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Articoli filtrati per data: Monday, 09 Novembre 2020
La nomina della vice di Biden, presentata come donna e nera paladina delle persone comuni, è in realtà uno schiaffo in faccia ai progressisti e sancisce il totale controllo dell'establishment sui candidati del Partito democratico

Come da copione, apparentemente anonimo ma in realtà scritto da Hillary Clinton, Kamala Harris è la compagna di Joe Biden per il ticket presidenziale. L’annuncio di questa travagliata ma quasi scontata scelta è finalmente arrivato  l’11 agosto dopo innumerevoli rinvii, con il seguente annuncio di Joe Biden:

Ho il grande onore di annunciare che ho scelto Kamala Harris – una indomita combattente per le persone comuni (the little guy), e una dei migliori funzionari al servizio del paese – come mia compagna di corsa. Quando Kamala era Procuratrice Generale, ha lavorato fianco a fianco con Beau [il figlio di Biden deceduto per tumore nel 2015]. Io li osservavo mentre attaccavano le grosse banche, miglioravano le condizioni dei lavoratori e proteggevano i bambini e le donne dagli abusi. Ero orgoglioso allora e lo sono ora per averla come mia partner nella campagna.

Sembrano così svanite le preoccupazioni per l’eccesso di ambizione personale di Kamala che il consigliere di Biden Chris Dodd aveva sollevato, considerate le particolarissime prerogative di questa elezione in cui l’età e le condizioni di Biden spostano l’attenzione sulla successione alla stessa presidenza.

Con l’insediamento di Biden-Harris, il vecchio corso, quello che gli statunitensi nel 2016 avevano creduto di ripudiare preferendo Donald Trump a Hillary Clinton (considerata come la prosecuzione femminile della presidenza Obama), verrà ristabilito nella sua integrità. E gli elettori di questo ticket continueranno a credere, almeno fino a che l’esasperazione per la situazione creata dalla pandemia, dai soprusi della polizia e dalla crisi economica senza precedenti non esploderà in maniera molto più massiccia, che fosse l’unica scelta possibile per sconfiggere Donald Trump. Perché questo è ciò che il Grande Fratello democratico ha fatto credere loro, quando invece quel binomio altro non è che il prodotto di un establishment interessato solo a mantenere lo status quo per salvaguardare i suoi priviliegi e guidato dalle decisioni di Obama e Hillary.  Del resto Obama desiderava proteggere la sua legacy che una presidenza Sanders avrebbe surclassato, Hillary voleva vendicarsi di Bernie che odia perché ritiene responsabile della sua sconfitta del 2016 e tutti e due vogliono continuare ad avere potere nella prossima eventuale amministrazione democratica. Così come Obama ha pilotato la resurrezione di Sleepy Joe, la scelta di Kamala, come potenziale presidente prima e come vice poi, sembra infatti pilotata in particolare da Hillary.

Il rifiuto di Kamala Harris di perseguire Steve Mnuchin per frodi bancarie

Nel suo passato da procuratrice, Kamala Harris vanta il mancato perseguimento dell’attuale ministro del tesoro di Donald Trump, Steve Mnuchin, colui che in piena pandemia  ha preteso miliardi di dollari per le corporation senza nessuna condizione, in cambio di un una tantum di 1.200 dollari data alle famiglie statunitensi. Tra il 2009 e il 2015 Mnuchin era stato il ceo della OneWest Bank che, come rivelato da The Intercept,+ nel febbraio de 2017 nell’articolo «Kamala Harris si rifiuta di spiegare perché non ha perseguito la banca di Mnuchin», aveva commesso una gran quantità di frodi. «In un memorandum interno pubblicato da The Intercept martedì scorso – si legge – i pubblici ministeri dell’ufficio della procuratrice generale della California hanno detto di aver trovato più di mille violazioni delle leggi sul pignoramento da parte della sua banca [di Mnuchin] durante quel periodo e hanno previsto che investigazioni future ne porteranno alla luce molte altre migliaia. Ma l’indagine, in quella che il memorandum ha definito  ‘ampiamente mal condotta’ è stata chiusa dopo che l’ufficio di Harris ha rifiutato di aprire un’azione civile contro la banca».

