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Articoli filtrati per data: Tuesday, 01 Dicembre 2020
Intervista ad Adnan Selçuk Mızraklı, sindaco dell'area metropolitana di Diyarbakir, attualmente detenuto. 

Il 31 marzo 2019 il dottor Adnan Selçuk Mızraklı è stato eletto sindaco dell'area metropolitana di Diyarbakir, (Amed per i curdi), una città di poco più di 1.700.000 abitanti. La maggioranza assoluta da lui ottenuta, il 62% dei voti, non gli impedito la destituzione dal suo incarico ad opera del governo turco nell'agosto dello stesso anno e di controllare il comune. Anche Mizrakli è stato arrestato a ottobre, accusato di appartenere a una "organizzazione terroristica" e infine condannato il 9 marzo a 9 anni e quattro mesi di prigione. Mizrakli fa parte di un gruppo di 23 sindaci HDP attualmente in carcere. Human Rights Watch ha affermato, nel suo caso, che: "le prove contro di lui non supportano l'accusa". A seguito della visita dei suoi parenti, Berria ha potuto comunicare alcune riflessioni sulla sua situazione, a proposito dell’attitudine repressiva del regime di Erdogan e sulla lotta del movimento curdo.

Hai lasciato il posto di vice per candidarti a sindaco di Amed. Cosa ti ha spinto a prendere questo impegno?

Mi sono dimesso dalla carica di parlamentare, parzialmente tutelato, per svolgere l'incarico di sindaco, che infine mi ha portato ad essere qui oggi. La mia scelta è stata quella di essere più vicino alle persone, che ho servito in modo diverso negli anni, per sperimentare in prima persona quello che è la pietra miliare della democrazia locale. D'altra parte, ha considerato la possibilità di contribuire al futuro comune di un popolo che con il suo lavoro, i suoi valori e le sue risorse è riuscito a creare la più ampia partecipazione ai meccanismi democratici per il proprio futuro di comunità locale. Ho servito come vice e sindaco il Comune metropolitano di Amed, perché quella era la volontà e parte della resistenza del mio popolo, che mi ha dato l'onore di eleggermi.

La città sembra avere un significato speciale per te..

Ho sempre sognato che Amed fosse la pietra miliare di quelli che sono stati i miei valori per anni: democrazia, uso dei diritti e delle libertà, giustizia, fine delle disuguaglianze, benessere di una società, rafforzamento della speranza e della fiducia; in altre parole, un clima dominato dalla pace. Questo sogno, come molte volte prima, è il compagno più vicino alla verità e alla realtà quando si arricchisce della pratica popolare. Diyarbakır è una città con una lunga memoria di dignità e lotta. La storia prende inizio in questa città e la lotta e la resistenza continuano la storia. È una città fatta di persone che hanno coltivato la pazienza, io sono uno studente di quella città, ho vissuto qui e ci vivrò, sapendo che sono sempre in debito con queste persone e ho una responsabilità nei loro confronti.

Il tuo impegno e il tuo ampio trionfo elettorale ti hanno portato in prigione. Come valuta questa situazione?

Le carceri sono sempre state la seconda casa dei rivoluzionari democratici in tempi di vessazioni. Quando si tratta di curdi che lottano per la loro rappresentanza democratica e la loro vita dal punto di vista della legge, le carceri sono uno strumento di minaccia, intimidazione e ricatto, ma anche una seconda possibilità. Le condizioni carcerarie in Turchia, come in tutti i paesi del mondo, sono luoghi in cui si sperimentano direttamente sia i punti di forza che i punti deboli.

Come affronti la tua incarcerazione?

Nel mio caso particolare sto cercando di ignorare la prigione, che sta cercando di diventare luogo di punizione e isolamento a 700 km dal mio spazio vitale. L'amore per la libertà della mia mente, la mia coscienza e la consapevolezza di questa situazione sono la mia forza. Ci sono molti insorti nella storia politica dei socialisti che hanno trasformato la prigione in luoghi di creazione che abbattono i muri che fisicamente ci racchiudono, penso a Mandela o Gramsci.

La sua permanenza in carcere è coincisa in parte con la pandemia e con le proteste dei detenuti durante lo sciopero della fame .

Durante il fenomeno del coronavirus, stiamo assistendo a un atteggiamento del potere politico, come in molte altre occasioni, dominato dalla vendetta a scapito della protezione della vita e della salute umana. In questo periodo sono state molto presenti anche le richieste di coloro che, attraverso lo sciopero della fame, chiedevano un processo equo, nonché il persistere di rapporti che indicavano che le condizioni di detenzione erano inadeguate a preservare la vita. Abbiamo subito morti, come quella dell'avvocato Ebru Timtik, dopo 238 giorni di sciopero della fame, che chiedeva qualcosa di fondamentale, ossia un giusto processo. Ebru è immortalata nella sua richiesta di giustizia, e l'atteggiamento della magistratura e dell'amministrazione turche ha dimostrato ancora una volta che considerano la vita umana come insignificante.

