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Articoli filtrati per data: Wednesday, 16 Dicembre 2020

Quando è troppo, è troppo. Dopo 4 mesi senza stipendio con turni di 12 ore al giorno per produrre l'oggetto del desiderio delle masse occidentali una rivolta è esplosa dentro lo stabilimento di Narasapura gestito da un produttore taiwanese, la "Taiwan's Wistron".

Nello stabilimento sarebbero impiegati circa 15mila lavoratori di cui una buona parte con contratti precari ed interinali. La fabbrica è stata attaccata e devastata dagli operai esasperati dal trattamento dell'azienda. Oltre 120 sono stati gli arresti da parte della polizia e secondo le fonti ufficiali ci sarebbero danni per sette milioni di dollari. Alle 5 di mattina del 12 dicembre un migliaio di lavoratori si sono trovati al di fuori dell'azienda e dopo una mezz'ora sono iniziati i sabotaggi.

Un dirigente sindacale locale ha denunciato il "brutale sfruttamento" a cui sarebbero sottoposti gli operai della fabbrica di componenti elettronici. "Il governo dello Stato ha permesso alla Wistron di non rispettare i diritti fondamentali dei lavoratori", ha detto al quotidiano The Hindu il sindacalista.

La Apple, tentando di correre ai ripari, ha dichiarato di aver inviato un proprio team di investigatori per verificare se la Wistron adottava le linee guida della casa madre. Ma è evidente l'ipocrisia, quanto successo è conseguenza di quei meccanismi di subappalto e delocalizzazione  di cui le big tech si avvalgono costitutivamente.

Questo episodio di insorgenza operaia si inserisce nella fase di mobilitazione che sta coinvolgendo lavoratori e lavoratrici del paese e che ha visto a inizio mese uno dei più grandi scioperi del mondo in piena crisi pandemica.

L’India ha registrato più di 9,2 milioni di persone infettate dal Covid-19, il secondo conteggio più alto del mondo. Dall’inizio della pandemia, secondo i dati ufficiali, sono morte quasi 135.000 persone. È probabile che i numeri siano molto più alti. A questo si aggiungono i milioni di persone che hanno perso il reddito e che ora devono affrontare una maggiore povertà e fame, in un Paese dove già prima della pandemia il 50% di tutti i bambini soffriva di malnutrizione.

 

 

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Commentiamo con qualche giorno di ritardo un atto di razzismo successo nella gara di #ChampionsLeague allo Stadio Parco dei Principi tra Paris Saint-Germain e il Basaksehir, squadra turca vicino ad Erdogan, il 9 Dicembre.

Ma un atto di razzismo non ha una scadenza, non è mica uno Yogurt.

Il fattaccio avviene quando il quarto uomo, che è membro della quaterna arbitrale e già questo fa capire quanto sia radicato il problema, chiama “Negro” un membro della panchina del Besaksehir; l’offeso si ribella, la partita viene prima sospesa e poi annullata.

La libertà, la leggerezza e soprattutto il senso di impunità con cui l’arbitro si è appellato al giocatore è vomitevole. Sono ancora più aberranti le scuse e le giustificazioni con le quali si è cercato di sminuire tutto e far finta che non sia successo niente; come sempre succede.

Questa volta però il tappo è saltato e la voglia di ribellarsi a questo sistema che obbliga i calciatori a stare zitti e giocare nonostante vengano insultati in modo razzista, da tifosi e giornalisti con il menefreghismo delle istituzioni, ha prevalso. Il senso di fratellanza dei calciatori razializzati di ambo le squadre ha portato tutti a lasciare il campo e a rifiutarsi di giocare finché non fossero stati cambiati gli arbitri. La Uefa, spaventata, si è dovuta adeguare.

Una grossa evidenziatura, due righe con la matita rossa, la merita il fatto che sia il dittatore Erdogan (Erdogan!!!) ad erigersi a paladino dell'anti razzismo svilendo la causa e mostrando come questi personaggi senza scrupoli siano capaci di usare qualsiasi cosa per il proprio tornaconto personale.

Sappiamo tutt* chi è il dittatore turco e cosa rappresenta.

In Italia invece di episodi razzisti nel calcio ne abbiamo a bizzeffe, Koulibaly, Balotelli, Boateng giusto per citare i più recenti.

Dobbiamo tenere alta la guardia e fare in modo che quando succederanno nuovamente atti di razzismo, e succederanno, si reagisca con ancora maggiore fermezza; dal campetto dietro casa alla Serie A.

Il calcio è espressione della società ed i razzisti non hanno posto né li, come da nessun’ altra parte.

