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Articoli filtrati per data: Saturday, 26 Dicembre 2020

Riprendiamo questo stimolante contributo apparso su codice-rosso.net che pone in luce alcuni dei nodi su cui è necessario riflettere ulteriormente nel contesto della pandemia di Covid 19 per ripensare radicalmente l'agire politico alla luce della fase.

 

di coltrane59

“Piuttosto che distribuire ai bambini un po ‘ di giocattoli, non dovremmo aiutarli ad uscire dal vaso di sabbia e a riconquistare la città?” ( Colin Ward – Il bambino nella città)

“Ci hanno mescolato le anime e ormai abbiamo tutti gli stessi pensieri. Noi aspettiamo, ma niente ci aspetta, né un’astronave, né un destino” (Gianni Celati – Verso la Foce).

La seconda ondata del Covid-19 sta lasciando sulla strada milioni di morti in tutto il mondo e le conseguenze economiche, sociali e culturali sono e saranno devastanti. A distanza di quasi un anno dall’inizio della pandemia non sono ancora state adottate le misure giuste per arginarla. In particolare l’Occidente, basta guardare l’Italia, sta dimostrando tutta la sua incapacità gestionale, politica e scientifica a costruire un modello di lotta al virus chiaro, efficace e omogeneo.

Ma finito questo momento drammatico cosa rimarrà delle nostre città? Cosa capiremo da questa grande lezione storica? Che tipo di memoria collettiva potrà nascere da queste rovine umane e culturali?

Sanità e territorio

La Pandemia ha messo in luce una serie di mancanze della situazione della sanità occidentale e soprattutto di quella italiana: quasi 70.000 morti al momento, carenza di medici e infermieri lasciati allo sbando, problemi di materiale sanitario, bombole, ossigeno, mascherine, mancanze di terapie intensive e di posti letto dovute ai tagli effettuati dalle politiche neo liberiste di governi presieduti dalla destra o dal centro sinistra.

In particolare non si è mai pensato di creare delle unità territoriali di quartiere che potessero essere vicini ai malati, non solo di Covid, di ogni età e fascia economica. Unire le città, i suoi abitanti e la malattia significa creare un insieme sociale e culturale in cui la sofferenza e la morte possano essere esperienze costitutive e decisive della vita di ognuno di noi, anche se in misura e scale diverse. Nelle nostre città non sappiamo, da molto tempo ormai, rapportarci con il dolore e con la perdita. Non siamo in grado di costruire una politica, locale, partecipata e innovativa, che si faccia realmente carico della sofferenza.

La scuola è il problema

La scuola è uno dei problemi che viene evidenziato da questa epidemia: non si tratta di Didattica a Distanza o di rientro posticipato a scuola, non si tratta di giovani scapestrati che diventano degli untori per gli anziani o di professori che non hanno voglia di lavorare. La scuola da decenni ormai non serve a nulla, non forma, non insegna a vivere, ascoltare, essere, inserirsi in un contesto innovativo, capire insieme la complessità, riflettere e unirsi per un nuovo modo di lavorare e di crescere, comprendere il dolore, la sofferenza, la morte, avvertire quello che può essere cambiato e quello che, invece, fa parte di un futuro negato.

A scuola non si insegna a pensare per un sogno o per un futuro collettivo. Pensare radicalmente. Non è un caso che “Non si è pensato a fondo e non si è agito politicamente all’altezza dei tempi. Non è un verbo nichilista, quello che sto qui offrendo. Constato con rancore e disperazione ciò che la mia coetaneità non ha mai fatto, a parte luminose eccezioni: pensare radicalmente, essere radicalmente.” ( Giuseppe Genna – Intervista a Codice Rosso)

Le università, insieme a quelle rovine politiche che ci troviamo davanti, non sono riuscite a fondare un pensiero forte, all’altezza di questi tempi, che sia prospettiva collettiva e immaginario sociale, orizzonte di senso e sogno a venire. Nelle nostre città, librerie e luoghi di cultura stanno chiudendo uno dopo l’altro e il Covid sembra aver dato loro la mazzata definitiva. Eppure i nostri quartieri avrebbero bisogno di università popolari, dopo scuola per le classi sociali più abbandonate, luoghi di incontro artistico e sportivo, librerie e teatri di periferia, spazi destinati allo scambio culturale e umano. Ma in ogni modo la scuola dovrebbe rimanere al centro del progetto sociale delle nostre città.