Come valuta l'atteggiamento dell'UE di fronte alla grave situazione delle violazioni dei diritti umani in Turchia e il suo ruolo ambiguo nel conflitto in Medio Oriente?

I responsabili delle decisioni dell'UE hanno sempre dato la priorità ai propri interessi e alle loro strategie. La differenza tra le decisioni prese dal Parlamento e dalle commissioni dell'UE e la loro attuazione va in questa direzione. Stiamo assistendo al fatto che Erdogan non segue una politica che tienga conto degli equilibri e delle sensibilità, e se necessario ricorre persino a tenere in ostaggio l'opposizione democratica interna nel suo tentativo di sfidare costantemente l'Ue. In questo gioco, la geopolitica e la geostrategia della Turchia sono fatte di materiale altamente infiammabile, dall'essere un asse di pace a diventare un asse di guerra e alimentando la capacità di far esplodere conflitti. L'UE non è stata in grado di adottare atteggiamenti efficaci nei confronti di minacce diverse come l'emigrazione o i jihadisti radicali e, nonostante si sia dichiarata difensore dei valori universali, agisce sulla base dei suoi interessi e delle sue ansie. Come sempre i popoli oppressi sono quelli che pagano un prezzo nelle lotte e nei conflitti.

La lotta del popolo curdo, oltre a rivendicazioni politiche concrete, adattate alle differenze regionali, è attraversata da un approccio globale e alternativo che ispira la sua resistenza. Potresti riassumere queste aspirazioni per noi? 

Nella nostra lingua c'è un detto che dice che una disgrazia vale più di mille mance. Siamo di fronte al fatto che la pandemia non riconosce nazioni, confini o ricchezze e può essere il disastro comune di tutta l'umanità. Come tutti i fratelli e le sorelle che vivono in questo mondo, il nostro futuro è comune. Il mondo in cui viviamo ci appartiene, ma abbiamo anche la responsabilità nei confronti delle prossime generazioni di stabilire un futuro comune per l'umanità, basato sullo stabilire un legame organico con la natura invece di cercare di dominarla. Abbiamo bisogno di un mondo che elimini le disuguaglianze, il razzismo, protegga l'ambiente e protegga la pace. Stabilire la pace dell'umanità, eliminare le condizioni di sfruttamento, è nostra responsabilità.

Fonti: Rebellion / Berria

Di : Orsola Casagrande

Articolo originale : https://rebelion.org/las-carceles-siempre-han-sido-la-segunda-residencia-de-los-revolucionarios/

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Dopo le proteste, di massa e radicali, del fine settimana in tutta la francia contro la Loi de Securitè Globale, la maggioranza di governo annuncia una “versione completamente nuova dell’articolo 24”, il più contestato della legge, che prevede il divieto di filmare o fotografare poliziotti in azione.

La decisione è arrivata dopo un vertice all’Eliseo, convocato da Macron, preoccupato per l’ondata di proteste contro la norma.

La legge già votata in prima lettura all’Assemblée Nationale martedì scorso, dovrà essere parzialmente riscritta, ma famigliari delle vittime della polizia, collettivi, associazioni e giornalisti chiedono di più: vogliono la cancellazione totale della legge e non solo la riscrittura dell’articolo 24. 

Infatti l’intero provvedimento presenta elementi critici che mostrano la deriva autoritaria che sta prendendo la Francia da ben prima dell’arrivo di Macron all’Eliseo e che affonda le sue radici almeno dai tempi di Sarkozy, con l’introduzione di strumenti repressivi sempre più sofisticati e letali che si accompagnano a norme che garantiscono sempre una maggiore impunità per le forze di polizia.

Sull’argomento abbiamo raccolto due analisi:

Simone, fotoreporter che da anni segue e documenta le manifestazioni di piazza non solo in Francia.Ascolta o scarica

Cesare Piccolo, giornalista e nostro collaboratore da Parigi.Ascolta o scarica

Da Radio Onda d'Urto

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Mentre si alleggeriscono le misure anti-Covid solo per permettere i consumi natalizi, sui quotidiani serpeggia un moto di indignazione dato che le vie delle shopping e i centri commerciali si stanno riempendo (come era ovvio).

Tra i capofila di questa indignazione i politici del variegato teatrino dell'ipocrisia che tanto hanno spinto per le riaperture natalizie.

Fra tutti poi spicca il sempre lungimirante Cirio, presidente della Regione Piemonte, che dopo essersi stracciato le vesti per uscire dalla zona rossa (più con strepiti e urla che con politiche sanitarie e sociali efficaci: solo la responsabilità, tutto sommato, degli abitanti del Piemonte ha permesso che si alleggerisse la pressione sugli ospedali) adesso afferma a gran voce che lo struscio per le vie del centro è "inaccettabile".

Già si parla di "vigilantes", aumento dei controlli, numeri chiusi per le vie dello shopping e molte altre varie forme di militarizzazione dei consumi.

