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Articoli filtrati per data: Monday, 21 Dicembre 2020

La pandemia Covid-19 continua a scuotere l’intero globo, tuttavia le misure di contenimento e governo della transizione pandemica presentano divergenze e similarità tra i diversi paesi. In questo breve articolo scritto da una ricercatrice italiana di ‘Neuroscienze cognitive’ all’Università di Ghent ci si sofferma sul caso Belga. Primo paese al mondo per numero di morti sulla popolazione, la società belga sta vivendo un duro attacco da parte del proprio governo che, nel caos pandemico, sta scaricando le responsabilità sulla collettività tutta mentre la convivenza tra virus e produzione ha già imposto un costo di vite elevato.

Se volete far passare dei messaggi politici, presentatevi alle elezioni "
Con queste parole Alexander de Croo Primo Ministro federale Belga ha risposto ad una domanda posta da Alexandre Penasse giornalista del quotidiano indipendente Kairos (1) sugli effetti collaterali delle misure prese dal governo (2). Una domanda opportuna in un paese nel quale si sta registrando un drammatico aumento del numero dei suicidi. Il giornalista aveva già fatto domande simili durante l’ultima conferenza stampa e la diretta televisiva era stata tagliata. All’ inizio della pandemia al capo della redazione di Kairos era stato interdetto l’accesso alle conferenze stampa indette dalla precedente Prima Ministra federale Belga, Sophie Wilmes (3). La vicenda Kairos inserita nel contesto della crisi sanitaria mostra le crepe di una narrazione mediatica ‘eccezionale’ che non lascia spazio ad un’informazione indipendente minando le basi stesse di un sistema politico al collasso. 

Mentre il Capo dell’esecutivo non sembra curarsi delle ricadute socio-psichiche del Covid-19, il numero di suicidi continua ad aumentare: Gerard Miller, ristoratore di 52 anni e Alysson Jadin parrucchiera di 24 anni sono le morti che hanno fatto più scalpore mediatico negli ultimi mesi. Gli ospedali psichiatrici sono sovraffollati, i centri d’assistenza psicologica obbligati a chiudere le linee telefoniche per l’eccessiva richiesta. Nell’assenza di bar, cinema, centri culturali e momenti ricreativi il malessere e il disagio sociale si diffonde senza che le istituzioni contemplino di intervenire. Le uniche risposte che questo governo sa dare sono censura e autoassoluzione. La conferenza stampa di venerdì 18 Dicembre è stato il teatrino del ridicolo. I diversi ministri si sono succeduti presentando le soluzioni del governo per prevenire la terza ondata adottando una sola narrazione: la responsabilità dell’aumento dei casi è, ed è solo, dei singoli cittadini.

Lo Stato si deresponsabilizza colpevolizzando gli individui. Tuttavia, il Covid non attacca il cervello umano e genera psicosi ma è un virus che ha messo in ginocchio un sistema sanitario mostrando la necessità di una profonda riorganizzazione sistemica del concetto di salute e della sua tutela. Disastri, interessi e incompetenze con le quali i singoli individui hanno poco a che fare.

A Bruxelles fare un test Covid è più complicato che organizzare un matrimonio. La seconda ondata autunnale è stata caratterizzata dall’incapacità di effettuare test su larga scala, garantendo i controlli solamente ai sintomatici e costringendo una vasta parte della popolazione a non testarsi, anche se stati in contatto con positivi. Al momento avere un test se non si è sintomatici, ma magari stati in contatto con un positivo, richiede un budget tra i 46 euro (se si è fortunati) a 135 euro.

L’elenco delle inadempienze del governo è grave e interminabile: assenza di ospedali Covid e di centri di assistenza territoriale che evitassero la concentrazione degli interventi negli ospedali e le corse ai ‘test village’. Nei mezzi pubblici non c’è la distanza di sicurezza e i sistemi di ventilazione non sembrano funzionare. Mentre la sanità e i mezzi di trasporto non hanno vissuto le modifiche necessarie ad affrontare la pandemia le persone hanno dovuto fare i conti con lo stravolgimento delle proprie vite. Il coprifuoco e la chiusura di ogni spazio ricreativo e formativo si sono affiancati all’inasprimento delle condizioni di vita materiali.

Si chiudono le persone in casa, dove magari si vive in 5 in 40 metri quadrati, dove c’è un marito o un padre violento, o dove il livello di stress e disperazione è alle stelle a causa della perdita del lavoro. Si obbligano le persone a stare chiuse in casa ma non si affrontano le conseguenze che ciò può comportare. Si fa appello alla scienza e ai suoi dati scientifici (che però non sono mai pubblicati) quando la stessa scienza che piace tanto al governo belga pubblica quotidianamente articoli sull’aumento delle patologie psichiatriche dall’inizio della pandemia (disturbo dell’ansia, ansia sociale, depressione, eccetera) e su gli “stressors” per lo sviluppo di malattie mentali incluso l’isolamento sociale. La stessa scienza consiglia di farsi curare all’inizio dell’insorgenza delle malattie, per evitare la loro cronicizzazione, mentre durante l’ultimo picco Covid le visite mediche non-Covid sono state interrotte.

Oltre alle sue inadempienze, censure e autoassoluzioni il governo agisce criminalizzando gli individui. I Residenti Belgi che viaggiano durante questo periodo natalizio sono considerati ad alto rischio, e quindi criminali, senza nemmeno dare la possibilità di mostrare la propria ‘innocenza’ con la presentazione di un test molecolare negativo come nella maggior parte degli altri paesi europei. I governi regionali danno il semaforo verde a maggior controlli polizieschi che il più delle volte si tramutano in violenza. Venerdì 18 Dicembre un controllo della polizia in un’abitazione di Waterloo si tramuta in violenza deliberata, dove quattro membri di una famiglia finiscono in ospedale con lesioni gravi (4).

Sono d’accordo con il primo ministro che dichiara che non ci siano soluzioni magiche per la pandemia. Tuttavia erano disponibili soluzioni ed iniziative che non colpevolizzassero i singoli ma che aggredissero tutte le contraddizioni che questa pandemia ha acuito. Queste misure non sono state prese, e per di più pretendere risposte alle domande che il 90% dei Belgi si stanno chiedendo sembra un crimine di stato.

1. https://www.kairospresse.be/
2. Conferenza stampa 18 Dicembre 2020, min 1:06:12 
3. https://www.kairospresse.be/article/137-jours-sans-conferences-de-presse/
4. https://m.facebook.com/groups/Waterloo.incivilites/permalink/1311605282539992/

 

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di Santo Peli da Sinistrainrete

Negli anni Settanta e Ottanta «Primo Maggio» è stata una rivista importante per tante persone impegnate nelle lotte sociali e civili.

