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Articoli filtrati per data: Thursday, 24 Dicembre 2020

Durissima condanna per l’ex parlamentare curda dell’Hdp, in sciopero della fame per 200 giorni. Nella Turchia sempre più erdoganizzata, la campagna contro il partito di sinistra prosegue spedita. 

 

L’escalation contro Leyla Guven, storica esponente della sinistra curda in Turchia, ieri ha toccato la vetta: una condanna a 22 anni e tre mesi di prigione per terrorismo.

Il percorso compiuto fino alla sentenza di ieri contro l’ex parlamentare 56enne del partito di sinistra Hdp e co-leader del Dtk (Democratic Society Congress) ha occupato tutti gli ultimi 10 anni, per inasprirsi a partire dal 2015 con l’esplosione del consenso per la formazione filo-curda, la ripresa della campagna militare turca contro il sud est e poi nel Rojava, il nord-est siriano: prima l’arresto, poi un lungo sciopero della fame, il rilascio in attesa del processo, una prima condanna a sei anni non concretizzata perché protetta dallo status di deputata e infine (lo scorso giugno) il ritiro dell’immunità parlamentare.

Una cancellazione che ha aperto alla sentenza più dura, quella comminata ieri dalla corte penale di Diyarbakir: 14 anni e tre mesi per l’accusa di appartenenza a organizzazione terroristica (il Pkk) e altri 8 anni per due diverse accuse di propaganda terroristica (il riferimento è a due discorsi pubblici che Guven ha tenuto a Batman e Diyarbakir).

Nello specifico, la procura ha chiesto condanne per fondazione, guida e appartenenza a organizzazione terroristica, incitamento a proteste illegali e partecipazione disarmata a riunioni illegali. Subito è stato spiccato un mandato d’arresto, ma mentre scriviamo non è ancora chiaro dove l’ex deputata si trovi: ieri in tribunale erano presenti solo i suoi due legali, Serdar Celebi e Cemile Turhalli Balsak.

Immediata è giunta la condanna dell’Hdp: «La magistratura ha mostrato ancora una volta di agire in linea con gli interessi del partito di governo – si legge in una nota – Non riconosciamo questa punizione illegittima e dannosa». «Questa decisione ostile – prosegue il comunicato – non va solo contro Leyla Guven e non solo contro il Dtk, ma contro tutti i curdi e tutta l’opposizione. Né lei né noi ci arrenderemo a causa di punizioni e arresti».

Guven è considerata un simbolo della lotta all’autoritarismo che oggi caratterizza la Turchia. Ex sindaca, ex deputata, prigioniera politica tra il 2009 e il 2014, riarrestata a gennaio 2018 per aver criticato l’operazione militare di Ankara nel cantone curdo-siriano di Afrin, nel novembre dello stesso anno ha iniziato uno sciopero della fame durato fino al 26 maggio 2019, sostenuto da migliaia di prigionieri e prigioniere curde nelle carceri turche ma anche da donne esponenti della sinistra mondiale, da Angela Davis a Leila Khaled: 200 giorni a digiuno contro l’isolamento a cui è sottoposto il leader del Pkk Abdullah Ocalan.

Ridotta pelle e ossa, era stata rilasciata a gennaio 2019 ma aveva proseguito la protesta nella sua casa di Baglar, a Diyarbakir. Con la mascherina al volto, gli organi vicini al collasso, continuava a chiedere «democrazia, diritti umani e giustizia».

Nulla di nuovo sotto il sole a strisce turco: le accuse mosse sono sempre le stesse, tutte derivazioni varie ed eventuali del reato “terrorismo”, con cui in cinque anni una magistratura sempre più erdoganizzata e un ministero degli interni campione di commissariamento di enti locali hanno devastato l’Hdp.

Tanti piccoli golpe Akp-diretti: il Partito democratico dei Popoli ha visto imprigionare i propri leader nazionali, Selahattin Demirtas e Fiden Yukesdag, insieme a una decina di altri parlamentari; arrestate migliaia di amministratori locali, membri di partito e semplici sostenitori; commissariare quasi ogni comune vinto nelle due ultime tornate elettorali municipali. E stracciare l’immunità parlamentare solo al fine di poter procedere contro l’espressione della partecipazione politica curda e di sinistra alla vita nazionale, talmente ristretta da accogliere ben poche forme di espressione politica al di fuori dell’erdoganismo.

di: Chiara Cruciati - il Manifesto

da: nena-news.it

 

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L'annessione israeliana della Cisgiordania sta avanzando sul campo. Sembra che non si sia mai fermata. Attraverso la costruzione di una rete stradale separata, Israele consolida l'espansione degli insediamenti nei territori palestinesi occupati. L'obiettivo di questo progetto su larga scala è quello di espandere la popolazione dei coloni dagli attuali 440.000 a un milione di ebrei entro il 2040. "Questo piano collega gli insediamenti con il resto del paese e porta de facto la sovranità", ha celebrato David Elhayani, il capo del Consiglio Yesha che raggruppa le colonie illegali della Cisgiordania. "È ora di trasformarlo in una realtà". 

