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Articoli filtrati per data: Wednesday, 02 Dicembre 2020

Jesús González Pazos

L’America Latina è attraversata da massicce proteste sociali contro la situazione politica ed economica che là si vive. Dopo la parentesi dei peggiori mesi della pandemia, ora torna la mobilitazione.

Stiamo finendo questo 2020, l’anno che rimarrà nella memoria individuale e collettiva come quello che ha segnato un nuovo ritmo e una situazione sconosciuta per il mondo. Come le cronache di un secolo fa segnalano il 1918 come l’anno dell’altra pandemia, conosciuta come quella della febbre spagnola, questo 2020 sarà quello del Covid-19. Noi abbiamo un po’ manipolato con i nomi, ma i risultati sono simili: centinaia di migliaia di morti in mezzo ad un sistema economico messo sottosopra che, inoltre, si è mostrato incapace di prendersi cura della vita. Nel 1918 la pandemia si aggiungeva agli effetti catastrofici della I Guerra Mondiale; il 2020, con conseguenze ugualmente gravi che moltiplicano quelle derivate dalla crisi che dal 2008 coinvolge il sistema capitalista.

In questo quadro, le ferite della disuguaglianza e della concentrazione della ricchezza in sempre meno mani, sempre a scapito delle condizioni di vita di milioni di persone, nel mondo è un fatto innegabile. E a quello si aggiungono, come complemento ora imprescindibile, i tic autoritari e populisti che fanno sì che le democrazie siano ogni volta di più a bassa intensità riguardo alle libertà e ai diritti delle persone. Si dimostra così, una volta di più, che il neoliberalismo, che un giorno pensò sé stesso come unico responsabile per i secoli a venire, si faccia più autoritario nel suo fallimento allo scopo di conservare il proprio già discusso vecchio dominio.

Negli ultimi mesi del 2019 l’America Latina ha evidenziato questa realtà. Si era imposto il ritorno alle politiche di austerità, di tagli dei diritti, di privatizzazioni e di predominio dei dettami dei mercati, che erano ricette conosciute. Questo continente aveva sofferto queste medesime misure durante gli ultimi decenni del passato XX secolo e aveva ancora nella memoria più recente le sue conseguenze di generalizzato impoverimento e di crescita, non delle condizioni di vita, ma della disuguaglianza.

Ma, come dicevano prima, ora queste misure venivano associate a regimi democratici a bassa intensità. Sistemi che dovevano imporsi, anche se non fossero stati necessariamente votati dalla popolazione. E questo fece sì che i mesi finali del 2019 fossero pieni di proteste e rivolte sociali, che non solo avvennero in America Latina ma in tutto il mondo. Nonostante ciò, sarà nel continente latinoamericano dove, una volta di più, l’intensità della protesta sociale fu così grande che fece vacillare alcuni governi. In altri casi la reazione della destra fu così brutale, per restaurare il proprio antico potere, che giunsero al colpo di stato, come in Bolivia, con i conseguenti massacri e la repressione contro la popolazione. Abbiamo così assistito a mobilitazioni che sembrava si dessero il testimone percorrendo tutto il continente, in Ecuador, Colombia, Brasile, Cile, e la ragione stava sempre nell’applicazione delle vecchie ricette neoliberali che, inoltre, in questi ultimi tempi venivano accompagnate, non è che prima non lo fossero, ma ora era più evidente, dalla sistemica corruzione che percorreva e attraversava la totalità delle élite politiche ed economiche.

Dopo aver trattenuto il fiato per questa pandemia, il mondo torna a pulsare e in America Latina la protesta riprende forza. Non può essere contenuta. 

Si chiudeva l’anno e si apriva il 2020 quando tutto puntava su un incremento di questa esplosiva situazione. E giunse la pandemia di coronavirus che paralizzò le proteste e, in qualche modo, ci strinse i cuori fin quasi al soffocamento e al collasso del sistema. Questo mostrò, una volta di più, che è un modello fallito che non aveva la capacità di rispondere ad una pandemia mondiale. Le privatizzazioni dei servizi di salute o il loro abbandono riguardo ad investimenti pubblici, delle reti di assistenza sociale, della cura dei nostri anziani, la perdita di accesso all’educazione di gran parte dell’infanzia e gioventù delle famiglie di minori risorse, la delocalizzazione di imprese o la chiusura di molteplici settori di lavoro ha messo in questione, un’altra volta, la non validità di questo modello se non per aumentare i conti dei profitti delle imprese e delle loro élite parassite.

