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Articoli filtrati per data: Thursday, 10 Dicembre 2020

Centinaia di No TAV si sono ritrovati a Venaus per raggiungere Giaglione e portare solidarietà ai resistenti dei Mulini che in Clarea monitorano e tentano di rallentare i lavori dell’allargamento da questa mattina.

I No Tav si sono trovati davanti un dispositivo militare di occupazione totalmente sproporzionato e completamente asservito alle esigenze di Telt nel tentativo di ridurre al silenzio l’opposizione alla grande opera inutile. La polizia che da questa mattina cinge d’assedio il paese ha caricato indiscriminatamente i no tav e lanciato lacrimogeni appena la fiaccolata si è avvicinata al bivio per Giaglione, tentando poi di prendere alle spalle  i manifestanti con un fitta coltre di gas lanciati alcuni ad altezza d’uomo, mentre altri hanno colpito il parabrezza di alcune auto di passaggio. Tutto ciò avviene mentre la commissione del Senato discute il dossier Tav dicendo di avere a cuore le leggittime preoccupazioni della popolazione. Pure fandonie, lo Stato in Val Susa mostra il suo vero volto, fatto di manganelli e lacrimogeni, di un’occupazione militare contro i suoi stessi cittadini.

Ma ci vorrà ben altro per piegare la nostra resistenza.

Da domani torneremo a fare sentire la nostra voce durante l’apericena ai cancelli di Chiomonte alle 18. Domenica invece sarà il giorno di una manifestazione a Giaglione dalle 11, portate scarponi e pranzo al sacco. Per chiunque può rinnoviamo l’invito a raggiungere i Mulini per supportare i resistenti nei prossimi giorni.

#avantinotav

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Di Marco Revelli per volerelaluna

 

Che il virus, come la sfortuna, non fosse cieco, anzi ci vedesse benissimo – che fosse dotato di una solida coscienza di classe alla rovescia, colpendo molto più duro in basso che in alto -, l’avevamo capito fin dalla prima ondata. Ce lo dicevano le mappe più che non le tabelle dell’Iss, quelle (poche, purtroppo, ma eloquentissime) con la distribuzione dei contagi per quartieri nelle grandi città, con le ZTL (Parioli a Roma, Crocetta e Centro a Torino, Magenta e Sempione a Milano) quasi risparmiate dal morbo e quelle periferiche (l’oltre raccordo anulare, le barriere, l’aldilà del cerchio dei viali) flagellate. Ora lo certifica anche il Censis, rivelando che ne è consapevole il 90,2% degli italiani.

L’epidemia ha scavato voragini negli strati popolari, sia sul piano del bios, nella nuda vita, considerata spesso vita di scarto, comandata al lavoro quando le fasce alte si difendevano col lockdown, costretta a elemosinare un posto sempre più raro in terapia intensiva mentre per gli altri c’era il reparto “Diamante” al San Raffaele; sia sul piano dell’oikos ovvero dell’”economia domestica” dove le misure anti-contagio (certo sacrosante) hanno operato con effetti inversamente proporzionali alla collocazione lungo la piramide sociale: tanto più duramente quanto più fragili erano le figure colpite. Gli occupati con funzioni manuali in settori esposti alla cassa integrazione e ai suoi meccanismi spesso lesionati da ritardi e decurtazioni, che se va bene si sono visti un reddito già risicato ulteriormente ridotto del 20 o 30%. O, più sotto, quelli che stan sospesi in settori industriali già in crisi prima della pandemia (e sono tanti), ora avviati a un “fine vita” lavorativa senza orizzonte. E poi giù giù, fino ai penultimi, i lavoratori marginali, le categorie deboli della manifattura e soprattutto dei servizi, quelli a tempo determinato, delle imprese piccole e piccolissime, che temono ad ogni scadenza la “discesa agli inferi della disoccupazione” (è già toccato a 400.000 di loro). E agli ultimi, i precari, quelli della “gig economy”, del lavoro a giornata (“casuale” lo chiama il Censis), del sommerso e del nero, quelli che, appunto, se non lavorano non mangiano perché non hanno cuscinetti di grasso messi da parte per i tempi difficili per la semplice ragione che non hanno mai vissuto ”tempi facili”. Se va bene ricorreranno al silver welfare offerto da nonni o genitori pensionati, altrimenti saranno soli a contendersi un reddito di cittadinanza benedetto ma avaro (da marzo a settembre 2020 582.485 individui in più vi hanno fatto ricorso, con una crescita del 22,8%, con buona pace dei non pochi oppositori di un istituto troppo spesso liquidato con la retorica “del divano”).

