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Articoli filtrati per data: Sunday, 27 Dicembre 2020

La storia di 113 operaie che occupano la fabbrica Florenzi a San Salvador per esigere i propri stipendi e acquisiscono nuove consapevolezze di genere. Una storia molto latinoamericana. 

2 minuti e mezzo per uniforme.

Tempo necessario per cucire l’uniforme, comprese le rifiniture e gli adesivi, stirarla e impacchettarla.

Significa 25 uniforme per ogni ora di lavoro.

Con otto ore di lavoro al giorno si arriva a 200 uniformi diarie.

Se ogni uniforme vale 5 centesimi di dollari si possono ricevere i 9,87 dollari previsti come paga giornaliera.

Quasi 140 dollari ogni 14 giorni, la paga pattuita.

Spesso consegnata in ritardo.

Ciascuna uniforme, marca Grey’s Anatomy Scrubs, sarà venduta su Amazon a circa 30 dollari.

La prima parte della storia qui raccontata in numeri si svolgeva in El Salvador, a Soyapango, un comune industriale dell’area metropolitana di San Salvador. Più precisamente nella maquila Florenzi, che lavorava per clienti come la BARCO (proprietaria dell’uniforme medica Grey’s Anatomy) o la Pierre Cardin. Spesso subappaltava lavori ad altre piccole imprese. Con la Ley de Zonas Francas Industriales y de Comercialización, approvata durante il governo di destra di Calderón Sol nel 1998, in El Salvador, le industrie che si insediano in queste zone godono di privilegi fiscali, in cambio di offerta di mano d’opera a basso costo. Sono principalmente le maquilas che lavorano nel campo tessile per grandi firme: tra il 2015 e il 2019, in El Salvador, nelle 17 zone franche, vi erano impiegate annualmente circa 63 mila persone, in prevalenza donne.

Con pochissimi diritti.

Soyapango, con un’alta concentrazione di maquilas, ha visto moltiplicare per sei la sua popolazione in due decenni, passando dai 43 mila abitanti nel 1971 ai 261 mila nel 1992. Secondo le previsioni per il 2020, la cittadina, che ha una superficie di appena 30 km quadrati, potrebbe arrivare ad una densità di 10 abitanti per kilometro quadrato. Dal 8 luglio 2020 la Fabbrica Florenzi non è più una maquila. Ora è una fabbrica occupata dalle sue dipendenti; quelle donne che per anni hanno lavorato duramente otto ore per un salario minimo, ora passeggiano nell’installazione deserta che hanno reso temporaneamente propria. Le macchine da cucire, i fili ed i bottoni hanno cessato di essere materiale di lavoro per produrre camicette o altri capi firmati. La fabbrica si è trasformata in un accampamento, dove le 113 ex lavoratrici resistono per ricevere i compensi che spettano loro. La fabbrica rimarrà sotto il loro controllo fino a quando il padrone non pagherà loro l’indennità e i quattro mesi di salario; sennò, cercheranno di ottenere giustizia per via legale, anche se finora – nonostante le denunce, le richieste e l’occupazione dello stabilimento – il padrone non ha risposto.

Tutto iniziò il 18 marzo di quest’anno quando il presidente Nayib Bikele, allo scoppiare della pandemia, ordinò la chiusura totale delle 152 maquilas e call centers funzionanti nel Paese, per la loro alta concentrazione di lavoratrici. A differenza di Honduras e Guatemala, il lavoro delle fabbriche tessili non fu considerato essenziale, quindi questa chiusura ebbe come conseguenza un ritardo nelle consegne, una diminuzione dei guadagni sperati dai padroni delle maquilas: si presume che nel 2020 ci sarà una riduzione dei guadagni delle maquilas del 20%.

Alcune di loro non hanno quindi rispettato i tempi di pagamento.

L’industria Florenzi fu una di queste.

L’11 settembre, una cliente della marca Grey’Anatomy si congratula così: «Nel momento più difficile della pandemia a New York, sono riusciti ad inviarci le loro meravigliose uniformi per la squadra. Non potremo mai dimenticare ciò che hanno fatto per noi».

Senza sapere cosa stava succedendo in una fabbrica come la Florenzi.

Nella nascita della Florenzi, nel 1985, vennero coinvolte persone importanti della vita sociale e politica salvadoregna: nei primi anni, Carlos Humberto Henríquez, ex direttore esecutivo della Comisión Ejecutiva Hidroeléttrica del Rio Lempa, una impresa statale che genera energia idroelettrica, sfruttando le acque del fiume (il più grande di El Salvador) era il responsabile giuridico. Il padrone e rappresentante della Florenzi era Roberto Pineda, appartenente a una delle storiche famiglie oligarchiche, ex direttore del Club Campestre Cuscatlán, uno dei luoghi più esclusivi del Paese. È morto a giugno di quest’anno, lasciando in eredità la fabbrica al figlio, Sergio Pineda, che non si è mai presentato per una trattativa con le operaie, nonostante abbia dichiarato pubblicamente di averlo fatto almeno quindici volte; è sempre stato smentito dalle operaie.

La famiglia Pineda non ha mai pagato i 4 mesi di salario dovuti alle più di 200 operaie, né i contributi per gli anni di lavoro; in compenso ha offerto a loro una macchina da cucire, una Singer o una Brother, presenti nello stabilimento; sono macchine che nuove possono costare anche fino a 200 dollari, ma queste hanno almeno una decina di anni di usura. Quasi la metà accettò, ma 113 donne rifiutarono il compromesso: il loro salario mensile è il minimo salariale, 300 dollari mensili: secondo i loro calcoli, la Florenzi deve loro – solo per i salari non corrisposti – almeno 500 mila dollari.

Nel 2018, secondo i dati ufficiali, gli utili della Florenzi sono stati 160 mila dollari. La multinazionale BARCO, nel 2020 (fino ad oggi) ha invece registrato introiti pari a 36 milioni di dollari.

L’occupazione è logorante, diventa pesante reggere la situazione, è indispensabile lavorare per pagare luce e acqua in casa, oltre a comprare il cibo. Contemporaneamente il silenzio del padrone demoralizza le operaie, alcune si arrendono, lasciano l’occupazione. Delle iniziali 113 sono rimaste in 106.

