto accaduto il 16 settembre 2007. Gli sforzi degli investigatori, dei pubblici ministeri e degli uomini e delle donne che li hanno sostenuti sono stati incommensurabili. Il costo è stato giustificato chiarendo al popolo iracheno che il governo degli Stati Uniti riteneva i suoi cittadini responsabili dei loro crimini, non importa quando o dove fossero stati perpetrati.

È spiacevole e triste che questi sforzi siano stati sprecati. Questi uomini saranno liberi nonostante i loro crimini e non scenderanno in prigione per il tempo che meritano. Sicuramente i miei clienti si sentono ignorati, maltrattati e usati. La loro fede nel nostro sistema legale non ha più ragion d’essere. Il risultato non è solo l'ingiustizia che vediamo in America, ma il mondo sarà anche consapevole delle crepe nei pilastri della giustizia su cui si basa il nostro sistema. Questo potrebbe essere il danno più grande conseguenza di questo perdono.

Di Paul Dickinson, avvocato di cause civili presso The Law Offices of James Scott Farrin in North Carolina. Rappresenta persone comuni che sono state danneggiate dalle azioni di altri in casi di morte illecita e lesioni personali contro grandi aziende. È stato coinvolto nel verdetto di casi in tribunali federali e statali in numerose giurisdizioni. Il caso Blackwater è solo un esempio di alcuni dei complessi contenziosi che ha gestito.

Fonte: https://theintercept.com/2020/12/23/blackwater-massacre-iraq-pardons/

Tradotto dall'inglese per https://rebelion.org da Sinfo Fernández

Informazioni aggiuntive

  • notizia Live normale
Dai carbon markets al carbon farming, domande irrisolte e problemi di uno dei punti chiave delle politiche sul clima.

Di Francesco Panié per il Tascabile

Per capire il mercato del carbonio può essere utile fare un salto al periodo fra il Quattordicesimo e il Sedicesimo secolo, quando era in voga un fenomeno chiamato “commercio delle indulgenze”: la chiesa rimetteva i peccati alle persone contrite in cambio di somme di denaro, poi reinvestite in opere sociali. Il materialismo in cui era caduta l’istituzione, ridotta al punto da perdonare per soldi, fu tra i motori dello Scisma protestante. Oggi le politiche per il clima si basano su presupposti simili: le imprese inquinanti possono comprare diritti di emissione e crediti di carbonio invece di modificare le proprie strutture produttive. Con il loro denaro, pagano programmi di riforestazione o investimenti in tecnologie pulite che dovrebbero generare una corrispondente riduzione di gas serra. Il prezzo per tonnellata di CO2, dettato dal mercato e non fissato da una autorità pubblica, è inferiore a quello da sostenere per chiudere centrali inquinanti e investire in impianti più moderni. Per questo i carbon markets vengono proposti come un’alternativa desiderabile rispetto alla regolamentazione diretta dei governi, oltre che altrettanto efficiente.

La finanziarizzazione del clima ha conosciuto un tale successo negli ultimi vent’anni che gli strumenti di mercato sono oggi il perno dei principali accordi globali, così come degli impegni europei e nazionali per la riduzione dei gas climalteranti. Sorprende però che, in tutto questo tempo, nessuno sia stato in grado di dimostrare che funzionano davvero. Anzi, sempre nuovi dati mettono in dubbio il contributo di questi meccanismi all’azione per il clima.

L’opportunità di comprare e vendere carbonio esiste ufficialmente dal 2005, anno di entrata in vigore del Protocollo di Kyoto, ed è stata introdotta con l’obiettivo di invogliare le imprese dei paesi industrializzati a investire in progetti di riduzione delle emissioni nei paesi emergenti o meno sviluppati. Ѐ nato così il Meccanismo di sviluppo pulito (Clean Development Mechanism – CDM), popolato da società che faticavano a ripulire il sistema di produzione in patria e, per rimanere competitive e contribuire al contempo all’azione climatica, invece di investire nella propria modernizzazione hanno avuto la possibilità fare ricorso all’acquisto di questi “diritti di inquinare” generati da progetti meno impattanti nel sud globale.

Le imprese inquinanti possono comprare diritti di emissione e crediti di carbonio invece di modificare le proprie strutture produttive.

Il Meccanismo di Sviluppo Pulito ha da subito scatenato molte critiche da parte dei movimenti ecologisti. Sono fioccate negli anni le accuse di “colonialismo del carbonio”, frode e sovrastima delle riduzioni, al punto che le pratiche di finanziarizzazione del clima sono state bollate come “false soluzioni”. E in effetti, talmente larghe erano le maglie dei valutatori delle Nazioni Unite, che ad alcune imprese è bastato bruciare il metano prima liberato in atmosfera durante il processo di pirolisi del legno per ottenere il via libera alla generazione di crediti di carbonio. Ed è solo uno dei molti esempi controversi.