È stata una scuola di formazione, una sede di dibattito e riflessione in un periodo storico convulso, ma pieno di passioni e di generosità.

È stata una fabbrica di prototipi mentali. Ideata da Sergio Bologna, storico del movimento operaio ed esponente dell’«operaismo italiano», ha vissuto i primi anni sotto la sua direzione per poi passare, dal 1981 al 1989, a Cesare Bermani, affiancato da Bruno Cartosio. Il suo editore fu Primo Moroni, libraio della Calusca di Milano inventore di un modo nuovo di fare cultura. La sua grafica, originale e rigorosa, fu opera di Giancarlo Buonfino.

Una rivista di «storia militante» che ha affrontato con intuito e preveggenza argomenti complessi come la gestione capitalistica della moneta, il declino della grande industria fordista, l’emergere di nuove figure sociali, la trasmissione della memoria, l’avvento della logistica. Attraverso la riscoperta di pagine straordinarie di storia del proletariato migrante fu capace di creare immaginari e modelli di comportamento, di dare una diversa rappresentazione dell’America, di influenzare gli orientamenti di gruppi politici e correnti di ricerca storiografica in Germania.

Pubblichiamo di seguito, come introduzione alla raccolta completa della rivista, un intervento di Santo Peli che compare nel libro La rivista «Primo Maggio» (1973-1989) edito da DeriveApprodi.

In fondo a questa pagina, è possibile scaricare la raccolta completa in Pdf.

* * * *

La prima ragione per tornare a parlare dell’utilità di rileggere «Primo Maggio» consiste nel fatto che la sua stessa esistenza, i temi di cui si è occupata, sono in parte ignorati, anche da buona parte di addetti ai lavori; è vero che gli anni Sessanta e Settanta hanno visto una notevole fioritura di riviste militanti, ma tra queste «Primo Maggio» dovrebbe occupare, credo, un posto di rilievo; del resto, all’epoca, arrise alla rivista un successo di vendite del tutto ragguardevole, se paragonato all’attuale stato comatoso nel quale versano le riviste di storia o di dibattito teorico, militanti o no che siano. Infatti «Primo Maggio, nonostante una vita redazionale travagliata, e una distribuzione avventurosa, dopo il primo numero, che esce nel 1973, giunge rapidamente a vendere tra le 3000 e le 5000 copie [1].

L’impressione mia è che la quasi completa assenza della rivista dalle biblioteche, ma anche dalla memoria, sia da mettere in relazione con la radicalità e l’intensità della sconfitta della conflittualità sociale e della centralità operaia che per un decennio ne aveva rappresentato la ragion d’essere; sconfitta che ha molte radici e tempi, ma che possiamo collocare, nella sua fase più visibile e clamorosa, tra il ’78 e l’80.

Un secondo motivo di interesse per riprendere in mano «Primo Maggio», parte dall’ipotesi che si sia trattato di una rivista importante nella formazione degli storici della classe operaia della mia generazione, e dunque tornare a rileggerla trent’anni dopo mi è parso un modo di verificare fondatezza o ingenuità di entusiasmi, adesioni e illusioni che vanno confondendosi nel trascorrere del tempo; tra le letture di formazione di chi nei primi anni Settanta si accostava alla storia di classe, mi pare che abbiano comunque avuto un certo peso una serie di questioni e di riflessioni tipiche della cultura operista, da Operai e capitale di Mario Tronti, per giungere a «Classe» diretta da Stefano Merli e a «Primo Maggio». In comune le varie anime dell’operaismo hanno una critica radicale della storiografia tradizionale del movimento operaio, che appariva ben attrezzata per la storia e la filologia delle organizzazioni, ma del tutto muta su quelle vicende e lotte che contraddicevano le teorie centrate sulla preminenza della coscienza di classe, e del partito che ne sarebbe naturale depositario.

Molte delle innovazioni interpretative e dei nuovi campi d’indagine (per esempio la rivalutazione della conflittualità operaia e sociale negli Stati Uniti, il rovesciamento dei rapporti fino ad allora dati per ovvi fra lotte e organizzazione politica e sindacale ecc…) rappresentano, più che originali intuizioni di Primo Maggio, una traduzione operativa di un comune patrimonio dell’operaismo italiano e internazionale fin dai primi anni Sessanta che Mario Tronti ha di recente così sintetizzato:

«Credo proprio che la definizione strategica dell’operaismo sia quella di una cultura e di una pratica del conflitto». [2]

Vi è però una sostanziale differenza, che consiste in questo: mentre le ipotesi teoriche e le pratiche politiche dei «Quaderni rossi» e di «Classe operaia» sono tutte inserite nell’onda montante delle lotte dell’operaio massa degli anni Sessanta, quando «Primo Maggio» nasce, nel 1973, sono già visibili le tappe di una complessiva bruciante crisi; la stagione espansiva della centralità operaia, di una sua egemonia sociale e politica, è ormai, almeno in parte, alle spalle; da cui la scelta, che caratterizza la rivista, di propugnare una storiografia operaia «militante» ritenuta strumento indispensabile per affinare categorie interpretative che si sono rivelate inadeguate a comprendere le ragioni di debolezza del progetto di centralità operaia, non meno che a rovesciare l’impianto della storiografia tradizionale.

In concreto, la storiografia militante che la rivista si propone di praticare concentra l’attenzione su oggetti fino ad allora sostanzialmente ignorati o confinati nel campo delle scelte perdenti, delle debolezze imputate alla mancanza di un partito (come appunto il sindacalismo rivoluzionario italiano, o l’anarco-sindacalismo americano degli Iww). Mi limiterò ad alcuni esempi che illustrano con chiarezza cosa intenda «Primo Maggio» con «storiografia militante».

Prima di proseguire è però doverosa da parte mia una precisazione: nella mia memoria «Primo Maggio» era catalogato soprattutto come la rivista del rinnovato punto di vista sulla storia di classe, e ancor più della scoperta delle lotte, e della storiografia sulle lotte del proletariato americano, oltre che della valorizzazione e dell’uso militante della storia orale; memoria non infondata, ma che aveva rimosso un dato evidente a chiunque riprenda in mano una collezione della rivista: in realtà progressivamente «Primo Maggio», pur continuando a presentarsi nella quarta di copertina come rivista di storiografia militante, concederà uno spazio via via più ridotto alla storia operaia, mentre altre questioni divengono più presenti e più urgenti, quali l’uso capitalistico della crisi, le nuove funzioni di regolazione dei conflitti assunti dalla politica monetaria e dallo Stato, le questioni di schieramento politico rispetto alla crisi dei gruppi, al movimento del ’77, alla lotta armata, alla stretta repressiva che culmina con l’operazione «7 aprile».