Una rete di strade da est a ovest e da nord a sud collegherà i diversi insediamenti sparsi nella Cisgiordania occupata con Gerusalemme, Tel Aviv e queste ultime tra di loro. "Lo sviluppo delle strade e dei trasporti in Cisgiordania pone di fronte al fatto che la loro organizzazione costituisca un significativo trinceramento dell'annessione de facto già in atto in Cisgiordania e consentirà una crescita massiccia degli insediamenti nei prossimi anni", afferma il rapporto “Autostrada verso l'annessione” dell'ex organizzazione militare israeliana Breaking the Silence e del Centro israeliano per gli affari pubblici. 

Prima dell'arrivo di Joe Biden alla Casa Bianca e dell'imminente richiesta di nuove elezioni in Israele questa settimana, la Knesset, il parlamento israeliano, sta lavorando contro il tempo a favore dell'espansione coloniale. "Non toglieremo il piede dal gas", ha affermato l'ultranazionalista Miri Regev, ministro dei Trasporti. Verranno costruite nuove strade per migliorare la circolazione per gli israeliani e altre strade saranno ampliate con la costruzione di tunnel, ponti e tangenziali che evitino di passare attraverso le città palestinesi.

In questo modo, il governo di Binyamin Netanyahu risponde alle richieste della popolazione dei coloni di renderli parte del paese attraverso le infrastrutture stradali. L'ex ministro dei trasporti Bezalel Smotrich aveva già annunciato nel 2019 questo programma che garantiva "la sovranità attraverso i trasporti" per "attirare un milione di ebrei in Giudea e Samaria [nomi biblici per la Cisgiordania]". Anche la scorsa settimana la Knesset ha approvato la legalizzazione di 65 avamposti nel territorio occupato della Cisgiordania nonostante l'avvertimento del ministro della Giustizia Avi Nissenkorn che la legislazione era probabilmente incostituzionale e incompatibile con il diritto internazionale.  

Palestinesi danneggiati

Yehuda Shaul, fondatore di Breaking the Silence, ha denunciato che questi progetti stradali non forniscono alcun vantaggio alle comunità palestinesi e che non sono state consultate durante la loro progettazione. "Queste strade sono progettate pensando agli interessi israeliani, non palestinesi", afferma Shaul nel rapporto, "molte di quelle che sono tecnicamente aperte al traffico palestinese non hanno lo scopo di condurre a luoghi utili ai palestinesi". Oltre a complicarne l'accessibilità, queste modifiche ostacolano lo sviluppo economico per i palestinesi che vivono del mercato ai bordi delle strade. 

Israele, ancora una volta, agisce contro il diritto internazionale in quanto l'espropriazione delle terre palestinesi di proprietà privata dove verranno costruite molte di queste strade è legale solo se la popolazione generale, e non solo gli israeliani, ne facesse uso. "Mentre i palestinesi si trovano spesso a utilizzare vecchie strade che collegano piccoli centri (o strade per loro uso esclusivo), nel corso degli anni sono state costruite sempre più tangenziali che costeggiano le città palestinesi a beneficio degli israeliani", osserva il rapporto. Al momento, quindi, esistono di fatto due reti stradali, una per israeliani e una per palestinesi.

Fonte: PALESTINALIBRE.org

Traduzione da : www.resumenlatinoamericano.org

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di Giovanna Cracco per PaginaUno

World Economic Forum, Global Health Security, gennaio 2019: “La quantità e la diversità degli eventi pandemici è aumentata nel corso degli ultimi trent’anni, una tendenza che si prevede si intensificherà. […] La globalizzazione ha reso il mondo più vulnerabile agli impatti sociali ed economici derivanti da focolai di malattie infettive. Una stima di potenziali pandemie per il 21° secolo ne quantifica il costo economico annuale in 60 miliardi di dollari. Un’altra stima misura il costo di una pandemia per influenza in 570 miliardi di dollari l’anno […] Gli economisti valutano che, nei prossimi decenni, le pandemie causeranno perdite economiche medie annue dello 0,7% del Pil globale – una minaccia di dimensioni simili a quella stimata per il cambiamento climatico. È un livello di rischio che le imprese non possono più permettersi di ignorare”.

