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Articoli filtrati per data: Wednesday, 23 Dicembre 2020

In occasione dell’8 Dicembre abbiamo deciso come Fomne di usare le nostre voci, i nostri corpi e i nostri volti per esprimere tutta la nostra solidarietà a Dana, attivista No Tav che dal 17 settembre 2020 si trova in carcere con la sola colpa di aver, a sua volta, dato voce alla nostra protesta.

Abbiamo deciso di farlo alla moda nostra per opporci all’uso strumentale che ormai da troppi anni la Procura e il Tribunale di Torino fanno della “giustizia”.

In questo momento siamo private di tante e tanti compagni che sono sottopost* a limitazioni delle libertà personale.

Vogliamo tutte e tutti liber* e oggi 23 dicembre dalle 17,30 alle 19,30 saremo sotto il carcere delle Vallette con le Mamme in piazza per la libertà di dissenso per far sentire alle detenute e i detenuti il nostro calore

Si parte e si torna insieme sempre!

Da notav.info

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Ieri il Tribunale di Torino ha confermato l’applicazione della Sorveglianza speciale a Eddi senza alcuna attenuazione.

Il Tribunale non ha rispetto per le cadute e i caduti nei cinque anni di guerra contro lo Stato islamico in Siria e per l’esercito delle Unità di protezione delle donne curde (Ypj) di cui Eddi ha fatto parte e cui la città di Torino ha pochi giorni fa dedicato un giardino di fronte al Cimitero monumentale. È a causa di quella scelta, maturata in Siria nel 2017, che Eddi (inizialmente con altre quattro persone) è stata proposta per questa misura. Unica donna, è l’unica cui la misura sia stata applicata e confermata.

Questa decisione arriva contro un’ampia mobilitazione civile, espressione pubblica di numerose opinioni anche giuridiche in dissenso, appelli di centinaia di giuristi e personalità della cultura, opere, libri e documentari dedicati a Eddi e alla sua vicenda. Getta vergogna sull’istituzione, dimostrando che il suo personale non ha la caratura morale per formulare giudizi su vicende che comportano la morte o la sofferenza di milioni di persone.

Questo giudice, come quello precedente, cerca proprio per questo di lateralizzare la vicenda siriana di Eddi pretendendo che essa, che pure è conditio sine qua non dell’intera iniziativa giudiziaria, abbia ceduto il passo a ben più gravi attività politiche svolte in Italia. La procura aveva affermato il 12 novembre che l’attivismo politico di Eddi è inseparabile dalla sua partecipazione siriana. Questo è vero: non si ha una “Eddi” senza l’altra. L’ipocrisia istituzionale dell’Europa deve venire a patti con sé stessa. Eddi è un’internazionalista e una femminista e per questo è partita per la Siria, cosa che non hanno fatto altri. Ma proprio questo è ciò che il tribunale di Torino non può accettare.

Di qui la criminalizzazione indecente di attività nobili e pacifiche svolte in Italia, che denuncia un’ostilità ideologica preoccupante da parte di un Tribunale, la cui politicizzazione in seguito vicenda del Tav è ormai tema di dibattito sulla stampa nazionale e nello stesso parlamento italiano.

Le manifestazioni universitarie, ambientaliste, per i diritti sul lavoro e contro l’invasione turco-jihadista del Rojava sono definite «pericolose» e «gravissime». Sono sfide «all’autorità» poste in essere in luoghi pubblico, e tanto basta. Nessuna sentenza definitiva ha mai addossato a Eddi alcunché di illecito e non potendo fare leva su sentenze, il tribunale si fonda su «segnalazioni» di singoli poliziotti. Il collegio ha rivendica nel decreto nero su bianco la potestà della sezione preventiva del tribunale di utilizzare notizie di polizia non entrate in processi penali, elementi desunti da processi ancora in corso e persino da procedimenti che si siano conclusi con un’assoluzione. Avoca in sostanza a sé il diritto di giudicare al di fuori delle garanzie previste per uno stato di diritto e secondo criteri di assoluta eccezionalità; quindi, nei fatti, con piena arbitrarietà.