Chi ha lasciato la lotta, non ha abbandonato le compagne: spesso passa portando qualcosa da mangiare, frutta o carne, magari un po’ di soldi… dei pochi che guadagna.

L’occupazione della Florenzi non è soltanto la lotta di donne che combattono contro un sistema neoliberista in cui i poveri cuciono per pochi soldi ciò che i ricchi indosseranno. C’è un cambiamento sostanziale rispetto al modello di protesta operaia tipica dei movimenti sociali salvadoregni (e di tutto il mondo) del secolo scorso: questa occupazione ha assunto, con il passare dei mesi, una caratteristica di genere, diventando uno spazio femminista. Adesso le operaie partecipano a seminari settimanali gestiti da organizzazioni femministe, come Ormusa, la Organización de Mujeres Salvadoreñas por la Paz; «come abbiamo imparato a rompere con i modelli di violenza, molte donne presenti in questa occupazione incominciano anche a capire che non sono oggetto né schiave della casa; perciò molti dei loro mariti non accettano la loro partecipazione a questa azione» afferma Nery Ramírez, una delle dirigenti riconosciute del gruppo.

Ha 40 anni, ha lavorato 7 anni nella Florenzi, dopo essere stata licenziata in due altre maquilas dove aveva cercato di creare un sindacato, azione osteggiata dai padroni.

Passa tutto il tempo lungo i marciapiedi davanti allo stabilimento, parla con gli avvocati, giornalisti e attiviste, coordina gli alimenti e gli aiuti economici che giungono dall’esterno. È la responsabile della disciplina, pronta a rimproverare chi non rispetta i propri compiti, si occupa delle operaie anziane, anche di quelle malate.

«L’altro giorno una compagna ci ha raccontato che per la prima volta ha avuto il coraggio di dire alla propria famiglia che non era la loro cholera, impiegata domestica; suo marito le ordinò di stirare ma lei si è rifiutata»; Nery ride mentre lo racconta, è consapevole che questa non è solo una battaglia legale per i propri diritti, è qualcosa altro che sta nascendo.

Finora, in El Salvador, la mobilitazione femminista si è incentrata nella lotta per i diritti riproduttivi: è molto sentito il problema dell’aborto, ancora oggi pesantemente penalizzato fino a trent’anni di carcere, per procurato omicidio.

La Colectiva Amorales, Ormusa e la Red de defensoras de los derechos humanos hanno incominciato questa estate a presentarsi davanti alla maquila Florenzi, diventando poco a poco le migliori alleate delle operaie. Le 113 donne impararono a organizzare la protesta, a mantenere chiuso lo stabilimento, entrando solo quando è strettamente necessario, per non procurare danni ai macchinari; poco alla volta hanno compreso il significato politico della loro presenza fuori di quella fabbrica dove sono state per anni soltanto numeri.

Molte di loro finora non avevano mai sentito parlare di femminismo: «Per essere veramente femminista, bisogna essere preparate, per avere il diritto di nominarsi in questo modo: è un lungo lavoro di preparazione. Io posso dire che lo sono al 50%, mi manca ancora molto da imparare. Ma questa è una lotta femminista, ogni giorno che passa le operaie si stanno sempre più appropriando dei propri diritti, lottano e difendono non solo un posto di lavoro» sostiene Nery, a cui piace più che femminismo la parola sororidad, sorellanza.

Il 17 agosto un gruppo di operaie della Florenzi protestarono di fronte al Ministero del Lavoro salvadoregno; con microfono e cartelli, hanno bloccato il traffico nel centro della capitale, accusando il ministro Rolando Castro di proteggere gli interessi del padrone, non dei lavoratori. Fu così che i giornalisti “scoprirono” il caso Florenzi, mentre gruppi femministi, come il collettivo Majes Emputadas, erano in strada, solidarizzando con le lavoratrici.

Il ministro non le ricevette ma il 28 agosto rappresentanti delle occupanti della fabbrica, insieme a delegate delle organizzazioni femministe, furono ascoltate nella Commissione del Lavoro dell’Asamblea Legislativa, per denunciare il caso davanti a un gruppo di deputati.

Ora l’impegno è rafforzare le pressioni sul ministro per affrontare e risolvere il caso.

Sempre in agosto, uomini travestiti da poliziotti hanno cercato di portare via alcuni macchinari e il materiale ancora presente nella fabbrica, ma le donne non lo hanno permesso. Il 22 settembre la Ministra de Vivienda (una sorta di ministero del Benessere Sociale), Michelle Sol, sotto pressione dei collettivi femministi e delle reti sociali, si impegnò a incontrare le lavoratrici della Florenzi, per ascoltarle. Non lo fece, in compenso pochi giorni dopo inviò esattamente 90 borse di alimenti, con l’equipe video del suo ministero, per dimostrare pubblicamente la donazione. In questi quattro mesi le attuali 106 operaie delle 113 iniziali hanno presentato denunce alla Fiscalia, al Ministero del Lavoro, visitando uffici governativi e incontrando giornalisti. Per loro l’occupazione è una lotta, che comprende sicuramente l’aspetto legale contro i padroni della Florenzi. Però mentre resistono nei locali di ciò che fu il loro posto di lavoro, proteggendo quei macchinari che rappresentano la loro unica garanzia per ottenere giustizia, stanno costruendo uno spazio femminile totalmente nuovo per molte di loro.

Sono donne sposate, madri ed anche nonne. I seminari a cui hanno partecipato hanno permesso di scoprire la propria identità in quanto donna, i propri diritti e le proprie necessità. La maquila è diventato un luogo amorevole e confortevole, molto di più della loro casa.

Davanti alla Florenzi, tutti i giorni, alle 5 della mattina, en la madrugada, le donne incominciano ad organizzarsi, a preparare la colazione. Chi termina il suo turno chiama un taxi, uno di quei pochi che le pandillas permettono arrivare nei loro quartieri. Quelle che rimangono, accendono il fuoco, si lavano, conversano tra di loro. Più riposate, le donne presenti sorridono e parlano a voce alta.