Da questo documento non trascorrono nemmeno dodici mesi che sul pianeta si diffonde la pandemia di Covid-19. In realtà, il World Economic Forum (WEF), noto per l’annuale incontro a Davos, parla di “rischio epidemie” fin dal 2015. Tuttavia, ciò che emerge dalla lettura dei diversi documenti è che ben poco, nella pandemia di Covid-19, è andato come il grande capitale delle multinazionali ipotizzava, prevedeva, cercava di organizzare. Ne è stato travolto – checché ne dicano ipotesi complottiste varie circolanti in rete, nell’area politica di destra come di sinistra. Ciò non significa che non abbia l’obiettivo di gestire le future epidemie per trarne profitto, come vedremo, e che ora non stia cavalcando quella attuale per uscire da una crisi strutturale (1).

Ebola, 2015

Il “Managing the Risk and Impact of Future Epidemics: Options for PublicPrivate Cooperation” (2) del giugno 2015, analizza quanto accaduto durante l’epidemia di Ebola in Africa occidentale tra il 2013 e il 2015, per trarne ‘insegnamento’. La chiave di lettura è chiaramente quella capitalistica: “Le epidemie possono devastare le economie e minacciare i grandi investimenti delle multinazionali come quelli delle piccole imprese. Pertanto, mentre molte aziende sono costrette ad agire in base a un senso di responsabilità sociale d’impresa, per un numero crescente di società intervenire, proteggendo operazioni e mercati contro queste minacce, è anche un buon affare. Inoltre, poiché le epidemie possono oggi trasformarsi rapidamente in crisi globali, esse possono avere un impatto anche su quelle imprese che non operano direttamente nelle aree interessate”. Per quanto riguarda direttamente il caso di Ebola, “il focolaio ha innescato una serie di risposte innovative e flessibili di partnership tra imprese, società civile e realtà pubbliche […] che potranno essere applicate la prossima volta che il mondo si troverà ad affrontare un’epidemia del genere”. L’obiettivo dello studio è quindi di “contribuire allo sviluppo di potenziali modelli di cooperazione pubblico-privato per gestire in modo più efficace le future epidemie e anche ridurre il rischio del loro verificarsi”. Vedremo poi nei documenti del 2019 come l’obiettivo sia stato articolato in tutti i suoi aspetti, producendo proposte concrete, ma ciò che più colpisce nel paper del 2015 è un altro passaggio: “L’epidemia di Ebola in Africa occidentale ha rappresentato una sfida senza precedenti per la comunità internazionale, compreso il settore pubblico, le imprese e la società civile. A maggio 2015, secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, si sono registrati quasi 27.000 casi sospetti o confermati e oltre 11.000 decessi”.

Cinque anni fa, quindi, per quanto il WEF fosse ormai consapevole di quanto le epidemie fossero entrate nel novero degli eventi probabili – il quando era l’unica variabile sconosciuta – considerava i (risibili, se paragonati ai dati dell’epidemia di Covid-19) numeri di Ebola “una sfida senza precedenti”.

Event 201, 2019

Veniamo al 2019. Già il Global Health Security sopra citato, a gennaio individuava gli ambiti nei quali le imprese dovevano agire, collaborando con il pubblico; ma è l’Event 201, del 18 ottobre 2019, a fornire le informazioni più dettagliate. Organizzato dal Johns Hopkins Center for Health Security, dal WEF e dalla Bill & Melinda Gates Foundation, Event 201 è un esercizio virtuale che simula un’epidemia di un nuovo coronavirus, ipotizzando che prenda avvio “negli allevamenti di suini in Brasile, per poi diffondersi nei quartieri a basso reddito e densamente popolati di alcune delle megalopoli del Sud America ed essere infine esportata in aereo in Portogallo, Stati Uniti e Cina”; da lì, si suppone la totale perdita di controllo e il suo divenire pandemia. L’obiettivo dichiarato è sensibilizzare imprese private e governi sulla “necessità di una cooperazione globale pubblico-privata per mitigare gli impatti economici e sociali di gravi pandemie”. Segue un documento, “Public-Private Cooperation for Pandemic, Preparedness and Response. A Call to Action” (3), nel quale vengono sottoposte “ai leader del business globale, delle organizzazioni internazionali e dei governi nazionali” sette proposte per affrontare, appunto, un evento pandemico. Rimandiamo alla lettura integrale dello studio, qui preme evidenziare solo alcuni punti.