La denuncia della difesa della mortificazione del contraddittorio in primo grado, con l’espunzione di testimoni e il rifiuto del primo giudice di permettere l’interrogatorio dei poliziotti, è stata liquidata con toni sprezzanti nei confronti della difesa. Il decreto parla di “reati” sebbene non ve ne siano e, ammette in modo inquietante, Eddi è soltanto “formalmente” incensurata, Che cosa significa? Forse per il tribunale di Torino il cittadino non è presunto innocente se non “formalmente”? I principi costituzionali o del diritto internazionale umanitario non valgono a Torino nella sostanza? Affermazioni scandalose discendono da questa concezione poliziesca della giustizia, e devono essere denunciate all’opinione pubblica.

«Non si vede come possa rilevare», scrive il collegio, che un agente Digos intervenuto a impedire a una serie di ragazze di assistere a un’assemblea accademica nel 2016 «abbia minacciato in una fase ancora concitata una delle presenti, diversa dalla Marcucci, di reagire con schiaffi» (p. 15). Le testimonianze oculari di cariche effettuate a freddo e senza ragione alla manifestazione del primo maggio (dove pure Eddi non ha usato alcuna violenza) sono come tali «inverosimili» poiché «non si può supporre» nelle forze dell’ordine schierate in piazza una «ingiustificata aggressività» (pp. 19-20). Se la carica parte, la carica è motivata.

Pur di far passare Eddi come una squilibrata il giudice si spinge ad affermare che il divieto di avvicinarsi a bar e locali pubblici tra le 18 e le 21 ogni giorno, prima di rientrare obbligatoriamente a casa, è dovuta alle probabili aggressioni che metterebbe in atto contro avventori «non in sintonia con i suoi orientamenti» (p. 23). Questa illazione non è suffragata da nulla se non dal decreto stesso, né da segnalazioni di polizia. Come indizio dell’attitudine intrinsecamente violenta di Eddi si cita la sua opposizione, nel 2016, a una manifestazione neo-fascista all’università. Essa avrebbe dimostrato la sua incapacità a tollerare «il libero confronto delle idee». Un nesso ispirato forse dalle fatiche letterarie di Bruno Vespa.

La proibizione più grave, e maggiormente contraria ai diritti umani e costituzionali – quella di manifestare e anche parlare in pubblico – viene giustificata in base a questi «paradigmi di pericolosità soggettiva». Eddi potrebbe, in altre parole, esercitare violenza anche in quelle circostanze. Stiamo parlando dell’uditorio di una sua conferenza. Chiunque può farsi da sé un’opinione di simili affermazioni e della loro natura. Se qualcuno ancora avesse dubbi su cosa è oggi il tribunale di Torino, si consideri la provocazione conclusiva del decreto. Eddi ha chiesto che le venga restituita almeno in parte la somma di 1.000 euro che ha dovuto versare allo stato come “cauzione” per essere sorvegliata, facendo presente che, per una lavoratrice della ristorazione, questo non è un periodo facile; e che chi è sottoposto a sorveglianza speciale perde automaticamente il diritto a qualsiasi sussidio corrisposto dallo stato. Il collegio risponde a p. 24: «Tra il 2018 e il 2019 la proposta ha affrontato le spese di un lungo viaggio in zona di belligeranza, per poi rientrare per via aerea, così palesando capacità reddituale non minimale».

Comitati torinesi in sostegno all’Amministrazione autonoma della Siria del nord-est

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Nel capoluogo piemontese Giovanni Pesce svolse, con il nome di battaglia “Ivaldi”, numerose azioni di sabotaggio contro l’occupante nazista e uccise diversi esponenti del regime fascista collaborazionista, dimostrando tenacia e capacità nella dura e spietata guerriglia urbana condotta dai gappisti.

Pesce ha raccontato nelle sue memorie il suo primo attentato mortale diretto contro il maresciallo della Milizia e amico personale di Benito Mussolini Aldo Morej: egli ammette la sua indecisione nel primo tentativo; nella seconda occasione egli invece dimostrò grande determinazione. Il 23 dicembre 1943, arrivato in bicicletta insieme ad un compagno di copertura, entrò nel suo negozio da orologiaio dove Morej serviva i clienti e lo uccise freddamente alle spalle, riuscendo poi a sfuggire senza difficoltà. “.. mi fecero sapere che sarebbe stato necessario eliminare Aldo Morej, un fascista sulla quarantina, molto noto in città, conoscente di Mussolini, proprietario di una orologeria in Via Fabio Filzi. Andava colpito nel suo negozio. Feci un primo sopralluogo, poi un altro e un altro ancora.. non si sarebbe trattato di un’impresa facile perchè il commerciante per la natura del suo lavoro era spesso in compagnia di altre persone, clienti, amici, soprattutto donne. Sparare in quelle condizioni era particolarmente arduo nè ci sarebbe stata la certezza di centrare il bersaglio. Un altro problema non secondario era costituito dalla via di fuga molto rischiosa fra il pubblico in quella zona della città sempre numeroso..

