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Articoli filtrati per data: Saturday, 12 Dicembre 2020

Di seguito due importanti testimonianze su quanto accaduto ieri sera, in particolare rispetto al momento in cui la polizia ha tentato di prendere alle spalle i No Tav sparando lacrimogeni ad altezza uomo.

In Val Susa si vive un’occupazione militare vendicativa e violenta contro i cittadini che si oppongono alla grande opera inutile: questa ormai è una verità conclamata. A coprire questa vergogna la solita compagine di politici di ogni colore e di giornalisti sempre pronti a pubblicare le veline della questura, palesemente false, al caldo nelle loro redazioni senza prendersi neanche la briga di vedere cosa succede con i propri occhi.

Da notav.info

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Nuova batosta diplomatica per Abu Mazen. Ma l’Amministrazione Usa uscente ha anche riconosciuto la sovranità del Marocco sul Sahara occidentale cancellando le aspirazioni del popolo saharawi

Re Mohammed VI, Donald Trump e Benjamin Netanyahu

di Michele Giorgio – Il ManifestoIl Manifesto

Roma, 11 dicembre 2020, Nena News – L’ennesima sorpresa dell’Amministrazione Trump a favore di Israele è stata svelata ieri. Il presidente americano ha annunciato con un tweet che il Marocco normalizzerà le relazioni diplomatiche con lo Stato ebraico aggiungendosi ai tre paesi arabi – Emirati, Bahrain e Sudan – che aderiscono al cosiddetto Accordo di Abramo.

«I nostri due grandi amici Israele e il Regno del Marocco hanno acconsentito a piene relazioni diplomatiche…È svolta storica…un grandissimo passo in avanti» per la pace in Medio Oriente, ha scritto Trump. Poco dopo da Rabat è arrivata la conferma del ministero degli esteri. Quindi sono giunte le dichiarazioni colme di gratitudine del premier israeliano Benyamin Netanyahu verso il suo stretto alleato a Washington.

«Voglio ringraziare il presidente Trump per il suo straordinario sforzo per portare la pace in Israele e nel Medio Oriente», ha dichiarato alla tv. «Sarà – ha aggiunto – una pace molto calda, una grande luce di pace».

Per l’Autorità nazionale palestinese di Abu Mazen è l’ennesima batosta diplomatica. Il presidente palestinese vede frantumarsi il fronte che per 18 anni è stato dietro la risoluzione araba del 2002 fondata sul principio della pace con Israele in cambio del ritiro dai territori arabi occupati. Ora i leader arabi, o almeno quello filo-Usa, chiudono a chiave in un cassetto i diritti dei palestinesi sotto occupazione militare. A questo punto, come affermava ieri Jared Kushner, genero e inviato di Trump in Medio oriente, la normalizzazione tra Israele e l’Arabia saudita, potrebbe essere davvero vicina.

Non è detto che l’Anp reagisca con rabbia a questa nuova intesa, così come aveva fatto nei mesi scorsi richiamando gli ambasciatori palestinesi ad Abu Dhabi e Manana. La leadership dell’Anp ha abbassato i toni della polemica con Emirati, Bahrain e Sudan, e forse si accontenterà del colloquio telefonino tra Mohammed VI e Abu Mazen in cui il re marocchino ha ribadito «la sua immutata posizione a sostegno della questione palestinese».

Parlare di accordo di pace tra Tel Aviv e Rabat è a dir poco una esagerazione. Si tratta piuttosto come nel caso di Emirati, Bahrain e Sudan di un nuovo sviluppo dell’assetto strategico arabo-israeliano che si sta realizzando intorno a Israele e Arabia saudita contro l’Iran. I due paesi non sono mai stati realmente in guerra. Il Marocco, o meglio la monarchia ha sempre avuto buone relazioni dietro le quinte con lo Stato di Israele dove sono emigrati centinaia di migliaia di marocchini ebrei.