La solfa è la stessa che veniva propagandata nella fine della scorsa primavera con la squallida caccia giornalistica all'assembramento da "movida", con la colpevolizzazione dei giovani e tutto il resto. Ma sono passati sei mesi da allora, gli effetti delle riaperture estive e della troppa avventatezza nel considerare la situazione sotto controllo ci hanno condotto direttamente nella seconda ondata e il paradigma della convivenza con il virus con il suo portato di vittime ha preso il sopravvento. Ora è ipocrita pensare che a queste aperture natalizie non seguirà una recrudescenza del virus, tutti lo sanno, è un cosiddetto "rischio calcolato". Peccato che questo calcolo vede sotto il segno meno le vite dei più deboli e di chi è maggiormente esposto al rischio contagio.

E' limitante però fermare la riflessione a queste considerazioni, che possono condurre a varie reazioni riduttive e semplificatorie. Una su tutte è quella che colpevolizza la gente che ha approfittato del via libera per farsi una passeggiata in centro o affollare i templi del consumo. Il corredo di esternazioni che si accompagnano a questa reazione è anch'esso piuttosto consunto seppure naturalmente muove da una giusta critica, quella al consumismo, alla mercificazione delle relazioni sociali e al ruolo che rivestono dentro il sistema di sviluppo in cui viviamo le feste comandate. Ma è l'obbiettivo di queste critiche ad essere controproducente. Contribuire alla canea mediatica contro chi si sta dando alle spese natalizie ci fa perdere di vista il vero punto, cioè la stretta connessione, attraverso proprio la mercificazione, tra consumo di massa e riproduzione sociale sotto l'attuale regime capitalista.

In quanti abbiamo notato negli anni il progressivo trasmigrare degli anziani dai circoli ricreativi (sempre meno) e dai parchi cittadini (mentre sparivano panchine e fontane in giro per le città con la scusa del decoro) ai bar dei grandi centri commerciali? In quanti abbiamo visto che di fronte a una sempre maggiore penuria di eventi sociali e culturali a carattere pubblico questi si siano moltiplicati tra le mura di note catene multinazionali? Quanto le grandi concentrazioni del consumo hanno frammentato i rapporti di vicinato?

Tutti questi esempi banali e autoevidenti sottolineano dei meccanismi più complessivi che hanno a che fare con la privatizzazione degli spazi, la sussunzione della "socialità" e dell'affettività alla valorizzazione capitalistica, con l'emergere del lavoro di "consumo" come una vera e propria attività ordinata, organizzata e incorporata.

Il nodo del lavoro di "consumo" è tutt'altro che privo di ambivalenze a partire dall'alienazione che genera. La relazione tra questo e la riproduzione sociale è anch'essa evidente ma non scontata negli effetti e nelle conseguenze. Per esempio: è giusto e ha senso fare delle campagne contro le catene della GDO dal lato del consumatore, ma per i soggetti che sono più coinvolti nella riproduzione sociale (soprattutto le donne) fare la spesa in un grande centro commerciale piuttosto che in piccoli negozi o botteghe vuol dire un risparmio di tempo non indifferente che si può spendere nello svolgere altre mansioni o nel ritagliarsi uno dei pochi momenti di relax. Questo risparmio nel tempo di lavoro di "consumo" nell'esperienza individuale diventa tanto più necessario tanto più si è soggetti a sfruttamento ed altre forme di dominio. In un modo simile si può guardare alle campagne che lanciano il boicottaggio di Amazon e altri siti di e-commerce: sono campagne sacrosante, ma devono sfuggire dalla logica della colpevolizzazione di chi utilizza questi mezzi perché risparmia o perché spreca meno del proprio tempo.

Per ragionare su questi piani è anche necessario uscire dalle logiche delle efficienze primarie: considerazioni del tipo "Non è che si stanno comprando il pane, ma lo smartphone" oppure "per una volta si può rinunciare ai regali di Natale" naturalmente sono di buon senso, ma non colgono un aspetto fondamentale. Occorre considerare anche queste attività in maniera più complessiva come nodi della riproduzione sociale sotto il regime capitalista. Come ci si veste, cosa si regala, come si consuma in poche parole fanno parte del modo in cui ci si costruisce una legittimità sociale, si contribuisce a costruirsi delle possibilità di ascesa sociale e purtroppo anche si socializza attraverso la mediazione della merce.

Ovviamente tutti questi aspetti della riproduzione sotto il capitalismo fanno i conti con enormi contraddizioni. La pandemia ne ha evidenziate molte: la distanza tra il valore d'uso e il valore di scambio della merce, il nodo dell'assenza di reddito di fronte all'insistenza della retorica della realizzazione nel consumo, la resistenza delle relazioni umane a farsi unicamente funzionali alla valorizzazione, la contraddizione tra il consumo infinito di qualsiasi materia con un potenziale di messa a profitto ed i limiti ecologici.