Ridurre la transizione ecologica ai movimenti finanziari della molecola di carbonio ha fatto sì che sovente venisse trascurata la dimensione dell’equità sociale. Perfino l’enciclica Laudato Si’ dedica un paragrafo a queste pratiche. Scrive Papa Bergoglio:

La strategia di compravendita di ‘crediti di emissione’ può dar luogo a una nuova forma di speculazione e non servirebbe a ridurre l’emissione globale di gas inquinanti. Questo sistema sembra essere una soluzione rapida e facile, con l’apparenza di un certo impegno per l’ambiente, che però non implica affatto un cambiamento radicale all’altezza delle circostanze. Anzi, può diventare un espediente che consente di sostenere il super-consumo di alcuni Paesi e settori.

 

Per capire come si è arrivati a questo punto bisogna fare un passo indietro.

Uno sviluppo (poco) pulito?

La ratio dietro l’introduzione del Meccanismo di Sviluppo Pulito era che, per evitare shock economici in settori chiave dell’economia, la transizione ecologica sarebbe dovuta avvenire nella maniera meno costosa possibile. Ecco perché prevedeva questa “cooperazione” fra nord e sud del mondo nella riduzione delle emissioni. Nei paesi poveri o emergenti, il costo di interventi di sviluppo sostenibile sarebbe stato minore che nelle nazioni industrializzate, permettendo comunque di sostituire pratiche inquinanti in quei territori e produrre alla fine un taglio netto dei gas serra a livello globale. Il meccanismo prevedeva che la quota di emissioni evitate grazie ai progetti fosse poi convertita in crediti di carbonio, sotto forma di certificati di riduzione (CERs) da scambiare fra le imprese.

Negli anni, il board del Meccanismo di Sviluppo Pulito ha approvato mega dighe sull’Himalaya in zone a rischio sismico, privatizzazioni di aree indigene in Brasile e in Etiopia, centrali a carbone in Cina e India. Quando una valutazione fatta per la Commissione europea ha tirato le somme dopo dieci anni, i risultati hanno fatto riflettere anche dal punto di vista dell’efficacia strettamente climatica: l’85% dei progetti validati dalle Nazioni Unite sovrastimavano le riduzioni delle emissioni e spesso non producevano nemmeno un saldo positivo.

Specialmente quando legati a programmi di conservazione o attività di riforestazione, i crediti di carbonio configurano un azzardo. Spesso le aziende acquisiscono aree naturali abitate da piccole comunità, promettendo di preservare l’habitat o una particolare funzione dell’ecosistema che, dichiarano, altrimenti verrebbe compromesso. 

I crediti generati e venduti sul mercato dovrebbero quindi corrispondere a un impatto ambientale evitato. Ma i dati dimostrano che finora questi progetti non hanno compensato la quantità di inquinamento che ci si aspettava, né nell’ambito del Protocollo di Kyoto, né – come risulta da uno studio pubblicato il 14 settembre – negli altri programmi istituiti dalle Nazioni Unite. Nel migliore dei casi, hanno portato guadagni rapidamente annullati o che non potevano essere misurati con precisione. Per fare un esempio, un albero a foglia larga può assorbire il corrispettivo in CO2 di un volo da Londra a New York, ma impiega cento anni per crescere. Se viene piantato con questo scopo e tagliato dopo un decennio, distrutto in un rogo doloso o colpito da un fulmine, avrà fornito crediti di carbonio senza produrre mai l’atteso beneficio ambientale. 

Finora questi progetti non hanno compensato la quantità di inquinamento che ci si aspettava.

Insomma, sulla base di ipotesi opinabili sono stati approvati progetti di dubbia sostenibilità o manifesta insostenibilità, osteggiati da comunità locali costrette a lasciare terreni e foreste, private dei mezzi di sussistenza, esposte a rischi ambientali, vittime di minacce e violenze. Sulla base di queste evidenze, i critici dei mercati del carbonio accusano le imprese e i governi di aver rallentato una transizione necessaria, avallando una crescita delle emissioni a cui non corrisponde la conservazione o rigenerazione degli ecosistemi capace di compensare le esternalità.

Tuttavia, la fiducia nel commercio del carbonio come soluzione economicamente efficiente al riscaldamento globale continua a crescere. Oggi questa pratica si è diffusa e ramificata in diversi sistemi di scambio o compensazione delle emissioni, alimentando un’industria fatta di mediatori, consulenti, valutatori, certificatori, lobbisti, ONG e autorità di regolamentazione. L’Accordo di Parigi mette le basi per un rilancio globale di questo strumento, prevedendo all’articolo 6 un mercato internazionale delle emissioni che includa tutti i tipi di inquinamento e compensazione. I negoziati sulle regole di funzionamento sono complessi e hanno fatto fallire la COP25 di Madrid, perché paesi come Brasile vogliono traghettare nell’articolo 6 tutte le scappatoie del Meccanismo di Sviluppo Pulito. Lo slittamento di un anno della COP26, provocato dalla pandemia di COVID-19, crea un interregno in cui lo schema verrà sospeso, in attesa di finalizzare le norme che regoleranno il nuovo mercato del carbonio.