Più semplicemente la scuola sono i bambini; ma forse i bambini “non producono ricchezza, i bambini, non votano, non hanno alcun peso politico. Eppure sono la miniera più inestimabile: coloro che ci continueranno, a cui trasmettiamo sapere affinché portino avanti il mondo dopo di noi e lo cambino in meglio. Senza questo passaggio di testimone, senza questa prospettiva, cosa ha senso?” (Silvia Avallone – “La scuola diventi la casa di chi studia”).

Lavoro e modello economico

L’epidemia del Coronavirus è stata devastante per il mondo del lavoro. Milioni di lavoratori al palo in tutto il mondo e intere città, centro e periferie in ugual misura, svuotate hanno portato ad un crollo di una serie di attività considerate secondarie. Giustamente Marco Bascetta ci fa notare: “ Il modello che sta prendendo piede in buona parte d’Europa è purtroppo quello fondato su una contrapposizione tra le attività produttive disciplinate (da mantenere attive ad ogni costo e con qualunque rischio) e le inclinazioni relazionali autonome, l’esercizio di libertà individuali (spesso più prudenti e responsabili dei criteri adottati dai capitani d’industria nelle loro fabbriche) da reprimere e sanzionare. Spetta allora a una critica politica il compito di passarle al vaglio. Smontando in primo luogo la pretesa che l’ordine economico debba conservarsi identico attraverso qualunque tempesta che travolgerà invece inesorabilmente la vita di tutti i cittadini.”

In tutti i casi la working class o quello che rimane di essa, gli operai nelle fabbriche superstiti, le false partita iVA, le ditte individuali ridotte in miseria, i riders, i camerieri, i lavoratori dello spettacolo, stanno pagando un debito ormai incolmabile. Giuste e sacrosante quindi le battaglie sul salario minimo e sul reddito incondizionato di base. Ma il virus ci deve spingere oltre a queste considerazioni: bisogna chiedersi, una volta per tutte o cominciare almeno a farlo in tutti i luoghi possibili, che cosa è il lavoro, che cosa è necessario produrre, quali sono i luoghi e i tempi essenziali della vita e cosa significa veramente essere, vivere, pensare e sognare oltre il paradigma del lavoro e oltre il modello capitalista attuale.

Tecnologia e futuro

La pandemia in corso sembra aver accelerato quella trasformazione sociale e antropologica che ci sta attraversando decisamente in questi ultimi decenni. Il capitalismo digitale (da Google a Facebook, da Amazon a Instagram, a tutte le società del settore della robotica e della sorveglianza) sta mettendo a regime tutti i nostri desideri, movimenti, post, tweet, emozioni, parole, idee e molto altro ancora. Attraverso algoritmi sempre più precisi e database più completi, tutto, ma proprio tutto condizionerà le nostre vite e le nostre città, il nostro orizzonte di senso e il nostro immaginario collettivo. “È in questo spazio di attesa, di emergenza non ancora «normalizzata», che si annidano i bisogni di radicalità: non basta dire «no», «forse», «sì ma», serve pensare a mettere in discussione l’intero sistema su cui poggia l’estrazione e l’utilizzo dei Big Data, la vita delle piattaforme e quella dei lavoratori che hanno come compito principale quello di nutrire le macchine di dati.” (Simone Pieranni).

Ma forse c’è in gioco qualcosa di più. Nel grande inferno di Auschwitz e in quei funghi velenosi di Hiroshima e di Nagasaki dovevamo vedere qualcosa che riguardava una tecnologia fuori controllo. Le analisi di Anders nel suo libro “L’uomo è antiquato” non dovevano passare inosservate. Anders parte dalla vergogna Prometeica che l’uomo prova di fronte alle macchine da lui inventate. Per il filosofo tedesco noi umani siamo stati superati dalle macchine e i prodotti della nostra capacità tecnica sono superiori a quel che sembrano: il mondo sta diventando una macchina. Qui non si tratta di avere una visione negativa o pessimista sulla tecnologia o nostalgica per il passato che non c’è più, ma di chiederci come, attraverso l’uso equilibrato di umanità, natura, giustizia e scienza , possiamo continuare a vivere. Se prima il problema era come dobbiamo vivere, ora la domanda principale è: vivremo ancora? Il virus, in qualche modo, non ci sta chiedendo forse una riflessione seria e profonda su che cosa saremo, in che città abiteremo e se ci sarà futuro per noi nella terra?

