ssssssfff
Articoli filtrati per data: Sunday, 13 Dicembre 2020

Quella di oggi è stata una grande giornata di lotta che evidenzia la vitalità del Movimento e rappresenta il costo politico dell’operazione scellerata messa in atto da Governo, Telt e Questura di Torino.

Questa mattina a Giaglione si è svolta una partecipatissima assemblea No Tav contro l’allargamento del cantiere di Chiomonte messo in atto da Telt con il supporto della Questura che ha dispiegato ingenti quantità di forze dell’ordine su tutto il territorio.

Infatti nella notte del 10 dicembre, Telt ha cominciato a disboscare i terreni circostanti al cantiere, per terminare il giorno seguente spianando due ettari di terreno boschivo, tra cui diversi alberi secolari, oltre alla pianta nutrice della Xerinthia Polissena, su cui la stessa Telt insieme al Dipartimento di Scienze della Vita e Biologia dei Sistemi, dell’Università degli Studi di Torino avevano realizzato un progetto per tutelare la farfalla, reputata dalle leggi comunitarie una specie protetta.

All’assemblea erano presenti anche diversi Amministratori locali, tra cui il Sindaco di Giaglione che ha nuovamente lamentato l’invadenza del dispositivo di sicurezza e la militarizzazione, per giorni, dell’intero paese.

Al termine della assemblea i No Tav sono partiti in marcia prendendo il sentiero Gallo Romano, trovandosi di fronte il solito cancello posto a difesa del cantiere. Ma la determinazione era tanta e altrettanto forte é stata voglia di prendere i sentieri per raggiungere il presidio permanente dei Mulini.

Una grande raffica di lacrimogeni, lanciata dalle forze dell’ordine, ha tentato di impedire il passaggio degli attivisti che, nonostante questo, per tutto il pomeriggio hanno continuato ad attraversare i boschi della Clarea e a fare azioni di disturbo al Cantiere.

Anche oggi abbiamo attraversato i nostri boschi per contrastare la devastazione fatta in questi giorni a Chiomonte ed il modello di sviluppo basato sulla distruzione del territorio e sullo spreco di risorse. In moltissimi abbiamo affermato che il TAV fa parte di quel modello ecocida e devastante che ci sta portando verso la catastrofe, messaggio rafforzato dalla partecipazione di alcune delegazioni della rete per la giustizia climatica Rise Up 4 Climate Justice.

È inaccettabile che governo e regione continuino a portare avanti queste politiche scellerate soprattutto in questo momento storico.

Ci troviamo oggi di fronte ad un passaggio epocale.  La pandemia e la crisi finanziaria che ne è conseguita impongono alle nostre comunità scelte uniche e irripetibili. Il Recovery Fund messo a disposizione dalla Comunità Europea, va progettato e investito in modo lungimirante con uno sguardo rivolto al futuro. Solo 9mld in Italia sono destinati alla sanità, contro i 35mld della Germania, mentre sempre nel nostro Paese ben 27mld sono destinati alle infrastrutture. Questo è un crimine morale e politico. Non lo dicono i No Tav  lo dicono gli ospedali pieni e le centinaia di morti che ogni giorno piangiamo insieme alle loro famiglie.

Quello dei No Tav, dunque, è un allarme sull’utilizzo oculato delle risorse, dei mezzi e degli strumenti che lo Stato ha a disposizione, un’incessante resistenza che in questi giorni ha celebrato i suoi 15 anni dalla liberazione di Venaus, di quel famoso 8 dicembre 2005, ma ad essere sotto attacco è anche la libertà di dissenso. Chiunque provi ad opporsi a quest’opera devastante, viene denunciato e in fretta condannato, anche per le sciocchezze. Dana si trova in carcere per aver parlato ad un megafono, altri sono ai domiciliari, come Stella perché volantinava, ma anche Fabiola, Mattia, Stefano ed Emilio e tanti altri a cui rapidamente sono state assegnate misure restrittive che limitano duramente la propria libertà personale.

Da notav.info

Informazioni aggiuntive

  • notizia Live normale

Negli scorsi giorni gli States hanno visto un'intensa mobilitazione di settori dei sostenitori di Trump al fianco di organizzazioni e milizie di estrema destra. Per quanto il fenomeno non abbia assunto le dimensioni che alcuni si aspettavano, quanto sta succedendo rispecchia, piaccia o meno, una certa tenuta del radicamento sociale dell'ideologia trumpista. I fascisti USA stanno portando a compimento la loro mutazione in una direzione individualistica di truppa di supporto di un certo neoliberismo nazionalista abbracciando sempre di più la retorica contro le misure sanitarie. In diverse città le manifestazioni hanno visto scontri tra sostenitori di Trump e contro-manifestanti antifascisti e di BLM, con un bilancio tetro di 5 feriti tra cui uno per colpi di arma da fuoco ad Olympia. Abbiamo tradotto questo pezzo di It's going down che riflette sulle piazze di questo weekend e prova a tematizzare alcune delle tendenze possibili e dei rischi che si presentano all'orizzonte se il movimento non riuscirà a cambiare passo stretto tra le esigenze della fase e la ristrutturazione capitalista mascherata da "ritorno alla normalità".