Non casualmente la rivista, dal numero 8 si occupa molto di movimenti sociali disseminati sul territorio, adeguandosi in tempo reale alla progressiva scomposizione della struttura della forza lavoro e al mutare, con la composizione di classe, delle caratteristiche e anche del rilievo della lotta di fabbrica; ad esempio, per quanto riguarda gli stati Uniti, dai primi travolgenti interventi storiografici sulle lotte dell’Iww si passa all’analisi del movimento dei disoccupati 1930-1933 (Peppino Ortoleva); e, nello stesso numero, alla cronaca delle lotte per la casa a Milano.

Già nel numero 7, prendendo le mosse dalla crisi dell’Innocenti, Sergio Bologna scrive (p. 86) che essa dimostra «quanto sia ideologico rappresentare l’omogeneità politica di massa della classe operaia come nel ’69, quanto la frantumazione politica di fabbrica sia consolidata, quanto la crisi abbia spaccato la classe tra destra e sinistra operaia».

Progressivamente, dunque, diviene pervasivo lo spessore delle questioni più direttamente politiche che incidono drammaticamente, nella seconda metà degli anni Settanta, sul corpo della rivista, e nel ventaglio dei suoi interessi, non diversamente da quanto avviene nel corpo della classe operaia.

È questa parte della rivista che era stata sottoposta nella mia memoria, se non ad una censura, certo a una parziale rimozione, benché a suo tempo leggessi rigorosamente tutti gli articoli, dagli editoriali di Sergio Bologna ai saggi, faticosissimi almeno per me, di Lapo Berti sulla moneta.

E dunque devo premettere che è fortemente riduttivo, anche se per nulla illegittimo, centrare il mio discorso sulla nozione di storiografia militante portato avanti dalla rivista, isolandolo da un contesto progressivamente molto più articolato e mutevole; ma è su questo aspetto che mi interessa richiamare l’attenzione.

Che cos’è la storiografia militante

Bruno Cartosio, introducendo sul numero 1 della rivista un saggio sulle lotte guidate dagli anarco-sindacalisti americani nel primo quindicennio del Novecento, [3] scrive che «l’insorgenza di nuovi modi di lottare e di nuovi soggetti sociali a protagonisti delle lotte impose allora, come ora, la modifica delle categorie di giudizio necessarie per l’organizzazione del nuovo».

Centrale, nel brano, e nell’impostazione del lavoro storiografico di «Primo maggio», è proprio quel ora come allora; la produttività-legittimità dell’indagine esige questo nesso («molto di quello che loro hanno portato nella fabbrica va riportato dentro la fabbrica e attorno ad essa», p. 44), in quanto la storiografia militante pone al suo centro le lotte, e lotte che hanno per protagonisti «dell’insubordinazione capitalistica» la figura «dell’operaio massa dequalificato, sprofessionalizzato, del disoccupato bianco e nero, del sottoproletariato nero dei ghetti urbani». Si tratta insomma di rintracciare e valorizzare nella storia di classe americana situazioni, comportamenti, modelli d’organizzazione del tutto alternativi al modello europeo e terzinternazionalista, soprattutto in quanto sembrano fortemente anticipatori della situazione italiana degli anni Sessanta e Settanta.

a) Ciò coincide con il porre come indispensabile un nesso tra storiografia e lotte presenti: le lotte presenti e passate reciprocamente si spiegano; sono le urgenze pratiche e teoriche del presente a spingere sulle tracce delle lotte passate utili a rileggere il presente, e viceversa. Per esempio, una rassegna storiografica dal titolo Per la storia degli anarchici spagnoli è introdotta da questa considerazione: si tratta della storia «più vicina alla nostra storia recente, alle scoperte e alle speranze legate alle lotte del 1968-69 e poi ai tentativi di organizzazione e di progetto politico scaturiti da quegli anni» (numero 6, p. 79); e così Marco Revelli introduce un suo saggio notevole, dal titolo Fascismo come rivoluzione dall’alto, affermando che «tentare di leggere con l’occhio di oggi il ciclo di lotte degli anni ’20 non è forse operazione scorretta» [4]; saggio dichiaratamente in risonanza con l’analisi dell’«uso capitalistico della crisi» degli anni Settanta che la rivista va conducendo sul piano della crisi finanziaria e dei mutati rapporti fra politica ed economia.

I tratti fondativi della concezione storiografica di «Primo Maggio» trovano un’ulteriore limpida esemplificazione nell’uso della storia orale, che diviene una delle novità metodologiche di maggior rilievo della rivista, soprattutto grazie alla partecipazione al lavoro redazionale di Cesare Bermani. La fonte orale viene presentata e vissuta come lo strumento più adatto, per sua natura, a permettere una ripresa della parola dal basso, sottraendo la storia del proletariato e delle sue lotte al dominio delle verità ufficiali, e delle distorsioni che le carte di polizia o le memorie di funzionari e dirigenti di partito implicano.

Bermani scrive, paradigmaticamente, che «la storia orale sarà attendibile solo se il ricercatore è anche un militante, e in quanto tale riscuote la piena fiducia del testimone. La storia del e per il movimento operaio e contadino non può che essere una storia scritta da un militante per i militanti» (…) «la funzione che viene ad assumere lo storico di portavoce e generalizzatore di esperienze non è di poco conto se è vero, come è vero, che soltanto se ciò avviene va avanti la scienza operaia, una scienza che è sempre in funzione di un’attività pratica, una scienza che denuncia, trasforma, genera lotta» per cui allo «storico, militante tra i militanti, è demandato il compito di farsi portavoce delle esperienze della classe e di apprestare canali idonei alla loro circolazione e generalizzazione all’interno di essa e nelle sue organizzazioni» [5].

Sullo stesso argomento, Bologna scrive, in una lettera a Bermani, «mi sembra importante sottolineare come la storia orale implichi un rapporto fiduciario che ne fa uno strumento valido solo di una storia militante, di una storia di compagni scritta da compagni. Non ci interessa la fonte orale “in sé” ma la fonte orale come rapporto di militanza» [6].

Ciò che qui viene affermato per la storia orale è in realtà estensibile alla intera concezione di storiografia militante come viene propugnata dalla rivista, fin dall’incipit della quarta di copertina: «storia di lotte, scritta da compagni per compagni».