Il teorema del costo sociale

L’idea di offrire un’alternativa di mercato ai settori produttivi per aiutarli a gestire le esternalità negative ha radici lontane. Già negli anni Sessanta, infatti, economisti britannici e statunitensi si interrogarono su come rendere meno oneroso il rispetto per le aziende dei parametri ambientali. Erano anni in cui la regolamentazione diretta da parte delle autorità pubbliche stava perdendo consenso a favore di una primazia del mercato come attore in grado di gestire al meglio le relazioni fra sistema economico, ambiente e società. 

Di grande importanza in quel periodo fu il pensiero di Ronald Harry Coase, padre del “teorema del costo sociale”. Nato in Inghilterra nel 1910 e poi naturalizzato statunitense, Coase visse 102 anni vincendo un Nobel nel 1991. Il teorema da lui proposto presupponeva che il costo sociale (e quindi anche ambientale) di una attività potesse essere pagato negoziando diritti di proprietà fra diversi attori. Si tratta di una variazione del principio “chi inquina paga”, nato con propositi “punitivi” e incarnato ad esempio dalla carbon tax. Trasformando l’esternalità negativa in un diritto, Coase gettò le basi per un meccanismo diverso, che prevedeva il commercio dei permessi di inquinare invece del pagamento di un’imposta. Il mercato libero era – nel suo teorema – lo spazio in cui doveva realizzarsi la trattativa fra chi compra e chi vende, l’arena in cui si sarebbero concretizzate le scelte più efficienti ed eque.

L’idea di offrire un’alternativa di mercato ai settori produttivi per aiutarli a gestire le esternalità negative ha radici lontane.

Altri economisti dopo Coase hanno animato questo filone di pensiero: così, le sperimentazioni locali negli Stati Uniti avviate sotto la presidenza di Richard Nixon nel 1970 divennero prassi consolidata con il Clean Air Act del 1977. Vent’anni dopo, i mercati dell’inquinamento facevano il salto nella legislazione internazionale con il Protocollo di Kyoto.

In parallelo, anche l’Unione europea progettava quello che ancora oggi è il più compiuto sistema di scambio delle emissioni (EU Emission Trading System – ETS). Entrato in funzione nel 2005, opera in maniera differente dal Meccanismo di Sviluppo Pulito, anche se fino alla fine di quest’anno i crediti generati nell’ambito di Kyoto saranno commerciabili anche nel mercato europeo.

Mercato drogato

L’ETS coinvolge circa dodicimila impianti industriali nei settori siderurgico, cementiero ed energetico. Di recente, anche i voli intraeuropei sono entrati nello schema che si configura come la più importante politica climatica dell’UE: quasi la metà delle emissioni prodotte nel vecchio continente è coperta dall’ETS. La riduzione dovrebbe avvenire mettendo un tetto ai gas serra totali e incoraggiando lo scambio di quote di emissione fra gli attori coinvolti, in modo che quelli più inquinanti acquistino crediti dagli altri. Sempre in teoria, il progressivo abbassamento del tetto fissato dalle istituzioni dovrebbe generare un aumento del prezzo della tonnellata di carbonio, spingendo le industrie a investire nell’innovazione sostenibile degli impianti piuttosto che pagare il costo dei permessi di inquinare. 

La relazione della Corte dei Conti europea di qualche settimana fa ha tuttavia certificato che il meccanismo non funziona e che le riforme proposte non basteranno a renderlo efficace. Il rapporto descrive come, dalla sua nascita ad oggi, l’ETS non abbia promosso la decarbonizzazione e abbia rallentato anzi una transizione sempre più urgente. La Commissione europea, per paura che le industrie più inquinanti decidessero di delocalizzare a fronte di un aumento dei costi produttivi, ha insufflato una grande quantità di quote gratuite nel mercato determinando – in congiuntura con la crisi economica del 2008 – il collasso dei prezzi della CO2. Dopo aver sfiorato lo zero nei momenti peggiori, oggi una tonnellata di carbonio costa intorno ai 25 euro. Secondo le previsioni della Banca Mondiale, per stimolare investimenti in tecnologie meno impattanti il prezzo dovrebbe oscillare fra i 50 e i 100 dollari, mentre il Fondo Monetario Internazionale fissa l’asticella a 75. Una valutazione dell’IPCC contempla un prezzo del carbonio compreso di 181 dollari a tonnellata, mentre uno studio uscito su Science nel 2017, propone di aumentarlo a 400 dollari entro il 2050.

Il sistema di scambio delle emissioni europeo, non solo ha impedito una crescita dei costi dell’inquinamento sufficiente a innescare la transizione energetica, ma si è trasformato in una fonte di guadagno.