 

 

“They’re taking over the boardrooms
And they’re fat and full of pride
And they all came out of the woodwork
On the day the Nazi died”

Chumbawamba, Day the Nazi Died

Lo scorso fine settimana si sono svolte grandi mobilitazioni antifasciste nei cosiddetti Stati Uniti, le prime ad essere state convocate nel periodo post-elettorale e di fronte a un'estrema destra attivata, arrabbiata ed energica. Mentre i tentativi dell'amministrazione Trump di contestare legalmente le elezioni sono finora falliti, Trump ha continuato a radunare la sua base attorno alla teoria del complotto secondo cui le elezioni sono state rubate mentre insinuava che lancerà una corsa per la Casa Bianca nel 2024. In risposta , una coalizione che comprende sostenitori del MAGA, nazionalisti bianchi, membri della milizia e Proud Boys hanno organizzato manifestazioni continuative al di fuori degli State Capitols, dei palazzi dei governatori e oltre.

 

In diversi casi, le manifestazioni di estrema destra a sostegno di Trump nelle ultime settimane si sono concluse con la violenza. A Washington DC dopo il Millions MAGA March a metà novembre, centinaia di Proud Boys ubriachi hanno attaccato Black Lives Matter e contro-manifestanti antifascisti in Black Lives Matter Plaza, accoltellando diverse persone e picchiandone molte altre prima di abbattere e distruggere i cartelli BLM. A Sacramento, in California, nelle ultime settimane, centinaia di sostenitori di Trump si sono radunati ogni sabato insieme a membri dei Proud Boys e altre bande di estrema destra, scendendo in piazza per impegnarsi nella violenza contro i contro-manifestanti e passanti per la strada in quanto la polizia è rimasta in gran parte a guardare. Anche a Salem, nell'Oregon, la rabbia è cresciuta poiché la polizia ha facilitato proteste e manifestazioni continue da parte di gruppi violenti di estrema destra. Lo scorso fine settimana a Olympia, Washington, questa dinamica è arrivata al culmine, quando un sostenitore di Trump di estrema destra ha aperto il fuoco sui contro-manifestanti, ferendo una persona.

Questa facilitazione dei gruppi violenti di estrema destra si inserisce in mesi di brutale controinsurrezione, attacchi della polizia militarizzata e della Guardia Nazionale e, cosa più importante, un'ondata di pesanti accuse contro i manifestanti. Ciò che l'ondata di raduni di estrema destra ha dimostrato ancora una volta è che quando le rivolte di estrema destra attaccano le persone per strada, distruggono proprietà, sparano alle persone o le investono con le macchine, la polizia non distribuisce gas lacrimogeni, non manda i militari e non incastra le persone con accuse inventate. La ragione di ciò è semplice: lo Stato sta usando l'estrema destra come forza ausiliaria di controinsurrezione extra-legale.

Ma poiché le manifestazioni "Stop the Steal'' continuano oltre la data in cui gli elettori ratificheranno i loro voti per Joe Biden, diventa più probabile che le manifestazioni di estrema destra si evolveranno in manifestazioni contro il protocollo sanitario e i lockdown COVID-19, come hanno già fatto in città come Salem, Oregon. Sia per la folla del MAGA che per l'estrema destra ciò consentirà loro di continuare a rimanere rilevanti; pur presentando anche un affronto agli anticapitalisti autonomi, poiché l'estrema destra sembrerà sfidare "lo Stato" nella loro opposizione alle misure di lockdown. In un momento in cui molti soffrono per mancanza di lavoro e salario, questa posizione sembrerà allettante. In realtà, sia il centro neoliberista che l'estrema destra sono d'accordo su chi dovrebbe pagare per la crisi attuale: i poveri e la classe operaia che viene respinta al lavoro e a scuola; gli viene detto di sacrificare le loro vite sull'altare dell'economia - l'unica differenza è che i liberali preferirebbero se lo facessimo da casa.