In queste contraddizioni tocca immergersi per provare a costruire degli itinerari di lotta contro la mercificazione che vadano oltre alla sostituzione di scarpe alla moda e spumante con monopattini elettrici e borracce ecocompatibili.

In questo senso bisogna evitare che la giusta avversione verso il consumismo (tanto più in questo momento) si trasformi nel rafforzamento delle retoriche antipopolari del potere che senza mezzi termini ci dice che è fondamentale continuare a consumare, ma non continuare a vivere. I responsabili delle nostre condizioni di vita, dei ricatti a cui siamo sottoposti sono chiari ed evidenti, cerchiamo di non renderci strumenti del loro teatrino, ma di costruire le possibilità per cui queste contraddizioni maturino e diventino orizzonte di una prospettiva di massa per farla finita con questo ingiusto e necrogeno sistema di sviluppo.

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David Harvey

“Come socialisti il nostro compito è difendere la libertà”. Marx e la libertà. Un’arma a doppio filo. Libertà senza giustizia. Oltre il mercato.

“La propaganda della destra sostiene che il socialismo è nemico della libertà individuale. Ma in realtà è il contrario: lavoriamo per creare condizioni materiali sotto le quali le persone possano essere veramente libere, senza i rigidi limiti che il capitalismo impone alle nostre vite”.

Questo testo è un fragmento del nuovo libro di David Harvey, The Anti-Capitalist Chronicles, pubblicato da Pluto Press.

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Durante alcune conferenze che ho fatto in Perù è sorto il tema della libertà. Un gruppo di studenti era molto interessato a questa domanda: “Il socialismo implica di rinunciare alla libertà individuale?”.

La destra si è sempre arrangiata per appropriarsi del concetto di libertà come se le appartenesse e per usarlo come arma nella lotta di classe contro il socialismo. Argomenta che la sottomissione dell’individuo al controllo statale imposta dal socialismo o dal comunismo è qualcosa di inevitabile.

La mia risposta è che non dovremmo abbandonare l’idea che la libertà individuale sia una parte costitutiva di un progetto socialista emancipatorio. La conquista delle libertà individuali è, così come ho argomentato in quell’occasione, una delle mete centrali di questi progetti emancipatori. Ma questa conquista richiede la costruzione collettiva di una società nella quale tutte le persone abbiano l’opportunità e la possibilità di realizzare il proprio potenziale.

Marx e la libertà

Marx disse alcune cose molto interessanti su questo tema. Una di quelle è che “il regno della libertà comincia solo là dove termina il lavoro imposto dalla necessità”. La libertà non significa nulla per qualcuno che non può alimentarsi, che non può accedere ad un adeguato servizio di salute, ad un’abitazione, al trasporto, all’educazione, ecc. Il ruolo del socialismo è di provvedere a queste necessità fondamentali affinché la gente sia libera di fare tutto quello che desidera.

Il punto d’arrivo di una transizione socialista è un mondo nel quale le capacità e le potenzialità individuali siano completamente liberate dai limiti che gli impone la necessità e da altri limiti sociali e politici. Invece di ammettere che la destra ha il monopolio della nozione di libertà individuale, dobbiamo esigere l’idea di libertà per il nostro progetto socialista.

Ma Marx ha anche segnalato che la libertà è un’arma a doppio filo, dato che coloro che devono lavorare in una società capitalista sono liberi in un doppio senso. Possono vendere liberamente la propria forza di lavoro nel mercato a chiunque. Possono offrirla sotto i termini di un contratto negoziato liberamente.

Ma al medesimo tempo sono “non liberi” perché si sono “liberati” da qualsiasi controllo o accesso ai mezzi di produzione. Pertanto, per vivere devono consegnare la propia forza lavoro al capitale.

Questi sono di due lati della loro libertà. Per Marx questa è la contraddizione centrale della libertà sotto il capitalismo. Nel capitolo sulla giornata lavorativa del Capitale, lo pone in questi termini: il capitalista è libero di dire al lavoratore o alla lavoratrice: “Voglio darti lavoro pagandoti il salario più basso possibile per la maggior quantità di ore possibili affinché  tu faccia esattamente il lavoro di cui io ho bisogno. Questo è quello che ti chiedo quando ti contratto”. E il capitalista è libero di fare questo in una società di mercato perché, come sappiamo, nella società di mercato si tratta di offrire e di competere per questo e per quello.

D’altra parte, anche chi lavora è libero di dire: “Non hai diritto di farmi lavorare 14 ore al giorno. Non hai diritto di fare quello che vuoi con la mia forza lavoro, specialmente se questo accorcia la mia vita e mette in pericolo la mia salute e il mio benessere. Sono disposto solo a lavorare durante una giornata giusta in cambio di un salario giusto”.

Data la natura di una società di mercato, tanto il capitalista come il lavoratore hanno ragione per quello che reclamano. Marx dice che ambedue hanno ragione per la legge dello scambio che domina nel mercato. Dice anche che tra diritti uguali decide solo la forza. La lotta di classe tra il capitale e il lavoro definisce la questione. Il risultato dipende dalla relazione di forze tra il capitale e il lavoro che, in alcuni casi, può diventare coercitiva e violenta.