In sintesi, alla ricerca storiografica sembra dunque competere una funzione di laboratorio, di riflessione che deve prima di tutto rispondere alle urgenze delle lotte in corso.

Questo strettissimo nesso fra lotte presenti e riflessione storiografica rappresenta, dal mio punto di vista, la principale spiegazione del fascino della concezione del lavoro storiografico propugnata da «Primo Maggio»; collocandosi nel punto più lontano da qualunque esigenza di neutralità e di asettica scientificità (liquidate con un certo sprezzo come tipiche della «storiografia accademica»), questa impostazione abolisce d’un sol tratto, per chi vi aderisca, domande ricorrenti tra gli storici (almeno quando sono giovani e idealisti) grossolanamente riassumibili nella questione «a che serve, a chi serve il mio lavoro?».

Legittimità, utilità, correttezza dell’agire storiografico sono qui verificate esclusivamente dal suo essere interno e in risonanza con le lotte in corso. Dunque, nell’accezione proposta da «Primo Maggio», la committenza era indiscutibilmente data, studiare la classe coincideva con lo studio delle sue lotte, della sua alterità, verificando la capacità delle lotte di produrre identità e organizzazione (o studiando i motivi per cui questi passaggi non si erano determinati); dunque studiare la classe, ben più che un mestiere, diveniva un prender parte, pur con vari distinguo e perplessità, alla lotta in corso; né era allora dubitabile, per me e per molti altri, che di lotta di classe si trattasse, e che l’alterità operaia rispetto al capitale fosse, oltre che una realtà, una buona causa.

Questo nesso strettissimo tra ciclo di lotte e lavoro storiografico era appunto ragione di fascino, ma, come spesso accade, coincideva anche con la massima debolezza di questa impostazione. Debolezza ben visibile soprattutto su due piani.

1) Anzitutto, come lo stesso Bologna avrebbe sottolineato di lì a pochi anni, i tempi della ricerca e della riflessione storiografica sono per loro intima natura diversi da quelli delle lotte operaie e del conflitto sociale [7]; ancor più lo sono i tempi in cui la riflessione storiografica può essere metabolizzata, entrare in circolo, interagire effettivamente con i movimenti, con le lotte, con gli ipotetici, e normalmente inconsapevoli, committenti di quelle indagini e di quelle riflessioni.

Non è dunque un caso che pressoché tutti i saggi storiografici presentati su «Primo Maggio» siano caratterizzati dall’essere, più che il risultato di indagini originali, proposte interpretative, riletture, secondo prospettive a volte radicalmente innovative, di questioni ampiamente note e già dibattute; oppure sintesi, rassegne, a volte molto stimolanti, di problemi di storia operaia fino a quel momento del tutto trascurati dalla storiografia nazionale (è il caso, soprattutto, delle incursioni nella storia delle lotte negli Stati Uniti). Ma proprio l’urgenza, il legame strettissimo con l’attualità e la qualità delle lotte in corso abolisce il tempo e lo spazio per progettare, promuovere, mettere in circolo ricerche innovative e originali all’altezza delle ambizioni della rivista.

2) Né è questo il limite maggiore, se è vero che a partire da questa impostazione diventa ineludibile la domanda: che si fa, quando arriva una sconfitta epocale, quando le lotte si frantumano e poi si inabissano? Se storiografia operaia e storiografia militante coincidono, e sono una funzione delle lotte e della costruzione di una «scienza operaia», in assenza di un soggetto collettivo che esprima una potenzialità di lotta, la storiografia militante sarebbe priva di senso e di scopo, e a essa subentra la «storiografia accademica», che si occupa di operai, mestieri, storie e memorie individuali, trattando di storia operaia come di un qualunque altro oggetto. Con tipica, radicale consequenzialità, nel 1984 Sergio Bologna, in uno degli ultimi numeri di «Primo Maggio», constatata la pesantezza della sconfitta politica che si è consumata nel decennio trascorso, scrive: «dobbiamo ammainare la bandiera straccia di “storia militante”, bruciarla. Tanto, sappiamo come vanno le cose: ci sarà sempre qualche raccoglitore di cimeli che le conserverà nel cassetto» [8]. Affermazione particolarmente amara e drastica, che implicherebbe la rinuncia alla possibilità di una qualunque storiografia operaia non accademica. I progetti della storiografia militante si erano fondati sull’ipotesi di una propria immediata utilità, nel dotare le lotte in corso di modelli teorici e di esperienze storiche, in una fecondazione continua. Venuta meno la composizione politica di classe, e poi lo stesso aggregato di forza lavoro che la esprimeva, vengono meno la possibilità e l’utilità di una storiografia operaia militante. Almeno, di quella accezione di storiografia militante.

In realtà, come lo stesso Mario Tronti ha sottolineato qualche anno fa, è facilmente constatabile «la presenza, l’esistenza, nascosta nelle pieghe della cultura contemporanea, di una serie di ricerche, di ricostruzioni, di analisi, di riflessioni, riguardanti la storia della classe operaia. Questi studi sono più diffusi di quanto non si creda. È solo il clima culturale, e il dominio in esso di un punto di vista superficialmente post-operaio, che non li fa vedere» [9].

Di che storie si tratti, se coloro che se ne fanno carico si sentano raccoglitori di cimeli, o piuttosto protagonisti di una battaglia di lungo corso, di resistenza culturale, a queste questioni forse il convegno offrirà qualche risposta.

Resistere alla rimozione delle lotte, della loro legittimità e grandezza, delle potenzialità, delle contraddizioni che hanno innescato, resistere al trionfo dell’esistente come dotato di necessità e di razionalità indiscutibile, rappresenta, a mio avviso, una forma di militanza, che fa della storiografia operaia una pratica comunque dotata di una sua specificità.

Per altro, resta vero che in assenza di un ciclo di lotte, di un movimento chiaramente identificabile, qualunque militanza diviene più difficile da precisare, da definire, e resta potenzialmente sospesa tra un volontarismo individuale e un lavoro intellettuale onesto ma autoreferenziale.

Insomma, secondo me potrebbe non essere inutile tornare a riflettere, anche, sulle possibili declinazioni del concetto di militanza dello storico di classe operaia, o anche, naturalmente, dell’obsolescenza del concetto stesso.