Di fronte a questo, gli antifascisti affrontano una battaglia in salita: da una parte una forza di polizia altamente militarizzata, già attivata e piena di risorse sulla scia della ribellione e dall'altra un'estrema destra attivata, furiosa per aver perso le elezioni . Inoltre, molti liberali e progressisti hanno ampiamente abbandonato i giochi; soddisfatti per aver consentito a Biden di prendere il potere e riportato il paese "alla normalità". Per andare avanti, gli antifascisti devono continuare a costruire coalizioni in crescita e, soprattutto, capacità regionale, reti di condivisione di informazioni e fiducia e capacità di sostenere la lotta con continuità. Questa costruzione deve anche essere associata a una continua sensibilizzazione e educazione politica nei confronti delle nostre comunità più ampie sul perché un mondo post-Trump non segna la fine della minaccia fascista. Infine, come anarchici e autonomi non possiamo dedicarci solo e solamente a contrastare l'estrema destra; perdere di vista la costruzione di un nostro movimento più ampio e delle sue infrastrutture. Farlo in questo momento critico significherebbe perdere tutti i risultati che abbiamo ottenuto dal 2016.

Come molti hanno sottolineato, l'amministrazione Biden sarà più preoccupata di gettare una coperta bagnata sulla continua lotta di classe e sui conflitti sociali che sulla minaccia della violenza di estrema destra nella vita reale. Se Trump correrà effettivamente nel 2024 e continuerà a tenere manifestazioni insieme a un crescente movimento di strada autonomo di estrema destra che alimenta la crescente rabbia per la pandemia, con o senza il supporto del GOP, possiamo aspettarci di vedere una continua attività e organizzazione di estrema destra. In breve, se non riusciamo a materializzare sia una potente resistenza antifascista di base che una forza rivoluzionaria anti-capitalista che coinvolge i poveri e i lavoratori in modo reale, allora rischiamo di cedere terreno a una forza fascista ribelle, sia per le strade che all'interno della società in generale.

Immagine da Unicorn Riot

 

Informazioni aggiuntive

  • notizia Live normale

“Ora si avvicina la Vigilia di Natale, ora si avvicina il Natale, in tutta l’Argentina l’aborto sia legale”.

Alle 7.23 la votazione favorevole al progetto di interruzione volontaria della gravidanza ha scatenato l’allegria nelle migliaia di persone che aspettavano con i loro fazzoletti verdi.

Ci sono stati abbracci e pianti di fronte al Congresso, la cui facciata si è tinta di fumo verde. Il contrasto con la spoglia convocazione celeste.

“Ho cantato, saltato, stavo ballando da tutte le parti, ho ballato tecno. È stata una festa. Sono rimasta sveglia e sono molto in ansia. Non ho potuto dormire, sto da tutte le parti, tipo scintille, ho bisogno di parlare di quello che sta succedendo”. Lara Bragan ha 19 anni, alcuni ciuffi lilla e bianchi nella frangetta, un giubbotto arancione molto cool e una “ansia” che si replica in alcuni dei giovani che da circa le 6.00 aspettano il risultato della votazione dei Deputati sul progetto di legalizzazione dell’aborto. Alcuni manifestanti sono totalmente  assorti negli schermi che trasmettono i discorsi dei legislatori; altri suonano tamburi; nella maggioranza dei corpi la stanchezza è massima. Si ammucchiano tanto nella Rivadavia come nella Callao; c’è chi dorme profondamente nelle strade e nei marciapiedi.

Ma alle 7.23, con i fazzoletti verdi e le bandiere di partiti e gruppi in alto, non rimane nessuno distratto. Ci sono abbracci e pianti di fronte al Congresso. La sua facciata si tinge subito di fumo verde. “Aborto legale nell’ospedale”, grida la folla così euforica come esausta. Lo sforzo di circondare la strada dalle 10.00 di giovedì -dal mercoledì, a rigor di termini- è valsa la pena, come evidenziano le referenti della Campagna Nazionale per l’Aborto Legale, Sicuro e Gratuito dal palco centrale del settore verde. “Come nel 2018 abbiamo una mezza approvazione; l’abbiamo conquistata nella strada. Vogliamo ora una data del suo trattamento al Senato. Vogliamo finire il 2020 con l’aborto legale, sicuro e gratuito per tutti”, reclamano.

“Ora si avvicina la Vigilia di Natale, ora si avvicina il Natale, in tutta l’Argentina l’aborto sia legale”, “aborto libero e legale e che i preti se ne vadano a lavorare” e classici come “Abbasso il patriarcato che cadrà, evviva il femminismo che vincerà” sono altri dei canti del festeggiamento, che seguono al clima di ansia che fino a quel momento si viveva, accentuato dai ritardi protocollari della votazione o da situazioni come l’incrocio tra Ritondo e Massa.