Chiaramente, si suggerisce una pianificazione pre-pandemia, che va da accordi con le imprese logistiche, essenziali per la distribuzione di qualsiasi merce, al potenziamento delle scorte di medicinali, agli investimenti nella ricerca medica legata ai vaccini, con un occhio anche alla necessaria revisione della normativa collegata – si suppone, velocizzazione della fase sperimentale, manleva sulle responsabilità ecc., quanto sta accadendo con il vaccino contro il Covid-19. Si sollecitano poi le grandi imprese a investire nella prevenzione, con una cooperazione pubblico-privata, perché “una grave pandemia interferirebbe notevolmente con la salute della forza lavoro, le operazioni commerciali e il movimento di beni e servizi, e un’epidemia di livello catastrofico potrebbe anche avere effetti profondi e duraturi su interi settori industriali”; si invitano infine varie istituzioni, Banca mondiale e Fondo monetario internazionale, ma anche governi e fondazioni, a studiare supporti finanziari di emergenza.

Fin qui, nulla di particolarmente rilevante nel momento in cui si assume la chiave di lettura degli estensori dello studio – e degli studi sopra citati – ossia la logica del capitalismo, declinata nell’ambito delle corporation. La lettura si fa interessante, per le riflessioni che apre, quando inizia a differire rispetto a ciò che è accaduto con la pandemia di Covid-19.

Sia il report del WEF del 2015 (4), che quello del 2019, che la Call to action dell’Event 201, sottolineano più volte un aspetto: produzione e soprattutto trasporti internazionali, di merci e di persone, non devono fermarsi. Mai. Globalizzazione e catene internazionali del valore non vanno bloccate. Anche di fronte a una pandemia globale. “La paura e l’incertezza sperimentate durante le passate epidemie, anche davanti a focolai limitati a livello nazionale o regionale, hanno a volte portato a misure ingiustificate sui confini, alla chiusura di aziende, a divieti all’importazione e alla cancellazione dei voli aerei e delle spedizioni internazionali. Una pandemia particolarmente rapida e letale potrebbe quindi portare a decisioni politiche per rallentare o fermare il movimento di persone e merci, decisioni potenzialmente dannose per le economie che già sono vulnerabili di fronte a un’epidemia. I ministeri della Sanità e le altre agenzie pubbliche devono collaborare con le agenzie internazionali, con le compagnie aeree globali e con le compagnie di trasporto marittimo globali, per sviluppare scenari di risposta realistici e avviare un processo di pianificazione di emergenza con l’obiettivo di mitigare i danni economici, mantenendo operativi viaggi e rotte commerciali su larga scala, anche durante una pandemia”. E ancora: “Gran parte del danno economico derivante da una pandemia è probabilmente dovuto a un comportamento controproducente di individui, aziende e Paesi. Per esempio, azioni che portano all’interruzione dei viaggi e del commercio o che cambiano il comportamento dei consumatori, possono danneggiare notevolmente le economie”.

Come ben sappiamo, con la prima ondata di Covid-19 è accaduto il contrario: fermo della produzione ‘non essenziale’, chiusura dei confini, blocco dei viaggi aerei, forte rallentamento del commercio internazionale. La classe dirigente politica di quasi tutti i Paesi, a Occidente come a Oriente, ha reagito esattamente come il capitale globale non voleva facesse. E il Pil mondiale è crollato.

Un diverso scenario

Occorre evidenziare che lo scenario pandemico ipotizzato da Event 201 era molto diverso da quello che si è concretizzato con il Covid-19: l’esercizio virtuale si chiudeva a 18 mesi con 65 milioni di morti. La mortalità ipotizzata era dunque decisamente più alta di quella del virus Sars-Cov-2: a fine novembre, a 12 mesi dall’avvio dell’epidemia – se prendiamo come data di riferimento la comunicazione ufficiale della scoperta del primo caso di contagio in Cina – i morti conteggiati per Covid-19 sono 1,5 milioni a livello globale.

L’unico dato inserito nel report di Event 201 è relativo al tasso di mortalità delle persone positive ospedalizzate, ed era previsto al 14% di media, sui 18 mesi; è un dato che oggi è difficile avere per il Covid, a livello nazionale e ancora più globale. A ottobre è stato condotto in Usa un primo studio dalla Grossman School of Medicine della New York University su 5.000 ricoveri al NYU Langone Medical Center tra marzo e agosto: i pazienti esaminati avevano una probabilità del 25,6% di morire a marzo, diminuita man mano nei mesi seguenti fino ad arrivare al 7,6% di agosto. In ogni caso, a qualsiasi livello si posizionerà, a consuntivo, il tasso di mortalità del Covid-19, si può ragionevolmente affermare che a 65 milioni di morti non si arriverà.