Note [1] Il primo numero vende 1700 copie, il secondo 2300, il terzo 2800, e poi si passa a 4000-5000 copie. [2] Mario Tronti, in Gli operaisti, autobiografie di cattivi maestri, a cura di Guido Borio, Francesca Pozzi, Gigi Roggero, DeriveApprodi 2005, p. 307. [3] Bruno Cartosio, A proposito della storia degli IWW (Note e documenti sugli IWW – «Primo Maggio», numero 1, p. 43. [4] Marco Revelli, «Primo Maggio», numero 5, 1975, p. 63. [5] Cesare Bermani, «Primo Maggio», numero 5, 1975, p. 48. [6] Lettera di Sergio Bologna a Cesare Bermani riportata nel numero di «Primo Maggio» 19-20, 1983-4, p. 6. [7] Sergio Bologna, Otto tesi sulla storia militante, «Primo Maggio», numero 11, inverno 1977-78. [8] Id, n. 21, p. 62. [9] Paolo Favilli, Mario Tronti, a cura di, Classe operaia. Le identità: storia e prospettive, Franco Angeli 2001, p. 375. La raccolta completa Primo Maggio #1 .pdf Scarica PDF • 35.07MB Primo Maggio #2 .pdf Scarica PDF • 37.82MB

Primo Maggio #3-4

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Primo Maggio #5

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Primo Maggio #6

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Primo Maggio #7

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Primo Maggio #8

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Primo Maggio #9-10

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Primo Maggio #11

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Primo Maggio #12

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Primo Maggio #18

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Primo Maggio #19-20

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Primo Maggio #21

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Primo Maggio #22

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Primo Maggio #23-24

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Primo Maggio #25

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Primo Maggio #26

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Primo maggio #27-28

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Primo Maggio #29 .pdf Scarica PDF • 21.13MB 

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in CULTURE

di José Luis Hernández Ayala da Jacobin América Latina

Traduzione di Manuela Loi e Alice Fanti per lamericalatina.net

Commento di Carlotta Ebbreo e Alessandro Peregalli

Che succede in Messico? Di questa repubblica federale viene speso proiettato all’Europa un immaginario romanzato, aneddotico e parziale, mentre poca attenzione viene data alla sua politica economica, securitaria e sociale. Il paese è stato governato quasi ininterrottamente, dal 1930 al 2000 e poi dal 2012 al 2018, da un unico partito, il Partido Revolucionario Insitucional (PRI). Sorto dalla sanguinosa e “interrotta” Rivoluzione Messicana come garante del mantenimento di alcune conquiste rivoluzionarie, prima fra tutte la riforma agraria, e allo stesso tempo dal controllo statale, corporativo e autoritario delle sue spinte più trasformatrici, il PRI è stato protagonista e gestore, tra gli anni ‘80 e ‘90 del ‘900, delle riforme di aggiustamento strutturale che hanno portato il paese nell’orbita neoliberale, come ad esempio il trattato di libero commercio del Nord America (NAFTA) e la progressiva apertura delle risorse naturali ed energetiche ai capitali stranieri. Negli ultimi due decenni, il dominio del PRI è stato sostituito dall’alternanza con il PAN (Partido Acción Nacional), partito che ha storicamente rappresentato gli interessi della borghesia ed i valori del conservatorismo cattolico-cristiano.

Il primo sforzo di questo articolo di José Luis Fernández Ayala è raccontare in che contesto nel 2018 si afferma per la prima volta alle presidenziali una coalizione di partiti che si dichiara anti-neoliberale, e anche, dei presunti effetti di polarizzazione che questa vittoria ha generato in un paese profondamente diseguale. La proposta politica con cui si è presentato l’attuale presidente Manuel Lopez Obrador (detto AMLO), del partito Movimiento de Regenaración Nacionál (MORENA), ha un che di messianico e sensazionale, e si colloca in un momento storico dove l’esistenza di uno Stato di diritto è messa fortemente in discussione. Si pensi che il Paese non è in grado di gestire l’escalation della violenza relazionata al narcotraffico, è fra i primi dieci nel mondo nella classifica dell’indice globale di impunità dei crimini, con un altissimo indice di corruzione, dilaniato dai conflitti ambientali ed è tra i paesi più rischiosi per i difensori dei diritti umani e dell’ambiente, per i giornalisti e per le donne. In questo contesto, Obrador si presenta come presidente di un governo centralizzatore, che propone un cambio “epocale” nella politica del paese, la cosiddetta “Cuarta T”, ovvero la quarta grande trasformazione dopo la guerra di indipendenza (1810), la Guerra della Riforma di Juarez (1858-1861) e la Rivoluzione Messicana (1910-1920).

Il nuovo governo, tuttavia, non sembra in realtà attuare una trasformazione strutturale, e appare piuttosto segnato da quelle contraddizioni che hanno accompagnato negli ultimi anni i governi cosiddetti progressisti in America. La militarizzazione del paese non diminuisce, mentre il conservatorismo in difesa dell’istituzione della famiglia tradizionale permane. Inoltre, la vicinanza alle lobby cristiane ed in particolare evangeliche, ma anche l’ideologia del progresso ad ogni costo, approvando alcuni vecchi e nuovi progetti di grandi opere (mentre altre del tutto simili vengono cancellate in quanto anti-ecologiche), hanno portato al conflitto aperto con movimenti sociali come il movimento femminista, l’ecologista e con lo zapatismo.

Se in termini di indirizzo politico, economico e sociale abbondano le continuità con il passato, quello che sembra essere al centro della “trasformazione” obradorista è più che altro la lotta alla corruzione, una vera e propria bandiera di questo governo, con la quale cerca di contrastare le escrescenze più scandalose del sistema di affari clientelare pubblico-privato delle gestioni PRI e PAN. In un paese come il Messico che a differenza di altri paesi latinoamericani non ha mai vissuto grandi processi ad alte cariche dello Stato, il fatto che il governo Obrador abbia cominciato processi giudiziari contro alti funzionari di Stato è percepito come una conquista enorme. I casi più eclatanti sono due, Emilio Ricardo Lozoya Austin, ex direttore della PEMEX (l’impresa statale di produzione e distribuzione di petrolio e gas) con diversi capi di accusa legati a corruzione e collusione e Salvador Cienfuegos, ex segretario della difesa, accusato di corruzione e collusione con gruppi del narcotraffico, arrestato negli USA ma poi rilasciato.

La lotta alla corruzione e ai privilegi, oltre a una parziale attuazione di politiche ridistributive e una moderata attenzione ai diritti sindacali, sono quindi gli assi attraverso cui il governo in carica prova ad attenuare alcuni effetti delle politiche liberali. Sicuramente, ci sono aspetti importanti di questo governo, che si muove in questa epoca di crisi economica generale, come l’innalzamento del salario minimo, una revisione delle norme alla base dei processi di sindacalizzazione ed anche un freno ad i processi di outsourcing nelle imprese. Inoltre, alcune politiche che hanno portato trasferimenti diretti alle classi popolari e forzato in parte le imprese a tutelare il salario dei loro lavoratori, rappresentano sforzi di attenuazione dell’impatto della crisi economica legata alla pandemia che sicuramente non sono stati ricevuti come politiche favorevoli da parte della classe imprenditoriale-borghese.