Il medesimo scenario portegno, nelle prime ore della notte, offriva una cartolina diversa. Il lato di viale Callao fino a Corrientes, occupato da coloro che erano a favore del progetto, era, come moltx ripetevano, una festa. Il ballo era il protagonista. Ad ogni passo era possibile incontrare gruppetti che danzavano. Murga, cumbia, reggaetón. I corpi liberati, accaldati, con pochi indumenti; i visi truccati. Donne prima di tutto e anche alcuni maschi nelle ronde. Rivadavia, soprattutto, era un formicaio con nessun distanziamento sociale, profumo e fumo di panini con salsiccia e hamburger, moltx venditori di birra e una fila interminabile di gazebo di partiti e gruppi. Dal lato celeste -da viale Entre Ríos fino a Belgrano- l’atmosfera era più tranquilla e silenziosa. E notevolmente meno numerosa: verso le 2.00 ci sarebbero state circa 300 persone. Le telecamere circondavano Viviana Canosa, un uomo arringava e si intonavano canzoni dedicate ai bambini non ancora nati, circolavano monache, i discorsi erano seguiti da sedie da regista pieghevoli e sedie di plastica. C’erano molto pochi gazebo, come quello del gruppo Chinda Brandolino, i cui referenti erano persone vestite da militari.

 127034 img 9882

Di mattina, in attesa del risultato, con un cielo nuvoloso che minacciava pioggia, le/i giovani perlustrano i chioschi in cerca d’acqua, i venditori di panini con salsiccia e hamburger continuano la caccia dei clienti, anche quelli della birra che ora la offrono senza tanto impegno. La strada contiene tutti i rifiuti di una lunga notte, i gazebo che rimangono vengono smontati, le persone in situazione di strada si incontrano sulla scena. Si fa più presente il mate. Si continuano a vendere fazzoletti e mascherine verdi e viola. Moltx dormono o riposano, la maggioranza segue con molta concentrazione gli interventi dei legislatori negli schermi disposti ogni due isolati e in ambedue le estremità del Congresso. Rispondono. Applaudono quando concordano con un discorso; sibilano, fischiano quelli che gli generano rifiuto. Le bandiere della militanza sono già in alto.

Fischiano per esempio Graciela Camaño, che dice che il progetto punta a “trasformare il feto in quello che i romani hanno chiamato res”, e che va indietro di “207 anni”. Due manifestanti che portano un cartello con la scritta “anche noi trans abortiamo” festeggiano all’angolo della Montevideo con la Rivadavia che la deputata Gabriela Estévez menzioni il collettivo, lo riconosca. Ci sono applausi per Nicolás del Caño quando fa allusione al suo rifiuto della obiezione di coscienza istituzionale, uno dei punti del progetto messo più in discussione. Si applaude anche Pino Solanas, menzionato da Gabriela Cerruti.

Sono arrivata e mi sono messa a piangere, per l’incontro, l’amore che si sente camminando per questi isolati. È andare sorridendo e che tutte ti restituiscano un sorriso molto contenuto e ricambiato; è dirci quello che vogliamo dirci senza aver trovato le parole”, dice Lara, che studia Arti Drammatiche all’UNA e sta insieme alle sue compagne di corso. “Questa volta è stata divina comparata al 2018, che avemmo pioggia e freddo. C’è stato meno movimento perché l’organizzazione è stata differente, con alcune attenzioni per il contesto, cercando di mantenere la distanza. Ma ha questa cosa di rituale e la convinzione che i diritti si conquistano in strada: bisognava esserci”, sottolinea Marcela Gacic.

Lei è una lavoratrice sociale dentro il sistema di salute pubblico. “Lavoro in spazi dove si garantisce l’accesso all’interruzione legale, ma anche stando in questi spazi amichevoli mettiamo le donne in una specie di banco, facciamo sì che espongano questioni intime della loro vita, perché hanno bisogno che la loro situazione si inquadri nelle casuali che la legge riconosce”, spiega. Alejandra ed Ayelén si definiscono come parte del gruppo della “gente di 30” che ha seguito tutto il dibattito comodamente da casa sua. “Siamo venute alle 6.00 e abbiamo preso un caffè con latte”, racconta tra le risate, e suggeriscono di non dimenticare la pandemia. Le percorre una felicità contenuta -“nel 2018 soffrimmo molto”- ma ora si preparano per la veglia al Senato.

11 dicembre 2020

di María Daniela Yaccar per Página/12

Traduzione a cura del Comitato Carlos Fonseca

Informazioni aggiuntive

  • notizia Live normale

Saioa Sanchez Iturregi è un'attivista rivoluzionaria basca per l'indipendenza imprigionata a Nantes. Dal 2013 sta scontando una pena detentiva di 28 anni per l'esecuzione di due guardia civil da parte dell'ETA e deve affrontare ulteriori procedimenti legali nello Stato spagnolo per le sue attività in clandestinità.