Siamo molto distanti da quei lidi: in Europa le assegnazioni gratuite hanno fortemente compromesso la crescita dei prezzi, anche se si era detto di utilizzarle con cautela. Il meccanismo doveva basarsi sulle vendite all’asta delle quote, i cui proventi avrebbero finanziato misure climatiche nei paesi membri. Tuttavia, fino ad oggi i permessi distribuiti a pioggia hanno coperto per buona parte le necessità delle imprese, che hanno evitato le aste quando possibile e monetizzato le quote ottenute gratis, registrando 27 miliardi di profitti dal 2008 al 2014. L’ETS, dunque, non solo ha impedito una crescita dei costi dell’inquinamento sufficiente a innescare la transizione energetica, ma si è trasformato in una fonte di guadagno. La politica europea ha cercato di riparare le disfunzioni: la riforma che dovrebbe entrare in vigore dal prossimo anno prevede il ritiro dal mercato di una parte dei permessi gratuiti che contribuiscono a tenere eccessivamente basso il prezzo del carbonio. Per la Corte dei Conti europea, tuttavia, è ancora troppo poco, perché più del 40% delle quote disponibili saranno elargite da Bruxelles senza aver condotto un’analisi dei risultati. Finora, infatti, la Commissione europea ha sostenuto la distribuzione gratuita come argine alla delocalizzazione e metodo per promuovere comunque una maggiore efficienza energetica. Ma non ha mai commissionato valutazioni che confermassero questa teoria.

Secondo Refinitiv, l’insieme dei mercati del carbonio attivi su scala locale, regionale o continentale, nel 2019 ha visto un volume di scambi pari a 194 miliardi di dollari. Nell’ETS europeo avvengono l’80% dei commerci e, pur mancando importanti prove a sostegno della sua efficacia, il piano europeo sul clima che aggiorna gli obiettivi al 2030 affida al carbon trading un ruolo sempre maggiore. Nei documenti scritti dalla Commissione europea si legge che l’ETS avrebbe infatti dimostrato di essere “uno strumento efficace per ridurre le emissioni”. L’espansione, prevista meno in dettaglio già dal Green Deal, sarà legata ad un inserimento nel mercato del settore navale, residenziale e del trasporto su gomma. La proposta per allargare il meccanismo dovrebbe arrivare entro giugno 2021 e anche questa volta, scrive Bruxelles, “servirà un significativo numero di quote gratuite”.

Coltivare carbonio

Ma la nuova frontiera della finanziarizzazione del clima è il suolo: negli Stati Uniti e in Europa il dibattito sta crescendo intorno alla possibilità di trasformare gli agricoltori in “custodi del carbonio”. L’idea alla base del carbon farming è che la fotosintesi agisce come una pompa, estraendo CO2 dall’aria tramite le piante e convertendola in zuccheri che vengono immagazzinati in foglie, steli, radici e infine espulsi nel suolo. La speranza è che gli agricoltori possano aumentare, dietro incentivo, la quantità di carbonio assorbita dai terreni. Si tratterebbe di mettere in atto pratiche come le colture di copertura (cover crops) o l’utilizzo della seminatrice al posto di lavorazioni che smuovono eccessivamente il suolo liberando CO2.

Secondo la proposta della Commissione UE, le pratiche agricole che rimuovono la CO2 dall’atmosfera dovrebbero essere ricompensate tramite due linee: la politica agricola comune (PAC) e un nuovo sistema di mercato, separato dall’ETS. La proposta non manca di sottolineare che le rimozioni da parte del settore primario dovranno essere certificate in base a regole solide e i pagamenti subordinati a queste certificazioni. Finora però, come abbiamo raccontato in apertura di questo articolo, i tentativi di creare schemi di compensazione delle emissioni basati sulla gestione di foreste o risorse naturali si sono rivelati inaffidabili: oltre alla difficoltà di certificare l’integrità ambientale di queste pratiche, esse hanno lasciato una scia di sangue e violazioni dei diritti. Se in Europa il rischio di queste derive è meno alto, permane però lo spettro di un cattivo conteggio delle rimozioni e il sospetto di un’ennesima scappatoia per le aziende più inquinanti, che potranno utilizzare l’agricoltura come veicolo per “compensare” le proprie emissioni, acquistando crediti sotto forma di certificati negoziabili. 

I sostenitori del commercio di emissioni sono convinti che, prima o poi, il costo delle compensazioni salirà al punto da rendere più conveniente per l’industria investire in processi produttivi meno inquinanti. Nel frattempo, le aziende agricole che generano crediti con pratiche di rigenerazione del suolo saranno incentivate a farlo, perché vedranno i loro sforzi ricompensati. Negli USA sono già partiti i progetti pilota per arrivare a scalare soluzioni di questo genere, mentre il Growing Climate Solutions Act – che mira a fornire il primo quadro normativo per il meccanismo – è al vaglio del Congresso e gode di sostegno bipartisan.

Permane lo spettro di un cattivo conteggio delle rimozioni e il sospetto di un’ennesima scappatoia per le aziende più inquinanti.