Ayala non silenzia né le ambiguità e le contraddizioni dell’azione di governo obradorista, sebbene il poco peso che dà a megaprogetti di morte come il corridoio logistico transismico, il Tren Maya e il Proyecto Integral Morelos, oltre che a una gestione delle frontiere perfettamente al servizio degli interessi statunitensi, sconta a nostro avviso un eccesso di benevolenza verso un governo che deve essere considerato per quello che è: un miglior gestore degli interessi capitalisti in una fase di crisi acuta della società messicana e globale. Tuttavia, è importante prendere anche atto del suo giudizio di fondo: il governo di López Obrador non rappresenta una mera continuità con l’epoca del PRI e del PAN, ed è su questo scarto e sui nuovi spazi di possibilità che con esso si aprono (o si chiudono) che deve giocarsi l’analisi e la prassi di una sinistra anticapitalista [Carlotta Ebbreo e Alessandro Peregalli].

Avere chiaro che il governo di López Obrador non si propone una rottura con la borghesia è importante. Ma è anche completamente insufficiente.

L’uragano elettorale che ha spazzato via il dominio egemonico dei due principali partiti borghesi – il Partido Revolucionario Institucional (PRI) e il Partido de Acción Nacional (PAN) – alle elezioni presidenziali del luglio 2018, ha prodotto una polarizzazione politica tra il nuovo governo e i partiti del vecchio sistema non ancora scomparsa. Anzi, sta acquistando un nuovo impeto grazie al processo penale contro Emilio Lozoya Austin, figura importante e molto vicina all’ex-presidente Enrique Peña Nieto, accusato di riciclaggio di denaro, corruzione e frode. Attualmente la controversia tra il presidente Andrés Manuel López Obrador e il vecchio sistema si spinge oltre il terreno elettorale e mira a un confronto che potrebbe sfociare nel consolidamento di un nuovo tipo di sistema capitalista.

Va ricordato che nel processo elettorale del 2018 sono stati replicati gli stessi meccanismi che avevano impedito il trionfo di Cuauhtémoc Cárdenas nel 1998 e di Andrés Manuel López Obrador (AMLO) nel 2006, come la frode elettorale, la compravendita di voti e decine di politici assassinati, meccanismi che sono però falliti di fronte all’impressionante malcontento per la corruzione, l’autoritarismo e la miseria causata da più di trent’anni di neoliberismo. Questo malcontento ha portato più di 30 milioni di voti al candidato vincitore: il 53% del totale.

Non si è trattato, come sostiene una parte della sinistra messicana, di una manovra di palazzo affinché tutto restasse uguale, ma di un’enorme spinta popolare che, nel caso non fosse stato rispettato il risultato elettorale, avrebbe provocato una protesta dalle conseguenze imprevedibili. López Obrador non era il candidato dell’oligarchia classista e razzista – che lo ha sempre considerato uno scomodo parvenu – bensì un rospo da ingoiare per evitare un male peggiore.  Di fronte all’evidente agonia del sistema autoritario e semidittatoriale del PRI-PAN, vi è stato un settore oligarchico – capeggiato da Alfonso Romo e, in misura minore, da Carlos Slim (Gruppo CARSO), Salinas Pliego (TV Azteca) e Emilio Azcárraga (Televisa) -, che ha optato per concedergli un discreto appoggio, a differenza di un settore maggioritario che ha deciso di avversarlo.

La divisione nell’élite.

Questa divisione nell’élite proviene da lontano. Alcuni settori dell’oligarchia concordavano con la corrente di economisti, guidata da Joseph Stiglitz, Paul Krugman o Jeffrey Sachs, che affermava che il neoliberalismo ortodosso era impraticabile e richiedeva adattamenti al modello. Questo settore, inoltre, si sentiva sempre più a disagio nel sostenere un sistema chiaramente autoritario, corrotto, legato al narcotraffico, che proteggeva gruppi di borghesi arrivisti e sciacalli che gli facevano concorrenza (questi ultimi, i più conservatori-patriarcali, omofobi, razzisti e classisti-fortemente dipendenti dallo Stato, neoliberali ortodossi e ferrei oppositori del governo di AMLO). Si trattava di una divisione nel seno di un’oligarchia che era rimasta compatta per decenni.  Una divisione che prefigurava i conflitti ai quali assistiamo attualmente.

Le differenze tra i gruppi oligarchici e López Obrador non si incentrano sulla continuità con il capitalismo. Il governo di López Obrador, senza alcun dubbio, non è un governo socialista né si propone una rottura con la borghesia. Esprime, invece, differenze fondamentali sul ruolo che deve ricoprire lo Stato in quanto regolatore della politica economica. E tali differenze si sono acutizzate durante la pandemia di COVID-19. Mentre gli organi di rappresentanza imprenditoriale aspettavano la dichiarazione di uno stato di contingenza sanitaria (che obbliga la parte padronale a pagare come indennizzo un salario minimo al giorno anche per un mese), il governo federale ha decretato uno stato di emergenza sanitaria per cause di forza maggiore, che garantisce la retribuzione totale di salari e prestazioni.

Tuttavia, il maggior conflitto si è verificato a causa della richiesta da parte degli imprenditori di un incremento del debito pubblico per sovvenzionare il pagamento delle tasse o per riscattarle in caso di fallimento, così come succedeva sotto il vecchio sistema Non è stato concesso loro nessuno di questi privilegi. Anzi, si sono visti obbligati a pagare i debiti d’imposta e a pagare puntualmente le tasse anche in piena pandemia, mentre viene mantenuta la spesa per il welfare e vengono canalizzate risorse verso i piccoli e i medi imprenditori.

L’élite e il governo si sono scontrati anche su altre questioni: annullare la costruzione dell’aeroporto nel Lago di Texcoco, in quanto anti-ecologico e in quanto rappresenta un affare di corruzione dell’entourage di Peña Nieto; abolire la cosiddetta «Riforma Educativa», perché contrasta gli interessi degli insegnanti e perché apre la strada alla privatizzazione dell’istruzione pubblica; rispettare la consultazione popolare per sospendere la costruzione del birrificio Constellation Brands nella città di Mexicali, Baja California, poiché costituiva una minaccia per il rifornimento dell’acqua a una città semidesertica; favorire il ripristino della sovranità energetica mediante la costruzione di una nuova raffineria e la modernizzazione delle cinque già esistenti (in materia di energia elettrica è stato elaborato un nuovo assetto operativo che annulla i privilegi alle imprese produttrici di energia fotovoltaica, cosa che ha fatto gridare allo scandalo le società transnazionali, soprattutto Iberdrola).