Dalle indagini condotte successivamente, è emerso che nel 2016 Mnuchin diede alla campagna di Harris 2000 dollari , unica candidata democratica a ricevere fondi da Mnuchin in quel ciclo elettorale, sebbene in anni precedenti Mnuchin avesse fatto donazioni a entrambi i Clinton, a Barack Obama, a Jonn Kerry, a ulteriore conferma di quanto agli alti livelli i soldi di persone di potere di tendenze repubblicane  vadano a foraggiare indistintamente repubblicani e democratici.

I presunti provvedimenti della procuratrice Kamala a favore della gente comune e di colore

Quanto ai riferimenti di Joe Biden alla lotta di Harris per migliorare la vita  delle persone comuni, lavoratori, mamme e  bambini, persino il New York Times l’anno scorso ospitava l’opinione della professoressa di legge californiana Lara Bezelon, che smentiva con i fatti l’appellativo «progressista» con cui Kamala amava e ama tuttora definire la sua attività di procuratrice. «La senatrice si è posta spesso dalla parte sbagliata della storia […] Di volta in volta, quando i progressisti la spingevano a sostenere la riforma della giustizia criminale in qualità di procuratrice di distretto [di San Francisco] o procuratrice generale statale, Ms. Harris si è opposta o è stata zitta. Cosa ancor più  preoccupante, Ms. Harris ha lottato con i denti e con le unghie per sostenere incarcerazioni ingiuste che erano state effettuate per via di cattive condotte di funzionari, che includevano manomissione di prove, falsa a testimonianza e soppressione di informazioni cruciali da parte dei procuratori».

Anche gli attacchi di Tulsi Gabbard, di cui abbiamo già parlato, sferrati a Kamala Harris durante un decisivo dibattito presidenziale dell’estate 2019, che aveva dato il via al pesante declino di Harris nei sondaggi, facevano riferimento alla sua attivività giudiziaria prima dell’elezione a senatrice nel 2016. Gabbard si dichiarava preoccupata per l’attività di procuratrice di cui Harris andava fiera, ma che aveva avuto enormi impatti negativi soprattutto sulla popolazione di colore. Diversi i provvedimenti citati tra cui l’accanimento contro reati legati al fumo di marijuana con l’incarcerazione di 1.500 persone, l’aver negato il riesame di un condannato dopo l’emergere di prove del Dna che avrebbero potuto scagionarlo, la mancata scarcerazione di persone che ne avrebbero avuto diritto per farle lavorare a basso costo, e persino la  proposta di mettere in prigione i genitori di bambini ad alta frequenza di assenza scolastica.

Sta di fatto che dopo quel dibattito  Kamala ha perso sempre più quota nei sondaggi e nelle donazioni tanto che in dicembre ha abbandonato la corsa presidenziale, giusto in tempo perché il suo nome non comparisse nelle liste elettorali californiane, dove una sua debacle sarebbe stata umiliante. Pur essendo di colore, madre indiana e padre giamaicano, Kamala non avrebbe infatti probabilmente avuto il voto afroamericano, indirizzato per lo più verso Joe Biden per la popolazione più  anziana, e verso Bernie Sanders per la popolazione più giovane. I commentatori mainstream Conan Nolan e Chuck Todd della Msnbc avevano subito visto quel ritiro come un’abile strategia non solo per evitare imbarazzanti risultati elettorali nelle primarie, ma come propedeutico alla corsa alla vicepresidenza con Joe Biden. «Uscire dalla competizione prima del 2020» l’avrebbe aiutata «a non scavarsi  una fossa più profonda in California» e le avrebbe permesso di «ripulire il suo curriculum» riportando l’attenzione su quelle che erano stati i suoi  principali «punti di forza all’inizio della campagna». Vale a dire le indubbie doti oratorie e capacità di mettere alle strette gli imputati, che oltre a caratterizzarla come figura leader nella lotta contro Trump (Le audizioni di Trump lanciano Kamala Harris), le avevano dato molta popolarità. Alcuni suoi interrogatori erano infatti diventati virali come quelli delle audizioni in Senato per l’infinito Russiagate (qui alcune fasi cruciali dell’interrogatorio a William Barr) o quelli a Brett Kavanaugh sugli abusi sessuali prima della sua conferma a Giudice della Corte Suprema, e successivamente, nel caso Muller legato alle implicazioni russe.