È incarcerata nel carcere femminile di Rennes come le altre donne basche, perché è uno degli unici due penitenziari femminili in cui sono previste lunghe pene. È stata trasferita a Nantes per partorire, poiché questo carcere è più adatto. Suo figlio è nato a settembre. Il 30 novembre doveva essere trasferita per una visita ginecologica.

L'accompagnatrice le ha detto che non poteva fare questo trasferimento con il suo bambino, poi le ha detto, dopo un rifiuto iniziale da parte sua, che questo trasferimento poteva essere fatto con il suo bambino se lei accettava di essere incatenata alle gambe legate in vita da una catena. La Saoia ha rifiutato questa umiliazione e l'esame non ha potuto avere luogo.

Lo status di DPS, prigioniero sotto sorveglianza speciale, sembra quindi essere mantenuto contro i prigionieri politici baschi.

Per scrivere a Saioa Sanchez Iturregi Maison d'Arrêt des Femmes de Nantes Rue de la Mainguais 44300 Naoned.

 

Informazioni aggiuntive

  • notizia Live normale

Lino Panzarini nacque il 16 aprile 1910 da Giovanni e Gasparini Carmela a Correzzo di Gazzo Veronese ( prov. di Verona), terzultimo dei loro cinque figli.

Il paese d’origine della famiglia affonda nella pianura padana e risulta più vicino a Mantova che a Verona, al centro di una zona delimitata dalle fortezze militari dello storico quadrilatero (quelle ‘Mantova, Verona, Legnago e Peschiera’ delle risorgimentali guerre d’indipendenza, che tutti a scuola abbiamo imparato a memoria) per cui il padre, sfollato dal territorio tra il 1914 ed il 1915 (gli anni della I guerra mondiale), emigrò ad Anzola con la moglie e i figli Dante, Maria e Aquilino (Lino) per lavorare la terra. Ad Anzola il padre Giovanni, che qui fu soprannominato in dialetto “Al Mant’ven” (il mantovano), e la moglie “Carmelina” si stabilirono nella borgata Salvagna, alla Cà del Macero, nei pressi delle scuderie Orsi-Mangelli, dove nacquero altri due figli, Antonietta (nel 1916) e Bruno (nel 1920).

Ad Anzola Lino frequentò le scuole elementari fino alla 4ª classe. Poi, subito al lavoro. Quando la questura stilò su di lui il primo rapporto, il 26 settembre del ’31, era ventunenne, viveva in via Madonna dei Prati ad Anzola, era celibe e faceva il muratore. Nella descrizione dei connotati, di lui sono segnalati la statura media, la piccola corporatura, i folti e lisci capelli castani, un viso squadrato con sopracciglia di disegno netto, orizzontale, la fronte sfuggente e la bocca piccola e lineare, un neo al lobo mandibolare ed il collo corto e grosso. Se ne descrive l’andatura disinvolta, l’abbigliamento da operaio, il carattere impulsivo, la discreta educazione, la poca cultura, l’assiduità al lavoro, il buon comportamento verso la famiglia, ma l’abitudine a frequentare la compagnia di sovversivi.

A quella data risultava infatti iscritto alla federazione giovanile comunista (F.G.C.I.) ormai dall’estate del 1930, per i primi due mesi con funzione di capocellula, poi come semplice membro, senza che a suo carico risultasse altro che la consegna ad altri compagni -per la diffusione- di stampa comunista clandestina in occasione del 1° agosto 1930, quando furono organizzate manifestazioni contro la guerra in tutta la provincia. Partecipò a diverse riunioni politiche, ma alla Questura non risultava che avesse animato manifestazioni o che ricoprisse incarichi organizzativi di rilievo.

Il 15 febbraio 1931, tuttavia, fu arrestato con tanti altri e deferito al Tribunale Speciale per la difesa dello Stato “per attività comunista”, ma in base alla sentenza del 30-6-1931 della Commissione Istruttoria del predetto Tribunale Lino Panzarini fu assolto per insufficienza di prove dall’imputazione dei reati di appartenenza e propaganda comunista. Trattenuto ancora in galera, il 21 luglio del 1931 egli avanzò allora istanza alla Questura di Bologna per essere piuttosto inviato a svolgere il servizio militare.

Venne invece proposto per l’assegnazione al confino di polizia (ai sensi dell’art. 181 n. 3 della legge di P.S.), nonostante la precedente assoluzione per gli addebiti contestatigli, e il confino gli fu effettivamente assegnato per la durata di ben cinque anni, in base all’ ordinanza 4 settembre 1931 della Commissione Provinciale di Bologna; venne quindi destinato a Larino (in Molise, prov. di Campobasso), dove fu immediatamente tradotto, a seguito del telegramma ministeriale n.25570 dell’11 settembre 1931.