In aggiunta, Event 201 prevedeva una curva costante di crescita dell’epidemia, senza andamenti esponenziali: “Come tutti i modelli di questo tipo, un presupposto fondamentale è che la traiettoria dell’epidemia rimanga continua. Nei focolai reali, la traiettoria è in costante cambiamento in risposta a una serie di fattori come il cambiamento del comportamento collettivo, che tendono a rallentare la crescita delle epidemie”. Rallentare, sicuramente, ma come abbiamo visto, anche impennare.

Probabilmente è per la concomitanza di queste due ipotesi – curva lineare e non picchi esponenziali e un tasso di mortalità molto più alto – che Event 201 non contemplava il problema della veloce saturazione dei posti letto negli ospedali, e quindi il rapido collasso del sistema sanitario in tutti i Paesi. Ed è infatti a causa di questo risvolto che i governi nazionali hanno chiuso commercio, fabbriche e uffici, ripristinato frontiere, fermato rotte internazionali, non dando quindi seguito ai suggerimenti contenuti nelle analisi del World Economic Forum; nonostante le pressioni contrarie del capitale, facilmente visibili anche in Italia nelle mosse di Confindustria e del suo quotidiano economico, Il Sole 24 ore.

La legge del contrappasso

Just in time. È uno dei cambiamenti prodotti dal neoliberismo. È un modello di gestione industriale che, nell’ottica di ridurre il più possibile i costi, elimina il concetto di ‘scorta’ e considera ‘spreco’ tutto ciò che in ‘quel momento’ non è utilizzato a livello ottimale: deve essere prodotto solo ciò che è necessario, nella quantità necessaria, nel momento in cui diviene necessario, ossia quando il cliente lo richiede.

Just in time è divenuto anche il lavoro, e lo sappiamo bene: precariato, agenzie interinali e appalto di manodopera rispondono alla logica di poter utilizzare la forza lavoro a seconda delle necessità della curva produttiva, cali e picchi, al pari dell’acquisto di una materia prima.

Just in time è la logica che si è andata progressivamente applicando anche alla spesa pubblica, colpita dai tagli: investimenti senza un chiaro ritorno immediato sono esclusi. Va da sé: attrezzare la sanità e implementare programmi di prevenzione per una minaccia aleatoria come un’epidemia, sono investimenti che non rispondono al modello just in time. “Non è pensabile lasciare stabilmente aperte tante terapie intensive, troppo costose, perché stabilmente abbiamo bisogno di altri tipi di interventi. Un posto letto in terapia intensiva costa 10.000 euro, contro i 1.000 di un normale posto.” Parole di Giampiero Russo, responsabile Epidemiologia della città metropolitana di Milano, al Sole 24 ore il 22 ottobre; ma che a pronunciarle sia stato Russo è un caso, avrebbe potuto dirle qualsiasi dirigente politico degli ultimi tre decenni.

È stata la classe dirigente economica che si confronta nel World Economic Forum e annualmente a Davos a spingere per il modello just in time anche nella sfera pubblica: se lo Stato esce dal welfare vi può entrare il capitale privato, e fare profitti. Soprattutto in settori a ‘domanda’ non elastica, come pensioni, scuola, sanità. Lo stesso capitale che ora, con il Covid-19 – e qui sta la legge del contrappasso – ne paga il prezzo. Come ormai noto a tutti, è stato infatti lo smantellamento del servizio sanitario pubblico, ospedaliero e territoriale, a far collassare rapidamente il sistema, saturare i posti letto, rendere ingestibile la curva epidemiologica e quindi far dichiarare i lockdown, prima sociali poi anche produttivi, fino a bloccare le catene internazionali del valore. Un approccio che ha caratterizzato tutti i Paesi, seppur a differenti livelli, perché la logica del just in time è divenuta dominante nel pensiero economico degli ultimi trent’anni.

Il WEF, nel 2015 e nel 2019, era ben consapevole dell’incapacità del welfare pubblico, ridotto a uno scheletro, di far fronte a un’epidemia, e per questo progettava la collaborazione pubblico/privato, con il risvolto di trarne anche profitti; ma il Covid19 ha anticipato i tempi, è arrivato troppo presto, troppo contagioso, troppo dirompente, per potervi opporre una organizzazione. E in questo scenario, sul tavolo da gioco sono allora comparse anche le carte del consenso politico e dell’incompetenza.