Non scegliere Karen Bass è stato altro schiaffo in faccia ai progressisti

Pare dunque che l’operazione di make up sia riuscita alla grande lasciando i progressisti nello sconforto e nella rabbia. «Siamo nel mezzo del più grande movimento di protesta nella storia americana, il cui soggetto è l’eccessivo stato di polizia, e il Partito Democratico ha scelto una “top cop” e l’autore del “crime bill” Joe Biden per salvarci da Trump. Il disprezzo per la base è, wow». Così ha  commentato l’ex-capo ufficio stampa della campagna di Bernie Sanders e opinionista politica Briahna Joy Gray alludendo ai trascorsi di Kamala più da poliziotto che da difensore dei deboli.

La vicepresidenza di Kamala Harris appare dunque come un ulteriore schiaffo in faccia ai progressisti, soprattutto dopo l’ascesa a sorpresa dell’ultima ora di Karen Bass, che avrebbe segnato un’apertura verso di loro in un momento in cui ce ne sarebbe più che mai bisogno. Sebbene «lontana dall’essere socialista» si legge su Jacobin Magazine, Bass «è innegabilmente una progressista. Prima di entrare nella politica elettorale, è stata un’attivista contro la brutalità della polizia e contro il “crime bill” del 1994».  Negli ultimi giorni più di 300 delegati alla prossima Democratic National Convention (Milwaukee 17-20 agosto) avevano  firmato una lettera che sollecitava Joe Biden a scegliere Bass «per aiutare l’unità del partito e il progredire della nazione». Inoltre Bass aveva anche ricevuto l’endorsement di Nina Turner, cosa che, considerando il peso politico di Hillary Clinton e il suo odio spietato verso Bernie Sanders di cui Nina è sostenitrice, confermava l’idea che Jaren Bass non sarebbe stata scelta.

Susan Rice e Hillary Clinton

C’era anche Susan Rice in corsa (e forse Kamala è meno peggio di Susan Rice), e la sua scelta sarebbe stata una sicurezza personale per Joe Biden, che ha lavorato a stretto contatto con lei per otto anni. C’erano però anche da parte dell’establishment dei fattori che andavano in direzione contraria alla sua scelta, sebbene non fossero di certo i trascorsi di Rice da guerrafondaia in politica estera, né i suoi coinvolgimenti con le industrie dei combustibili fossili. La controindicazione era che Rice avrebbe offerto  ai repubblicani il miglior bersaglio politico per infiammare i sostenitori di Trump contro Biden. Gli stessi repubblicani lo avevano dichiarato, come riferisce Politico nell’articolo «[Susan Rice] ‘è in assoluto il nostro Numero 1 nella scelta’: il Gop [Grand Old Party] vuole Rice come vice di Biden». Tuttavia nell’esclusione di Rice non è da sottovalutare ancora una volta il fattore Hillary. Proprio in occasione dell’attacco di Bengazhi, ossia l’episodio che più di ogni altro rendeva Rice così suscettibile agli attacchi dei repubblicani, Hillary Clinton, allora segretaria di Stato, aveva mandato  Susan Rice davanti alle telecamere a raccontare quella che poi si sarebbe rivelata una menzogna, non assumendosi dunque le responsabilità che sarebbero spettate a lei. La cosa non aveva dunque favorito i rapporti tra le due, che già non erano dei migliori.