L’agricoltura del carbonio occhieggia agli ambientalisti, ai piccoli e medi produttori e promette nuovi mercati sia per le imprese inquinanti che per le organizzazioni che assumono il ruolo di arbitro. Ma resta il problema di fondo: non ci sono prove che funzionerà come promesso. In tutto il mondo i terreni agricoli hanno la capacità di immagazzinare miliardi di tonnellate di anidride carbonica l’anno. Tuttavia, c’è ancora incertezza su quali tecniche di coltivazione funzionino e in che misura, così come non è uguale la risposta che si ha con diversi tipi di suolo, diverse profondità, topografie, varietà di colture e condizioni climatiche. Non è chiaro nemmeno se le pratiche possano essere svolte per lunghi periodi e su vasta scala nelle aziende agricole di tutto il mondo senza ridurre la produzione alimentare, e non c’è accordo sull’accuratezza dei metodi di misurazione e certificazione. Secondo la FAOSecondo la FAO, per sviluppare l’infrastruttura necessaria a monitorare, rendicontare, verificare le metodologie e convertire le riduzioni delle emissioni in crediti di carbonio bisognerebbe spendere intorno ai 4 miliardi di euro.

Queste incertezze complicano ulteriormente le sfide già note e ben documentate a cui ogni programma di compensazione del carbonio ha dovuto far fronte. Gli studi hanno spesso riscontrato che questi sistemi possono sostanzialmente sovrastimare le riduzioni, poiché le pressioni economiche e politiche spingono tutte verso l’emissione del maggior numero possibile di crediti di carbonio. Le imprese investono se hanno un ritorno, i certificatori sono pagati dalle imprese, le politiche sono esposte all’influenza dei settori produttivi e tendono a lasciare aperti spiragli di “flessibilità”, che non di rado diventano voragini. Questi programmi possono quindi creare opportunità di truffe e greenwashing, minando i progressi reali sul cambiamento climatico o viceversa alimentando attività speculative di conversione dei terreni agricoli in piantagioni di alberi, che assorbono più anidride carbonica rispetto alle colture da cibo.

Mentre Bruxelles mette a punto la sua strategia per il carbon farming, restano aperte molte domande: chi scriverà i protocolli e istituirà gli standard per lo stoccaggio di carbonio? Che metodologia sarà utilizzata? Chi dovrà certificare i progetti sarà lo stesso attore poi titolato a vendere i crediti alle imprese? Chi svolgerà i monitoraggi su migliaia di imprese agricole? Infine, se lo stoccaggio per essere efficace deve durare almeno un secolo, è giusto erogare crediti oggi per un’opera che avrà effetto fra cento anni con tutta l’incertezza che questo comporta? Se le pratiche rigenerative vanno avanti per qualche anno e poi si interrompono, non si rischia di sovrastimare gli effetti positivi?

Gran parte della ricerca sul carbonio nel suolo rileva che gli assorbimenti differiscono a seconda dei tipi di suolo e di altre condizioni al contorno. Le differenze non si vedono soltanto da regione a regione, ma fra un appezzamento e l’altro. Quindi è difficile sviluppare qualsiasi modello capace di spiegare questa variabilità intrinseca. L’approccio migliore potrebbe essere semplicemente quello di pagare direttamente gli agricoltori che mettono in campo buone pratiche per migliorare la salute del suolo e ridurre gli impatti ambientali, pensando a qualsiasi ulteriore stoccaggio di carbonio come un gradito co-beneficio, non un’attività con cui bilanciare l’inquinamento di altri settori economici.

 

Francesco Panié è un giornalista ambientale. Si occupa di ricerca e comunicazione per l'associazione Terra! e collabora con giornali e riviste scrivendo di ecologia, clima, agricoltura e commercio internazionale.

 

Informazioni aggiuntive

  • notizia Live normale

All'alba del 28 dicembre 1943, al Poligono del Tiro a Segno di Reggio Emilia, dopo un mese di prigionia e vessazioni subite al carcere politico dei Servi, i sette fratelli Cervi (Gelindo, Antenore, Aldo, Ferdinando, Agostino, Ovidio, Ettore) e il loro compagno Quarto Camurri vennero fucilati dalle milizie fasciste come rappresaglia per l'assassinio del Segretario di Fascio del comune reggiano di Bagnolo in Piano avvenuto il giorno prima.

Per la crudeltà dimostrata nei confronti di un'unica famiglia, per essere stato uno dei primi eccidi contro la nascente Resistenza armata, nonché una tra le poche stragi decisa ed operata esclusivamente dai fascisti, ma soprattutto per l'impegno antifascista della famiglia Cervi negli anni precedenti e per la straordinaria forza di papà Alcide Cervi nel tenere vivo il ricordo dei suoi figli, questo episodio è ancora oggi il simbolo da un lato della violenza fascista, dall'altro del sacrificio di una generazione di donne e uomini che ha lottato fino alla fine per la libertà.

 

 

La Pianura dei sette fratelli - - - - - ( Gang)

 

E terra e acqua e vento

non c'era tempo per la paura,

nati sotto la stella

quella più bella della pianura

Avevano una falce

e mani grandi da contadini

e prima di dormire

un "padre nostro" come da bambini.

 

Sette figlioli sette

di pane e miele a chi li dò.

Sette come le note,

una canzone gli canterò.

 

E pioggia e neve e gelo

e fola e fuoco insieme al vino

e vanno via i pensieri

insieme al fumo su per il camino.