strikes coronavirus italy

Sono un esercito questi “ultimi”. 5 milioni, calcola il Censis, che aggiunge che “hanno finito per inabissarsi senza rumore” (proprio così scrivono: “senza rumore”, e l’espressione mette i brividi perché evoca uno scenario di solitudine sociale post-catastrofico). Ma accanto a questi “sommersi” ci sono anche, sia pur molto ma molto meno numerosi, i “salvati”. Quelli che dalle ricadute economiche della pandemia sono stati meno danneggiati. O che addirittura ne sono stati avvantaggiati. Quel 3% di italiani che guadagnano più di 1 milione di dollari (sic) l’anno e possiedono il 34% della ricchezza nazionale – compresi i 40 miliardari che da soli ne monopolizzano ben 165 miliardi – non hanno subito decurtazioni.  Anzi – annota il Censis – “sono aumentati sia in numero che in patrimonio durante la prima ondata dell’epidemia”. D’altra parte – aggiunge il Rapporto, dettagliando l’indagine sui consumi delle famiglie – “a fronte di una spesa mensile media di 2.571 euro, le famiglie meno abbienti, ovvero quelle che spendono meno di 1.000 euro al mese, sono 2.452.728, pari al 9,5% del totale, mentre 79.160 famiglie, pari allo 0,3% del totale, hanno consumi per più di 10.000 euro al mese e spendono complessivamente 962 milioni di euro, l’equivalente della spesa di 1,3 milioni di famiglie che si collocano nel gradino più basso”.

E’ tutta qui la “questione italiana”: in questa spaccatura orizzontale tra una “una società sfibrata dallo spettro del declassamento sociale”, da una parte, e un ristretto ceto possidente irresponsabile e avaro, pronto ad alzare barricate alla sola parola “tassa patrimoniale” e a rivendicare per sé – pensiamo alle raffiche di esternazioni di Carlo Bonomi – tutto, comprese le briciole contese alle deprecate e “improduttive” misure “assistenziali”. Non si tratta, qui, della falsa contesa tra “garantiti” e “non garantiti” (a cui comunque pare credere l’85% degli intervistati, secondo il Rapporto) ma quella, ben più strutturale, e reale, tra ricchi e poveri. Tra abbienti e non aventi”. I primi, sempre più esclusivi e chiusi, i secondi sempre più numerosi e dimenticati. Per questo le raccomandazioni del Censis, secondo cui si imporrebbe “un ripensamento strutturale per la ricostruzione” e la messa in campo di un “progetto collettivo che spazzi via la soggettività egoistica e proterva in cui per decenni abbiamo creduto,  a cui ci siamo affidati con sempre minore convinzione e alla quale, senza alternative, alla fine ci siamo dovuti consegnare prigionieri”, appaiono sacrosante. Ma poco suscettibili di ascolto da parte di un ceto di decisori pubblici che nella sua grande maggioranza, trasversalmente agli schieramenti politici, appare sordo e cieco (anche se purtroppo mai muto).