I legami tra Kamala Harris e Hillary Clinton

I legami tra Kamala Harris e Hillary Clinton risalgono alle fasi immediatamente successive alla sconfitta del 2016. Già nel 2017 molti media sottolineavano come i primi a raccogliere fondi per Kamala fossero i grandi donatori e i principali surrogates di Hillary Clinton, con eventi organizzati negli Hamptons e in altre ricche località. La  benedizione dietro le quinte di Hillary Clinton,  il cui staff si era trasferito quasi in massa nella campagna di Kamala, a cominciare da Maya Harris, sorella di Kamala, passata dalla posizione di top advisor di Hillary a leader della campagna di Kamala, trova ora aperta conclamazione nel tweet di Hillary, arrivato immediatamente dopo la dichiarazione di Biden: «Sono esaltata nel dare il benvenuto a Kamala Harris in questo storico ticket democratico. Ha già dato prova  di essere un’incredibile servitrice e leader pubblica. E so che sarà una partner forte per Joe Biden. Vi prego di unirvi a me per sostenerla e farla eleggere». Nessun dubbio, questa volta, sulla veridicità delle parole di Hillary, che con la candidatura di Kamala ottiene la sua personale rivincita e si garantisce una posizione di potere nell’eventuale nuova amministrazione.

Il caso Flournoy e il voto di Kamala contro i tagli al Pentagono 

Un articolo dei primi di luglio di quest’anno, «Wall Street, Republicans and militarists back Biden campaign» del World Socialist Web Site è illuminante sulle previsioni militaristiche dell’amministazione Biden-Harris sia per i diretti collegamenti con Hillary sia in relazione al voto in Senato che Kamala Harris ha espresso recentemente.

Una delle componenti «della coalizione di reazionari che si è velocemente riunita intorno a Biden – leggiamo – è costituita da ex funzionari dell’intelligence militare dell’amministrazione Obama che hanno fatto un sacco di soldi con il redditizio business della consulenza strategica e che ora sperano di tornare al potere in un’amministrazione Biden». Tra loro c’è la «nota guerrafondaia» Michele Flournoy, figura apicale della ditta West Executive Avenue (creata per mettere in atto il  business di consulenza strategica), nonché vicesegretaria alla Difesa di Obama fino al 2012, poi dimessasi dalla carica contestualmente alle dimissioni della Segretaria di Stato di Hillary Clinton, che doveva prepararsi per la campagna del 2016. «Flournoy era ampiamente data come Segretaria della Difesa se Hillary Clinton avesse vinto le elezioni del 2016 ed è ancora una volta in cima alla lista per la carica di capo del Pentagono sotto Biden». Anche nell’amministrazione Trump ha ricoperto posizioni importanti, «prima di dimettersi quando la campagna presidenziale del 2020 è entrata nel vivo», per entrare a fare parte della squadra di Kamala Harris.

Non stupisce dunque che Kamala abbia votato no alla proposta di legge di Bernie Sanders che chiedeva un taglio del 10% alle esorbitanti spese per il Pentagonoproposta di legge di Bernie Sanders che chiedeva un taglio del 10% alle esorbitanti spese per il Pentagono, previste per il 2021 in 704,5 miliardi di dollari, per riallocare quei soldi in sanità, istruzione e casa. Tutti provvedimenti  dunque che, stando al bel ritratto di Kamala fatto da Biden, sarebbero dovuti essere in perfetta linea con le sue posizioni umanitarie. Ma le parole sono una cosa e i fatti un’altra. La bocciatura di quella proposta di legge, che alla camera era stata presentata da Barbara Lee e Mark Pocan, ha dato un gran bel ritratto del Congresso e soprattutto del Partito democratico, la cui maggioranza ha votato no insieme al blocco compatto dei repubblicani. Il no dell’attuale candidata vicepresidente ha dato un’ulteriore indicazione di quale sarà la politica estera della nuova coppia se vincerà le elezioni. Una coppia nella quale non mancheranno né le interferenze di Obama né quelle di Hillary.