Avevano un granaio

e il passo a tempo si chi sa ballare,

di chi per la vita

prende il suo amore e lo sa portare.

 

Sette fratelli sette

di pane e miele a chi li do'.

Non li darò alla guerra,

all'uomo nero non li darò.

 

Nuvola, lampo e tuono

non c'è perdono per quella notte

che gli squadristi vennero

e via li portarono coi calci e le botte.

Avevano un saluto

e degli abbracci quello più forte.

Avevano lo sguardo

quello di chi va incontro alla sorte

 

Sette fratelli sette,

sette ferite e sette solchi:

ci disse la pianura

i figli di Alcide non sono mai morti

 

In quella pianura

Da Valle Re ai Campi Rossi

noi ci passammo un giorno

e in mezzo alla nebbia

ci scoprimmo commossi.

 

Gang - La pianura dei sette fratelli:

 

Informazioni aggiuntive

  • notizia Live normale

Diario della battaglia:

– 28 dicembre 1980 – ore 8- Dopo la conta del mattino, fuori da ogni consuetudine e dopo la perquisizione generale del giorno precedente, veniamo sottoposti ad una nuova perquisizione indirizzata specificamente alla ricerca di materiale esplosivo, Nonostante il minuzioso e capillare controllo degli Agenti di Custodia (A.d.G.) i depositi logistici del CdL (Comitato di Lotta) reggono ancora una volta, permettendoci di mantenere intatto l’armamentario che ci sarà poi indispensabile per la realizzazione della battaglia.

– ore 15,20 – I nuclei armati del CdL del kampo di Trani prendono possesso del secondo piano, catturando 13 sbirri, di cui uno, nella colluttazione, rimane ferito in modo leggero. Quindi scendono al primo piano e, mentre alcuni compagni aprono le celle e predispongono il barricamento viene occupato anche questo piano catturando altri 5 agenti. In totale le guardie fatte prigioniere sono 18.

– ore 15,35 – Mentre i due piani sono interamente occupati e barricati, ha luogo il primo attacco da parte degli sbirri, all’altezza della rotonda del piano terra. L’attacco viene respinto con il lancio di una molotov e di una leggera carica libera di esplosivo plastico in modo da evitare feriti gravi. le barricate vengono rafforzate e si organizzano i turni di guardia e i vari servizi.

– ore 16,00 – Primo contatto telefonico con la Direzione, alla quale vengono comunicati gli obiettivi politici della nostra azione, sollecitandola ad astenersi dal prendere iniziative. Si fa una seconda telefonata chiedendo alla Direzione di mantenere la luce e l’acqua, che nel frattempo sono state tolte ed informandola che entro breve tempo sarebbe stato consegnato un comunicato del CdL sull’operazione in corso. Una volta verificate le condizioni delle guardie catturate (tutti sani, tranne uno ferito in modo leggero) si decide di liberare il ferito per evitare ogni possibile complicazione clinica. Vengono comunicate alla Direzione le modalità per il rilascio del ferito, modalità tutte a vantaggio della Direzione. Ma la risposta è negativa. La Direzione accampa pretesti, attribuendo al CdL l’intenzione di voler occupare anche il piano terra: inutilmente i compagni chiariscono che non è loro intenzione occupare questo piano e che in caso volessero farlo, potrebbero far saltare il cancello con l’esplosivo. In realtà, la Direzione non vuole avere il ferito, tanto da smentire pubblicamente persino la sua esistenza. Il perchè di questo comportamento le si capirà in seguito: il Governo, attraverso il Ministero di Grazia e Giustizia (MGG) aveva già deciso di intervenire mettendo nel conto anche una strage e pertanto non poteva permettere il rilascio di alcun ostaggio.

– ore 17,00 – Viene consegnato il Comunicato n.1 – Arriva l’Avv. Todisco al quale si fa presente la situazione e in particolare lo si mette al corrente del rifiuto della Direzione di riprendersi il ferito. Si ottiene il riallaccio della luce e dell’acqua.

– ore 17,30 – Alcune guardie catturate chiedono di poter telefonare allle rispettive famiglie. Il CdL concede di telefonare ma il Direttore, che controlla il centralino, blocca le telefonate in uscita. Il rifiuto della Direzione e del Ministero di consentire alla richiesta delle guardie, insieme al rifiuto di recuperare il loro collega ferito, innesca una insanabile contraddizione tra le guardie imprigionate ed il Ministero, che si acutizzerà fino alla rottura.

– ore 18,00 – Vengono recuperate in una cella-sgabuzzino una mola ed una saldatrice, con cui si provvede alla fabbricazione di nuove armi ed al rafforzamento delle barricate attraverso la saldatura dei cancelli. Nel corso dell’occupazione del kampo riprende il dibattito sviluppatosi nei giorni precedenti sui contenuti della lotta e sintetizzati nel Comunicato n.1 del CdL. – Tutti sono consapevoli della necessità di porre fin da subito, al centro dello scontro, la parola d’ordine : GUERRA ALLA STRATEGIA DIFFERENZIATA e di vedere questa battaglia come un momento di questa guerra.