E, nonostante ciò, dopo aver trattenuto il fiato per questa pandemia, il mondo torna a pulsare e in America Latina la protesta riprende forza. Non può essere contenuta. La schiacciante sconfitta elettorale in Bolivia della destra golpista e delle sue tesi politiche ed economiche, si traduce in una rinnovata scommessa per riprendere e approfondire il processo di trasformazioni a favore delle maggioranze. Il contundente posizionamento in Cile, la settimana seguente, per liquidare la costituzione neoliberale-pinochetista apre di nuovo i viali per avanzare in una società veramente democratica e non ostaggio di una transizione politica che salvò in gran misura il ruolo della dittatura. Nel momento in cui avevano luogo le elezioni boliviane, in Colombia avvenivano grandi mobilitazioni che percorrevano il paese e che, partendo dalla determinazione indigena, hanno finito con il contagiare la totalità dei settori popolari; si chiede di mettere fine alle azioni dei gruppi armati (dissidenze, paramilitari) che quotidianamente assassinano i dirigenti sociali. Ma, soprattutto, si chiede responsabilità al governo di questo paese che non vuole andare avanti nell’adempimento degli Accordi di Pace, per cui la nuova Colombia sembra troppo alla vecchia in quanto a mancanza di diritti e di condizioni di vita degne.

Il Guatemala è l’ultimo paese della più recente lista di ribellioni delle ultime settimane. Il paese dell’eterna primavera che le sue squallide ma potenti élite non lasciano fiorire.

Anche il Perù,  questo paese andino silenzioso negli ultimi anni, che ancora vive sotto le paure del conflitto interno sofferto negli ultimi decenni del secolo passato e sotto l’egida del neoliberalismo, scende in strada e protesta. Lo fa contro una classe politica tradizionale attraversata dalla corruzione e in lotta con sé stessa per definire le quote di potere e di benefici negli affari che dalle strutture dello stato controllano, mentre il paese affonda nella miseria.

Il Guatemala è l’ultimo paese della più recente lista di ribellioni delle ultime settimane. Il paese dell’eterna primavera che le sue squallide ma potenti élite non lasciano fiorire. Controllano tutti i livelli dello stato e limitrofi. È conosciuto il “patto di corrotti” che in questo paese centroamericano determina le strette connivenze tra la classe politica, l’oligarchia e il narcotraffico. Hanno cercato di approvare un bilancio con il maggior livello di indebitamento della storia del paese e che, senza affrontare le dure conseguenze della disuguaglianza aggravata dalla pandemia, portava nuovi tagli sociali affinché questo patto di corrotti aumenti i loro benefici.

Insomma, agli sgoccioli del 2020 l’America Latina riprende il suo braccio di ferro nella sua ferma scommessa contro un sistema economico e politico ingiusto che continua a condannarla all’impoverimento e alla disuguaglianza. L’America Latina è viva e cammina.

27 novembre 2020

El Salto

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Il 2 dicembre 1977, un nucleo di Prima Linea ferisce alle gambe lo psichiatra Giorgio Coda, a lungo a capo dei manicomi di Collegno e Villa Azzurra.

Nel processo di primo grado che lo vede protagonista per le sevizie contro i piccoli pazienti del manicomio di Collegno, Coda viene condannato a cinque anni di reclusione: tre gli vengono amnistiati, in una sentenza che appare storica non tanto per la esiguità della pena quanto per la partecipazione attiva nel dibattimento delle vittime di Coda e in definitiva del sistema degli ospedali psichiatrici in Italia.

«Pare al tribunale che nell'imputato ricorra in pieno e integro il dolo», si legge nella sentenza di primo grado, «quando sottoponeva a punizione elettrica le parti offese egli aveva perfetta consapevolezza della illegittimità di tali punizioni, del loro carattere vessatorio, della loro identità a creare nei soggetti passivi una totale soggezione ai voleri del Coda». Un medico che lo stesso giudice Venditti definirà «chiuso in una torre d'avorio, protetto da chi doveva controllare quanto succedeva all'interno dell'ospedale, insensibile alle sofferenze dei malati».