Virus come linguaggio

Il virus sta causando una serie di morti interminabili e indefinite, situazioni di povertà e sofferenza in ogni parte del pianeta e crisi economiche e sociali di natura insormontabile. Ma detto questo non possiamo non riconoscere che il virus ormai è diventato parte di noi, delle nostre parole, del nostro pensieri e del nostro futuro: linguaggio interminabile, sottile, discontinuo, produttore di senso oscuro e di spazio precario. Il virus sta dettando i tempi dei telegiornali, delle tv spazzatura e dei social ossessivi. Fake news, complottismo e politica sporca hanno trovato nel Covid un terreno fertile per sopravvivere e inserirsi nel nostro modello cognitivo già sensibilmente provato e trasformato.

Ormai non c’è frontiera tra l’informazione reale, il resto dei programmi d’intrattenimento delle tv o i video virali che girano su Instagram e su TikTok, che ci circondano e ci avvolgono senza respiro. Le conseguenze di questa epidemia virale, linguistica e psicologica potranno essere devastanti nei prossimi anni a venire.

Bifo si domanda: “siamo destinati, soprattutto le generazioni giovani, sono destinate a una lunga fase traumatica cui può seguire una sorta di epidemia depressiva, una disattivazione dell’empatia fisica, del desiderio?”

Il linguaggio ha permesso di evolvere il genere umano fin dai primordi della storia, ha permesso la nascita delle civiltà, del racconto orale, della scrittura e della memoria storica; ma adesso gli strumenti concettuali odierni, quelli derivati dal 1900, la critica del sistema capitalista per un futuro diverso, la tecnologia, i suoi algoritmi e big data non stanno favorendo un altro modello di società e di esistenza umana. Il linguaggio è diventato un virus che vuole sopravvivere a se stesso, ma che non riesce a vedere e a immaginare un luogo futuro e una vita vera.

Città e relazioni

Le nostre città derivano da una storia profonda che le ha attraversate, modificate radicalmente e inserite in un contesto economico e sociale sempre più globale.

Negli ultimi secoli siamo passati dalle prime città mercantili a quelle industriali, keynesiane, post fordiste e globali in pochissimo tempo. In questi passaggi abbiamo subito le regole dell’accumulazione del capitale, il capitalismo finanziario e anche quello digitale, le sue mille contraddizioni e le resistenze, le lotte di classe e quelle delle singole comunità. Le città si portano dietro trasformazioni economiche, modelli di sviluppo, divisioni sociali e creazioni di spazi di produzione, piani di consumo e griglie di controllo. Ma dietro queste contraddizioni economiche vi sono le storie delle persone, le lotte degli operai, le rivolte dei quartieri e le manifestazioni e i movimenti politici del passato. Un mondo di relazioni e amicizie, una comunità inconfessabile di sogni e desideri, di idee e di speranze condivise, di lotte e di progetti che devono tornare a essere parte costitutiva delle nostre città. In questi profondi processi di trasformazione delle nostre città si formano le coscienze individuali e i desideri dei cittadini ma, al momento, “gli io sono condannati a non confrontarsi con un Noi, andando a dissolversi in un sé sincronizzato, planetario, mondializzato” (Bernard Stiegler – Amare, amarsi, amarci”), con conseguenti sofferenze fisiche, esistenziali, sociopatie, psicopatie, aumento del consumo di alcool e droghe pesanti, violenze di strada, violenze domestiche, soprattutto contro donne e bambini, suicidi e comunque una solitudine dilagante.

Se vogliamo sopravvivere davvero al virus, alle nostre paure e al nostro futuro privo di futuro, allora dobbiamo ricostruire e rifondare le città a venire sulla base delle nostre conoscenze, delle nostre aperture, dei nostri sogni e della nostra memoria collettiva.

Perché è necessario unire le linee del tempo ai luoghi del futuro e ricominciare a credere che tutto quello che hanno vissuto, sofferto e sognato le persone che non ci sono più, nei quartieri delle città, nelle colline e nel mare, gli operai di un cantiere in lotta, tutti i migranti della nostra storia millenaria e tutte le donne che hanno subito violenze e ingiustizie, tutti i morti delle guerre inutili, dei lager dell’orrore e di questo virus che sembra indefinibile e interminabile… sarà ancora vivo e profondo nelle nuove città che verranno.