29 dicembre 1980- La mattina viene consegnato il comunicato n.2, in cui si chiede la presenza di giornalisti , avvocati, magistrati e parlamentari, per una conferenza stampa. La Direzione si dichiara disponibile ed accoglie le disposizioni formulate nel comunicato.

– ore 10,00 – L’appuntato delle guardie ferito viene portato oltre le barricate fino alla rotonda, dove un solo cancello lo divide dai suoi colleghi, ma la Direzione non li autorizza a prelevarlo. L’appuntato, ormai libero, rimane così tra le barricate e il cancello della rotonda, senza che nessuno lo voglia.

– ore 14,00 – Il direttore Brunetti, il sostituto procuratore De Marinis e gli onorevoli Cioce e Scamarcio della Commissione Giustizia del Senato, vengono per parlamentare con noi. Gli si fa presente la situazione dell’appuntato (ferito) Telesca, gli si ribadiscono i termini politici dell’operazione in corso e le condizioni per il rilascio delle guardie. Questi danno ampia assicurazione sul fatto che non ci sarà una soluzione di forza, ma si arriverà ad un epilogo basato sulle trattative. Mentre in realtà come Scamarcio stesso dichiarerà su Lotta Continua del 3.1.1981, era già stato deciso diversamente. L’obiettivo del MGG era quello di prendere tempo in modo da disporre le manovre politiche e i mezzi tecnici necessari all’attuazione dell’intervento dei GIS (Gruppi di Intervento Speciale dei Carabinieri). L’occupazione militare del kampo da parte del CdL, rappresentava un grosso successo per il movimento dei PP ed uno smacco per il nemico il quale, inizialmente, era rimasto disorientato e spiazzato politicamente e militarmente. Ciò lo costringeva a tentare di recuperare una parte della credibilità perduta mediante un’avventura militare i cui esiti erano del tutto incerti e imprevedibili. Se questa avventura non si è trasformata in un massacro senza precedenti, non è certo dovuto all’efficienza e alla preparazione militare dei GIS e di chi aveva fatto la scelta politica di utilizzarli, ma esclusivamente all’intelligenza politica e al comportamento del CdL e dei PP, che pur subendo l’offensiva del nemico, hanno sempre saputo mantenere saldamente il controllo della situazione.

– ore 15,00 – Viene steso il comunicato n.3 del CdL con allegata una lettera autografa che annuncia le dimissioni e il pentimento dei 18 AdC (guardie); in essa erano contenute frasi di disprezzo verso il MGG, il Governo, i CC e la Direzione e implorazioni rivolte ai loro colleghi e superiori affinché bloccassero ogni eventuale intervento di forza, che avrebbe messo a repentaglio la loro vita. Oltre la stesura di questa lettera, gli AdC avevano glà ampiamente collaborato, fornendo informazioni utili al movimento dei PP.

– ore 16,00 – Il Direttore Brunetti annuncia che verranno a ritirare il ferito, il quale per tutta la giornata è rimasto sui gradini della scala, dietro il cancello della rotonda. Annuncio falso e tendenzioso.

– ore 16,20 – GIS, CC, AdC attaccano simultaneamente dall’alto (elicotteri) e dal basso, fregandosene della vita degli ostaggi. Il primo attacco alla rotonda del piano terra viene respinto dal lancio di una molotov e di una bomba al plastico. I mercenari attaccanti volano per aria. Apprendiamo in seguito che più di 20 resteranno feriti. A questo punto, davanti al cancello della rampa che immette sulla rotonda, vengono portati da noi due ostaggi, allo scopo di ricordare al nemico che non avremmo permesso un massacro senza adeguata rappresaglia. Nel frattempo i GIS sono calati sul tetto del carcere dagli elicotteri, mentre un elicottero copriva l’operazione sparando sui finestroni della rotonda del primo e secondo piano, in modo da impedire il presidio da parte dei proletari prigionieri armati di bombe. Nelle rampe delle scale, inoltre, vengono fatte esplodere una serie di saponette di esplosivo davanti ai finestroni, di cui una davanti alla finestra della stanza del telefono dove la Direzione pensava fossero riuniti i responsabili del C.d.L. C’è un terzo tentativo di irruzione dalla “rampa uno” del piano terra, tentativo che viene bloccato con la minaccia di una bomba. Mentre i CC si ritirano dalla “rampa uno” , un gruppo di questi fa saltare il cancello della “rampa due” con una carica di esplosivo. Contemporaneamente a questi attacchi, il gruppo di CC calati sul tetto fa saltare la botola della scala a chiocciola che si affaccia sul cancello della rotonda del secondo piano. Coperti da raffiche, con una carica di esplosivo fanno saltare il cancello che immette nella rotonda del secondo piano. Intanto, al piano terra, tentano un’irruzione dalla “rampa uno” ma vengono ancora fermati dal lancio di una bomba. A questo punto, però, il gruppo di CC che aveva attaccato la “rampa due” , riesce a salire con il lancio di bombe a mano e saponette di esplosivo fino al primo piano. I proletari prigionieri incaricati della difesa del kampo cercano di ostacolare l’irruzione dei CC lanciando le ultime bombe al plastico nei corridoi in direzione del nemico. Nel frattempo si decide di convogliare tutte le guardie prigioniere in un braccio del primo piano: l’irruzione dei CC sulla rotonda del primo piano interrompe questa operazione e divide le forze degli occupanti del kampo. Il nemico, dai cancelli delle tre scale, spazza con raffiche di mitra, colpi di fucile a pompa, bombe a mano SRCM, saponette al plastico, le rotonde del primo piano e del secondo e lo specchio dei corridoi; in tal modo i proletari prigionieri ed i compagni sono costretti a ritirarsi, divisi in quattro tronconi, nelle celle delle quattro sezioni, portando con loro le guardie prigioniere. Nel corso di questa operazione vengono colpiti alcuni proletari prig. di striscio alla testa ed in pieno in vari punti del corpo. Anche una guardia prigioniera, in divisa, viene colpita all’addome da un colpo di mitra. Mentre procede l’avanzata dei mercenari di Stato, di fronte alle minacce di rappresaglia sulle guardie prigioniere lanciate da alcuni prolet. prig., la risposta dei CC è chiara: “Abbiamo carta bianca, possiamo ammazzarvi tutti, guardie comprese”. In effetti questa affermazione viene avvalorata da numerosissime raffiche sparate ad altezza d’uomo e da un nutrito lancio di bombe a mano. Dopo essersi impossessati anche dei corridoi delle sezioni, i CC cominciano ad aprire le celle e a rastrellare con le armi spianate i prolet. prig. e le guardie in ostaggio, sparando raffiche nelle celle non solo a scopo terroristico.