Virus e poveri 1

Lo stesso Governo Conte, che a mio avviso aveva operato relativamente bene nel corso della prima ondata, tenendo ferma l’istanza prioritaria della salvaguardia sanitaria, nella transizione estiva si è arreso ai “vizi strutturali” del Paese – per paura delle voci grosse dei negazionisti, dei confindustriali, degli zangrilli e degli sgarbi quotidiani e dei briatori smargiassi oltre che per la scarsa coesione e la diffusa ignavia della sua maggioranza – privilegiando la ricchezza sulla miseria, l’economia sulla salute, le discoteche sugli ospedali, i bonus vacanze sul reclutamento del personale medico e paramedico… Lo si sapeva da subito che la seconda ondata ci sarebbe stata e sarebbe stata peggiore. Lo dicevano scienziati e ministri. Eppure si è arrivati a ottobre con i trasporti immutati, la sanità territoriale scassata come prima, il personale ospedaliero insufficiente, un welfare allo sbando secondo i vecchi, devastanti dogmi dei liberisti. Potremmo concludere che questo è davvero, come diceva Norberto Bobbio, un paese “irredimibile”. O che comunque, a redimerlo, non saranno certo gli stanchi interpreti dell’attuale rappresentanza politico-istituzionale sempre più cetuale, né gli arruffati capi-bastone di un populismo dei selfi e delle sceneggiate, di fatto più nemici del popolo di quanto non siano i propri stessi avversari nel gioco del potere. Toccherà invece, se mai ci sarà, a un nuovo modo di interpretare l’impegno politico e sociale, con spirito ferocemente eretico.

 

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Città del Messico / Le comunità indigene del Campeche, dello Yucatán e del Quintana Roo hanno ottenuto la sospensione del 2° tratto del Treno Maya, che va da Escárcega a Calkiní, nel Campeche.

Con la sospensione, non si potranno realizzare nemmeno le opere per la Fase 1 del Treno Maya, il cui impatto Ambientale è stato approvato dalla Segreteria dell’Ambiente e Risorse Naturali (Semarnat) e che implica l’abbattimento di 800 ettari di selva, e include le nuove costruzioni del 2° tratto da Escarcega a Calkiní.

La sospensione, inoltre, apre la possibilità di iniziare un processo giudiziario “senza che si realizzino le opere che potrebbero generare danni irreparabili”, hanno spiegato le organizzazioni Gruppo Indignazione, il Consiglio Regionale Indigeno e Popolare di Xpujil e il Centro Messicano di Diritto Ambientale.

Le organizzazioni hanno chiesto alle autorità di rispettare la sospensione definitiva concessa dal Potere Giudiziario e di garantire la sicurezza dei difensori che lottano contro il Treno Maya, dato che “da quando è iniziato questo processo di difesa, i coinvolti, tanto nei casi individuali come collettivamente, sono stati bersaglio di attacchi, minacce, delegittimazione e criminalizzazione”.

Di seguito il comunicato completo:

Le comunità indigene, contadine, urbane e costiere degli stati di Campeche, Yucatán e Quintana Roo, così come le organizzazioni della società, nei giorni scorsi hanno ottenuto la sospensione definitiva relativa all’azione di tutela presentata nel luglio del 2020 contro il progetto Treno Maya.

A partire dalla sospensione non si potranno eseguire nuove opere relative al progetto Treno Maya nel 2° tratto, che va da Escárcega a Calkiní, nello stato di Campeche. Con questa risoluzione l’autorità giudiziaria permette alle persone che hanno interposto l’azione di tutela di potere celebrare un processo giudiziario senza che si realizzino opere che potrebbero generare dei danni irreparabili, la qual cosa costituisce un beneficio per la società in generale. Speriamo che, di fronte agli argomenti presentati, lo stato messicano possa applicare il principio di precauzione, che è già vigente in Messico per tutte le autorità e decida di sospendere tutto il progetto.

Le autorità responsabili dell’opera che dovranno rispettare la sospensione concessa dall’autorità giudiziaria sono il Fondo Nazionale di Promozione del Turismo (Fonatur), la Segreteria dell’Ambiente e Risorse Naturali (Semarnat), la Presidenza della Repubblica, l’Istituto Nazionale dei Popoli Indigeni (INPI), la Segretaria delle Comunicazioni e dei Trasporti (SCT), così come il Fonatur Tren Maya (TM).