Asd Aurora Vanchiglia

Collettivo Ujamaa

 

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Questa mattina la città di Torino ha intitolato un giardino “Ai martiri della lotta contro l’Isis e alle vittime dei fondamentalismi”: è la prima in Europa.

È l’area verde compresa tra corso Novara, via Catania e corso Regio Parco, dirimpetto al Cimitero Monumentale. Superata l’iniziale contrarietà il Pd si è unito ai proponenti originari, i 5stelle, e la Commissione toponomastica ha votato il provvedimento all’unanimità, con la sola eccezione della Lega che ha abbandonato la riunione.

Per la prima volta una città europea riconosce pubblicamente, in questa forma, il sacrificio di migliaia di donne e uomini che hanno dato la loro vita per proteggere le loro famiglie, le loro case e le le loro città dalla furia dello sterminio religioso, dalla violenza sessuale sistematica, della persecuzione delle minoranze linguistiche, politiche e sessuali, della mortificazione del pensiero e della ricerca scientifica, della devastazione ambientale, architettonica, archeologica e artistica.

Come torinesi che sostengono l’Amministrazione democratica della Siria del nord-est, nata sul sacrificio di decine di migliaia di cadute e caduti nella guerra contro l’Isis e contro altri gruppi fondamentalisti, consideriamo storica questa vittoria. Essa è dovuta alla tenacia con cui i comitati e le/gli ex combattenti torinesi delle Unità di protezione delle donne e del popolo (Ypj-Ypg) hanno insistito in questi anni perché questo risultato fosse raggiunto. Le prime fasi di sensibilizzazione del Consiglio comunale sono state rese possibili dall’impegno di Dana Lauriola, oggi scandalosamente detenuta in carcere perché attiva nelle lotte sociali e che speriamo di aver presto tra noi a rendere possibili altre iniziative come questa. Difficile sarebbe stato questo risultato senza il supporto dell’Ufficio d’informazione del Kurdistan in Italia.

La nostra città ha patito due vittime per mano dell’Isis: Antonella Sesino e Orazio Conte, uccisi a Tunisi il 18 marzo 2015. L’Italia conta molte altre vittime. Il nostro paese può annoverare con orgoglio, tra le migliaia di caduti per la libertà della sua storia, due internazionalisti delle Ypg: Giovanni Asperti, di Bergamo, caduto a Derik il 7 dicembre 2018; Lorenzo Orsetti, di Firenze, caduto a Baghuz il 18 marzo 2019.

Questa è la dedica di una Città Medaglia d’Oro alla Resistenza ed è rivolta sia ai combattenti che alle vittime. Quelle coinvolte nelle tragiche vicende legate al più potente movimento fondamentalista globale del nostro tempo, ma anche emerse in seno ad altre religioni, continenti o nazioni.

È una dedica piccola ma enorme.

Non dimentichiamo i martiri caduti sotto le bandiere del Pkk in Iraq, che hanno dato la vita a centinaia, a diciotto o a vent’anni, per salvare decine di migliaia di uomini, donne e bambini ezidi dallo sterminio condotto dall’Isis nell’estate del 2014.

Non dimentichiamo chi si è trovato a combattere sotto le bandiere nazionali siriane o irachene, o nella società civile dei due paesi, perdendo la vita nella liberazione da gruppi fondamentalisti di quartieri, villaggi e città; i tanti profughi e sfollati dalle regioni dell’Ezidkhan iracheno o dell’Afghanistan che hanno preso le armi per liberare le loro stesse case o quelle di altre persone; i giovani provenienti dalla Turchia che hanno preso le armi contro l’islamismo in contrasto con il loro stesso governo; i caduti di nazionalità iraniana, giordana, egiziana; chi ha pagato con la vita la violenza jihadista in Tunisia, Algeria, Marocco, Burkjna Faso, Nigeria; le vittime degli attacchi dell’Isis in Francia, Inghilterra, Cataluniya, Svezia, Germania, Austria; i civili che hanno reagito durante gli attacchi, pagando talvolta il loro coraggio con la vita o scambiando volontariamente la propria con quella di persone più deboli o ostaggi.

Questa non è una dedica contro i “terrorismi”, concetto piegato da tempo sul piano giuridico ad ogni sorta di strumentalizzazione. É una dedica contro i fondamentalismi, male del secolo: male inutile fondato sull’ignoranza, che distrae gli oppressi dalla necessaria e urgente battaglia per un cambiamento su questa terra, per le nostre vite, dissipando energie umane in guerre che è facile per attori statuali fomentare in un divide et impera globale. I fondamentalismi sono sempre al servizio dei potenti.