Era stata Maria Repaci – una assistente sociale del Centro tutela minorile di Torino – a inviare nel 1968 al presidente del Tribunale dei minori un rapporto di cinque pagine. Nello scritto si raccontava la vicenda di un bambino di dieci anni, Alberto Bonvicini, ricoverato nell'ospedale di Collegno per avere ingoiato una biglia di vetro. Da qui il trasferimento a Villa Azzurra, diretta da Coda, nella quale il bambino viene legato al letto per settimane. Quando il presidente del tribunale trasmette a sua volta un rapporto alla Procura della Repubblica, dopo un anno l'inchiesta finisce nelle mani di un giudice istruttore. Dagli interrogatori viene fuori l'esistenza di un sistema fatto di vere e proprie torture ai danni delle persone ospitate nelle strutture dirette da Coda. Emergono particolari raccapriccianti: alcuni ex degenti risultano non avere più denti, spezzatisi a seguito delle sedute di elettroshock. La macchina per il cosiddetto «elettromassaggio» veniva portata in processione nei reparti, a mo' di ammonimento, e regolarmente usata: una volta posizionata nelle vicinanze dei letti dei ricoverati, gli infermieri tenevano fermo il malato, il medico applicava gli elettrodi e il circuito veniva chiuso. A partire da quel momento, il paziente si contorceva per le scariche elettriche: urla, perdita di feci e urina, con gli altri pazienti ad aspettare terrorizzati il proprio turno.

Nonostante le testimonianze, durante il dibattimento emerge un cavillo che rischia di alleggerire ulteriormente la posizione dello psichiatra: gli avvocati dell'imputato fanno osservare che mentre l'ufficio istruzione di Torino indagava sulla attività di Coda, lo stesso medico risultava essere ancora giudice onorario presso il Tribunale dei minori. Il codice di procedura penale, fanno osservare i difensori del professore, dice che un giudice non può essere processato presso il tribunale in cui espleta le sue funzioni. I giudici della Corte d'appello non accolgono la tesi dei difensori del professore, ma nemmeno la rigettano: semplicemente rinviano gli atti alla Cassazione affinché si pronunci sulla competenza del Tribunale di Torino a processare lo psichiatra.

Coda, dal canto proprio, si dichiara vittima di una macchinazione. I giornali torinesi fanno notare come lo psichiatra, nonostante l'utilizzo dell'elettroshock su centinaia di pazienti, sia finito a processo soltanto a seguito della denuncia di una assistente sociale. Alcuni giornali utilizzano il termine «sevizie» tra virgolette.

Il 2 dicembre 1977, Coda viene gravemente ferito da un nucleo di Prima Linea nel suo studio di via Casalis, a Torino. Il commando entra in azione alle 18,40: in studio, oltre a Coda, il collega Treves e Carla Simonessa, l'infermiera-segretaria. Proprio la Simonessa, dopo aver sentito il citofono suonare, si avvicina al portone: «siamo della polizia, non si preoccupi», sente dire dall'esterno. Quando la donna apre il portone, si ritrova di fronte quattro giovani con le pistole spianate. Uno di questi prende per il braccio l'infermiera e la trascina nel bagno mentre un secondo uomo raggiunge correndo la stanza nella quale Coda visita i pazienti: afferra lo psichiatra, lo incatena al termosifone e lo obbliga a inginocchiarsi. Il breve «processo» al quale lo psichiatra viene sottoposto tocca fatti già emersi durante l'inchiesta della magistratura partita con l'esposto del 1968. Le accuse sono lanciate in modo freddo e la sentenza è di condanna: un primo proiettile si conficca nella spalla destra del medico, un secondo nella sinistra, mentre un terzo va a spappolare il ginocchio. I colpi destinati al medico avrebbero dovuto essere cinque: un probabile inceppamento dell'arma risparmia a Coda gli altri due, che vengono ritrovati inesplosi per terra. Alle 19 il commando è già in strada, non senza prima aver tranciato i cavi del telefono.

I primi soccorsi a Coda vengono operati da un farmacista della zona. Ambulanza e polizia arrivano presto: Coda finirà alle Molinette in prognosi riservata. La modalità del ferimento non è probabilmente casuale. Durante il processo al medico era emerso un episodio, denunciato da un gruppo di assistenti sociali, di un bambino legato a un termosifone e poi liberato con ustioni alle braccia e alla schiena. Le modalità seguite nel ferimento di Coda sono quindi forse da ricercarsi in una logica da «contrappasso».

Poche ore dopo l'agguato allo psichiatra, la segreteria della federazione del Pci torinese esprime «la più ferma e recisa condanna per il gravissimo atto di violenza terroristica di cui è stato vittima il prof. Coda».