E lì rimase fino al 12 agosto 1932, per quasi un anno, finché le autorità decisero di trasferirlo sull’isola di Ventotene.

Del 21 dicembre 1932 è invece una lettera inviata dalla madre, Carmelina Gasparini, al Duce, che lasciava trasparire in modo ingenuamente scoperto il disappunto di non aver ancora visto tornare a casa il figlio, nonostante l’amnistia proclamata il 5 novembre del 1932 per tutti i detenuti, in occasione del decennale del regime.

In realtà Panzarini Lino non fu liberato dal confino e rimandato a casa per Natale, ma ben due mesi dopo, il 15 febbraio 1933, dopo due anni esatti esatti tra carcerazione e confino, munito di foglio di via obbligatorio e con l’ingiunzione di presentarsi subito ai carabinieri, dai quali continuò poi ad essere vigilato fino a che non fu chiamato sotto alle armi.

Nemmeno un anno dopo infatti, l’11 aprile 1934, figurava in un elenco di “militari schedati per cattivi precedenti politici”, che il Distretto Militare di Bologna, Ufficio Reclutamento e Mobilitazione, inviò alla Questura della città per avvisare i funzionari dell’assegnazione ai rispettivi Corpi di nove soldati schedati in precedenza come sovversivi: Lino Panzarini era tra di loro e venne destinato al 20° Fanteria “Brescia” di Reggio Calabria.

Mentre Panzarini Lino prestava servizio militare in Calabria, morì la madre Gasparini Carmelina, che dunque quel figlio vicino a sé poté tenerselo ben poco tempo, e in data 21 aprile 1934 Lino Panzarini chiese una licenza straordinaria per la morte della genitrice. La ottenne solo otto mesi dopo, il 23 dicembre 1934: trenta giorni, cioè fino al 21 gennaio 1935 quando, come specificato nel permesso, entro sera avrebbe dovuto fare rientro nella sua sede di appartenenza. Nel foglio inviato dal Colonnello Comandante del 20° Fanteria “Brescia” di Reggio Calabria, V. Della Mura, alla Questura di Bologna, per avvisare dello spostamento del fante Panzarini, ancora lo si qualifica come ex” confinato politico” anziché semplice fante, a rimarcare come il trattamento riservatogli fosse legato ancora ai suoi “cattivi precedenti politici”.

Verso la fine di quell’anno, Lino Panzarini il 30 novembre 1935 sposò Norma Bucchignoli, dalla quale ebbe poi due figli, Agostina nel 1938 e Paolo nel 1941.

Dopo il servizio militare Lino Panzarini riprese a fare il muratore, ma anche il bracciante all’occorrenza, lavorando a Bologna e stabilendosi a Borgo Panigale, in via del Faggiolo, cambiando spesso casa lungo la via, prima al n.55, poi al 41, quindi al 57 e 37.

Il 28 dicembre ’40, a guerra già iniziata, Lino Panzarini fu di nuovo richiamato sotto le armi e assegnato alla I Compagnia Mortai da 81 presso il battaglione di stanza a Minerbio (prov. di Bologna) fino all’armistizio, l’8 settembre 1943.

Dopo l’armistizio Lino Panzarini tornò al lavoro, continuando a fare il muratore , senza suscitare particolari sospetti nelle forze dell’ordine, che ufficialmente ancora lo tenevano d’occhio, tanto che a fronte della sua domanda del 28 marzo 1944 di poter essere autorizzato a circolare in bicicletta, il 5 aprile gli venne subito concessa, sulla base di una relazione stilata il 4 aprile ’44, dalla GNR (Guardia Nazionale Repubblicana) di Anzola, in cui -oltre a riepilogare la storia dei trascorsi di Lino Panzarini- si dava il via alla concessione del permesso di circolazione in virtù del fatto che dopo il 1935 “lo stesso non ha dato luogo a rimarchi sulla sua condotta dimostrandosi pentito di essere stato trascinato durante la sua giovane età nelle correnti sovversive. (…) Dopo gli ultimi avvenimenti dell’8 settembre non ha dato luogo a rilievi sulla sua condotta né si è fatto notare in compagnia di elementi sovversivi o sospetti tali. (…)” e si concludeva con l’assicurazione rivolta alla Questura che Lino Panzarini “….non è ritenuto capace di commettere azioni terroristiche o delittuose in genere.”

Ma la realtà era ben diversa. Lino Panzarini aveva ripreso in pieno l’attività antifascista e la sua militanza comunista, che non aveva mai interrotto, stavolta però con la circospezione che i tempi richiedevano e che la matura responsabilità di un uomo con famiglia e figli gli imponeva.