«Imaginese. Immaginatevi. Che tutto questo sia nostro. Cosa potremo farne?».

La risposta è chiara: «La faremmo funzionare come sappiamo fare».

Perché la fabbrica già sembra loro, l’hanno capito.

E conquistato.(1)

Note:

In questi articoli la storia completa dell’occupazione della Florenzi 

      https://www.alharaca.sv/investigaciones/resistir-entre-hilos-sin-salarios-y-en-pandemia/

https://desinformemonos.org/un-centenar-de-trabajadoras-toma-una-maquila-en-el-salvador-y-la-convierte-en-un-espacio-feminista/

di Maria Teresa Messidoro

Aggiornamento:

Le circa 100 operaie che da giugno occupano la fabbrica, sono infatti sotto minaccia di sgombero. Vi invitiamo alla solidarietà con le operaie della Florenzi chiedendovi di firmare la seguente petizione.

Raccolta firme in solidarietà con le operaie della fabbrica Florenzi a Soyapango, El Salvador

Denunciamo lo sgombero delle operaie della Florenzi che hanno occupato la fabbrica, trasformandola in uno spazio femminista.
Lo sgombero vuole mettere fine alla loro azione di sciopero e richiesta di risarcimento.
Denunciamo anche la mancanza di attenzione delle istituzioni competenti di garantire i diritti violati delle compagne licenziate.
Continueremo a solidarizzare con le compagne operaie, da qualunque parte del mondo, perché come ha scritto Sara Ongaro, una delle firmatarie:
"sosteniamo i loro diritti, sosteniamo la loro creatività e resistenza, sosteniamo la rivoluzione che stanno costruendo, ognuna di loro nella propria testa, cuore e vita: sono queste rivoluzioni quelle che danno loro la forza di continuare a vivere, a testa alta e connesse con tutto il mondo e con le altre donne e uomini che lottano".

Chiunque sia interessato, può scrivere a Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. e riceverà i contatti per firmare la petizione.

da: http://www.lisanga.org/http://www.lisanga.org/

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Accordo sulla Brexit tra Ue e Londra: l’intesa raggiunta nel pomeriggio di giovedì 24 dicembre 2020 è basata su un testo di 2000 pagine e scatterà il 1 gennaio. Cosa succederà?

Per ora si evita il ritorno ai dazi sulle merci e altri servizi, ma bisognerà valutare la situazione settore per settore: maggiori informazioni domani, 25 dicembre, nella riunione degli ambasciatori della Ue convocata proprio per fare il punto sul “deal”. Il Parlamento inglese voterà l’ok entro fine anno, mentre il Parlamento Europeo ne discuterà solo a inizio 2021.

Tornano di sicuro i visti per chi cerca lavoro al di là della Manica e stop Erasmus per chi studia. Superato lo stallo sulla questione della concorrenza equa — in particolare sugli aiuti di Stato — e su quella della pesca nelle acque britanniche. Su entrambi i temi si è però trovato alla fine un compromesso che consente a Londra di divergere dalle regole europee (come voleva Londra) e a Bruxelles di ottenere garanzie contro la competizione sleale, con una sorta di periodo transitorio di un lustro.

Per Boris Johnson “l’accordo rispetta le promesse fatte al popolo britannico e la volontà popolare espressa nel referendum del 2016”. Moderata soddisfazione anche dalla presidentessa della Commissione Ue, Ursula Von Der Leyen, che spiega: “è tempo di voltare pagina e guardare al futuro, lasciandoci la Brexit alle spalle. Londra è un Paese terzo ma resta un partner”.

Più dura la reazione scozzese. La premier locale, Nicola Sturgeon, rilancia la sfida per l’indipendenza: “E’ tempo” che la Scozia diventi uno Stato sovrano, “una nazione europea indipendente”, ha twittato.

L’aggiornamento pomeridiano con Nicola Montagna, nostro corrispondente. Ascolta o scarica

Da Radio Onda d'Urto

 

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di Sandro Moiso per Carmilla

 Jeremy D. Popkin, Haiti. Storia di una rivoluzione, Einaudi, Torino 2020

C’è stato almeno un periodo della Storia in cui gli schiavi africani deportati sul continente americano hanno fatto davvero paura: ai loro padroni bianchi e al mondo occidentale che si andava organizzando intorno al modo di produzione capitalistico.
Il periodo è quello che va dal 1791 al 1804 e l’episodio è quello, prolungato, violento e vincente della rivoluzione haitiana. Rivoluzione che, oltre tutto, si inserì nel più vasto contesto della Rivoluzione francese e degli inizi dell’esperienza napoleonica.

Per la prima volta, infatti, non soltanto gli schiavi si erano ribellati in maniera vittoriosa, ma anche avevano saputo darsi un’organizzazione, prima clandestina e poi militare e politica, destinata a dare vita alla prima nazione indipendente non governata da bianchi della Storia moderna.
Oltre a ciò i rivoluzionari haitiani misero in crisi, con la loro azione spesso irruente e selvaggia, l’immagine che la Grande rivoluzione e gli ideali illuministici che in qualche modo l’avevano sottesa volevano dare di sé. In nome di quel fasullo egualitarismo borghese che mai ha realmente tenuto in conto i popoli altri, le donne e, in fin dei conti, anche i proletari “liberati” dalle catene dell’Ancien Régime.

Sull’argomento già in passato sono stati pubblicati notevoli lavori, come ad esempio I giacobini neri di Cyril Lionel Robert James, ripubblicato nel 2015 da DeriveApprodi, ma uscito originariamente in lingua inglese nel 1938 e per la prima volta in Italia nel 1968 per le edizioni Feltrinelli. Originario della colonia britannica di Trinidad e Tobago nelle Antille, l’autore, più noto come C. L. R. James, fu uno dei primi militanti anticolonialisti neri, marxista e nazionalista. E di questa impostazione ideale il saggio, pur magnifico, risente oggi dei limiti compresi nella stessa.