«Siamo in presenza», prosegue il comunicato, «di un nuovo oscuro episodio dell'ondata di violenza e terrorismo che ha preso di mira, da mesi, la nostra città. La stessa scelta della vittima conferma che ci troviamo di fronte a una azione condotta con freddezza e cinismo che mira a indebolire le difese democratiche anche creando elementi di equivoco nel giudizio della opinione pubblica. Proprio per questo occorre che anche in una simile occasione l'esecrazione e la ripulsa della violenza siano generali. Chi spara alle gambe, chi uccide, chi lancia le molotov, chi fa della violenza il proprio credo politico è un nemico della classe operaia e della democrazia».

«”Porco”, mi dicevano, “bastardo”, eppure io ho fatto soltanto il medico e tanta gente ha ricevuto benefici da me», dice Coda sul letto di ospedale, «ma questi terroristi mi hanno processato e condannato in un minuto. Sì, sono proprio io quello dell'elettroshock. Fate qualcosa, ho un male terribile».

Il bambino Alberto Bonvicini nel frattempo e diventato un compagno di movimento, partecipa ai circoli giovanili di allora, finisce in carcere per un paio d'anni, mai si è dissociato e concluderà la sua esistenza a Roma a 33 anni, nel 1991.

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Guarda il video “L'elettroshock come cura dello psichiatra elettricista Giorgio Coda”:

 

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E’ passato un anno e molte cose sono successe. La pandemia ancora in corso di covid-19, gli insulsi e falliti tentativi di allargamento del cantiere di Chiomonte, gli splendenti e ritrovati mulini della val Clarea ed un’intensa estate di lotta.
Abbiamo capito ancora di più quanto i territori che viviamo non siano solo risorse da consumare, ma come essi siano la nostra possibilità di vivere una vita dignitosa.

La pandemia globale ha svelato un sistema sanitario demolito da anni di tagli in favore di opere inutili e dannose come il Tav e le speculazioni, che ha retto e sta reggendo solo grazie all’impegno di chi lavora nel comparto sanitario, con immani sforzi.
Il sistema del malaffare non è in grado di gestire questa situazione complessa e mette davanti a tutto il profitto e l’economia capitalista. Ad avere la priorità dovrebbe essere la nostra salute e la possibilità di uscire il più in fretta possibile dalla pandemia, costruendo la possibilità che questa non si ripeta.

Appena passata la prima ondata la priorità del governo Conte è stata quella di riprendere i lavori nel cantiere di Chiomonte, ora in piena seconda ondata e con la sanità al collasso vorrebbero riprendere i lavori (lo scavo delle nicchie del tunnel geognostico, e l’allargamento del cantiere) e aprire un nuovo sito a San Didero.

Inoltre, nonostante questa fase più che in passato dimostri la legittimità delle nostre ragioni, è continuato l’accanimento giudiziario contro il movimento, incarcerando Dana con una sentenza assurda e mettendo molti altri ai domiciliari e con altre restrizioni.
Nonostante sia sul lato italiano che su quello francese i maggiori comuni interessati dall’opera siano contrari, sono stati addiritura destinati al Tav parti del Recovery Fund.
Si minaccia di far transitare migliaia di tonnellate di smarino pieno d’amianto sulle statali della valle e della provincia di Torino, e di trasformare il territorio di Susa in un deposito di scarti mortiferi del tunnel di Chiomonte.
Come movimento No Tav non abbiamo intenzione di rimanere immobili a guardare questo ennesimo scempio ai danni della Val Susa e dell’Italia intera.
Perchè nulla sia più come prima vogliamo manifestare a San Didero per un 8 dicembre di lotta e di futuro. 

Perchè immediatamente si blocchi l’inutile e devastante spreco di denaro pubblico verso un’opera inutile, economicamente insostenibile ed ambientalmente devastante. 

A San Didero in vista del futuro cantiere per lo spostamento dell’autoporto da Susa dove vorrebbero costruire una faraonica stazione “internazionale” che pochi probabilmente useranno

Chiediamo a tutte e tutti di mobilitarsi nonostante la difficile situazione della pandemia.
Avanti Notav! A sarà dura!