Un’arma a doppio filo

Questa idea della libertà come un’arma a doppio filo è molto importante e deve essere considerata più dettagliatamente. Una delle migliori elaborazioni su questo tema si trova in un saggio di Karl Polanyi. Nel suo libro La grande trasformazione, Polanyi dice che ci sono buone forme e cattive forme di libertà.

Tra le cattive forme che enumera si contano le libertà di sfruttare il prossimo senza limiti; la libertà di ottenere profitti esorbitanti e smisurati con il servizio che si fornisce in cambio alla comunità; la libertà di evitare che le invenzioni tecnologiche siano utilizzate a beneficio di tutta la popolazione; la libertà di trarre un utile dalle tragedie umane o naturali, alcune delle quali sono segretamente disegnate a beneficio di agenti privati.

Nonostante ciò, continua Polanyi, l’economia di mercato sotto la quale prosperano queste libertà, ha anche generato libertà di cui abbiamo un’alta stima: la libertà di coscienza, la libertà d’espressione, la libertà di riunione, la libertà di associazione e la libertà di scegliere il proprio lavoro.

Nonostante che possiamo apprezzare queste libertà in sé stesse, non smettono di essere, in grande misura, un frutto originato dalla medesima economia che è responsabile delle cattive libertà. La risposta di Polanyi a questa dualità ad alcune persone risulta molto strana, data l’attuale egemonia del pensiero neoliberale e la forma in cui il potere politico esistente ci presenta la libertà.

Polanyi scrive: “Il fallimento dell’economia di mercato” -come dire, la possibilità di andare al di là dell’economia di mercato- “può presupporre l’inizio di un’era di libertà senza precedenti”. È un’affermazione abbastanza sconvolgente. La libertà reale comincia una volta che si abbandona l’economia di mercato. Polanyi continua:

La libertà giuridica e la libertà effettiva possono essere maggiori e più ampie di quello che sono mai state. Regolamentare e dirigere può trasformarsi in una forma per raggiungere la libertà, non solo per alcuni ma per tutti. Non la libertà come qualcosa di associato al privilegio e viziata alle radici, ma la libertà in quanto diritto prescrittivo che si estende al di là degli stretti limiti della sfera politica, all’intima organizzazione della medesima società. In questo modo, alle antiche libertà e agli antichi diritti civici si aggiungeranno nuove libertà per tutti e generate dall’ozio e dalla sicurezza. La società industriale può permettersi di essere simultaneamente libera e giusta.

Libertà senza giustizia

Orbene, credo che questa idea di una società basata sulla giustizia e sulla libertà fosse l’agenda politica del movimento studentesco durante gli anni sessanta, l’agenda della cosiddetta “generazione del 68”. C’era una domanda molto estesa tanto di libertà come di giustizia: libertà dalla coercizione dello stato, libertà dalla coercizione imposta dal capitale corporativo, libertà dalle coercizioni del mercato, tutto questo coniugato con la richiesta di giustizia sociale.

La risposta politica capitalistica a questo durante i settanta fu interessante. Comportò di affrontare queste richieste per dire: “Vi daremo le libertà (con alcune eccezioni) ma dimenticatevi della giustizia”.

Fatto che ha finito con il significare che questa libertà fosse molto limitata. In grande misura si è trattato della libertà di scelta nel mercato. Il libero mercato e la liberazione da qualsiasi regolazione statale sono state le risposte alla questione della libertà. E è stato necessario dimenticarsi della giustizia. Questa sarebbe impartita dalla concorrenza del mercato, che presuntamente era così efficace che avrebbe assicurato a ciascuno di ricevere quello che meriterebbe. Nonostante ciò, l’effetto è stato di dare libero sfogo a molte delle cattive libertà (per esempio, la libertà di sfruttare le altre persone) in nome delle libertà virtuose.

Questa svolta è stata qualcosa che Polanyi ha evidentemente riconosciuto. Ha osservato che il passaggio verso il futuro che lui immaginava era bloccato da un ostacolo morale, e questo ostacolo morale era qualcosa che lui ha chiamato “utopismo liberale”. Credo che ancora ci scontriamo con i problemi che pone questo utopismo liberale. È un’ideologia che si è generalizzata nei mezzi di comunicazione e nei discorsi politici.

L’utopismo liberale del Partito Democratico, per prendere un caso, è uno degli ostacoli sul cammino verso la conquista della libertà reale. “La pianificazione e il controllo”, ha scritto Polanyi, “stanno venendo attaccate come se implicassero la negazione della libertà. In cambio, si definisce come fatto essenziale della libertà la libertà d’impresa e la proprietà privata”. Questo è quello che propongono i principali ideologi del neoliberalismo.