Relativamente alla recente Autorizzazione della Manifestazione di Impatto Ambientale della Fase 1 del Treno Maya, concessa dalla Semarnat al Fonatur TM, non potranno nemmeno essere realizzate le opere per detta fase, dato che dentro a questa si includono nuove opere del 2° tratto da Escarcega a Calkiní, come si è già detto, si trova sospeso conformemente alla decisione del Potere Giudiziario.

Noi collettivo di persone e organizzazioni, che hanno interposto la richiesta di tutela menzionata in questo comunicato, abbiamo congiuntamente deciso di esercitare il nostro diritto di accesso alla giustizia, a seguito delle violazioni dei nostri diritti umani fondamentali come l’accesso ad un ambiente sano per il nostro sviluppo e benessere, causate dai gravi impatti ambientali e sociali del progetto integrale Treno Maya.

Per quanto su detto, facciamo un rispettoso appello al Potere Giudiziario a mantenere ed rendere esecutiva la sospensione definitiva, dato che solo in questo modo si garantisce il rispetto dei nostri diritti umani. Allo stesso tempo, sollecitiamo rispettosamente l’autorità giudiziaria affinché in questo caso agisca con maggiore diligenza, dato che nei differenti processi di difesa che sono stati interposti nella Penisola dello Yucatán stanno avvenendo molte dilazioni processuali. C’è un generalizzato ritardo nell’accoglimento delle denunce tra i 4 e i 6 mesi, sospensioni insufficienti, disobbedienza delle sospensioni e mancanza di sanzioni alle autorità responsabili.

In questo senso, risulta indispensabile che il Potere Giudiziario della Federazione si erga a vero organo protettore dei diritti umani, che garantisca l’accesso alla giustizia e alla generazione di condizioni che permettano ai popoli, alle comunità e a qualsiasi cittadino di impugnare le violazioni che sono provocate da questo progetto.

Per finire, facciamo un energico appello alle autorità affinché garantiscano il diritto delle persone difensore dei diritti umani ambientali ad esercitare il proprio lavoro e ad attuare affinché cessino gli attacchi di cui siamo stati oggetto per aver esercitato il nostro legittimo diritto di opporci alle opere del Treno Maya, considerando che violano il nostro diritto al territorio e ad un ambiente sano. Da quando è iniziato questo processo di difesa, noi coinvolti, tanto nei casi individuali come collettivamente, siamo stati bersaglio di attacchi, minacce, delegittimazione e criminalizzazione per il mero fatto di opporci a questo progetto.

Per sicurezza e protezione dei dati personali non si farà conoscere il provvedimento, né parte del medesimo.

Sottoscrivono:

– Indignazione

– Consiglio Regionale Indigeno e Popolare di Xpujil

– Centro Messicano di Diritto Ambientale

8 dicembre 2020

Desinformémonos

Da Comitato Carlos Fonseca

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Dopo il blitz notturno di Telt per procedere con l’allargamento del cantiere, in Clarea si continua a resistere.

Mentre al senato è in corso la commissione sul TAV Torino – Lione in cui ad ogni piè sospinto si parla di leggittime preoccupazioni delle comunità locali e della loro tutela, qui in valle va in scena una militarizzazione senza precedenti per difendere lo spot pubblicitario dei promotori dell’opera. Non possiamo accettare che un’infrastruttura la cui attualità e sostenibilità economica ed ambientale è stata smentita su ogni fronte venga imposta manu militari al nostro territorio tra l’altro in un momento di difficoltà come questo, generato dalla pandemia. Basta sprecare i nostri soldi per opere che servono solo ad arricchire chi le costruisce, è ora di spendere per sanità, scuole e supporto ai più deboli! Ci vediamo alle 17, cuori in alto! #avantinotav

notav mulini allargamento

Ore 11

 