Arrivai su posto alle 18.30. Antonio era appostato in un angolo della strada con la sua bicicletta che sarebbe servita per portarmi al sicuro, una volta avessi sparato all’obbiettivo. La gente si era infittita, i tram passavano a tempi regolari, gruppi di operai uscivano dalle fabbriche vicine.. Non potevo agire in quelle condizioni .. Preferii rinunciare.. Avvisai Antonio e ritornai in Via Brunette.. Nel tardo pomeriggio del giorno successivo, ritornai sul posto, vidi il fascista nel suo negozio, entrai deciso, feci fuoco quattro volte, fuggii in bicicletta senza nessun problema colla folla terrorizzata che se la dava a gambe in ogni direzione..” Ecco come rievoca l'azione lo stesso Pesce: “Sono le 18.45 del 23 dicembre. Il maresciallo fascista Aldo Morej è proprietario di un negozio che dà sulla strada; io lo vedo attraverso la vetrina. Sta accendendo una sigaretta. Non parlo, estraggo con mossa rapida e decisa la pistola dalla tasca, gliela punto contro e sparo quattro colpi a bruciapelo. Il maresciallo cade; io mi ritrovo sulla strada, il tram è fermo lì, davanti al negozio. La gente non si rende conto di ciò che è accaduto, ma ha sentito chiaramente i colpi di rivoltella. Salto sulla bicicletta che è ad attendermi, sono subito lontano e percorrendo strade diverse, di nuovo a casa. Cominciò così la mia attività di gappista. Questa prima azione fu per me di grande importanza. Compresi che la lotta gappista non richiedeva soltanto audacia e valore, ma anche e soprattutto una preparazione accurata dei minimi particolari e del modo di condurre l’azione.

 

Testo di Dario Fo:

Da “Vorrei morire stasera se dovessi pensare che non è servito a niente”

 

La G.A.P. quand’è che arriva

non manda lettere né bigliettini

e non bussa alla porta

sei già persona morta

che il popolo ti ha condannato.

 

L’ingegner della Caproni

il 2 gennaio arriva in tassì

arriva con due della Muti

sue guardie personali

e noi lo si va a giustiziare.

 

Quel traditor d’accordo con i tedeschi stava

a smantellar la fabbrica, le macchine spediva

tutte in Germania dai Krupp.

 

E per salvar le macchine

han fatto sciopero generale

il capo reparto Trezzini

e altri sette operai

li han messi a San Vittore.

 

È stato l’ingegnere

a fare la spia ma la pagherà

ci tiene tutti sott’occhio

il povero Trezzini

e gli altri li han fucilà.

 

Adesso tocca a lui, la GAP lo aspetta sotto

sotto ad un semaforo che segna proprio rosso

e al rosso si mette a sparar.

 

Pesce Giovanni spara però prima gli grida:

“È in nome del mio popolo ingegnere che ti ammazzo

con le tue guardie d’onor!”

 

In fabbrica fanno retate

torturano gente non parla nessuno

e trenta operai deportati

li chiudono nei vagoni

piombati diretti a Dachau.

 

Parlato: “E il 23 di aprile i tedeschi vanno a minare la fabbrica, vogliono farla

saltare prima di ritirarsi piuttosto che lasciarla in mano ai liberatori…”

Ma gli operai sparano, difendono la fabbrica

e salvano le macchine che sono il loro pane

e molti si fanno ammazzar.

 

Adesso siamo liberi,

nella fabbrica torna il padrone,

arriva un altro ingegnere

stavolta però è partigiano:

Brigata Battisti, Partito d’Azion.

 

Ma ecco al primo sciopero c’è un gran licenziamento

è stato l’ingegnere a cacciare via quei rossi

che la fabbrica avevan salvà.

 

‘Sta guerra di liberazione

domando di cosa ci ha liberato:

ingegnere padroni e capi

son tutti democratici

ma noi ci han licenziato

addosso ci hanno sparato

in galera ci hanno sbattuto

ma allora per noi operai

la liberazione l’è ancora da far…

 

Giovanni Pesce appena diciottenne partì per andare a combattere i fascisti in Spagna. Al suo rientro in Italia, dopo la sconfitta dei repubblicani, fu arrestato e mandato in esilio a Ventotene. Nel 1943 fu uno dei fondatori dei GAP a Torino con il nome di battaglia di “Ivaldi”. Poi si trasferì a Milano, per riorganizzare i GAP locali, cambiando il soprannome in “Visone”.