Il consenso e l’incompetenza

Event 201 evidenziava l’importanza della comunicazione e dell’informazione durante una pandemia. L’approccio ha una sua logica: nel momento in cui i cittadini devono essere disciplinati a rispettare determinati comportamenti ‘anti-contagio’ – dal più ‘lieve’, come indossare una mascherina, fino alle restrizioni della propria libertà sociale, politica e di movimento – l’adesione compatta si può ottenere solo con una mirata, martellante e univoca campagna mediatica di propaganda. E quindi “i governi e il settore privato dovrebbero assegnare una maggiore priorità a sviluppare le modalità per combattere la cattiva informazione e la disinformazione prima della prossima pandemia” si legge al punto 7 della Call to Action di Event 201. E ancora: “I governi dovranno collaborare con le aziende dei media tradizionali e dei social media per la ricerca e l’implementazione di agili approcci per contrastare la disinformazione. Ciò richiederà lo sviluppo della capacità di inondare i media con informazioni veloci, accurate e coerenti. Le autorità sanitarie pubbliche dovrebbero lavorare con i datori di lavoro privati e con leader di fiducia della comunità, come i leader religiosi (o come i personaggi dello spettacolo, vedi la campagna #iorestoacasa, n.d.a.), per divulgare informazioni concrete ai lavoratori e ai cittadini. […] Da parte loro, i media e le imprese dovrebbero impegnarsi a garantire che i messaggi autorevoli siano prioritari e che i falsi messaggi vengano soppressi, anche attraverso l’uso della tecnologia”.

La gestione mediatica dell’epidemia, nel caso italiano, è un aspetto su cui abbiamo già scritto (5). Quindi ci limitiamo a sottolineare come, anche uscendo dal Belpaese, imprese e governi abbiano seguito la strada suggerita dal WEF, che d’altra parte non è nuova: economia e politica si sono spesso unite nella gestione della propaganda, e non solo davanti a eventi storici. Non è un caso che i grandi media, reti televisive e quotidiani a maggiore diffusione, siano in mano al potere politico o a corporation o a realtà imprenditoriali/finanziarie; lo stesso vale per i social media, la cui proprietà fa capo ad aziende private, anche se sono meno controllabili nella dinamica top-down.

Tuttavia, se durante la prima ondata si è registrata la compattezza mediatica auspicata, tranne che per realtà marginali, non si può dire altrettanto per la seconda. Complice l’evidente incompetenza dalla classe politica a gestire le tre crisi: epidemica, economica, sociale. Sostenerla a un certo punto è diventato difficile anche per alcuni grandi media. Soprattutto nel momento in cui l’incompetenza ha iniziato a essere dannosa per lo stesso capitale, in quello che possiamo considerare un secondo contrappasso: a fianco di propri ‘tecnici’ portati a sedere direttamente nelle stanze dei ministeri, negli ultimi decenni l’élite economica ha sostenuto l’ascesa di una classe dirigente politica ignorante e incapace, perché maggiormente influenzabile e manovrabile; ora ne sta pagando il prezzo. Colpevolmente dimentica, oltretutto, di un aspetto cruciale: il politico vuole visibilità ed essere rieletto. Cerca quindi continuamente palcoscenici su cui esibirsi e il suo sguardo è costantemente rivolto ai sondaggi. È la ragione del balletto dei lockdown (sociali, poi economici, poi di nuovo sociali, poi il coprifuoco ecc.): un’altalena che non rappresenta certo progettualità, capacità e competenza ma il cercare di barcamenarsi tra consenso popolare ed esigenze del capitale, e include l’obiettivo di restare politicamente in sella evitando l’esplodere di proteste sociali.