La politica del nuovo governo nei confronti dell’America Latina e i Caraibi ha mostrato aspetti solidali e sovrani, come l’opposizione alla tentata invasione nordamericana del Venezuela-determinante per scongiurarla- e l’asilo politico concesso al presidente Evo Morales per garantire sicurezza a lui e alla sua famiglia. I precedenti governi neoliberali si sarebbero senza dubbio sottomessi ai voleri di Washington.

Questo lato progressista della politica di Obrador è in contrasto con altri che riaffermano la continuità con le politiche neoliberali. Un primo esempio è il mantenimento e consolidamento dell’accordo commerciale con gli Stati Uniti e il Canada (T-Mec). Ma la lista continua e comprende anche la promozione di megaprogetti che, seppure potrebbero rivelarsi importanti propulsori per lo sviluppo di regioni impoverite e ridurre drasticamente il consumo di idrocarburi, così presentati sono in realtà funzionali allo sviluppo del turismo predatorio, di parchi industriali (il Treno Maya e quello che attraversa l’Istmo di Tehuantepec, progetti approvati tramite consultazioni fittizie con le popolazioni indigene, ne sono esempi paradigmatici).

L’agenda di AMLO non contempla nessun tipo di audit sul debito pubblico, mentre prevede continuità nell’applicazione di una rigida austerità che ha provocato il licenziamento di decine di migliaia di impiegati pubblici e ha limitato la possibilità di incentivare il mercato interno. Malgrado abbia promesso la smilitarizzazione del paese, il governo si è visto scavalcato dall’aumento della violenza criminale e ha deciso di prolungare la presenza dell’esercito nelle strade per tutta la durata del sessennio, senza creare istanze civili o umanitarie che fungano da controllo o pretendano.

Andrés Manuel López Obrador nel 2012

La fine del vecchio sistema?

Il nucleo dell’attuale scontro tra il governo Obrador e i fautori del vecchio sistema ruota intorno al processo penale aperto contro Emilio Lozoya Austin (membro del team di Enrique Peña Nieto nella campagna elettorale del 2012 e successivamente nominato Direttore dell’azienda statale Pétroleos Mexicanoc-PEMEX), accusato dall’azienda brasiliana Odebrecht di aver ricevuto milioni di dollari per finanziare la campagna presidenziale in cambio di succosi/lauti contratti. Emilio Lozoya non è un ex-funzionario qualunque: la sua famiglia proviene dalla vecchia élite del PRI, ha fatto parte del primo entourage di Peña Nieto ed è accusato anche di altri scandali legati alla corruzione. Queste denunce sono state archiviate dal governo precedente e riaperte dall’attuale Procura Generale della Repubblica, che ha ottenuto l’estradizione dalla Spagna con la condizione che diventasse un testimone protetto per denunciare coloro che presumibilmente gli hanno ordinato di commettere gli illeciti.

Le conseguenze di questo processo hanno implicazioni colossali in un Messico dove la corruzione è stata un elemento di coesione del vecchio sistema e dove l’impunità per i piani alti del governo è sempre stata garantita. A differenza del resto dell’America Latina, in Messico non esistono pressoché antecedenti (a eccezione di qualche vendetta personale) di processi per corruzione a un alto funzionario e men che meno a un ex-governante. Le informazioni di Lozoya, che puntano il dito contro gli ex-presidenti Paña Nieto e Carlos Salinas de Gortari (PRI), Felipe Calderón Hinojosa (PAN) e i suoi collaboratori più stretti, stanno distruggendo la poca credibilità rimasta ai partiti del vecchio sistema e intensificando la pressione sociale per mettere fine all’impunità, processare tutti i funzionari corrotti e recuperare la ricchezza acquisita tramite malversazioni. 

López Obrador è consapevole del fatto che questo processo costituisce un’arma molto potente per liquidare i vecchi partiti e costruire una nuova egemonia che gli permetta di gettare le basi di un sistema capitalista moderno e democratico. È questa la ragione per la quale praticamente tutti i giorni continua a denunciare la «mafia del potere» per il suo legame con il narcotraffico e i numerosi casi di corruzione (che associa alla bancarotta neoliberale) e a segnalare, a volte anche con nomi e cognomi, chi li ha commessi. La sua chiamata a realizzare una consultazione popolare per processare gli ex-presidenti che si sono macchiati di qualche delitto, al di là del suo scarso effetto legale, ha lo scopo di incoraggiare una grande mobilitazione che lo renda più forte contro i suoi oppositori.

Sicuramente questo conflitto scatenerà bufere ancora più violente. È difficile pensare che i membri della «mafia del potere» rimangano con le mani in mano di fronte all’attacco obradorista: dispongono ancora di enormi risorse e della capacità di fare ricorso alle manovre politiche più bieche – violenza inclusa – per sopravvivere. Il tempo dirà quanto è solido l’obiettivo di democratizzazione e di lotta alla corruzione dell’attuale governo.

López Obrador e la classe lavoratrice.

All’interno del debole e frammentato sindacalismo democratico, si nutrivano grandi speranze che con l’arrivo del nuovo governo venissero revocate le riforme neoliberali in materia di lavoro e smantellate le vecchie strutture corporative e corrotte che tengono la classe lavoratrice con le mani legate (e che risultano fondamentali per spiegare la relativa stabilità del sistema scaturito dalla Rivoluzione Messicana del 1910).

Un veloce esame della politica del lavoro di Obrador non può omettere di segnalare il riconoscimento da parte del governo della convenzione 98 della Organización Internacional del Trabajo (O.I.T.), relativa al diritto di sindacalizzazione e contrattazione collettiva. E nemmeno la riforma del lavoro che, sebbene introduca rigidi controlli nella vita interna delle organizzazioni sindacali, favorisce l’elezione dei suoi dirigenti tramite voto libero, diretto e segreto, obbliga i dirigenti sindacali a rendere conto della gestione delle quote della negoziazione dei contratti collettivi del lavoro, blocca l’esistenza dei contratti collettivi di protezione padronale, rende trasparente il registro delle organizzazioni sindacali e dei contratti collettivi del lavoro e permette maggior libertà sindacale riconoscendo l’esistenza di più di un’organizzazione sindacale in ogni azienda (pur rappresentando questa un’arma a doppio taglio).