Un milione di israeliani ha origine marocchine, tra questi i ministri Amir Peretz e Miri Regev, l’ex capo di stato maggiore Gadi Eizenkot e numerosi esponenti politici del passato. C’è sempre stato dialogo. I cittadini israeliani, in qualche modo, hanno sempre avuto accesso in Marocco. Presto ci saranno uffici di collegamento, poi delegazioni diplomatiche e voli diretti.

Questa quarta normalizzazione non avviene soltanto a scapito dei diritti dimenticati dei palestinesi. La paga anche un altro popolo. Trump ha annunciato di avere firmato «una proclamazione che riconosce la sovranità del Marocco sul Sahara Occidentale». Secondo la Casa Bianca la «proposta di autonomia seria, credibile e realistica è l’unica base per una soluzione giusta e duratura per garantire pace e prosperità».

Mohammed VI, entusiasta, ha definito «una presa di posizione storica» il riconoscimento da parte di Washington della sovranità del Marocco. Qualche media italiano ieri sera scriveva che il Sahara occidentale è un territorio conteso. È un giudizio di parte, schierato a favore delle pretese del Marocco.

Il Sahara occidentale è nella lista delle Nazioni Unite come un territorio non autonomo, al Palazzo di Vetro detiene un posto di osservatore ed è rivendicato dal popolo sahrawi in lotta da sempre contro l’occupazione marocchina. Il Fronte Polisario ne ha dichiarato l’indipendenza proclamando la Repubblica Democratica Araba dei Sahrawi. Il mese scorso, dopo una lunghissima tregua, i sahrawi hanno minacciato la guerra per mettere fine all’occupazione marocchina di fronte a un quadro immobile da decenni.

«Il destino del Sahara Occidentale non lo decide un proclama. Questo è un territorio che appartiene ai saharawi e solo loro possono decidere a chi darlo», ha replicato ai tweet di Trump la rappresentante del Fronte Polisario in Italia, Fatima Mahfud. «Per quanto ci riguarda si tratta di una dichiarazione» ha aggiunto «il Sahara Occidentale è un territorio non autonomo, in attesa di un referendum sull’autodeterminazione. Altri movimenti di liberazione nazionale come in Sudafrica, insegna la storia, sono poi usciti vincitori nonostante tutte le vicissitudini».

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A 5 anni dagli accordi di Parigi sul clima del 2015, con i quali 195 paesi avevano preso l’impegno di mantenere l’incremento annuo della temperatura a livello globale al di sotto di 1,5 gradi, una due giorni (11 e 12 dicembre 2020) di iniziative per denunciare il fallimento delle politiche dei governi per contrastare il cambiamento climatico e per lottare, dal basso, per la giustizia climatica, senza aspettare che siano i governi a prendere realmente iniziative efficaci. #fightfor1point5 è lo slogan lanciato dal movimento tedesco per la giustizia climatica Ende Gelande e ripreso a livello europeo anche da movimenti come Fridays for Future.

In Italia a rilanciare l’iniziativa, con numerose azioni che in diverse città stanno segnalando inquinatori del fossile e loro finanziatori, anche la rete nazionale Rise Up 4 Climate Justice. Questa mattina, sabato 12 dicembre, azione simbolica di sanzionamento alla bioraffineria Eni di Fusina, Porto Marghera. Ieri iniziative anche a Bologna, Milano, Vicenza, Venezia, Padova, Bergamo. Previste altre iniziative nella giornata di oggi mentre domani, domenica 13 dicembre, attiviste e attivisti di Rise Up 4 Climate Justice saranno in Val Susa, per sostenere il movimento No Tav impegnato a resistere all’ennesimo ampliamento del cantiere-fortino dell’Alta Velocità Torino – Lione. 

L’intervista ad Anna Clara, di Rise Up 4 Climate Justice. Ascolta o scarica.