Secondo la ricostruzione di una fonte basata su testimonianze dirette , alla fine di settembre ’43 la casa dei Panzarini, della sua famiglia d’origine, fu sede di una prima riunione a Ca’ del Macero, a cui parteciparono il capofamiglia dei Panzarini,” al Mant’ven”, i figli Antonietta, Bruno, che nella Resistenza prese il nome di battaglia “Orso”, Lino “Pippo” appunto, Duilio Carpanelli, appena tornato dal suo confino ed internamento, il 25 settembre 1943, Raffaele Buldini, che diventò sindaco di Anzola dopo la Liberazione, Erminio Melega, Clorindo Grassilli, Cesare Landuzzi, Duilio Tagliavini, per decidere il da farsi, riorganizzare le fila, riavviare l’attività antifascista secondo modalità coerenti con il nuovo scenario che l’armistizio aveva aperto.

Inserito nel battaglione, che dopo la morte di E. Melega prenderà il suo nome di battaglia “Tarzan”, della 7ª brigata GAP Gianni Garibaldi, con funzione di comandante di plotone ed operativo ad Anzola Emilia e a Bologna, Lino Panzarini, nelle vesti del partigiano gappista “Pippo”, condusse una doppia vita, in parte apparentemente regolare e in parte clandestina fino al luglio del ’44, quando ci fu un’irruzione dei repubblichini durante un’altra riunione alla Ca’ del Macero, organizzata per fare un bilancio della dimostrazione tenuta il giorno prima dalle donne contro il Podestà in località Immodena (frazione di Anzola Emilia –BO). I militi fascisti stavano facendo un rastrellamento della zona, con l’ordine di eseguire anche arresti mirati su segnalazione e cercavano tra gli altri lo stesso Lino Panzarini, che riuscì tuttavia a non farsi arrestare, spacciandosi per un contadino della casa confinante. Da quel momento “Pippo” entrò definitivamente in clandestinità, costretto a cambiare spesso residenza per sfuggire ai controlli dei fascisti, finché verso i primi di ottobre ’44, per tutti i partigiani giunse l’ordine del CUMER di radunarsi in città, a Bologna, per preparare ed attendere il momento dell’insurrezione e della Liberazione, quando gli alleati avessero dato il via libera.

Ubbidendo agli ordini del Comando Unico Militare dell’Emilia Romagna (CUMER), la 7ª brigata GAP Gianni Garibaldi cominciò segretamente a radunarsi in città e si insediò nei pressi di Porta Lame, in due edifici limitrofi : nel Macello Comunale di via Azzo Gardino, dove 75 uomini si sistemarono in alcuni stabili parzialmente distrutti dai bombardamenti, e nell’ex-Ospedale Maggiore di via Riva Reno, abbandonato dopo il bombardamento del 24 luglio 1943 e ridotto in macerie sui terreni in cui oggi sorge il Palazzetto dello Sport di Piazza Azzarita, nel quale furono acquartierati altri 230 uomini. Con la 7ªGap furono radunati anche i partigiani della 62ª bgt “Camicie Rosse” Garibaldi e la 66ª “Jacchia”, provenienti dalle alture appenniniche.

La 7ª Gap era stata chiamata a raccolta in tutte le sue componenti, che constavano di sei battaglioni (o distaccamenti): tra questi uomini in attesa c’era dunque anche Lino Panzarini, comandante di plotone nella “Tarzan” di Anzola Emilia, che perciò fu tra i protagonisti della battaglia di Porta Lame, che tutti questi trecento partigiani furono costretti ad affrontare il 7 novembre 1944, allorché furono scoperti mentre erano nascosti tra le macerie descritte, aspettando quell’ insurrezione che poi non venne mai, perché gli alleati -diversamente da tutte le previsioni ed aspettative- rimasero bloccati sulla Linea Gotica per tutto l’inverno del ’44 e non poterono dare avvio ad alcuna battaglia urbana nei tempi e nei modi attesi e programmati dal CUMER.

All’alba del 7 novembre dunque (erano appena le 5.30 del mattino), alcuni reparti delle BBNN (Brigate Nere), della Feldgendarmeria e dei Reparti d’Assalto della polizia attuarono un rastrellamento nella zona del Macello. Casualmente o su segnalazione, ancor oggi non lo si sa per certo. Fatto sta che ne nacque un combattimento che durò l’intera giornata e che, nonostante la sproporzione di uomini e mezzi in campo a favore dei nazifascisti, volse a favore delle forze partigiane.