Il cambio di paradigma che non ci sarà

Il ricercatore brasiliano Allan Rodrigo de Campos Silva recensisce, a settembre 2020 (6), il libro di Rob Wallace Big Farms Make Big Flu: Dispatches on Influenza, Agribusiness, and the Nature of Science (2016), che nella pubblicazione brasiliana contiene anche due testi inediti sull’epidemia di Covid-19. “Wallace risale all’epidemia di Ebola in Africa nel 2013” scrive de Campos Silva, “quando la deforestazione ha attirato popolazioni di pipistrelli, depositari naturali di vari virus, come l’Ebola, verso le piantagioni di palme, aumentando così l’interfaccia tra i lavoratori rurali e il potenziale vettore di contagio da Ebola. Contemporaneamente, la nascita di nuove periferie urbane in interfaccia con l’ambiente rurale ha garantito la fornitura costante di un gruppo di esseri umani sensibili. Da queste condizioni, una forte catena di trasmissione ha contribuito a sviluppare l’epidemia regionale di Ebola […] Utilizzando l’esempio di Ebola dell’Africa come spiegazione archetipica, l’autore aiuta a comprendere le dinamiche alla base di altre epidemie, come l’epidemia di influenza aviaria (H5N1) nel 2003, l’influenza suina (H1N1) nel 2009 e persino l’attuale pandemia di Covid-19. Tutte queste epidemie hanno in comune il fatto che compaiono ai confini dell’espansione dell’agribusiness, che distrugge interi sistemi forestali e aumenta l’interfaccia con vettori di trasmissione, facilitando così il cosiddetto spillover su popolazioni umane”. Quindi l’agribusiness, con il land grabbing, cancella aree forestali, zone umide e corsi d’acqua, eliminando le barriere ecologiche alla diffusione dei patogeni. E ancora: “Uno dei fattori più problematici nella zootecnia industriale è legato al sistema genetico della monocoltura, che riduce la possibilità di variazione genetica tra gli animali, in grado di accumulare resistenza immunitaria a virus e batteri. Oggi, cinque aziende di allevamento controllano circa l’80% del pollame prodotto in tutto il mondo, fornendo polli da carne, galline ovaiole, tacchini e altro pollame, da una banca genetica unificata. La bassa variabilità genetica tra gli animali prodotti in regime di confinamento costituisce un rischio e una scommessa pericolosa per l’agroindustria stessa […] Il sistema è così critico che in molti casi vengono effettuati abbattimenti sacrificali di massa per prevenire un’epidemia incipiente in una regione o addirittura in tutto il pianeta. […] A partire dagli anni ‘90, la progressiva trasformazione neoliberista dell’economia della Cina ha modificato i paesaggi agroecologici del Paese in modo radicale. Tali trasformazioni rendono la produzione globalizzata, presente in tutto il sud-est della Cina, un epicentro per la produzione di nuovi agenti patogeni. Un percorso che il Brasile sta imitando”.

La consapevolezza del capitale globalizzato su questo aspetto è totale, ma non c’è alcuna volontà di cambiamento sistemico. Il Global Health Security di gennaio 2019 inseriva la “deforestazione” tra le cause che aumentano il rischio di epidemie nel XXI secolo, accanto alle dinamiche della globalizzazione. Lo scenario di Event 201 ipotizzava che la prima trasmissione del virus avvenisse negli allevamenti intensivi di suini in Brasile. Tuttavia: “I focolai di malattie infettive sono inevitabili, ma il danno economico che causano non lo è”, ha dichiarato Ryan Morhard, responsabile del Global Health Security del World Economic Forum, in occasione di Event 201. Dall’epidemia di Ebola, nel 2015, il capitale si prepara a gestire le epidemie causate dal sistema produttivo, just in time compreso, non a cercare di eliminarle. Strutturandosi per non dover conteggiare eccessive perdite economiche e anche per trarne profitto: collaborazione pubblico/privato nell’emergenza, utilizzo di denaro pubblico per uscire dalla crisi che esso stesso ha creato, implementazione di nuovi modelli sociali e lavorativi (digitalizzazione, controllo, big data...).

Il Covid-19 è un’epidemia di sistema. Come le precedenti del XXI secolo. E non illudiamoci che sarà l’ultima. Ha colto il capitalismo impreparato, ma sicuramente accelererà l’organizzazione per gestire la prossima, sotto l’aspetto sia politico, che mediatico, che economico. Chi a sinistra ha fatto dell’ambientalismo la sua prima battaglia, dovrebbe decisamente allargare lo sguardo: quello relativo alle emissioni atmosferiche è un cambiamento strutturale che il capitalismo attuale si è, per quanto lentamente, già preparato a fare – investimenti energetici, modifica delle linee produttive ecc. Mentre separiamo i rifiuti, eliminiamo le bottiglie di plastica, andiamo in bicicletta e ci accingiamo a guidare auto elettriche, prendiamo coscienza del fatto che se l’ambientalismo non è anche lotta contro il sistema capitalistico e la globalizzazione, ne sta facendo il gioco.