Oltre il mercato

Io credo che questo sia uno dei principali temi della nostra epoca. Andremo oltre le libertà limitate del mercato e oltre la regolazione delle nostre vite attraverso le leggi dell’offerta e della domanda? O accetteremo, come disse Margaret Thatcher, che non c’è alternativa? Non c’è nessuna alternativa a questo e oltre a questo non c’è nessuna libertà. Questo è quello che professa la destra, e questo è quello che molta gente è giunta a credere.

È il paradosso della nostra presente situazione: che in nome della libertà abbiamo adottato l’ideologia dell’utopismo liberale, che in realtà è una barriera per raggiungere la reale libertà. Non credo che siamo in un mondo di libertà quando qualcuno che vuole ricevere una buona educazione deve pagare un’immensa quantità di denaro e farsi carico di un enorme debito per il resto della sua vita.

In Gran Bretagna, una considerevole proporzione della disponibilità di abitazioni durante gli anni sessanta era a carico del settore pubblico; si trattava di un’abitazione sociale. Quando ero giovane, questa abitazione sociale serviva a soddisfare una necessità basilare ad un costo ragionevole. Dopo è giunta Margareth Thatcher e ha privatizzato tutto, argomentando fondamentalmente che “saremmo giù liberi quando possederemo la nostra proprietà e ci trasformeremo in una parte di una democrazia di proprietari”.

Una situazione nella quale il 60% della fornitura di abitazioni era a carico del settore pubblico si è trasformata repentinamente in una situazione nella quale solo il 20% -o forse meno- lo era. L’abitazione si trasforma in una mercanzia, e la mercanzia fa parte delle attività speculative. Fino al punto di trasformarsi in un veicolo per la speculazione. Quando il prezzo delle proprietà sale, il costo della casa sale senza che aumentino proporzionalmente i mezzi di  accesso.

Stiamo costruendo città e abitazioni in un modo che offre una libertà enorme alle classi alte mentre fa sì che il resto della popolazione sia sempre meno libera. Credo che Marx si riferisse a questo quando fece il suo celebre commento: il regno della necessità deve essere superato per raggiungere il regno della libertà.

Il regno della libertà

Questa è la forma in cui le libertà di mercato limitano le possibilità e, da questo punto di vista, credo che una prospettiva socialista implichi una risposta del tipo di quella di Polanyi; come dire, è necessario socializzare l’accesso alla libertà socializzando, per esempio, l’accesso all’abitazione. Facciamo che smetta di essere qualcosa che è semplicemente nel mercato affinché si trasformi in qualcosa che esiste nel dominio pubblico. L’abitazione pubblica è il nostro motto. Questa è una delle idee basilari del socialismo nel sistema contemporaneo: mettere le cose sotto il dominio pubblico.

Molte volte si dice che per raggiungere il socialismo dobbiamo rinunciare alla nostra individualità e fare un sacrificio. Orbene, questo può essere una verità fino ad un certo punto; ma così come ha detto Polanyi, rimane un’enorme libertà da conquistare se andiamo oltre le crudeli realtà che ci impongono le libertà individualizzate del mercato.

Credo che quello che Marx voleva dire è che bisogna massimizzare il regno della libertà, ma che questo può succedere solo se si danno risposte ai problemi che sorgono dal regno della necessità. Il compito di una società socialista non è in assoluto regolare tutto quello che succede nella società. Il compito di una società socialista è garantire che tutte le necessità basilari siano soddisfatte -in modo gratuito- affinché le persone possano fare tutto quello che vogliono quando lo desiderano.

Se proprio adesso domandasero a qualcuno “quanto tempo libero hai a tua disposizione?”, la risposta tipica è “non ho tempo per quasi nulla. Tutto il mio tempo è occupato a farmi carico di questo e di quello”. La libertà reale implica un mondo nel quale abbiamo tempo libero per fare tutto quello che vogliamo, e per un progetto emancipatorio socialista questa è una delle principali missioni. Pertanto, questo è qualcosa per cui dobbiamo lavorare.

Jacobin America Latina

30/10/2020

La Haine

Traduzione a cura di Comitato Carlos Fonseca

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Sabato scorso (28 dicembre) sull’isola si è abbattuto un imponente nubifragio, già dalle prime ore si è compresa la gravità del fenomeno. Bitti, paese della Barbagia, è la zona più colpita che piange tre vittime e che ha subito danni milionari soprattutto per quello che riguarda il centro abitato. Le immagini che già dal primo pomeriggio di sabato giravano sui social parlano da sole un fiume in piena di fango e detriti che attraversa interamente il paesino della Barbagia.

"Abbiamo passato la notte a spalare fango con la gente terrorizzata dalla pioggia, che purtroppo ha continuato a scendere nelle ore notturne - ha dichiarato Cristian Farina assessore all'Ambiente del Comune -. Non c'è abitazione che non sia stata toccata dal fango e tutte le famiglie sono impegnate nella pulizia. Stiamo intervenendo con urgenza sulla viabilità di campagna dove molti allevatori sono rimasti bloccati, ad alcuni dei quali stamattina abbiamo portato medicine e viveri. Le persone sfollate sono state travolte dalla solidarietà e accolte da parenti e amici e dai nostri B&B, nessuno ha usato i lettini della Croce rossa e le strutture del Comune."