Scatta la rappresaglia del nemico: ad ogni singola cella, uno alla volta, i prigionieri vengono fatti scendere dalle sezioni fino ai cortili attraverso un imponente schieramento dei CC e Agenti di Custodia che con calci, canne dei fucili e dei mitra, spranghe di ferro, bastoni e manganelli, iniziano un pestaggio a sangue sui prigionieri. Il massacro è violentissimo e nei cortili dei passeggi saranno in pochissimi a reggersi in piedi alla fine del pestaggio. Moltissimi presentano ferite lacero-contuse alla testa e in varie parti del corpo, denti rotti, labbra spaccate, mani fracassate, costole rotte o incrinate ed un enorme numero di ematomi su tutto il corpo. Il pestaggio, oltre ad essere furioso ed interessare tutti i prigionieri, è anche selettivo, nel senso che all’uscita dalla sezione e all’ingresso dell’aria, vengono identificate secondo una lista nominale, provvista di fotografia, dai CC e dai brigadieri degli A.d.C. che danno indicazioni sul “trattamento differenziato” da applicare a quelli compresi nella lista. Così i compagni ed i proletari più combattivi identificati nel corso della lotta come dirigenti, vengono minacciati di morte e massacrati con particolare ferocia ed accanimento. – ore 20.00 – Dopo il pestaggio tutti i prigionieri vengono lasciati divisi nei corridoi, ad affrontare il freddo della notte. Quattro prigionieri, in condizioni più gravi, vengono portati in ospedale; gli altri saranno curati in seguito nell’infermeria del carcere e serviranno da cavie al dirigente sanitario il “macellaio” Vincenzo Falco, ed i suoi lerci aiutanti. Giunge notizia che proprio durante la battaglia era uscito il comunicato n.6 delle B.R. che faceva proprio il comunicato n.1 del C.d.L. di Trani.

 

30 dicembre 1980

Dopo essere rimasti per una notte ed un giorno all’addiaccio i prigionieri vengono sistemati in due sezioni del piano terra (che contenevano in precedenza i lavoranti) in condizioni igienico-sanitarie al limite della sopportabilità. Appena stipati nei cameroni del piano terra, accalcati come bestie, i proletari prigionieri istintivamente e senza alcun coordinamento, individuano in sezione le guardie che avevano condotto il pestaggio; queste vengono scacciate dalla sezione a furor di popolo. Alcuni di questi bastardi vengono raggiunti da ceffoni e da mattoni e da altri oggetti. Questo esercizio di contropotere proletario spontaneo dimostra quanto poco il pestaggio omicida avesse fiaccato la volontà ed il morale combattivo dei proletari prigionieri.

 

31 dicembre 1980

La risposta all’intervento armato dei GIS è immediata e tempestiva: il Super -generale dei CC Galvaligi, braccio destro e successore di Dalla Chiesa nella carica di responsabile dei servizi di sicurezza delle carceri, viene individuato e giustiziato dalle Brigate Rosse, quale maggiore responsabile militare dell’intervento armato contro i prigionieri di Trani.

Questa azione, strettamente collegata alla battaglia di Trani, spegne sul nascere ogni illusione di vittoria tra le fila del nemico.

 

Informazioni aggiuntive

  • notizia Live normale

Infoaut 2017 - Facciamo Movimento per il Movimento infoaut 

Licenza Creative Commons