Negli ultimi due anni i salari minimi generali hanno subito un incremento di quasi il 40% e 110% circa nella zona di frontiera settentrionale, sebbene questo beneficio non sia stato esteso ai salari da lavoro dipendente e sia stata stabilita una rendita base per gli adulti sopra i 68 anni (65 per i gruppi indigeni) di 1.275 pesos mensili. Anche la creazione del programma di formazione per giovani che non studiano né lavorano (con un contributo mensile di 3.748 pesos e assicurazione medica contro malattia, maternità e infortuni sul lavoro) è un importante passo avanti, seppur con un grande problema: viene ampiamente monopolizzato dalle grandi imprese, che ottengono mano d’opera gratuita senza offrire nessuna garanzia di assunzione.

D’altro canto, si deve segnalare che si mantengono ancora i tetti salariali nelle revisioni contrattuali e che non è nemmeno stata avviata una riforma legislativa per bandire l’outsourcing e altre forme perverse di assunzione contrattuale, che perdurano anche all’interno dell’amministrazione pubblica.

Dinnanzi alla crisi delle Afores (sistema pensionistico privato copiato dal fallito modello della dittatura cilena e imposto in Messico durante il periodo neoliberale), Obrador ha presentato una bozza preliminare che non è altro che una timida riforma. Anche se migliora le pensioni, mantiene intatta la struttura del sistema, mentre invece sarebbe veramente necessaria la sua totale abolizione e il ritorno a un sistema solidale, con il controllo da parte dei lavoratori dei propri fondi pensionistici (e realizzando, beninteso, un audit sulla cattiva amministrazione precedente).

Sebbene la riforma del lavoro incoraggi la depurazione e la democratizzazione delle organizzazioni sindacali, questo obiettivo non può essere raggiunto nel contesto di debolezza estrema, frammentazione e corporativismo dei sindacati indipendenti. I lavoratori, sotto il giogo del sindacalismo corporativo, non sono ancora in grado di recuperare/reimpossessarsi delle? le loro organizzazioni sindacali. In Messico, appena il 3% della classe lavoratrice può contare su sindacati autentici. I sindacati burocratici rappresentano l’8% dei lavoratori mentre quasi il 90% di questi ultimi non appartiene a organizzazioni sindacali o continua a far parte di associazioni di protezione padronale.

Per cercare di cambiare questo panorama, alla fine dello scorso luglio diverse organizzazioni di lavoratori rurali e urbane hanno indetto un grande Convegno Nazionale con lo scopo di unire le forze del settore popolare e delineare la lotta per un nuovo paese. È possibile che da questo Convegno, che si terrà probabilmente nel novembre del 2020, scaturiscano gli accordi necessari per favorire la riorganizzazione della classe lavoratrice messicana e per contendere alle mafie corporative la guida dei movimenti sociali.

A differenza del sistema cardenista (1934-1940), López Obrador non ha cercato il sostegno delle masse organizzate per avviare il suo programma riformista o per affrontare i settori più reazionari della borghesia e dell’imperialismo. Al contrario, con la motivazione di evitare la gestione corrotta e clientelare dei programmi sociali, ha optato per personalizzare la sua consegna, scavalcando anche organizzazioni sociali democratiche e indipendenti. Salvo alcune eccezioni, ha favorito la relazione con le vecchie e nuove confederazioni sindacali «charras[1]» come la Confederación de Trabajadores de México (CTM) o la Confederación Autónoma de Trabajadores y Empleados (CATEM), evitando di incontrare il sindacalismo democratico rappresentato dall’Unión Nacional de Trabajadores (UNT) o la Nueva Central de Trabajadores (NCT).

A mo’ di conclusione

Avere ben chiaro che il governo di López Obrador non si propone una rottura con la borghesia è importante. Ma è anche del tutto insufficiente.

López Obrador non è come il PRI o il PAN, dal momento che non si sottomette ai dettami dell’oligarchia; ma non riesce neppure a chiudere con essa. Intanto che cercava di allontanare dal potere i vecchi partiti, ha dovuto cercare l’appoggio di un’intensa mobilitazione popolare e un’alleanza con una parte della classe dominante. Questo inizio conferisce al suo governo i tratti di un bonapartismo progressista. Quando la classe dominante non può più governare come prima e la classe lavoratrice non possiede la coscienza, l’organizzazione e la disciplina necessarie per mettersi alla testa di un progetto di nazione, sorge una terza opzione, normalmente incentrata su una persona sola, che si presenta «al di sopra delle classi sociali» e che, senza pretendere di cambiare dalle radici l’ordine capitalista, prova a fare concessioni agli uni e agli altri nel nome dell’«interesse della Nazione».

L’attuale governo oscilla tra il capitale straniero e quello locale, tra un’oligarchia nazionale e una classe lavoratrice relativamente debole e divisa.  Si eleva, diciamo così, al di sopra delle classi sociali. Da una prospettiva nazionale, López Obrador appartiene a quella vecchia corrente nazionalista rivoluzionaria o cardenista, che tenta di ristabilire un Welfare di stato su basi democratiche non autoritarie. Staremo a vedere.

[1] Con il termine sindicato charro o charrismo sindical si intende un sindacato che obbedisce agli interessi delle imprese o delle autorità governative.

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Gerilla TV ha pubblicato un filmato dell'azione delle forze di difesa aerea Martyr Delal (droni aerei) contro l'avamposto di Girê e Koordine Hill.

Gerilla TV ha diffuso le riprese dell'azione delle Forze di Difesa Aerea Martire Delal (droni aerei) contro l'avamposto di Girê a Çukurca l'11 dicembre e Koordine Hill nella zona di Bektoria di Heftanin.

Qui di seguito il video: https://twitter.com/i/status/1339532293820608512

L'HPG Press Contact Center ha parlato dell'azione:

"Le nostre Forze di Difesa Aerea Martire Delal (droni) hanno effettuato un'azione a Çelê a Colemêrg alle 11:10 dell'11 dicembre e nella regione di Heftanin alle 13:45, il pkk ha rivendicato l’attacco e ha rilasciato una dichiarazione in cui diceva che: “Le unità di difesa Curde hanno effettuato azioni con veicoli aerei senza equipaggio ( DRONI) contro gli invasori Turchi e un loro avamposto sulla collina di Koordine, nella zona di Bektoria. In entrambe le azioni, i droni hanno colpito gli obiettivi determinati e l'azione ha raggiunto con successo il suo obiettivo".

 

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