Più attuale, e sicuramente più moderna e coinvolgente, risulta essere oggi la straordinaria trilogia di romanzi storici dedicata a quegli eventi da Madison Smartt Bell: All Souls’ Rising (1995) pubblicato in Italia da Instar libri col titolo Quando le anime si sollevano nel 1999; Master of the Crossroads (2000) in Italia Il signore dei crocevia (Alet 2000) e The Stone That the Builder Refused (2004), in italiano Il Napoleone nero (Alet 2008). Trilogia che lo stesso Popkin dichiara essere alla base del suo interesse per quegli avvenimenti e della sua ricerca.

L’autore, che insegna Storia all’Università del Kentucky, da tempo si occupa della storia dell’insurrezione e della rivoluzione haitiana oltre che della Rivoluzione francese e dei suoi giornali, ma affronta, in questa pur sintetica esposizione, le questioni poste dagli avvenimenti che posero fine al dominio francese sull’isola in maniera più ampia, accompagnandola e allo stesso tempo liberandola dall’unicità della figura gigantesca (seppur contraddittoria) di Toussaint Loverture, il Napoleone nero che ancora anima le pagine della trilogia di Smartt Bell. Per fare questo deve spingere lo sguardo oltre, ovvero al di là dei documenti amministrativi e delle testimonianze scritte, quasi esclusivamente da coloni francesi, per cogliere ciò che dal basso si espresse in quegli avvenimenti.
Un “basso” che si espresse con l’azione e non con i testi scritti e che, proprio per questo, è ancora leggibile e interpretabile dal lavoro dello storico. Che oggi non può più accontentarsi di una Storia scritta e, già solo per questo, profondamente segnata dai privilegi di classe e/o di razza e genere.

La ricostruzione di quella rivoluzione, inserita nel contesto delle cosiddette rivoluzioni atlantiche e di quella francese si presenta perciò come una lettura appassionante e utile ancora, e forse soprattutto, oggi. Motivo per cui diamo qui di seguito un esempio tratto dalle pagine introduttive del testo pubblicato da Einaudi nella collana La Biblioteca.

Con l’espressione «Rivoluzione haitiana», che è relativamente recente, si suole indicare i drammatici eventi che ebbero luogo sull’isola tra il 1791 e il 1804. Gli storici che si servono di questa formula sostengono che tali eventi devono essere messi sullo stesso piano delle rivoluzioni francese e americana nello studio della genesi dei moderni ideali di libertà e uguaglianza. La «Rivoluzione haitiana» implica altresì l’idea che alla base delle vicende di quegli anni ci fosse una certa unità, e che il loro esito finale debba essere inteso come il frutto della realizzazione di un programma portato avanti volontariamente, fin dall’inizio. E invece, come vedremo, non sempre queste proposte si rivelano fondate. Per esempio l’insurrezione di schiavi scoppiata nel 1791 riguardò solo una delle tre province della colonia e si sviluppò parallelamente a un altro movimento rivoluzionario, la rivolta dei liberi di colore di Santo Domingo, che perseguiva degli obiettivi profondamente differenti. Questi due movimenti rivoluzionari si ritrovarono spesso in contrapposizione, un conflitto che perdurò anche dopo la Dichiarazione d’indipendenza haitiana del 1804. All’inizio lottarono tutti e due contro il governo coloniale francese. Tra il 1794 e il 1801, però, dichiararono entrambi il loro sostegno ai francesi, prima che l’intervento di Napoleone nel 1802 spingesse gran parte della popolazione a schierarsi contro la madrepatria. La rivolta haitiana contro la schiavitù fu perlopiù portata avanti da una popolazione di illetterati e non produsse mai un manifesto in cui fossero chiaramente definiti gli obiettivi, ragion per cui lo storico deve fare il suo lavoro basandosi quasi interamente su fonti esterne, in buona parte ostili alla rivoluzione. Quella haitiana fu senza alcun dubbio una rivoluzione a tutti gli effetti, ma sarebbe comunque fuorviante cercare di inquadrarla a tutti i costi in un modello dedotto dalle esperienze americana e francese. Se vogliamo davvero considerare quella haitiana come una delle più importanti rivoluzioni del mondo moderno, dobbiamo dunque ripensare la natura stessa di tale fenomeno e, per esempio, riconoscere che una rivoluzione si può sviluppare anche senza un partito e un movimento (dichiaratamente – ndR) rivoluzionario.
Così come è fuorviante descrivere la Rivoluzione haitiana alla stregua di un movimento unitario dotato di obiettivi coerenti e chiaramente definiti, è altrettanto difficile intravedere nel principale leader Toussaint Loverture un capo rivoluzionario nello stile di Robespierre o Fidel Castro. Oggi non siamo neanche sicuri che egli abbia rivestito un qualche ruolo nell’avvio dell’insurrezione degli schiavi nel 1791. All’inizio, quando Toussaint si unì al movimento, non sostenne la completa abolizione della schiavitù e addirittura si oppose al primo decreto di emancipazione francese del 1793. Nel 1794 lasciò il fronte di lotta contro i francesi e si schierò dalla parte di questi ultimi, ribadendo con fermezza la sua fedeltà al governo della madrepatria anche quando il suo operato sembrava remare contro i francesi. Le leggi che Toussaint impose in questi anni alla popolazione di Saint-Domingue avevano un taglio piuttosto conservatore e spinsero molti neri a rivoltarsi contro di lui. Toussaint Loverture dimostrò senza alcun dubbio che un nero poteva governare un territorio chiave del mondo atlantico, cosa che peraltro ebbe una serie di importanti implicazioni sul piano rivoluzionario1

J.D.Popkin, Definire la rivoluzione haitiana in Haiti. Storia di una rivoluzione, pp. 8-10

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di Joseph Confavreux (*)

Pneumatici, ombrelli, black bloc e book bloc. Alcuni antropologi hanno studiato le tecniche di lotta in tutto il mondo