Giovanni Pesce detto Visone fu l’autore di molte clamorose azioni contro i fascisti, come l’uccisione del maresciallo Aldo Morej, del giornalista Ather Capelli e di Cesare Cesarini, un ufficiale della legione “Muti” responsabile dell’arresto, della fucilazione e della deportazione di molti operai della fabbrica aeronautica Caproni, come per esempio quel capo reparto Trezzini – il cui nome compare pure nella canzone – di cui purtroppo non ho saputo reperire notizie.

 

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AncheiosonoACAD è la nuova campagna a sostegno dell’Associazione Contro gli Abusi in Divisa. Da oltre sei anni ACAD affronta il tema dei soprusi commessi dalle forze dell’ordine, offrendo supporto immediato alle richieste di aiuto, svolgendo controinformazione e seguendo direttamente una ventina di processi in corso.

 

Questo l'appello della campagna: 

L'EMERGENZA PANDEMICA - APPELLO ALLA SOLIDARIETÀ Questo è un appello con il cuore in mano rivolto a chi, in questi anni, ha contribuito alla lotta contro gli abusi e vuole continuare a farlo.

Nell'emergenza sanitaria per la COVID-19, ci troviamo a vivere un periodo storico senza precedenti, un periodo fatto di isolamento per cui le relazioni e i momenti di aggregazione sociale sono totalmente azzerati lasciando un vuoto difficile da colmare per associazioni senza scopo di lucro che, come la nostra, provano a costruire relazioni dal basso e si autogestiscono grazie al contributo di coloro che decidono di sostenerci soprattutto partecipando alle iniziative dal vivo di autofinanziamento come cene sociali e serate benefit. Sono queste pratiche che da anni permettono di sostenere le spese legali ed aiutare le vittime di abusi.

Tutto questo ad oggi è bloccato, date sospese, saltate o rinviate. Per noi come per il resto delle autogestioni, del mutualismo e dell’associazionismo. Ma gli abusi non si fermano, anzi, nel corso della cosiddetta fase 1 siamo stati investiti da una ulteriore ondata di segnalazioni di abusi - morti in carcere, multe assurde, pestaggi, uso del taser, spray al peperoncino, aumento dei TSO - determinati - « all’arbitrio interpretativo di forze dell’ordine non sempre impeccabili nell’assennata valutazione dei fatti » (cit.).
L'emergenza sanitaria ha causato una forte stretta repressiva e di controllo sociale acuto e mirato alle fasce più deboli e marginali.

Noi sentiamo l’obbligo morale di esserci sempre, di essere una sorta di dispositivo di protezione sociale.  Per questo lanciamo questa nuova campagna di raccolta fondi per finanziare le spese più importanti ed urgenti dei prossimi mesi.

Mai come in questo momento sarà la solidarietà popolare a salvare la lotta agli abusi, è davvero l’arma più potente che abbiamo per sconfiggere il virus dell’indifferenza e mantenere attivo il contributo di Acad.

Non vi nascondiamo la difficoltà economica: il conto nazionale dell’associazione è stato stressato dalle spese per le consulenze medico legali, oltre 5000 euro solo negli ultimi mesi, che sono servite in processi importanti.

Obiettivo di questa campagna di autofinanziamento è raccogliere almeno 10.000 euro per dare respiro e continuità alla nostra azione. Il solo mantenimento del nostro Numero Verde delle emergenze, pilastro fondamentale per la lotta agli abusi in tempo reale, è un costo notevole che supera i milleduecento euro l’anno. E poi ci sono i processi dei quali ci siamo fatti totalmente carico anche dal punto di vista economico, come quelli relativi alla morte di Arafet Arfaoui e Sekine Traore. Entrambi sospesi con l’esplosione della pandemia, ma ripresi a ridosso dell’estate.

Per tutti questi motivi, con la massima sincerità e la gola stretta per il periodo di impedimenti che stiamo vivendo, ci troviamo a chiedere l'aiuto di coloro che credono in queste battaglie, incentivando il tesseramento on-line e le donazioni tramite conto corrente e paypal con la causale “ANCHE IO SONO ACAD” o partcipando al crowdfunding qui su Produzioni dal Basso.