 

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Dossier Stop pesticidi di Legambiente: quasi la metà dei campioni analizzati contiene residui di pesticidi, nella frutta oltre il 70%.

 l business dell’agricoltura intensiva non cede il passo. Va meglio l’agricoltura biologica. Urge la messa al bando del glifosato. Occorre liberare l’agricoltura dalla dipendenza dalla chimica per diminuire i carichi emissivi e favorire un nuovo modello, che sposi pienamente la sostenibilità ecologica come asse portante dell’economia made in Italy, diventando un settore strategico per il contrasto della crisi climaticaLegambiente torna a chiedere che l’Italia allinei le sue politiche al Green deal e a quanto previsto dalle strategie europee Farm to fork e Biodiversità che ambiscono a ridurre entro il 2030 del 50% l’impiego di pesticidi, del 20% di fertilizzanti, del 50% di antibiotici per gli allevamenti, destinando una percentuale minima del 10% di superficie agricola ad habitat naturali. Ritiene, inoltre, strategico approvare la legge sull’agricoltura biologica. Clicca qui.

Da rete-ambientalista.it

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La lugubre lista degli omicidi bianchi si allunga ancora. Dobbiamo reagire, anche avviando una inchiesta popolare.


Alcune fonti ieri pomeriggio hanno diffuso la notizia della strage a Casalbordino, nella fabbrica Esplodenti Sabino, come si trattasse di fuochi artificiali. Sono giunte poi informazioni più dettagliate secondo cui si tratta di una azienda che si occupa del “recupero” di esplosivi di provenienza dal comparto militare. Nulla è ancora chiaro. Sono morti tre operai: questo purtroppo è certo. Poi si ritorna nella confusione: «l’infortunio» si sarebbe verificato nella casamatta secondo alcuni; secondo altri sarebbe partito dal forno fusore. A rendere ancora più confuso il quadro l’ipotesi –poco credibile – che fossero in corso attività di routine. Ipotesi superficiale in quanto deve essere successo qualcosa che è andato oltre l’ordinaria quotidianità. Da lungo tempo sosteniamo che a monte di questi tragici luttuosi eventi c’è inevitabilmente una valutazione del rischio inadeguata. Probabilmente non supportata dalla necessaria valutazione scrupolosa anche dei “quasi incidenti” che dorebbe ormai essere considerata socialmente e moralmente obbligatoria. Risulta che nella fabbrica teatro della strage si siano verificati altri eventi gravi nel recente passato ma occorre comprendere meglio in quale passaggio la «speranza di prevenzione» sia “saltata”.

Insistiamo sulla necessità di varare un REGISTRO NAZIONALE DEGLI INFORTUNI MORTALI SUL MODELLO DEL REGISTRO MESOTELIOMI: se redatto e gestito in maniera esaustiva può dare un contributo alla prevenzione anche se la speranza sarebbe, per un registro di questo genere, di poterlo lasciare in bianco.

Per la fabbrica «Esplodenti Sabino» si parla del recupero di materiale militare, dunque è forse da escludere la corresponsabilità di quelle nanoparticelle che sono invece il veicolo della crescita del rischio di esplosività nel comparto fuochi pirotecnici. Ma se la ESPLODENTI SABINO manipola esplosivi “tradizionali” si tratta di un campo in cui è necessaria una controinchiesta popolare (intendo: come movimento antimilitarista) per comprendere la realtà e le dinamiche di questo comparto. Si riempiono gli arsenali gonfiandoli a dismisura? Poi si rottamano merci che non aveva senso produrre? Si deve gestire una crescita nel reperimento di vecchi ordigni della seconda guerra mondiale (negli ultimi tempi sembra maggiore di prima per effetto di nuovi cantieri) sul territorio? Oppure si devono smaltire vecchi armamenti per fare posto alle nuove tecnologie belliche?

E’ un comparto, quello di armi ed esplosivi, caratterizzato da una quasi totale segretezza e certamente da forme di “anarchia della produzione” che conduce a prassi aberranti. Poco più di un anno fa intercettammo un avviso pubblico: il ministero degli Interni faceva un bando per l’acquisto (per esercitazioni!) di 22.000 pallottole per la polizia penitenziaria. Sembrò un “affare sproporzionato” però non avemmo l’energia per contestare ed esigere “chiarimenti”. D’altra parte gli sprechi e le spese assurde sono sotto gli occhi di tutti … se è vero che in tempi di epidemia il governo stanzia miliardi di euro per armamenti!

VITO TOTIRE rete per l'ecologia sociale

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Mao nacque in una cittadina (Shaoshan) di una regione della Cina centrale chiamata Hunan il 26 dicembre 1893.