Nel comune si registrano anche tre vittime. Il nubifragio è già considerato da tutti una catastrofe peggiore di quella del 2013, per la località barbaricina, oltre alle tre persone defunte si stimano danni per più di 40 milioni di euro in un centro abitato che conta poco più di tremila anime.

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Calamità naturale o dissesto idrogeologico

La retorica dell’evento straordinario è come sempre il leitmotiv dei mezzi di informazione mainstraem e della politica Italiana e Sarda. I primi che hanno provato ad andare oltre questa retorica sono i giovani di Fridays for future Olbia, città devastata nel 2013 dall’uragano Cleopatra, uno stralcio del comunicato “Non chiamatelo maltempo” recita:

Oggi in tutti i telegiornali, sia regionali che non, la causa della morte delle persone era sempre il maltempo […] nessuno che accennasse all' EMERGENZA CLIMATICA. Se fossero casi isolati non ci sarebbe da preoccuparsi, ma ormai ogni anno succedono queste cose e c'è sempre qualcuno a piangere qualche vittima, ma per i media sarà sempre maltempo

L'EMERGENZA CLIMATICA è qui, in Italia, in Sardegna, ed è la stessa che provoca queste improvvise inondazioni.

Ci troviamo di fronte a due fattori che ci devono interrogare il primo è quello sottolineato da F4F: l’intensificarsi di eventi climatici catastrofici che non hanno nulla a che vedere con la straordinarietà ma risentono dei profondi cambiamenti climatici che stanno sconvolgendo il pianeta. Giusto la settimana scorsa è stato presentato il rapporto di Legambiente sui mutamenti climatici nel territorio dello stato Italiano: tra il 2010 e il 2020 gli eventi estremi sono stati più di mille e sono in aumento costante, più di 250 persone hanno perso la vita e 50mila sono sfollate.

L’altro aspetto è legato invece all’amministrazione dei territori: la messa in sicurezza delle zone a rischio idrogeologico non è mai stata una priorità dello stato Italiano e della regione Sardegna. Si sa le messe in sicurezza ed i piani urbanistici non si possono inaugurare con un elegante taglio del nastro e non si possono capitalizzare in voti. La consapevolezza che Bitti fosse a rischio idrogeologico lo si aveva da almeno dieci anni, quando il sindaco dichiarò: «sono necessari e quantomai urgenti interventi di messa in sicurezza dell'abitato, connessi ai canali tombati dei rii Cuccureddu e Giordano. Si segnala inoltre la grave pericolosità idraulica connessa al reticolo minore gravante sul centro edificato, il quale può incidere sulla sicurezza del territorio e popolazione».

In questo contesto in Sardegna si discutono norme per incrementare il consumo del suolo soprattutto nelle zone dove esiste una possibilità per il mercato di estrarre ancora profitti e accaparrarsi voti. Il nuovo piano casa della regione prevede incrementi volumetrici anche nella fascia protetta dei 300 metri dalle coste, senza nessuna valutazione degli interventi legato al rischio.

In Sardegna il suolo, l’ambiente e il paesaggio sono una risorsa già fortemente compromessa dalla messa a profitto delle coste attraverso l’edificazione selvaggia per la turistificazione come processo di industrializzazione del territorio e dall’abbandono delle zone interne considerate sempre più zone improduttive e marginali. In Sardegna non occorrono nuove edificazioni a scopo abitativo, nell’isola troviamo 261.120 abitazioni vuote, più del 28% del totale del patrimonio edilizio dell’isola, metà delle quali in aree rurali dell’interno.

Lo stato si autoassolve

Sulle macerie del disastro che si è abbattuto su Bitti lo stato mostra la sua forza muscolare negli interventi straordinari con lo sfoggio dei mezzi della brigata meccanizzata Sassarese. L’impiego dell’esercito e dei mezzi pesanti in dotazione dovrebbe essere una operazione normale per uno stato in casi di calamità. Tuttavia ci troviamo a dover assistere al disgustoso teatrino della iper-mediatizzazione dei soccorsi da parte di uno stato patrigno che ha abdicato la cura del territorio in Sardegna come altrove per avallare inutili opere speculative a favore del profitto di pochi che con la divisa dello stesso esercito che avvelena ampie zone dei territori nell’isola si fa fotografare mentre spala il fango dalle strade del piccolo centro barbaricino. Il sottosegretario alla difesa Giulio Calvisi in queste ore si trova proprio nel paese di Bitti per beatificare l’operato dell’esercito Italiano. È di poche ore fa la notizia che la procura di Nuoro ha avviato un inchiesta per disastro colposo a carico di ignoti, sappiamo bene tuttavia come lo stato tenda sempre ad autoassolversi. Come nel caso della tragedia di Olbia nel 2013 che ad sette anni di distanza non ha ancora trovato dei responsabili per un disastro che costò la vita a 22 persone e che fece 660 milioni di euro di danni materiali.