Grazie a chi si sentirà di farlo.

ACAD-Onlus

#SostieniLaLottaAgliAbusi
#AncheIoSonoAcad
#SiamoTuttieAcad.

qui il link di produzioni dal basso: https://www.produzionidalbasso.com/project/ancheiosonoacad-campagna-a-sostegno-dell-associazione-contro-gli-abusi-in-divisa/

questo il sito di Acad ACAD – -Associazione Contro gli Abusi in Divisa – ONLUS –

ACAD, Associazione Contro gli Abusi in Divisa nasce da un’idea nuova di mutualismo, dalla volontà di fornire uno strumento a disposizione delle famiglie colpite dalla violenza in divisa e, grazie al numero verde, di chiunque ritenga di aver subìto un abuso da parte di appartenti alle forze di polizia.

Acad, quando possibile, si è costituita parte civile, come nel caso del processo relativo alla morte di Riccardo Magherini, e in altri casi è intervenuta offrendo sostegno economico e/o legale a molte famiglie, in particolare tanta è stata la solidarietà popolare per coprire onerose perizie nella morte di Davide Bifolco e Arafet Arfaoui, e incessante l'impegno di uno dei nostri avvocati attivisti nel processo per Sekine Traore. Battaglie processuali tutt'ora in corso.

ACAD però non solo è uno strumento, ma anche uno spazio pubblico a disposizione di movimenti, cittadini, studiosi per mettere in atto una battaglia più ampia possibile per la costruzione di un senso comune solidale che, rivendicando diritti, verità e giustizia, sia capace di sconfiggere la paura con cui il neoliberismo imprigiona milioni di donne e uomini.

ACAD affonda le sue origini nei movimenti, in quelle esperienze che passarono da Genova nel 2001. Si ritrova in quelle storie che hanno attraversato la Storia di questo paese negli ultimi 20’anni, durante i quali si è assistito a un consolidamento della pratica abusiva.

Dalla sua fondazione ACAD ha studiato quanto avviene sul territorio nazionale, senza perdere di vista anche quanto accade nel resto del globo. A tal proposito abbiamo realizzato dossier e campagne, tradotto documentari (es. quello su Santiago Maldonado) e realizzato incontri anche internazionali con realtà affini. Ha inoltre portato avanti campagne di sensibilizzazione e denuncia (es. sulla vicenda di Dino Budroni, o con l'audizione al Parlamento Europeo).

 

 

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Riceviamo e diffondiamo:

A fine novembre 5 persone detenute nel carcere di Ascoli hanno scritto un esposto alla Procura di Ancona.
In questo atto, con grande coraggio, hanno riportato quanto realmente accaduto a marzo nel carcere di Modena e di Ascoli in seguito alle rivolte, in relazione ai pestaggi, agli spari e a alla morte di Salvatore Piscitelli. Il 10 dicembre sono stati trasferiti nel carcere di Modena. La scelta stessa di questo trasferimento è subito apparsa una forte intimidazione agli occhi di chi, sin da marzo, non aveva creduto alla narrazione delle “morti per overdose”, fossero essi/e parenti o solidali, seppur tra loro sconosciuti/e. Le condizioni di detenzione in cui hanno tenuto i 5 ragazzi a Modena sono state altrettanto intimidatorie: in isolamento (sanitario), con divieto di incontro tra loro, in celle lisce con vetri rotti, senza possibilità di fare spesa e di ottenere accredito dei versamenti in tempi utili per poter fare la spesa, senza i loro vestiti e con coperte consegnate bagnate qualora richieste. Immediatamente, all’esterno, si è attivata un’eterogenea rete di solidarietà, costituita da parenti e solidali.
La solidarietà messa in campo si è mossa su più fronti: sostegno legale, saluti sotto le mura del carcere, lettere, mail di pressione alla direzione del carcere, sollecitazioni ai garanti regionale e nazionale. Varie testate giornalistiche, a distanza di 9 mesi dal massacro avvenuto nel carcere modenese, hanno riportato i fatti, o si sono trovate costrette a farlo, data la forza della voce dei 5 detenuti e la determinazione di parenti e solidali in loro sostegno. La verità è scomoda da dire e da sostenere, infatti non in tutti i casi è stata riportata per quello che è o è stata detta parzialmente. In un caso, invece, un giornalista è stato licenziato per l’articolo scritto. Molti giornali e media ufficiali, a marzo, avevano riportato senza se e senza ma la voce dei carcerieri: i 14 morti durante le rivolte di marzo, 9 dei quali deceduti a Modena o in trasferimento dal carcere di quella città, erano morti per overdose a loro dire. Ma dei pestaggi e degli spari nessuno aveva parlato. A detta del carcere di Modena, gli interrogatori dei 5 uomini che hanno fatto l’esposto sarebbero dovuti avvenire lunedì. La realtà è stata diversa: sin da venerdì 18 il procuratore ha svolto gli interrogatori. A questi sono seguiti trasferimenti in differenti carceri. L’intento, ancora una volta, è la frammentazione e l’isolamento.
Al momento si conoscono le destinazioni di 4 dei 5 detenuti. Tutti loro, dopo l’isolamento effettuato a Modena, verranno sottoposti a nuovo isolamento nelle rispettive destinazioni.
Una cosa è chiara: la forza e il coraggio di queste 5 persone vanno sostenuti con forza. La solidarietà, nelle sue molteplici forme, va portata avanti per ridurre l’effetto di questa frammentazione.
Lanciamo un forte invito a scrivere a tutti loro! Non lasciamoli soli: una lettera, una cartolina, un
telegramma! Spezziamo l’isolamento e rafforziamo la solidarietà.
Di seguito gli indirizzi, ad ora conosciuti, delle nuove destinazioni:

Claudio Cipriani
C.C. Parma, Strada Burla 57, 43122 Parma

Ferruccio Bianco
C.C. Reggio Emilia, Via Luigi Settembrini 8, 42123 Reggio Emilia

Francesco D’angelo
C.C. Ferrara, Via Arginone 327, 40122 Ferrara

Mattia Pelloni
C.C. Ancona Montacuto, Via Montecavallo 73, 60100 Ancona

Di seguito da osservatorio repressioneosservatorio repressione una raccolta di articoli per approfondire la vicenda:

 

“Così ci hanno torturato e ucciso durante le rivolte in carcere” Cinque detenuti denuncianoCinque detenuti denunciano in procura le violenze delle forze dell’ordine durante le rivolte di marzo che sono costate la vita a 13 persone. La versione ufficiale: sono morti di overdose. Sono passate poche settimane da quando è stato fissato il primo processo in Italia per tortura a carico di pubblici ufficiali, riguardo ai fatti nel carcere di San Gimignanoai fatti nel carcere di San Gimignano. Dopo la denuncia, i detenuti sono stati trasferiti a Modena in isolamento. 

Ora di tortura, abuso di autorità e omissione di soccorso da parte di agenti penitenziari si torna a parlare in un esposto alla Procura di Ancona firmato da cinque detenuti, a proposito di quanto avvenuto nel marzo scorso nell’istituto penitenziario Sant’Anna di Modena e nella casa circondariale di Ascoli Piceno.

L’8 marzo, mentre l’Italia entrava nella fase più dura della pandemia, in diverse carceri italiane sono scoppiate violente rivolte a causa di una situazione generale di sovraffollamento e della sospensione di ogni attività esterna e colloquio interno. È stato uno dei capitoli più bui della storia penitenziaria italiana, con 13 decessi, di cui nove solo a Modena.

La procura modenese ha aperto un’indagine a carico di ignoti, poi sono arrivati i risultati autoptici su alcuni corpi. “La causa esclusiva dei decessi è collegabile all’abuso di stupefacenti, verosimilmente quelli sottratti dalla farmacia interna del carcere. Non sono stati riscontrati segni di violenza sui corpi”, ha sottolineato il procuratore vicario Giuseppe Di Giorgio.

Con il passare dei mesi sono però emerse nuove testimonianze che hanno delineato un quadro più complesso. Questo, mentre il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede ha continuato a ignorare la questione. Soltanto overdose? Le indagini hanno sottolineato che cinque persone sarebbero morte nell’istituto penitenziario modenese ed è riguardo a queste che l’autopsia ha evidenziato l’overdose. Quattro sono deceduti in momenti successivi, nelle carceri dove sono stati trasferiti o in ospedale.

In estate due detenuti che l’8 marzo si trovavano a Modena, poi trasferiti ad Ascoli Piceno, hanno denunciato di aver subito violenze e abusi da parte degli agenti penitenziari, aggiungendo che i detenuti spirati durante o dopo gli spostamenti non avrebbero ricevuto alcuna visita medica che avrebbe certificato l’impossibilità di compiere un viaggio nelle condizioni sanitarie critiche in cui si trovavano.