I Mao abitavano da secoli nella valle, che a causa della sua particolare conformazione fisica e climatica, era rimasta sempre abbastanza isolata dal resto del mondo. Shaoshan era come un mondo a se', dove il tempo si era fermato. Suo padre, figura di cui Mao non ebbe mai una grande stima (per usare un eufemismo), si chiamava Yichang, e aveva 23 anni quando nacque. I Mao erano tradizionalmente contadini, e anche Yichang all'inizio della propria vita lo era. In seguito poi si arruolò nell'esercito (per pagare i debiti di famiglia e le spese in generale, come tanti fra i contadini cinesi facevano), ebbe modo di girare abbastanza la Cina e non solo, non fu mai coinvolto in nessuna guerra e quando tornò dal servizio militare, siccome nel villaggio era uno dei pochi a saper leggere, scrivere e far di conto, elevò la propria condizione sociale divenendo uno dei maggiori allevatori e commercianti locali. Malgrado ciò per tutta la vita restò sempre estremamente parsimonioso: infatti i Mao vivevano in una casa col pavimento e le pareti di fango (ma avevano almeno le chiusure alle finestre, anche se non i vetri, allora un lusso). La madre di Mao invece fu una figura ben diversa. E' stata una delle persone a cui Mao è stato più intimamente e genuinamente legato in assoluto nella vita, fu per lei che da bambino divenne buddista, officiava i riti e andava al tempo (era questa la fede della madre). Era la settima sorella della famiglia Wen, quindi era nota come Settima sorella Wen (secondo le tradizioni cinesi del tempo); aveva tre anni più del marito. I genitori di Mao si sposarono nel 1885.

Tse-tung fu il loro terzo figlio ma fu il primo a superare l'infanzia; gli altri fratelli più piccoli erano Tse-min e Tse-tan; secondo la tradizione di famiglia ogni generazione aveva la stessa radice: i nomi di quella generazione iniziavano con Tse e significavano rispettivamente Splendere sull'oriente, Splendere sul popolo e Splendere sullo Xiantang (il distretto). Fino agli otto anni Mao visse in modo spensierato con la famiglia di sua madre, gli Wen, nel loro villaggio, perché lei preferiva vivere con la propria famiglia di origine. Sua nonna, i suoi zii, gli volevano davvero molto bene, lo trattavano come un figlio, e Mao giocava spesso con i tanti cugini. Imparò a leggere mentre badava agli animali o andava ad esplorare i dintorni del villaggio.

La lettura fu una passione che Mao si portò dietro per tutta la vita, e divenne un'ossessione vera e propria: solitamente i contadini spegnevano la luce delle lampade presto per risparmiare sul combustibile, il piccolo Mao invece leggeva fino a notte fonda con una lampada a petrolio. Mao era uno studente insofferente alle regole scolastiche; iniziò a frequentare la scuola con vari istitutori una volta tornato a Shaoshan nel 1902. Mao detestò sempre i lavori manuali, la matematica e i numeri in generale (in campo economico fu sempre sostanzialmente incapace), spesso litigava con i suoi maestri (infatti ne cambiò vari, con grande ira del padre che l'avrebbe voluto più "stabile" e soprattutto sistemato come contabile, professione che teneva in gran conto in quanto avrebbe potuto reggere in futuro le sorti dell'azienda di famiglia, cosa che Mao si rifiutò sempre di fare). Che un ragazzo cinese si rifiutasse di sottostare alla volontà paterna e non volesse seguirne le orme era a dir poco scandaloso allora (ma un po' anche oggi). Mao era un ragazzo sostanzialmente pigro; amava moltissimo leggere, andare in giro, ma non sottostare alle regole e alle imposizioni paterne. Yichang detestava la pigrizia del figlio maggiore, lo picchiava ogni volta che non lo assecondava e da Mao era ricambiato con un odio tenace e anche con la sua "vittoria" in molte discussioni. Soltanto col denaro Yichang potè tenere il figlio ancorato a se': nel 1907 di fatto lo ricattò rifiutandosi di pagare le sue lezioni private col maestro per cui Mao a tredici anni dovette iniziare a svolgere l'attività di contadino (per quanto la odiasse).

Ben presto però Mao trovò il modo di liberarsi delle incombenze agricole: Yichang voleva che il figlio si sposasse, essendo ormai arrivata l'ora per lui (aveva tredici anni anche lui quando aveva sposato la madre di Mao). Le nozze ebbero luogo nel 1908, quando Mao aveva quattordici anni e la sposa, una ragazza della famiglia Luo nota semplicemente come "Donna Luo", venti.

I due ragazzi a detta di Mao non vissero mai insieme, e lui non conservò mai un gran ricordo di lei (che morì circa un anno dopo le nozze). Le sue nozze precoci, fecero diventare Mao un feroce oppositore dei matrimoni precoci, un'usanza largamente praticata in Cina.

 

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