Seminare confusione. Questo è il bel titolo di un numero speciale di Techniques et culture, la rivista di antropologia dell’École des hautes études en sciences sociales (EHESS), la cui copertina mostra i famosi ombrelli utilizzati dai dimostranti di Hong Kong per proteggersi durante gli scontri con la polizia.
Nell’ambito della mobilitazione delle università e dei laboratori contro la legge sulla programmazione pluriennale della ricerca (LPPR), che privilegia la performance individuale rispetto alla ricerca collettiva, gli antropologi dell’EHESS hanno deciso di chiamare un numero speciale, chiedendo a molti di loro di guardare, nei loro rispettivi campi, i “frammenti di lotta” e le tecniche di resistenza che potevano osservare.
Il risultato è un panorama di oggetti e tecniche di lotta utilizzate in tutto il pianeta, la cui connessione ha tanto più senso quanto più numerose sono le circuitazioni storiche e geografiche. Questi prestiti e riappropriazioni sono vecchi quanto le mobilitazioni politiche. L’associazione Droit au logement (Diritto all’alloggio) aveva ripreso i metodi di insediamento degli edifici sviluppati da Georges Cochon all’inizio del XX secolo. L’associazione pacifista israelo-palestinese Ta’ayush aveva contattato la sudafricana ANC per scoprire come diffondere la sua causa all’interno di una società divisa.

Ma questi scambi sono aumentati con la globalizzazione, anche per resistere ad essa. Uno degli articoli della rivista prende così l’esempio eclatante del pneumatico, simbolo dell’accelerazione del commercio e del relativo inquinamento, di cui ogni anno nel mondo vengono prodotte 12 miliardi di unità. Ma, da Fos-sur-Mer all’Argentina, il pneumatico, questa volta infiammato, è diventato anche l’incarnazione del blocco e della volontà di fermare la corsa dei mercanti. Nella nota che dedica all’uso militante del fuoco dei pneumatici, l’antropologo Yann-Philippe Tastevin, tuttavia, ne individua un altro, più recente, che consiste nel “dare schermo”. È quello che hanno fatto i rivoluzionari di Aleppo nel 2016 per deviare gli aerei del regime che li ha bombardati o di Hamas, che ha organizzato a Gaza nel 2018 un “giorno di vecchi pneumatici” per accecare i droni israeliani e per potersi avvicinare al muro di sicurezza.
Concentrandosi sul pneumatico e sulla barricata, sul “fax nero” e sulle cartografie delle popolazioni indigene, gli autori vogliono “rimaterializzare la politica” in un contesto caratterizzato da grandi sconvolgimenti ecologici e da “una violenza naturale-culturale senza precedenti” che fa dire alla filosofa Donna Haraway che è necessario “abitare il disordine”, ma anche imparare a seminarlo.
La rivista segnala immediatamente due insidie di questo tipo di approccio alla politica attraverso tecniche di contrasto. Il primo è un approccio che è affascinato dalla tecnologia ed è quindi fragile di fronte ai “rischi etici di esaminare i modi di fare in modo isolato dalla causa da difendere”. Questa dimensione è, in particolare, analizzata da un contributo che mette in discussione i modi di introdurre nel contesto museale oggetti provenienti dai movimenti sociali, come vediamo sempre più spesso.
Il secondo è giudicare le tecniche di lotta solo o principalmente sulla base di un criterio di “violenza”. Gli autori si riferiscono alla famosa frase di Brecht – “un fiume che porta via tutto si dice sia violento”. Ma non si dice mai nulla della violenza delle banche che lo circondano” – il che sottolinea la dimensione relazionale, anche sistemica, della violenza, per non lasciarsi accecare da ciò che è più visibile: distruzione, scontri, saccheggi?
Un’originalità del progetto è quella di distinguersi, nell’analisi delle tecniche di lotta, dalla nozione egemonica di “repertorio d’azione”, forgiata dal sociologo Charles Tilly, per arrestare le mobilitazioni politiche non elettorali.

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Questa concezione ha diversi difetti agli occhi degli autori della rivista. In primo luogo, “associare azioni e performance di protesta all’interno di un repertorio tende a minare il loro potenziale di cambiamento sociale”. Soprattutto la tesi di repertorio d’azione tende, per loro, a “distinguere solo modi di protesta visibili, eterogenei e salienti”.
Che ne è della “resistenza delle ombre, delle forme di protesta impostate come stili di vita (come gli squat artistici o militanti)” o delle posture delle lotte individuali e silenziose, almeno in apparenza, esplorate dall’antropologo James C. Scott?
Nello studiare gli atti di resistenza diffusi descritti come infrapolitici, egli distingueva tra un “testo pubblico”, a volte impossibile da esprimere, e un “testo nascosto” che dava ai subalterni una certa agilità, anche quando non era espresso nello spazio pubblico. James C. Scott ha così definito le “arti di resistenza” e le più svariate tecniche di lotta, che si riflettono nel numero della rivista, ad esempio con un’analisi delle “strategie taoiste di lotta”, della Gamarada, il dispositivo di resistenza e incubatore di resistenza degli aborigeni australiani, o delle abilità di cura della strada sviluppate dai medici di strada.
“Dove la storiografia del repertorio d’azione incita a limitare la “scorta” di mezzi di lotta e a chiudere il repertorio, la tecnologia culturale è invece interessata al gioco e all’apertura che caratterizzano il registro materiale delle mobilitazioni”, giudicano così gli autori di Techniques & Culture.

“Resistenze elettriche”