Amiche e amici sono caduti a Manbij, Tabqa, Raqqa, Afrin, Derik o Deir el-Zor. Assoceremo al loro pensiero, di fronte al Cimitero monumentale, chi ha perso la vita a Christchurch, a Halle, a Nizza, a Pittsburg, a Srebrenica, Sarajevo o Sabra e Shatila. Questo luogo ci aiuterà a ricordare il costo che la protezione della vita, la conquista della libertà e la difesa della speranza hanno avuto ed hanno nella storia umana.

Comitati torinesi in sostegno all’Amministrazione democratica della Siria del nord-est

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Riprendiamo da internet questo bel video che raccoglie le immagini delle ultime settimane di mobilitazione in Val Susa. A discapito di quanto i giornali e i politicanti vorrebbero far passare in valle si continua a resistere con determinazione e consapevoli delle proprie ragioni! Buona visione!

 

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pubblichiamo dalla valle di Susa senza alcun commento. Il resto lo lasciamo ai nostri lettori.

da ilgiornale.it

Un poliziotto si fa male durante un servizio alla Tav di Chiomonte. Portato di peso giù dal sentiero, è stato trasportato nell’ultimo tratto su una carriola da muratori. Griesi (Fsp): “È assurdo”

Trasportato prima a spalla dai colleghi giù per uno sconnesso sentiero di montagna. Poi trascinato fino all’auto di servizio “a bordo di una carriola da muratore”, come “un sacco di patate” qualsiasi.

È successo domenica al cantiere Tav di Chiomonte, in provincia di Torino, ad un poliziotto del III Reparto mobile di Milano rimasto ferito durante un servizio nei boschi della Val Susa.

Domenica mattina il poliziotto viene comandato di servizio a difendere l’opera pubblica da anni nel mirino dei facinorosi No Tav. L’operatore è inquadrato nella squadra sigla radio “reparto Milano 22”. Tutto scorre quasi normalmente all’interno dell’area di cantiere non lontano dal viadotto. Alle 14 però dalla questura di Torino arriva l’ordine di mobilitarsi: i poliziotti vengono spediti in località Gaglione. L’obiettivo della missione è quello di stanare un gruppo di manifestanti che sta occupando l’area circostante una antenna. Normale amministrazione, se non fosse che la zona non si raggiunge con l’auto di servizio: gli agenti sono costretti ad avventurarsi lungo un sentiero di montagna disconnesso, con elevata pendenza e molto stretto. Il tutto a ridosso di un precipizio. I capi squadra comandano ai loro uomini di procedere in colonna per evitare brutte sorprese. La fatica si fa sentire: per affrontare i No Tav i poliziotti camminano con tutto l’equipaggiamento del caso: protezioni, casco, maschere antigas, scudo antisommossa. Non proprio una scampagnata tra i boschi con grigliata finale.

Durante la marcia accade quello che non doveva succedere. Uno degli operatori perde l’equilibrio e per non precipitare nel vuoto appoggia male il piede, si fa male alla caviglia e cade rovinosamente a terra. L’agente non può proseguire. I colleghi lo lasciano lì con un uomo a sua difesa e procedono incontro ai manifestanti. Il resto è normale amministrazione: i poliziotti respingono i facinorosi e poi tornano indietro. Sul sentiero incontrano di nuovo il ferito e a turni di due lo trascinano a peso giù dalla montagna. I dolori non mancano. Così come la fatica di portare a braccia un uomo sulla stretta stradina boschiva. La speranza è quella di raggiungere appena possibile un posto dove permettere il soccorso del 118. Peccato che al check point “Giaglione” non ci sia nessun sanitario, né una autolettiga o un’ambulanza per soccorrere eventuali feriti. Che fare? Il poliziotto va portato in ospedale. Così i colleghi lo caricano su una carriola da muratore e gli fanno percorrere così l’ultimo tratto di strada. Poi lo issano su un Discovery e lo portano al pronto soccorso CTO di Torino.