Da Radio Onda d'Urto

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Decine di manifestanti hanno occupato una strada a Portland, in Oregon, circondata da barriere di fortuna, nel tentativo di evitare che una famiglia nera e indigena venga sfrattata dalla casa in cui vive da 65 anni.

La casa, nota come la Casa Rossa, si trova in un quartiere residenziale storicamente nero. È stata teatro di proteste per diversi mesi, dopo che un giudice ha autorizzato lo sfratto della famiglia Kinney a settembre.
Ma la situazione ha preso il sopravvento martedì mattina presto, quando Michael "Philo" Kinney, che attualmente vive nella casa, ha detto di essere stato svegliato dagli agenti delle forze dell'ordine con un ariete sulla porta.

Kinney ha detto al Guardian che è stato accusato di violazione di domicilio e trattenuto dalla polizia per diverse ore. Ma quando è tornato, i manifestanti avevano già allontanato le forze dell'ordine dalla casa.

Nei video condivisi sui social media, martedì si possono vedere i manifestanti che urlano alla polizia di lasciare la zona.

Kinney ha spiegato che per lui la sua lotta va oltre la protezione della sua famiglia, che non si limita a proteggere la sua famiglia da una pandemia e che una moratoria di sfratto in tutto lo Stato è una lotta contro il razzismo sistemico e la gentrificazione che va avanti da anni.

Martedì sera, il sindaco di Portland, Ted Wheeler, ha twittato che "autorizza la polizia di Portland a usare tutti i mezzi legali per porre fine all'occupazione illegale di North Mississippi Avenue e per ritenere responsabili coloro che violano le leggi della nostra comunità", dichiarando in oltre che non vi sarà mai una zona autonoma a Portland.

Wheeler ha riconosciuto il razzismo che sta dietro a molti "sistemi e strutture" del paese e la riforma necessaria, ma ha detto che in questa situazione "c'è stato un lungo e approfondito procedimento giudiziario che ha portato all'ordine di un giudice legittimo di sfrattare le persone che occupano illegalmente una casa".

Secondo il sito web Red House On Mississippi, la casa è stata costruita nel 1896 ed è oggi considerata la più antica casa del quartiere.

Portland sfratto 2

Dopo averla acquistata nel 1955, la famiglia Kinney ha chiesto un prestito ipotecando la casa all'inizio del 2000, che Julie Metcalf Kinney, la madre di Michael "Philo" Kinney, ha descritto durante una conferenza stampa di mercoledì come un "prestito predatorio". Il prestito è stato trasferito più volte tra le società, e nel 2018 Clear Recon Corporation ha avviato il processo di pignoramento della casa.

Secondo i registri immobiliari della contea di Multnomah, Oregon, la casa è attualmente di proprietà della Urban Housing Development LLC, una società di costruzioni di Portland.

A novembre, dopo una serie di battaglie legali fallite, la famiglia ha presentato una richiesta formale alla Corte Suprema degli Stati Uniti per esaminare il caso. La risposta della corte è prevista entro il 23 dicembre.

La casa oggi è circondata da attività commerciali e condomini, e Julie Metcalf Kinney ha detto di ricordare di aver visto sgomberare quelli che erano nel quartiere quando stava crescendo i suoi figli.


Coya Crespin, un organizzatore della Casa Rossa e  della Community Alliance of Tenants, ha detto durante la conferenza stampa del mercoledì che stavano assistendo alla gentrificazione del quartiere, ha riferito: "In tutta la nazione, questo sta accadendo alle famiglie e ci rifiutiamo di stare a guardare mentre i nostri funzionari eletti fingono di ignorare e permettono alla polizia, che è pagata per proteggerci e servirci, di continuare ad eseguire lo sfratto".