Questo numero 74 della rivista di antropologia dell’ EHESS alterna avvisi relativamente brevi su oggetti o tecniche di lotta, a scoperte diacroniche e più lunghe. Così dallo studio del sabotaggio, che apre la questione e si estende dai cosiddetti conflitti Plug Plot del 1842, quando la Gran Bretagna stava attraversando una crisi economica e i lavoratori sabotavano le macchine a vapore rimuovendo una parte essenziale che ne bloccava l’uso, per mettere pressione sui “padroni del vapore”, fino alla diffusione di questa pratica alla fine del XIX secolo, soprattutto sotto l’impulso del sindacalista anarco-rivoluzionario Émile Pouget.
Per quest’ultimo, questa pratica di lotta è stata pensata come un’arma complementare allo sciopero e attacca il processo di produzione, più che le macchine stesse, il che implica non prenderla come una semplice rievocazione delle pratiche luddiste di inizio Ottocento. Il sabotaggio perde la sua aura nel corso del XX secolo con l’istituzionalizzazione del sindacalismo, prima di ritrovare, in tempi recenti, una rilevanza “tra coloro che vogliono far deragliare il sistema produttivo contemporaneo, accusato di portare al collasso sociale e ambientale”, in un contesto di declino del sindacalismo organizzato.
Questo numero affronta anche la nozione di blocco in politica. Questa tecnica di lotta contemporanea, inizialmente denominata con il nome di una categoria di polizia, il “schwarzer block”, che ha dato il nome al “blocco nero”, e che da allora è stata più volte declinata, in particolare con il “book bloc”, apparso alla fine del decennio 2000, durante gli scioperi studenteschi in Italia, quest’ultimo costituito da scudi rinforzati decorati come copertine di libri, e “allegorizzati come attacchi alla conoscenza in generale”.
La nozione trae la sua filosofia dall’inizio del XX secolo, sia dalle analisi del medico e sociologo Gustave Le Bon, teorico della “psicologia delle folle” che sottolineava la necessità di decapitare le folle ribelli prendendo di mira i loro presunti leader, e il filosofo e figura del sindacalismo rivoluzionario della Belle Époque Georges Sorel, che ha riassunto l’equazione dell’autonomia degli operai valorizzando il blocco nel senso che, per lui, “il sindacalismo non ha la testa con cui fare diplomazia utile” e frenare le rivolte. Come ha dimostrato ancora una volta il “blocco giallo” durante l’insurrezione dei gilet di quel colore.
Se certe tecniche di lotta analizzate dalla rivista sono molto, anche troppo conosciute per portare in poche pagine elementi davvero nuovi, come la barricata o il die in, altre si distinguono invece per la loro originalità. Per esempio, i flaconi di “profumi solidali” venduti dai lavoratori della fabbrica di plastici della Bourgogne Application in Costa d’Oro per sostenere il loro sciopero contro la chiusura del sito nel 1996.
Un altro esempio è la “offensiva della spazzatura” condotta dagli Young Lords, un gruppo rivoluzionario portoricano nato a Chicago che si è diffuso a New York ed è stato attivo dal 1969 al 1976. Ispirati dalle Pantere Nere e dal loro slogan “al servizio del popolo”, si sono resi conto che gli abitanti di El Barrio, un ghetto di Harlem spagnola, chiedono soprattutto il diritto a strade pulite, mentre i servizi municipali si avventurano poco o niente.
Dotati di baschi guevaristi, gli Young Lords cominciano a pulire le strade: un’azione che si trasforma in antagonismo frontale quando i servizi municipali si rifiutano di fornire loro delle scope. gli Young Lords e i residenti locali alla fine bloccano il traffico con questi bidoni dell’immondizia che, quando sono in fiamme, diventano barricate.
“Trasformando l’immondizia, simbolo della discriminazione subita dagli abitanti del Barrio, in una leva di mobilitazione e poi in un’arma, gli Young Lords si sono dimostrati una forza locale credibile”, nota l’autore del volumetto, che aveva già scritto di questo gruppo di attivisti latinoamericani.
Una delle esperienze studiate nella rivista, che unisce disobbedienza civile, trasmissione di know-how e lotta politica generale, è quella della “resistenza elettrica” del movimento “Luz y Fuerza del Pueblo” in Chiapas. Questo gruppo, con una componente essenzialmente contadina e indigena, che comprende i popoli Tojolabal, Ch’ol, Mam, Tzotzil, Q’anjob’al e Chuj, discendenti degli ex Maya, è stato creato nel 2004 e si batte per l’accesso all’elettricità.

streetmedic

Attraverso connessioni abusive e controllo capillare del territorio, gestisce oggi l’infrastruttura elettrica in 15 regioni del Chiapas, impedendo alla società nazionale, CFE, e ai concessionari privati di togliere la corrente attraverso la formazione sistematica degli elettricisti, un migliaio dei quali hanno acquisito competenze tecniche altamente specializzate, “permettendo loro di lavorare al posto del CFE, su cavi e trasformatori di media e bassa tensione”.
Questo know-how è stato acquisito attraverso la trasmissione “sovversiva”, in origine dai lavoratori del sindacato degli elettricisti messicani (SME), e la creazione di imbracature di sicurezza realizzate intrecciando corde di cuoio foderate con bastoni di legno, per salire sui piloni, e pali isolanti costruiti con bastoni di legno, alle cui estremità è ancorato un supporto in PVC.
Uno degli aspetti più interessanti di questa pratica è che combina una forte logica anticapitalista e antiglobalizzazione, che si ritrova in altre latitudini, con i veggenti maya che credono che la natura e la Madre Terra siano abitate e non possedute, e che quindi i loro frutti, di cui la luce fa parte, devono poter giovare a tutti e non possono essere sottoposti alla tirannia della proprietà e del profitto.
Postulando che le tecniche di lotta non possono essere ridotte alle varie tessere del fai-da-te prodotte dai movimenti, né possono essere afferrate dalle grandi nozioni di “repertorio d’azione” o di “capitale militante”, gli autori di Semer le troubler abbozzano gli elementi di una “tecnologia della contestazione” che permette di trasformare un’idea in un arsenale, attraverso un’antropologia del corpo e delle tecniche.

(*) www.popoffquotidiano.it

 

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Billy Wright, detto "King Ray" fondatore del gruppo paramilitare Loyalist Volunteer Force (LVF), è stato ucciso nella prigione di massima sicurezza di Maze nel dicembre 1997.

2 – Alle 9:40 del 27 dicembre, Wright ed il suo compagno della LVF Norman Green si preparavano per recarsi dalle loro celle nell’H-Block 6 fino al centro visite per mezzo di un furgone della prigione.

3 – Wright, Green e la guardia carceraria Stephen Sterritt si sono recati al furgone della prigione passando attraverso la zona riservata alle guardie. La prigione di Maze è divisa, con ogni ala destinata ad un differente gruppo paramilitare.