Il referto medico parla di dieci giorni di prognosi. L’agente oggi convive con una fasciatura semirigida dopo gli accertamenti radiografici e le visite del caso. Si rimetterà. Ma ora è tempo per le polemiche, sopratutto per la “mancanza di mezzi di soccorso” sul posto. “Siamo stufi di dover contare feriti, nella speranza che non si arrivi a qualcosa di più grave – dice al Giornale.it il segretario provinciale Fsp Polizia di Stato, Pasquale Alessandro Griesi – I reparti mobili negli anni hanno pagato un prezzo altissimo al cantiere TAV, con feriti gravi causati da delinquenti abituali privi di ogni scrupolo”. A far infuriare Griesi è il fatto che gli uomini vengano “indiscriminatamente impiegati all’esterno dell’area di cantiere e abbandonati a loro stessi nei boschi della Val Susa”. Le domande sono tante: perché far addentrare i manifestanti tra gli alberi “quando basterebbe fermarli ai parcheggi?”. Poi: “Quanto possono essere reattivi degli uomini lasciati al freddo estremo per ore e ore in caso di attacco?”. E ancora: “Ma è mai possibile che se si fa male un manifestante quasi arriva l’elisoccorso e noi veniamo portati via con una carriola come sacchi di patate?”. Per Griesi “ciò che è avvenuto è davvero assurdo”. E in fondo non chiede tanto: solo che ai feriti venga garantito almeno “un mezzo di soccorso idoneo”.

Da notav.info

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A Ferruccio Gambino chiediamo di parlarci di Gaspare De Caro un compagno che è mancato il 6 ottobre 2015 a Casalecchio sul Reno in provincia di Bologna.

Nato a Roma il 16 dicembre 1930, si laurea in Filosofia nell’Università di Roma. È poi borsista per un anno all’Istituto di Studi Storici a Napoli e lettore all’Università di Valladolid dove approfondisce lo studio del Cinquecento spagnolo, tema già studiato sotto la guida di Federico Chabod a Napoli. In seguito introduce e pubblica in italiano L’istituzione del principe cristiano. Avvertimenti e istruzioni di Carlo V al figlio Filippo, Zanichelli, Bologna 1969. Tornato in Italia comincia lavorare all’Istituto dell’Enciclopedia Italiana a Roma. Prima di entrare in questo Istituto introduce e cura l’edizione Einaudi del 1964 de “La Rivoluzione liberale” di Piero Gobetti. Già all’inizio degli anni ’60 collabora ai primi numeri dei Quaderni Rossi. Sue sono le tesi sulla storia d’Italia scritte insieme con Umberto Coldagelli , che aprono la prospezione di possibili ricerche sullo sviluppo della classe operaia e del capitale in Italia a partire dagli ultimi decenni dell’Ottocento.

Dal ’64 fa parte del gruppo che fonda la rivista Classe Operaia. Anche qui scrive alcuni articoli innovativi. Con l’attività presso l’ Istituto per Enciclopedia Italiana si dedica a problemi storici del ’900 che confluiscono nell’ampia e documentata biografia dedicata a Gaetano Salvemini (Salvemini, Utet, Torino 1970), pubblicata nella collana “La vita sociale della nuova Italia”. In quest’opera Gaspare De Caro studia criticamente l’eredita liberalsocialista italiana impersonata da Salvemini e dalla sua cerchia, seguendone gli esiti fino ai primi anni del secondo dopoguerra. È un libro controcorrente, apprezzato a sinistra e attaccato da qualche firma illustre tra i liberalsocialisti. Il Salvemini di Gaspare De Caro segna un momento importante nella storiografia italiana perché, tra l’altro, traccia una linea di demarcazione: da una parte il liberalsocialismo, dall’altra una prospettiva che metta fine alla storiografia delle classi subalterne, ovvero da una parte coloro, come Leo Valiani, che assumono una posizione ostile al libro e dall’altra sia alcuni esponenti di primo piano della sinistra (e anche del partito comunista) sia soprattutto di giovani che nei confronti di Salvemini cominciano a mostrare un atteggiamento critico e certamente diverso da quello incondizionatamente reverente che nella sinistra tutta era prevalso nei confronti del liberalsocialismo dopo il 1944. Sul piano della ricerca storiografica il Salvemini si è dimostrato inattaccabile, date le coscienziose ricerche condotte dall’autore sull’argomento.

Gaspare De Caro si è dedicato poi allo studio del pensiero economico della fine dell’800 con due saggi fondamentali e la scoperta di pagine inedite di Léon Walras: Sulla genesi del l’Economia pura. Questione sociale e rivoluzione scientifica in Léon Walras, in L. Walras, Introduzione alla Questione sociale, Istituto dell’Enciclopedia Italiana, Roma 1980 e Léon Walras dalla teoria monetaria alla Teoria generale della produzione di merci, in L. Walras, L’economia monetaria, Istituto dell’Enciclopedia Italiana, Roma 1985.