Note 1 Cfr. Giovanna Cracco, Covid-19. Cavalcare la tigre. Guardare il dito e non la luna , Pagi- nauno n. 68/2020 2 Cfr. https://www.weforum.org/reports/managing-risk-and-impact-future-epidemics-op- tions-public-private-cooperation 3 Cfr. https://www.centerforhealthsecurity.org/event201/event201-resources/200117-Pu- blicPrivatePandemicCalltoAction.pdf 4 Nel documento, in aggiunta, si sottolinea come durante l’epidemia di Ebola “in Sierra Leone, il Gruppo di Mobilitazione per Ebola del Settore Privato (Ebola Private Sector Mobilization Group, EPSMG) ha fatto pressione, con successo, per tenere aperti i porti nazionali, e questo ha permesso di continuare l’attività economica e di rispondere alle forniture”, Managing the Risk and Impact of Future Epidemics: Options for Public-Private Cooperation , WEF, 4 giugno 2015 5 Cfr. Giovanna Cracco,Covid-19. Lockdown, Paginauno n. 67/2020 6 Cfr. Allan Rodrigo de Campos Silva, Università di Campinas, San Paolo, Brasile - RevistaNERA, v. 23, n. 55, p. 427-431, settembre-dicembre 2020 https://revista.fct.unesp.br/in- dex.php/nera/article/download/7712/5810

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Vedere questi video è accedere a quello che significa una dittatura su tutta la linea, un presidente dispotico con il più basso livello di accettazione, un corpo armato con caratteristiche nazi, come sono i carabinieri, e un importante gruppo di giovani ribelli che non sono disposti a a farsi mettere lo scarpone sopra. E la cosa peggiore, una casta politica complice che in questi 14 mesi non ha smesso di patteggiare con la dittatura, per continuare a fare tanto male al popolo.

Nonostante ciò, questi medesimi video rendono conto di quello che sono questi lottatori e lottatrici che una volta o l’altra si riorganizzino, dopo le cariche dei veicoli armati che lanciano prodotti chimici e gas, e che tornano alla carica battendo casseruole e agitando bandiere cilene e mapuche.

La lotta continua.

Da Comitato Carlos Fonseca

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All’alba dei trent’anni Lenin riuscì finalmente a concretizzare uno dei progetti importanti della sua vita politica: fondare un giornale rivoluzionario che fosse in grado di gettare le basi per un’organizzazione del marxismo russo, il quale fino a quel momento era disgregato in piccoli gruppi sparsi nel paese o costituiti da esiliati politici in Europa.

Il primo numero dell’Iskra – la “Scintilla” – venne pubblicato il 24 dicembre 1903 . Il motto della testata era “Una scintilla può incendiare la prateria”, tratto da un vecchio scritto di Vladimir Odoyevsky nel quale si difendevano gli intellettuali anti-zaristi (i “poeti decabristi”) condannati all’esilio dallo Zar Nicola I. Nell’ottica di Lenin – un uomo pratico – il motto non era affatto una frase fatta, ma l’“espressione poetica” di un progetto politico che avrebbe influenzato enormemente l’organizzazione di una nuova generazione di quadri operai e intellettuali che sarebbero intervenuti come avanguardia dirigente del partito bolscevico negli anni seguenti. Il “Comitato di Redazione” dell’Iskra era composto da sei membri: Plekanov, Axelrod e Vera Zasulic (i “Vecchi”), Lenin, Martov e Potresov (i “Giovani”).

Tutti quanti venivano dal “Gruppo per l’emancipazione del lavoro”. Il voto di Plechanov – il quale dirigeva anche la rivista Zarià (“Aurora”) – valeva doppio, ma era Lenin – che all’epoca si firmava ancora come Uljanov – che di fatto tirava le fila del giornale . I vecchi erano considerati i più grandi teorici marxisti dell’epoca e questo valeva soprattutto per Plechanov, protagonista della battaglia contro il populismo russo per l’affermazione dell’egemonia ideologica e politica del punto di vista del proletariato. Nonostante Plechanov fosse di fatto il fondatore del marxismo russo e il maestro di Lenin, le differenze politiche tra i due diventeranno inconciliabili quando il primo si avvicinerà ai menscevichi, fino ad adottare posizioni social-patriottiche nel contesto della Prima Guerra Mondiale.

Il primo numero dell’Iskra fu stampato a Lipsia nella tipografia del socialdemocratico Hermann Rauch. Gli stretti controlli della censura zarista obbligarono a posticipare l’uscita del secondo numero fino a metà febbraio, spostando il luogo di produzione prima a Monaco, poi a Londra e infine a Ginevra. Con il tempo, tuttavia, si riuscì a rendere l’Iskra un mensile dalla tiratura media di ottomila copie.

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