AGGIORNAMENTO DAI MULINI:

Si continua a resistere di fronte all'abbattimento degli alberi ed al vigliacco allargamento del cantiere, mentre la valle subisce una militarizzazione senza precedenti. L'invito per chi può è quello di raggiungere i resistenti e le resistenti ai Mulini, ci ritroveremo poi alle 17 per decidere come muoverci e opporci alla devastazione del nostro territorio, presto comunicazioni sul luogo. #finoallavittoria

 

Il tentativo di allargamento del cantiere di questa notte è l'ennesimo e ridicolo spot pubblicitario di Telt che, nonostante i cronici ritardi ventennali dell'opera, vorrebbe dimostrare che i lavori stanno andando avanti. Questo atto di forza dei promotori dell'opera avviene infatti a poche ore dalle audizioni in Senato sul dossier Torino - Lione. Alla luce delle valutazioni della Corte dei Conti Europea e del rapporto Crozet che confermano l'inutilità dell'opera e il suo essere antistorica probabilmente TELT e compagnia cantante dormono sonni meno tranquilli: il Re è nudo anche se le lobbies del cemento continuano a tentare di travestire il mostro ecocida da nuova frontiera della green economy.

Che la lobby del TAV tutto sommato sia preoccupata dalle sorti dell'opera e dalla costanza del movimento lo dimostra il modo in cui è stato portata avanti l'operazione. In piena notte, verso l'una, come chi deve fare qualcosa di losco e con un dispiegamento di forze dell'ordine spropositato. L'intero paese di Giaglione è cinto d'assedio con polizia e digos che ne controlla gli ingressi, posti di blocco in giro per la valle e in stazione a Susa. Nonostante ciò però il movimento No Tav non si perde d'animo, i resistenti dei Mulini stanno continuando a frenare il procedere dei lavori e molti abitanti della valle stanno tentando di raggiungere Giaglione.

L'audizione di Telt al Senato dovrebbe avvenire alle 11 e già ce li immaginiamo a sventolare questo farsesco atto di violenza nei confronti della terra e della salute, ma la verità è che degli obbiettivi che i promotori dell'opera avrebbero dovuto portare a casa entro l'anno di fronte alle richieste europee ben poco è stato compiuto. Tra il pantano di Salbertrand e Susa, l'idiota progetto dell'Autoporto di San Didero e la resistenza dei Mulini in Clarea la lobby del TAV ha più di una gatta da pelare.

Nonostante la pandemia imponga un radicale ripensamento di come vengono spese le risorse pubbliche e del rapporto con la natura, questi squallidi devastatori continuano a portare avanti il loro progetto fatto di profitto e di morte, abbattendo decine e decine di alberi e mettendo in serio pericolo la salute degli abitanti della valle.

E' importante dunque raggiungere e sostenere chi sta resistendo il Clarea e farla trovare lunga alle truppe d'occupazione, gridando sempre più forte il nostro "NO" che a fronte della crisi sanitaria, ecologica e sociale che stiamo vivendo ha ancora più ragioni dalla sua parte. #avantiNoTav

Ore 3

In questo momento le ruspe stanno buttando giù gli alberi senza sosta!
A tutela di questa devastazione ambientale, la polizia è uscita in forze dal cantiere di Chiomonte per accompagnare gli operai nei lavori per l’allargamento.
Mentre ai Mulini i presidianti sono tutti e tutte sui tetti e sulle case sugli alberi, i boschi circostanti sono pieni di forze dell’ordine.
Alcun* notav sono stati fermat* all’ingresso di Giaglione, sulla statale. Ci sono un paio di pattuglie di polizia all’ingresso del paese e un paio di cellulari al campo sportivo, sempre a Giaglione.

Restiamo attenti, in attesa di nuovi aggiornamenti.

Fuori le truppe di occupazione!
Avanti #NoTav!