Il capo della polizia di Portland, Chuck Lovell, ha detto in una dichiarazione di mercoledì che sono molto preoccupati per la situazione, ma vogliono trovare una soluzione pacifica.
Questa non è la prima città del nord-ovest del Pacifico ad avere una zona occupata. Seattle è stata sede di una zona occupata nota come Capitol Hill Organized Protest, o "Chop", per circa due mesi durante l'estate. E' emersa organicamente in seguito a una serie di pericolosi scontri tra i manifestanti e le forze dell'ordine durante le marce contro la brutalità della polizia scatenata dall'uccisione di George Floyd, un afroamericano, da parte di un poliziotto bianco, a Minneapolis in maggio.

 

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Dominiga Figus è una donna di Sinnai condannata al rogo – per stregoneria – a Cagliari nel 1547. La data della morte è incerta, probabilmente il 12 dicembre.

«Dominiga Figus (di Sinnai) era una delle streghe della città di Cagliari. Amante di Truisco Casula, un ricco possidente, aveva osato ribellarsi alle angherie della potente famiglia Zapata presso cui era serva. Accusata per questo di essere adoratrice del demonio e creatrice di sortilegi e maledizioni, era stata infine imprigionata. Il poco che sappiamo su di lei è noto perché la sua vita incrociò quella di un’altra donna: la viceregina Maria de Requenses, sospettata anche lei di stregoneria e implicata in uno scandalo che coinvolse l’èlite di Cagliari nella metà del Cinquecento. Un venticello malevolo aveva spirato ad arte in quegli elevati ambienti insinuando una voce che poi divenne inarrestabile: in molti erano disposti a giurare che la viceregina fosse una strega. Venne aperto il procedimento inquisitorio per appurare la reale natura dell’accusa ma il vicerè, certo dell’innocenza della consorte, riuscì a provare la falsità delle testimonianze e a dimostrare che era stato ordito un complotto per danneggiarlo. La regina fu prosciolta, mentre gli spergiuri condannati a pene lievi».

Ripreso da «La Donna sarda»

«….Il boia l’ha presa di sabato, il 12 dicembre del 1547, l’ha messa su in carretta. Un frate la teneva a bada con un crocifisso, torvo, come se fosse una spada. Dominiga prima di scendere giù dalla torre ha salutato il mare… Il boia prende Dominiga di peso giù dalla carretta, le infila dalla testa un saio bianco con due croci rosse, una davanti e una di dietro, le fa bere brodo di lampreda di nascosto (bevi, avrai meno male), il frate duro s’intromette col suo crocifisso brandico come un’arma… Il boia le infila un cappuccio cieco di orbace nero che all’altezza del naso ne mostra il respiro spaventato… Il boia l’aiuta a salire alla cieca sulla grande catasta, la regge, la porta di peso: le annoda le mani dietro il palo, la lega alle caviglie, l’assicura in vita… L’anguazile gli porge una torcia accesa, lui la prende e l’avvicina alla catasta. Non prende subito. Il frate brandisce la croce all’insù come una picca… Finché… un rimbombare più potente e lungo, fondo, di un tuono, un tuono vero sì, perché già le prime gocce cadono, e s’infittiscono, diluviano, poi grandine come pietre del selciato lì di Piazza Grande.

La grandine allontana tutti quanti, tutti sono delusi e anche contenti, che ha piovuto, però il rogo è spento prima che la fiamma arrivi ai piedi della strega… Il boia fradicio che risale la catasta spenta sulla scala a pioli, riprende di peso la strega, ridiscende, calmo sembra che porti una bestiola, un passero bagnato… L’alguazile raccomanda al boia di sbrigarsi a fare il suo dovere, mentre anche il frate grida di fare quello che va fatto in questi casi, di torcere il collo della strega, che muoia in un istante, che sbatta le ali come un cappone di sabato sera… Il boia fa qualcosa con la strega che tiene distesa sulle braccia, come a ubbidire al frate, però intanto le slega mani e piedi, morbida e disossata. La coga adesso è immobile, ha perso i sensi: “E’ morta”, dice il boia».

Tratto da «Le fiamme di Toledo» di Giulio Angioni

 

Fonte: Labottegadelbarbieri

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