4 – Subito dopo, 3 volontari dell’Irish National Liberation Army (INLA) – Christopher “Crip” McWilliams, John Glennon e John Kennaway – armati di pistole, hanno attraversato la zona ricreativa e attraversato la recizione tagliata nei giorni precedenti. Sono saliti sul tetto dell’ala A e sono scesi nel cortile, dove era parcheggiato il furgone. Hanno sparato 7 volte a Wright, che è morto quasi istantaneamente.

Quello che segue è un resoconto dettagliato dell'operazione dell'Esercito di Liberazione Nazionale Irlandese per giustiziare il leader della Forza Volontaria Lealista Wright la mattina del 27 dicembre 1997. Prima di dettagliare le effettive specificità dell'operazione è necessario evidenziare il lavoro svolto dall'intelligence INLA.

Il piano era di fornire agli agenti penitenziari in servizio nel Blocco 6 l'opportunità di individuare l'unità attiva dell'INLA non appena l'operazione fosse iniziata. L'intelligence aveva dimostrato che l' Unità dell'Inla sarebbe stata probabilmente individuata mentre stava tentando di passare attraverso il buco nella recinzione nel cortile di esercitazione dell'ala A, poiché questo movimento sarebbe servito immediatamente ad attirare l'attenzione della guardia carceraria che occupa il punto di osservazione con vista sulle immediate vicinanze. In risposta al fatto che l'INLA avesse sfondato la recinzione, l'agente della prigione avrebbe attivato automaticamente l'allarme. Una volta attivato l'allarme, la normale procedura sarebbe stata quella di interrompere tutti i movimenti nel blocco, tutti i cancelli sarebbero stati bloccati automaticamente e quindi il movimento non avrebbe potuto riprendere fino a quando l'allarme non fosse cessato. Se fosse stato così la mattina del 27 dicembre 1997, il furgone contenente Billy Wright avrebbe dovuto rimanere immobile all'interno del piazzale del Blocco fino a quando l'allarme non fosse stato tolto. Niente avrebbe impedito all'INLA ASU di completare la loro missione una volta che avevano violato la recinzione in un cortile.

L'operazione che ha rimosso la minaccia del più efficace killer settario del lealismo britannico ha richiesto meno di 90 secondi dall'inizio alla fine.

L'OPERAZIONE

La giornata è iniziata con tutti e tre i volontari dell'Inla assegnati che sono stati messi in standby dalle 8:00 di quella mattina. Dopo la colazione, Vol. Christopher 'Crip' McWilliams e Vol. John "Sonny" Glennon ha proceduto ad armarsi. Le due armi, una pistola semiautomatica Makarov PA63 calibro 38 e una pistola Derringer calibro 22 modificata. Le due pistole erano cariche. Dopo aver ispezionato le armi, entrambi i volontari sono tornati alla mensa dell'ala A per incontrare il volontario John Kennaway. I tre volontari hanno organizzato un briefing finale, controllando i segnali, le disposizioni e così via. Verso le 9:00 Vol. Glennon si è trasferito nella posizione presumendo di dipingere un murale nella zona dell'ala A e B. La sua posizione gli ha fornito una chiara linea di vista delle ali dove erano detenuti i LVF. Nel caso in cui Billy Wright fosse stato avvistato mentre si recava a un colloquio, doveva essere emesso un codice prestabilito per avvisare Vol. McWilliams e Vol. Kennaway. Il codice da emettere era il seguente; Se Billy Wright è entrato nel cerchio con un altro prigioniero LVF, allora Vol. Glennon avrebbe gridato dalla sua posizione: "Passatemi i colori fuori dalla cella due". Vol. McWilliams e Kennaway avrebbero saputo da questo segnale che Wright era con un altro prigioniero della LVF che entrava nel circolo di blocco mentre si recavano alle visite. Nel caso in cui il codice fosse "Passami le vernici dalla cella tre", questo avrebbe indicato tre prigionieri LVF che entrano nel cerchio del Blocco mentre si recano ai colloqui. La ragione per l'emissione di codici in questo modo era avere informazioni aggiornate sul numero di prigionieri LVF che probabilmente avrebbero dovuto affrontare per eseguire l'operazione con successo.

Intorno alle 9.40, il volontario Glennon, mentre disegnava il murale, armato della pistola Derringer nascosta, ha sentito il ronzio dell'interfono - questo lo ha messo in allerta. Ha continuato a guardare mentre un agente della prigione si avvicinava alle griglie per parlare con un prigioniero LVF. Si è quindi sentito un prigioniero gridare "Andiamo Billy, siamo noi per una visita". Sentendo questo, il Vol. Glennon continuò a dipingere normalmente il murale. Mentre guardava le griglie aprirsi,il Vol. Glennon ha notato Billy Wright e un altro prigioniero LVF uscire dall'ala LVF.

Il volontario Glennon ha continuato a gridare il segnale in codice lungo le ali dell'INLA, "passatemi le vernici fuori dalla cella due". Immediatamente facendo questo il Vol. Glennon ha lasciato il murale per entrare nella sala mensa . Una volta lì, si mise in piedi sul tavolo situato sotto la finestra che dava sul cortile dell'isolato. I volontari McWilliams e Kennaway dopo aver sentito il primo segnale si sono spostati in posizione al tornello del cortile di esercitazione dell'ala A in attesa di un secondo segnale dal volontario Glennon. Questo secondo accordo prestabilito non sarebbe stato dato fino a quando il volontario Glennon non fosse stato sicuro che Billy Wright fosse entrato nel furgone della prigione nel piazzale del blocco H 6. VIA! VIA! VIA....

Subito dopo aver visto Wright entrare nel furgone della prigione nel cortile, il volontario Glennon ha gridato il secondo segnale prestabilito che consisteva nelle parole "Vai ... Vai ... Vai ...!" Dopo aver sentito questo, i volontari McWilliams e Kennaway si sono mossi immediatamente a velocità attraverso il tornello seguiti, rapidamente dal volontario Glennon. Il volontario Kennaway ha proceduto a liberare con un calcio la sezione pretagliata della recinzione dell'ala A aprendo il buco. Il volontario McWilliams è poi corso attraverso il buco seguito da vicino dai volontari Kennaway e Glennon.