I pestaggi sarebbero andati avanti anche nei pullman e poi a destinazione e dal racconto emerge la figura del 40enne Salvatore Piscitelli, uno dei morti, “buttato dentro la nuova cella come un sacco di patate”, che “non riusciva a camminare” e “stava malissimo”.La storia di Piscitelli e dei suoi compagni è ora tornata sotto i riflettori per un esposto presentato alla procura di Ancona da cinque detenuti che hanno assistito a quei fatti e hanno deciso di denunciarli. Secondo le nuove testimonianze, Piscitelli sarebbe stato “brutalmente picchiato presso la casa circondariale di Modena e durante la traduzione” e sarebbe arrivato ad Ascoli Piceno “in evidente stato di alterazione da farmaci tanto da non riuscire a camminare e da dover essere sorretto da altri detenuti”.

“Tutti facemmo presente al commissario in sezione e agli agenti che il ragazzo necessitava di cure immediate. Non vi fu risposta alcuna. La mattina seguente fu fatto nuovamente presente che Piscitelli non stava bene, emetteva dei versi lancinanti e doveva essere visitato, ma nulla fu fatto”. L’agonia sarebbe andata avanti diverse ore, poi il detenuto sarebbe morto solo e senza cure nel letto della sua cella, nonostante “successivamente molti agenti e il garante stesso dei detenuti asserivano che il Piscitelli fosse morto in ospedale”.

C’è molta confusione in effetti su quanto avvenuto in quelle ore. La direzione e il provveditorato regionale dell’amministrazione penitenziaria parlano di decesso in ospedale dopo il soccorso in cella, due relazioni del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria e del ministro di Giustizia confermano invece la morte in carcere. Il racconto dei cinque firmatari del nuovo esposto e quello degli altri due detenuti che hanno denunciato i fatti in estate combaciano nella gran parte delle descrizioni e dei dettagli.

L’esposto poi evidenzia altri aspetti: calci, pugni, sputi e minacce contro detenuti “in palese stato di alterazione psicofisica” che ci sarebbero stati prima, durante e dopo il trasferimento da Modena; spari ad altezza uomo, un elemento che emerge anche in un video girato durante le rivolte; visite mediche nel carcere di trasferimento che sarebbero state sbrigative, senza nemmeno far togliere i vestiti ai detenuti per verificare eventuali segni di violenza. I firmatari denunciano che né loro né altri compagni sono mai stati sentiti come persone informate sui fatti. Finora tutto si è basato sulle dichiarazioni rilasciate da agenti e direzioni penitenziarie, che negano ogni violenza o sottolineano, come ha fatto il segretario nazionale Uil-pa Gennarino De Fazio, che “se c’è stata violenza la possiamo definire legittima perché serviva per ripristinare l’ordine”.

Ora però qualcosa potrebbe cambiare. “Questo esposto potrebbe rivelarsi importante, bisogna vedere se la Procura aprirà un’inchiesta”, spiega Sandra Berardi, la presidente di Yairaiha, associazione per i diritti dei detenuti che sta seguendo il caso. “Ci troviamo davanti a una ricostruzione verosimile, che viene da persone ancora in carcere, dunque coraggiosa”.

Uno strano trasferimento Nei giorni scorsi i cinque firmatari dell’esposto sono stati trasferiti da Ascoli Piceno proprio a Modena, in un ambiente ostile a loro. “Siamo stati contattati dai familiari perché dopo il trasferimento hanno interrotto tutte le loro comunicazioni con l’esterno. Abbiamo parlato con il garante, che ha portato la questione al Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, ora le comunicazioni sono riprese”, sottolinea Berardi.

“Attualmente i cinque detenuti si trovano isolati l’uno dall’altro, da quando sono arrivati non hanno avuto neanche una coperta. Non è un isolamento sanitario perché avevano già fatto tre tamponi risultati negativi, si tratta piuttosto di un isolamento disciplinare”. Una misura dal sapore ritorsivo, dopo che sono stati riaccesi i riflettori su una serie di decessi sospetti su cui ancora non è stata fatta piena chiarezza.