Da notav.info

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Parole di Sara Melul (1941-), liricista di Buenos Aires

Musica di Marcelo Saraceni (1957-), chitarrista compositore e docente di musica argentino, anche lui di Buenos Aires.

Testo trovato su TodoTango. Un tango dedicato ad Azucena Villaflor de Vicenti (1924-1977), argentina di Avellaneda, nata in una famiglia operaia, di mestiere telefonista in un’azienda di elettrodomestici. Sposata con il delegato sindacale Pedro De Vicenti, con cui ebbe quattro figli, nel 1976 uno di essi, Néstor, fu sequestrato insieme alla fidanzata, Raquel Mangin.

Azucena Villaflor e i suoi figli

Azucena si mise subito alla loro ricerca, visitando ogni obitorio ed ogni stazione di polizia e chiedendo inutilmente aiuto ai vertici del vicariato militare (e mi sorge qui una domanda: come mai non si sente mai parlare delle responsabilità dei cappellani militari in frangenti storici come quello della dittatura e della guerra sporca in Argentina?). Nel suo inascoltato peregrinare, Azucena Villaflor conobbe molte altre madri in ricerca dei propri figli desaparecidos. Con alcune di esse decise che i loro casi dovevano essere portati all’attenzione dell’opinione pubblica.

 

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30 abril 1977, primera ronda de las Madres de Plaza de Mayo

 

Un giorno Azucena Villaflor e altre madri si radunarono nella centrale Plaza de Mayo, davanti alla Casa Rosada, sede del governo. Per non violare il divieto di assembramento e riunione, le madri cominciarono a camminare in circolo intorno alla piazza: era il 30 aprile del 1977 ed erano appena nate le “Madres del Plaza de Mayo”. Il 10 dicembre 1977, giornata internazionale dei diritti umani, le Madres pubblicarono sui giornali un annuncio a pagamento con i nomi dei loro figli scomparsi. Quella stessa notte, Azucena Villaflor fu sequestrata da un gruppo armato nella sua casa di Avellaneda. Fece resistenza e già sul posto i sequestratori la picchiarono selvaggiamente. Portata nel famigerato campo clandestino di detenzione dell’Escuela de Mecánica de la Armada (ESMA), Azucena fu torturata e poi trucidata con altri prigionieri. Tra i suoi carnefici vi fu sicuramente il capitano Alfredo Astiz, “el ángel de la muerte”, uno dei coordinatori del “Grupo de Tareas 3.3.2”, così in codice lo squadrone della morte dell’ESMA.

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Madres desaparecidas

 

I resti di Azucena Villaflor, sepolti con quelli di altre vittime in una fossa comune, furono trovati solo nel 2002, ma alcuni documenti declassificati dei servizi nordamericani, mai trasmessi ai governi democratici in Argentina, dimostrano che la morte di Azucena Villaflor era già nota nel 1977, pochi giorni dopo il suo sequestro. Il suo corpo, insieme a quelli di altre due Madres sequestrate, Esther Ballestrino e María Ponce, e di due suore francesi, Alice Domon e Léonie Duquet, erano stati rinvenuti già allora su una spiaggia del distretto bonaerense. Come spesso accadeva, il mare restituiva i corpi degli assassinati che i carnefici avevano cercato di far sparire gettandoli nell’oceano dagli aerei...Nel 2005 Azucena Villaflor ha ricevuto sepoltura alla base della Pirámide in Plaza de Mayo, lì dove iniziarono le marce silenziose delle Madres...Lo scorso 8 marzo, nell'ambito della Giornata europea dei Giusti, presso il Giardino dei Giusti di tutto il mondo realizzato nel parco del Monte Stella (la "Montagna de San Sir") a Milano, sono stati piantati sei nuovi alberi dedicati ad altrettante donne. Tra di loro, Azucena Villaflor. Era presente sua figlia, Cecilia De Vincenti.

 

Nacieron las madres

de tristes jadeos

dolores con hijos

fantasmas de ayer.