Una forte risposta popolare

Per quanto l’amministrazione comunale abbia interdetto l’accesso al territorio di Bitti, lasciando l’intera gestione dell’emergenza ad esercito e protezione civile tante persone da altri centri della Sardegna hanno raggiunto il luogo del disastro per contribuire con le proprie mani a spalare il fango dalle strade, dalle cantine e dalle case. Un contributo fondamentale soprattutto nei prossimi giorni, quando su Bitti si spegneranno i riflettori ma ancora saranno indispensabili tante energie per ripristinare una situazione di normalità. Nonostante sappiamo di chi sia la responsabilità in un territorio devastato dai rapporti coloniali e capitalistici ora ci sembra opportuno in questo momento rimboccarsi le maniche ed organizzarsi per aiutare la popolazione locale dal basso. Tra le varie iniziativa di solidarietà nell’Isola in soccorso alla popolazione bittese segnaliamo quella del Mutuo Soccorso Casteddu che da domani (martedì primo dicembre) e per tutta la settimana organizza una raccolta di materiale in solidarietà a Cagliari in Via Molise 58 presso Su Tzirculu dalle ore 9 alle ore 20,  a Nuoro presso Sa Bena contattando i numeri di telefono 3299694001 e 3289499906, a Bosa presso Casa del Popolo in via Cugia 14, dalle ore 10 alle ore 13, a Sassari presso Sa Domo de Totus via Frigaglia 14b dalle 9 alle 20.

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Montgomery, Alabama: 1° dicembre 1955. Rosa Parks, una quarantenne nera, sale sull’autobus e si siede nella quinta fila a sinistra, dietro i posti riservati ai bianchi. «Gente di colore» è l’indicazione che ricorda a tutti la netta separazione tra lo spazio dei neri e quello dei bianchi.

E Rosa la rispetta. Dopo un po’ l’autobus si riempie. Il conducente invita, quindi, a fare posto ai “signori bianchi”. Così tre “signori di colore” si alzano. Rosa no. Era stanca, come i bianchi dopo una lunga giornata di lavoro. Il suo semplice gesto segna l’inizio del boicottaggio degli autobus a Montgomery.

Il suo «no» non era urlato, eppure bastò per farsi portare via dalla polizia. Il reato? Violazione delle norme municipali regolanti la disposizione razziale dei posti sugli autoveicoli pubblici.

Rosa Parks, non si sentiva colpevole di alcun reato. Decise che si doveva fare qualcosa. Così chiamò il presidente dell’N.A.A.C.P, un'associazione di difesa dei diritti della gente di colore di cui faceva parte, il quale la raggiunse al commissariato e le pagò la cauzione. Poi avvisò di quanto era accaduto Jo Ann Robinson, presidentessa del Consiglio politico delle donne di Montgomery. Fu lei a proporre il boicottaggio dei mezzi pubblici, lanciando un appello alla popolazione di colore.

Lunedì 5 dicembre 1955 erano già stati distribuiti 40 mila volantini in cui si invitavano tutti a non utilizzare gli autobus. In genere in una giornata lavorativa utilizzavano i mezzi 20 mila neri. Quel 5 dicembre solo 12 viaggiatori di colore presero i mezzi pubblici. Un risultato che sorprese tutti.

Ma Rosa fu condannata comunque per il suo reato ad una multa di 10 dollari. Poco dopo Martin Luther King divenne presidente della Montgomery Improvement Association che preparò un testo con le richieste da sottoporre all’azienda dei trasporti. «Chiediamo che i viaggiatori prendano posto secondo l’ordine di salita, i neri a cominciare dalle ultime file.» Nulla di rivoluzionario nelle loro rivendicazioni che non “osavano” mettere in discussione il principio della divisione razziale.

«Siamo qui per dire a coloro che ci hanno maltrattato per tanto tempo che siamo stanchi. Stanchi di essere segregati ed umiliati. Stanchi di essere presi a calci in maniera brutale, di essere oppressi. Non abbiamo altra alternativa che la protesta. Per molti anni abbiamo mostrato una pazienza sorprendente. A volte abbiamo dato ai nostri fratelli bianchi l’impressione che il modo in cui venivamo trattati ci piacesse. Ma questa sera siamo venuti qui per dire che la nostra pazienza è finita, che saremo pazienti solo quando avremo libertà e giustizia.» King quella sera parlò dei “fratelli bianchi” davanti ad una marea di “fratelli neri”. L’assemblea approvò all’unanimità il testo con le proposte da sottoporre all’azienda dei trasporti.

Cominciò così la battaglia della comunità nera. Per 381 giorni i neri di Montgomery rifiutarono di salire sugli autobus. Alla fine, nel novembre 1956 la Corte Suprema degli Stati Uniti dichiarò incostituzionale la segregazione razziale sugli autobus. La battaglia di Rosa Parks e dei neri di Montgomery era vinta.

 

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