Luigi Mastrodonato

da il Domani

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Bonafede deve rispondere sui 13 morti misteriosi nel carcere di Modena

Il 9 marzo 2020 il premier Conte decretò il lockdown totale, primo paese al mondo. Ci furono proteste in tutti i penitenziari italiani. Nel carcere Sant’Anna di Modena si verificarono fatti gravi e misteriosi: la tv mostrò colonne di fumo e venne riferito di scontri con le guardie, di feriti. La mattina dopo, con un’operazione militare top secret, tutti i detenuti del Sant’Anna vennero trasferiti e venne comunicato: “L’ordine regna al S. Anna”. Ma nelle 48 ore che seguirono, strani fiori sbocciarono, sparsi nelle carceri del centro e del nord Italia: erano altri cadaveri, che venivano da Modena.

Al Governo

Alla Commissione Europea

A chiunque sia interessato a conoscere la verità su una storia ignobile accaduta nella civile Italia nel funesto 2020

Il 9 marzo 2020, con un atto di grande coraggio (di cui pochi lo credevano capace), il premier Conte decretò il lockdown totale, primo paese al mondo. Purtroppo, poco o nullo interesse venne dedicato al mondo delle carceri, peraltro il più esposto alla propagazione del contagio. Risultato: in quei giorni ci furono proteste in tutti i penitenziari italiani. Le richieste, oltremodo democratiche: tamponi, colloqui con i famigliari, permessi, sconti di pena, indulto, sanatoria, amnistia.

A Foggia ci fu addirittura la breve evasione di alcune decine di detenuti. Nel carcere Sant’Anna di Modena si verificarono fatti gravi e misteriosi: la tv mostrò colonne di fumo e venne riferito di scontri con le guardie, di feriti. Filtrarono notizie di spari, un morto, due morti, tre morti. La mattina dopo, con un’operazione militare top secret, tutti i detenuti del Sant’Anna (548, la capienza era di 369) vennero trasferiti e venne comunicato: “L’ordine regna al S. Anna”.

Ma nelle 48 ore che seguirono, strani fiori sbocciarono, sparsi nelle carceri del centro e del nord Italia: erano altri cadaveri, che venivano da Modena. Alla fine, ci dissero che i morti erano tredici, tutti di Modena. Cinque in loco, otto in altre carceri. Ma come ci erano arrivati, in quelle altre carceri? Erano volati? Erano metastasi di un cancro? Era un complotto di Cosa Nostra che aveva suscitato la rivolta per ottenere l’amnistia per i suoi boss?

Dare un nome ai morti – Il lettore non mi prenda per pazzo: questa “narrazione”, che le rivolte nelle carceri fossero un piano della mafia per ottenere la libertà dei suoi boss fu la versione praticamente ufficiale del governo, ripresa da magistrati, giornali, trasmissioni televisive. Ci vollero 11 giorni perché “i 13 di Modena” avessero un nome; e non li rivelò il governo, ma Luigi Ferrarella, coraggioso giornalista del Corriere della Sera.

Due erano italiani, undici del Maghreb; tutti detenuti per reati legati alla droga, non gravi, diversi di loro erano a “fine pena”; nessuno era un boss. Compare una versione degli eventi: i detenuti hanno scassinato l’armadietto dell’infermeria e preso una bottiglia di metadone: si sono abbeverati, si sono intossicati e sono morti per overdose. Nelle poche parole che il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede dedicherà loro in parlamento, sono morti “perlopiù per overdose di metadone”. (Quel “perlopiù” dice molto, purtroppo, della moralità del ministro). A distanza di otto mesi le autopsie ancora “sono in corso”, ma i fatti di Modena sono forse uno dei pochi argomenti su cui non si litiga nel governo. E, peraltro, i contagi aumentano nelle carceri.

Invece, molte domande dovrebbero essere poste. Tutti sanno che l’overdose da metadone nell’adulto è facilmente curabile: in dotazione da vent’anni in tutte le ambulanze, e ovviamente in tutte le carceri, c’è la fiala (miracolosa) chiamata Narcan, che riporta in vita i morituri. Ma, evidentemente, non venne usata; né a Modena, né nei cellulari che trasferirono i detenuti, probabilmente ammanettati e inconsci, in carceri distanti duecento chilometri. Perché i rivoltosi vennero lasciati morire? Perché gli intossicati non vennero portati in ospedale? Gli agenti carcerari si vendicarono sui detenuti rivoltosi? Chi gestì tutta “l’operazione Modena”? L’Europa ci ha mai chiesto spiegazioni? Mi dispiace di avervi rovinato la giornata, con questa storiaccia. Non la migliore, davanti al caminetto; ma è pur sempre un racconto di Natale.

Enrico Deaglio

da il Domani

 

 

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