 

Negrita valiente

trabaja de obrera

tu nombre azucena

revive en la flor,

 

la lucha no olvida

tu entrega ferviente

secuestros de voces

de entrañas de vientres…

 

Fue de madrugada

sinuosos secuestros

sombras desangradas

pisaron tu andar,

 

armaste la lucha

pujando veredas

fundaste pañuelos

fue en Avellaneda…

 

Cenizas que arden

con rondas de plaza

bandera Azucena

te hacemos canción…

 

Cenizas que arden

con rondas de plaza

bandera Azucena

te hacemos canción…

 

Compañera enorme

mujer de tu pueblo

tu ronda primera

buscando verdad

 

nada te detuvo

ni clases ni agravios

golpeaste la entraña

de ese nunca más.

 

Llegó tu secuestro

en aquella mañana

tu cuerpo en la playa

nadie imaginó

 

con tu cabellera

de rubia y de ángel

tu nombre Azucena

revive en la flor.

 

Armaste la lucha

pujando veredas

fundaste pañuelos

fue en Avellaneda…

 

Cenizas que arden

con rondas de plaza

bandera Azucena

te hacemos canción…

 

Armaste la lucha

pujando veredas

fundaste pañuelos

fue en Avellaneda…

 

Cenizas que arden

con rondas de plaza

bandera Azucena

te hacemos canción…

 

inviata da Bernart Bartleby - 19/3/2016 - 12:01

 

 

Di Néstor De Vicenti, il figlio di Azucena Villaflor, e della fidanzata di lui Raquel Mangin, sequestrati dall’esercito il 13 novembre del 1976 nel barrio di Avellaneda chiamato Villa Domínico, non si è mai saputo più nulla. Lui era uno dei responsabili delle pubblicazioni dei Montoneros a Buenos Aires e per questo furono catturati e fatti sparire per sempre.

 

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Néstor con la madre Azucena

 

 

è che nell’ottobre del 1977, quando Azucena Villaflor e le altre madri ormai da alcuni mesi marciavano ogni settimana, sempre più numerose, davanti alla Casa Rosada, furono avvicinate da un giovane, tal Gustavo Niño, che diceva di avere un fratello desaparecido e che voleva cercarlo lui, perchè sua madre era troppo malata per poterlo fare.Quel ragazzo si guadagnò la fiducia di molte Madres, anche di Azucena, nelle cui case fu ospitato diverse volte. E proprio quello stesso ottobre alcune madri vennero arrestate, portate in un commissariato, interrogate ed intimidite. Infine a dicembre vennero sequestrate prima Esther Ballestrino e María Ponce, e con loro le due suore francesi, Alice Domon e Léonie Duquet, e subito dopo proprio Azucena Villaflor...

 

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Alfredo Astiz

 

Gustavo Niño, il bel giovane che aveva più o meno l’età dei figli scomparsi di Azucena Villaflor e della altre madri, era in realtà il capitano di marina Alfredo Astiz, detto “El Ángel Rubio” o “El Ángel de la Muerte”, torturatore dell’ESMA, che si era infiltrato facilmente nel gruppo delle donne e aveva indicato ai suoi come provare a disarticolarlo.

 

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Alfredo Astiz non è stato soltanto il simbolo dei crimini della dittatura ma anche l’immagine della sua disfatta in seguito alla guerra delle Malvinas/Falklands, al termine della quale il regime argentino si squagliò come neve la sole, dopo aver causato in patria circa 30.000 desaparecidos nei sette anni che durò il cosiddetto Proceso de Reorganización Nacional (1976-1983).

 

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Alfredo Astiz a processo

 

Il 23 aprile del 2014 Alfredo Astiz, che ha oggi 64 anni, è stato condannato con sentenza definitiva all’ergastolo per i crimini da lui commessi durante la dittatura.

 

Bernart Bartleby - 19/3/2016 - 17:33

 

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