Vistisi scoperti, i partigiani, che si trovavano al Macello divisi in due stabili, cominciarono a sparare con le armi leggere di cui disponevano, mentre a due giovani partigiane, Rina Pezzoli “Nadia” e Diana Sabbi, fu affidato il rischioso incarico di uscire dalla base per raccogliere informazioni sulla consistenza, sulla dislocazione e sulla dotazione di armi degli attaccanti. Entrambe però furono catturate e non riuscirono a rientrare per dare notizie. I militi fascisti fecero diversi assalti, nel tentativo di occupare gli edifici in cui erano rintanati i partigiani, senza però farcela, ma causando le prime perdite nelle file partigiane: Nello Casali “Romagnino”, fu il primo caduto tra i partigiani, mentre altri vennero feriti e furono affidati alle cure del medico, Luigi Lincei, “Sganapino”.

A metà mattina, verso le 10, i tedeschi della Feldgendarmerie, comandati da Hugo Gold, collocarono in una postazione di via Carlo Alberto (oggi chiamata via Don Minzoni) un cannone da 88 e una mitragliera pesante a due canne. Il cannone centrò uno dei due stabili in cui erano annidati i partigiani demolendolo, per cui i partigiani dovettero abbandonarlo, per rifugiarsi nell’altro, che era seminterrato e quindi più protetto dai colpi dell’artiglieria. Nel corso di questo blitz, altri quattro partigiani rimasero sul campo.

Nel primo pomeriggio, verso le 15,30, per i Tedeschi giunse anche un carro armato Tigre, fatto arrivare dal fronte, che cominciò a cannoneggiare anche il secondo edificio della base partigiana del Macello, perciò William Michelini -che aveva sostituito al comando del gruppo partigiano lì ricoverato Gualandi, rimasto gravemente ferito- decise di abbandonare la base. Divisi in tre gruppi, il primo e il terzo di partigiani armati, il secondo di partigiani che trasportavano i feriti, usando dei fumogeni per proteggersi, lasciarono l’edificio, scendendo nel canale Cavaticcio, che oggi non si vede più perché è stato interamente coperto e cominciarono a risalirlo fin verso via Roma (oggi via Marconi). I fascisti, che presidiavano i due argini del Cavaticcio, non li videro perché la loro postazione si trovava molto in alto sulle rive, ma anche perché i fumogeni e l’oscurità fecero da schermo e consentirono ai partigiani di giungere in piazza Umberto I (oggi Piazza dei Martiri) attraverso via Marghera (oggi via Fratelli Rosselli), dove però incapparono in un posto di blocco fascista, che riuscirono comunque in breve tempo a sopraffare. Dopo di che si divisero in quattro gruppi, ricoverando i feriti inizialmente in abitazioni private, poi nell’infermeria partigiana di via Duca d’Aosta 77 (oggi via Andrea Costa). Gli altri rientrarono nelle vecchie basi.

Contemporaneamente gli uomini sistemati nell’’ex Ospedale Maggiore attaccarono alle spalle i nazifascisti per permettere ai compagni del Macello di mettersi in salvo, credendoli ancora accerchiati, all’oscuro della loro decisione di allontanarsi attraverso il canale del Cavaticcio.

Colti di sorpresa i nazifascisti si sbandarono ed i partigiani riuscirono ad entrare negli edifici del Macello, ma non trovarono più i loro compagni, per cui senza por tempo in mezzo, prima che gli avversari potessero ritornare riorganizzati, abbandonarono l’area e rientrarono nelle loro vecchie basi.

Panzarini, ricoverato nell’infermeria partigiana, vi rimase fino a dicembre, col passare dei giorni vedendo attorno a sé aumentare il numero di feriti, con l’aggiunta dei partigiani bisognosi di cure reduci dalla battaglia della Bolognina, che si era svolta tra il 14 e il 15 novembre. Proprio per il numero crescente di ricoverati, si decise di trasferire in un’altra struttura tutti i partigiani ospitati, ma il 9 dicembre la delazione di una spia anticipò l’operazione di sgombero, portando alla cattura di tutti i presenti, tranne due che riuscirono a fuggire, mettendosi in salvo.

Non Lino Panzarini, che fu arrestato con gli altri dodici compagni, portato nell’ex caserma del VI Reggimento dei Bersaglieri in via Magarotti, ora via dei Bersaglieri, dove fu interrogato e seviziato, finché quattro giorni dopo venne trascinato con altri undici al Poligono di Tiro di Borgo Panigale, a poca distanza da casa sua e dai suoi familiari, dove fu giustiziato il 13 dicembre 1944.

 

Informazioni aggiuntive

  • notizia Live normale

Infoaut 2017 - Facciamo Movimento per il Movimento infoaut 

Licenza Creative Commons