Riprendendo i suoi interessi sull’inizio dell’età moderna, pubblica Euridice. Momenti dell’Umanesimo civile fiorentino, Ut Orpheus, Bologna 2006 e due volumi di racconti, L’ascensore al Pincio, Quodlibet, Macerata 2006, e, presso il medesimo editore nel 2008 Residuati bellici. Affronta temi cruciali e spesso rimossi a sinistra, in particolare la corresponsabilità della sinistra italiana nelle guerre della fine del ventesimo secolo e dell’inizio del ventunesimo con il volume, scritto con il figlio Roberto De Caro, La sinistra in guerra, Colibrì, Paderno Dugnano 2007. Sempre con Roberto De Caro ha affrontato lo scottante tema delle facili assoluzioni delle responsabilità italiane nel corso della seconda guerra mondiale e nell’immediato secondo dopoguerra con il volume Storia senza memoria Colibrì, Paderno Dugnano 2008, puntuale ricognizione delle imprese di storiografia e di cinema che negli anni del secondo dopoguerra hanno legittimato l’oblio delle vergogne del razzismo italiano. Il suo libro di esplorazione sociale dell’altra parte dell’Atlantico, Argentina. Viaggio al Fin del Mundo (forse), Quodlibet, Macerata 2010 è un saggio che risulta il frutto di un viaggio sull’incontro e lo scontro tra varie civiltà, non ultime quella italiana e spagnola nel Sudamerica. Il suo ultimo volume viene pubblicato un anno prima della sua scomparsa: Rifondare gli italiani. Il cinema del neorealismo, Jaca Book, Milano 2014, opera non tanto di critica cinematografica bensì breve trattato sui costumi degli italiani attraverso la cinematografia neorealista.

Tu hai partecipato all’esperienza di Classe Operaia. Puoi tratteggiarci in breve il ruolo che De Caro ha avuto nell’esperienza dell’operaismo di quegli anni.

Io sono arrivato a Classe Operaia quando il gruppo era ormai formato. Sicuramente sia in Quaderni Rossi sia in Classe Operaia Gaspare De Caro è dato il suo impulso per suscitare nuovi interessi e per favorire la serietà degli studi, la fondatezza delle ipotesi di lavoro e anche, devo dire, una certa severità nei confronti di coloro che, sia pure in ristrettezze e in difficili condizioni di lavoro, giungevano a conclusioni che apparivano non abbastanza fondate. In Gaspare De Caro il rigore dello storico non è mai venuto meno. Questa è una lezione che si è rivelata assolutamente indispensabile all’interno dei Quaderni rossi e di Classe operaia e anche ben oltre. Anche per questa lezione, a Gaspare va la nostra riconoscenza.

Tu hai frequentato De Caro anche nell’ultimo periodo. Puoi dirci qualcosa.

L’ho visto un’ultima volta nel mese di maggio del 2015, quando sono andato a trovarlo nella sua casa di Casalecchio sul Reno, alla periferia di Bologna. Mi aveva sempre impressionato la grande lucidità di giudizio, l’assenza di rassegnazione allo stato delle cose presenti e una moralità che non era moralismo bensì la capacità di vedere trasversalmente e nitidamente le situazioni politiche, la dinamica delle classi sociali e in generale i costumi e le pratiche del potere. Durante la mia ultima visita il suo sguardo era volto alla situazione internazionale che a suo giudizio andava deteriorando. Poco prima, a proposito di lavoro e classi sociali gli avevo spedito il libro di Pun Ngai, Jenny Chan, Mark Selden, Morire per un iPhone, curato da Devi Sacchetto e da me per l’edizione italiana. (Jaca Book, Milano 2015). Ricordo le sue due domande finali, poco prima che lo lasciassi, domande che mi hanno sorpreso e che, conoscendolo, non avrebbero dovuto sorprendermi. Da una parte, “Allora, la Cina si muove ?” e la conclusione con un sorriso “ Eppur si muove!”; dall’ altra parte però anche “Come andrà a finire in questo Medio Oriente così maltrattato da tutti?”. Mentre gli riferivo l’ipotesi di Chomsky secondo cui la Siria potrebbe essere divisa in tre parti pensavo pure che, con tutto quello che Gaspare aveva studiato a proposito del mediterraneo, questa ipotesi di Chomsky lo amareggiasse. Sono sicuro che se fosse ancora in vita avrebbe trovato le forze per scrivere sulla marcia dei rifugiati variamente respinti dall’Europa.

Per terminare, ancora un ricordo?

Il ricordo è ancora molto vivo, dell’irriverenza nei confronti dell’autorità sullo scranno, o meglio, nei confronti di un compagno di Classe Operaia con qualche responsabilità, di cui si era appena finito di leggere un articolo da pubblicare. La reazione di Gaspare fu, “Ma se capisco bene, il vero grande libro che hai letto è quello di Meister Eckhart!”.

 

Fonte : https://commonware.org/

 

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