IL PROGRAMMA :

Giovedì 3 dicembre, ore 17.30, Torino, Casa Circondariale Lorusso e Cutugno. Sosteniamo Dana partecipando al presidio organizzato dalle Mamme in Piazza per la Libertà di Dissenso. Venerdì 4 dicembre ore 18  Apericena ai cancelli della centrale di Chiomonte Sabato 5 dicembre, ore 11, Torino, Piazza Castello, presidio contro gli sprechi delle grandi opere inutili,più risorse per la sanità pubblica. Domenica 6 dicembre, ore 14, Manifestazione al campo sportivo di Giaglione Martedì 8 dicembre, ore 11, Manifestazione al Presidio di San Didero e a seguire polentata (La polenta sarà garantita fino ad esaurimento scorte, si invita quindi a portare il cibo da condividere)

Tutte le iniziative si svolgeranno nel rispetto delle norme anti-covid, delle persone più fragili e del buon senso. Ricordiamo l’utilizzo della mascherina!

Da notav.info

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Da oggi anche #Stella sarà privata della sua libertà. Questo pomeriggio le sono stati notificati gli arresti domiciliari per il processo “Oggi Paga Monti”, lo stesso per cui Dana è ancora in carcere, Nicoletta lo è stata prima, Fabiola è ai domiciliari e altr* 9 No Tav hanno ricevuto altre misure restrittive.

In quella giornata Stella distribuiva volantini che spiegavano le motivazioni del perché del rallentamento al casello della Torino-Bardonecchia.

Non ci stupisce che la Procura di Torino si sia accanita tanto per un volantinaggio, l’intento come sempre non è di punire per il reato commesso, bensì colpire le idee. Anche perché le misure indicano esplicitamente che le è vietato ogni contatto con chi fa parte del movimento.

Aspetteremo di leggere le motivazioni del Tribunale di Sorveglianza, ma già si può notare la solita strategia criminalizzante nei confronti della resistenza contro l’inutile grande opera e della Val Susa.

Mandiamo a Stella tutto il nostro sostegno e la nostra solidarietà e continueremo a lottare anche per lei.

Avanti #notav!

Stellalibera #tuttelibere #tuttiliberi

Da notav.info

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Qui il video del secondo webinar a cura di InfoAut e Radio Onda d'Urto.

 

Facendo un rapido bilancio dei dieci anni successivi alla ‘grande recessione’ del 2008, si può facilmente affermare che i pilastri della mediazione sociale del capitalismo ‘occidentale’ e italiano si stavano bruscamente logorando ben prima della pandemia Covid-19.

Se rimaniamo sul territorio italiano, il depauperamento e la sottrazione di risorse destinate ai bisogni essenziali della popolazione (scuola, sanità, diritti sul posto di lavoro) sono andati di pari passo con l’emersione di fenomeni elettorali e sociali ‘nuovi’ e ‘contraddittori’.
Da un lato abbiamo osservato la prepotente ascesa e la verticale contrazione dei 5 Stelle, dall’altro la ristrutturazione ‘vincente’ della destra italiana intorno alle figure di Meloni e Salvini.

Il Covid-19 irrompe in questo scenario sconvolgendo i rapporti sociali, i ‘conti’, e la narrazione ‘includente’ del capitalismo ‘italo-europeo’.

Quali tensioni e tendenze sono e saranno accentuate dalla pandemia globale e quali potrebbero invece perdere forza?

Il Recovery Fund e la sospensione momentanea del rigorismo ordo-liberista tedesco cosa rappresentano per l’UE e come modificano l’organizzazione dell’ostilità ‘economica’ reciproca tra i paesi UE?
In un’ottica di dialettica interna al nostro paese, cosa dobbiamo aspettarci? Simbolicamente quanto potrà pesare la manifesta politicità dell’austerity quando il rigore tornerà a bussare alle nostre porte?

I soggetti sociali più sotto pressione e danneggiati da questa ennesima virata critica sembrano essere disorientati e frastornati, lampi di rabbia si sono accesi ma in un contesto caratterizzato da una generale accettazione del contesto ‘eccezionale’. Come si possono leggere le recenti piazze e più in generale le risposte collettive dal basso che si dovranno esprimere contro l’ennesimo peggioramento delle condizioni materiali e immateriali di vita?

Entrambi i nostri relatori in questi ultimi dieci anni hanno analizzato e preso parola circa le trasformazioni del capitalismo contemporaneo, i suoi conflitti interni, e i suoi riverberi in una conflittualità latente, contraddittoria ma rappresentazione evidente di una mediazione sociale capitalista rotta e incompatibile con gli assetti di potere del ‘gioco democratico-elettorale’.

Ne abbiamo parlato con:

Raffaele Sciortino: dottore di ricerca in studi politici e relazioni internazionali e ricercatore indipendente

Andrea Fumagalli: economista all'università di Pavia e membro del Basic Income Network-Italia (Bin)

 

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