LA TRAPPOLA DEI RATTI SI CHIUDE

Una volta uscito dal buco nella recinzione, il volontario Kennaway si trovava contro il muro all'esterno della cella 26 allo scopo di sollevare i volontari McWilliams e Glennon sul tetto del blocco H 6. Dopo aver completato con successo l'assistenza, il volontario Kennaway ha proceduto a trascinarsi sul tetto. Mentre lo faceva, i volontari McWilliams e Glennon procedettero a saltare dal tetto dell'isolato nel piazzale. A questo punto il furgone della prigione contenente Billy Wright si stava dirigendo verso i cancelli del cortile che erano già stati aperti . Il volontario McWilliams, armato con la pistola semiautomatica nascosta, ha spianato l'arma entrando nell'area. Ha proceduto con velocità a correre davanti al furgone della prigione contenente Wright costringendo il furgone a una brusca fermata. In questa fase gli agenti della prigione, vedendo che il volontario McWilliams era armato, hanno tentato di chiudere i cancelli del cortile.

In pochi secondi, il volontario Glennon, armato con la pistola Derringer, si era unito agli altri due volontari. I volontari McWilliams e Glennon si sono diretti verso la porta scorrevole del furgone della prigione. Durante questa mossa, il volontario Kennaway è rimasto con l'autista del furgone per impedirgli di partire.

La porta laterale scorrevole è stata aperta dai volontari Glennon e McWilliams. Il volontario McWilliams ha poi gridato nella parte posteriore del furgone: "Siamo Volontari dell'INLA".

Si è mosso rapidamente per bloccare l'ufficiale della prigione seduto accanto alla porta scorrevole che gli urlava di "scendere". L'ufficiale della prigione ha reagito precipitandosi nell'angolo del furgone in stato di shock. I due prigionieri della LVF nel frattempo hanno fatto un debole tentativo di scappare dal furgone attraverso la porta aperta. Questo tentativo è stato rapidamente sventato.

Il volontario McWilliams ha quindi sparato un solo colpo dal semiautomatico PA63 in direzione di Billy Wright. L'effetto di questo colpo è stato che il secondo prigioniero LVF è corso sul retro del furgone rannicchiato nell'angolo, tenendo entrambe le braccia sopra la testa per proteggersi.

Nel frattempo Wright fece un altro debole tentativo di scappare dal furgone attraverso la porta laterale. Il tentativo non riuscì, il volontario McWilliams gli sparò tre colpi. Wright barcollò verso il retro del furgone. Il volontario McWilliams era ormai saltato sul furgone, facendosi da parte mentre il volontario Glennon provvedeva al fuoco di copertura usando la pistola Derringer .22.

Dopo aver sparato a Wright, il volontario Glennon è tornato alla porta del furgone che teneva a bada l'ufficiale della prigione e l'altro prigioniero della LVF.

Il volontario McWilliams ha poi sparato i restanti tre colpi a Billy Wright, uccidendolo all'istante. È importante sottolineare che l'unità di servizio attivo dell'INLA stava lavorando sotto specifiche istruzioni impartite loro dalla leadership dell'Esercito nazionale irlandese di liberazione, istruzioni chiare con l'unico scopo di eliminare il leader LVF e non qualsiasi altro prigioniero o ufficiale della prigione , a meno che le azioni degli ultimi due mettessero in pericolo la vita dei volontari dell'Inla.

Eliminato Wright, il commando si è ritirato dalle vicinanze del furgone, rientrando al blocco A per lo stesso percorso utilizzato per accedere al piazzale. L'intera operazione dall'inizio alla fine è durata non più di un minuto e mezzo. All'arrivo in Ala A, sono seguite trattative tra i volontari Inla e il personale della prigione, assistiti dal cappellano della prigione. L'unità ha proceduto alla consegna di tutte le attrezzature e i materiali utilizzati nell'operazione. I tre volontari sono stati poi arrestati alla reception del carcere. Dopo essere stato accusato, il volontario McWilliams ha rilasciato una breve dichiarazione che era stata concordata in anticipo con la leadership dell'INLA se e quando l'operazione contro Wright si fosse rivelata efficace. Questa breve dichiarazione diceva: "Billy Wright è stato giustiziato per una ragione e solo per una ragione, e questo era per aver diretto e condotto la sua campagna di terrore contro il popolo nazionalista dalla sua cella di prigione a Long Kesh".

L'esistenza della LVF come organizzazione senza la direzione dell'intelligence britannica o del lealismo tradizionale deve ancora essere stabilita - solo la storia mostrerà la verità di questa affermazione.

La formazione della Loyalist Volunteer Force come apparentemente una scissione della Ulster Volunteer Force durante la crisi di Drumcree del 1996 servì ad aggiungere un attività più estrema agli squadroni della morte lealisti. L'LVF è giunta all'attenzione del pubblico per la prima volta con l'omicidio di MichaeI McGoldrick, un tassista cattolico fuori Lurgan l'8 luglio 1996. Questo omicidio è stato rapidamente seguito dal brutale massacro del giovane cattolico James Morgan a Castlewellan e dallo scarico dei suoi resti in una fossa piena di carcasse di animali in decomposizione a Clough.

Era opinione dell'INLA che il gruppo LVF rappresentasse una seria minaccia per la comunità nazionalista. Se la scomparsa di Billy Wright in qualche modo fosse servita ad aiutare altri gruppi e / o autorità statali, questo veniva considerato puramente casuale . Coloro che hanno affermato una qualche forma di collusione lo fanno per portare avanti la propria ristretta agenda politica e ignorare i fatti e la realtà. Coloro che sostengono che si sia trattato di un attacco al processo di pace soffrono della stessa visione politica del tunnel secondo cui i colloqui di Stormont e l'accordo del Venerdì Santo porteranno la pace. L'esecuzione INLA del leader della Loyalist Volunteer Force Billy Wright, un killer settario riconosciuto che spesso ha lavorato agli ordini dell'MI5, lungi dall'essere un attacco al processo di pace è stato un colpo positivo per la comunità repubblicana.

 

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