*Elisabetta Raimondi è stata docente di inglese nella scuola pubblica. È attiva in ambito teatrale ed artistico, redattrice della rivista Vorrei.org per la quale segue da tre anni la Political Revolution di Bernie Sanders.

Da Jacobin Italia

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Dieci giorni dopo l’abbattimento del comandante Uriel dell’ELN, questo gruppo guerrigliero ha confermato che la sua morte è avvenuta per lo sparo di un franco tiratore e che una delle minori che stava con lui pochi minuti prima della sua morte era sua figlia.

Dialogando con Colprensa, un portavoce del Fronte di Guerra Occidentale ha riconosciuto che dei guerriglieri di questo gruppo hanno risposto al fuoco dopo che il comandante guerrigliero era stato colpito e ha affermato che alcune persone che accompagnavano “Uriel” sono rimaste ferite da schegge di granata.

– Come è avvenuta la morte di alias “Uriel”?

Sì, è stato un franco tiratore che ha ucciso Uriel, che in quel momento era disarmato e dava le spalle a questa persona. Il franco tiratore faceva parte di un attacco che è stato fatto al comandante e alle persone che lo accompagnavano.

Contestiamo il tema della pena di morte in Colombia che, si suppone, non esiste. Cosicché se avevano un’indagine così avanzata e hanno aspettato che Uriel si sedesse a lavorare al computer per compiere la missione, perché non lo hanno catturato? Chi ha deciso di giustiziarlo in modo incostituzionale? Diciamo che la Colombia è uno Stato di Diritto, ma noi che esercitiamo il legittimo diritto alla ribellione siamo condannati a morire per mano di un narco-stato che non rispetta i Diritti Umani.

– C’è stato uno scontro tra ambedue le parti?

Due combattenti dell’ELN hanno risposto al fuoco dello stato colombiano, lo hanno fatto dopo che il comandante Uriel era stato colpito, per salvare la vita delle persone che lo stavano accompagnando, molte delle quali non fanno parte dell’Esercito di Liberazione Nazionale. Persone non combattenti e anche disarmate che hanno visto pendere le proprie vite ad un filo in una operazione presuntamente impeccabile. Una di loro è stata raggiunta dalle schegge delle granate lanciate dall’Esercito Nazionale.

– Sapevate della perquisizione che voleva fare la Procura nel luogo dove si trovava “Uriel”?

Siamo coscienti che ci può sempre essere un attacco, ma non eravamo a conoscenza di tale operazione. Non è stata una perquisizione, è stato un atto di guerra nel quale cercavano il comandante, ma hanno anche attaccato a man salva senza che gli importassero i danni fisici e psicologici di coloro che lo accompagnavano.

– Oltre ad “Uriel”, sono cadute altre persone nell’operazione?

Per la reazione che hanno avuto i membri dell’ELN nell’operazione, le persone non combattenti che ci accompagnavano in quel momento hanno potuto uscire vive nonostante che per l’attacco ci fosse un ferito.

– Si è parlato di minori di età nel luogo dove è stato abbattuto. Erano familiari di “Uriel”, facevano parte del gruppo?

Effettivamente, nell’accampamento c’erano due minori che non fanno parte dell’ELN e che si trovano sani grazie alla pronta reazione delle nostre unità, dato che l’Esercito Nazionale ha sparato a man salva nonostante la loro presunta intelligence dei giorni precedenti.

Tra i minori, c’era la figlia di Uriel, che era andata ad accompagnarlo per alcuni giorni, dato che oltre ad essere comandante, era un padre che si preoccupava di passare del tempo con lei e che non le mancasse nulla. Questa situazione faceva sì che in termini di sicurezza Uriel potesse essere più vulnerabile.

 

– Che significa la perdita di “Uriel” per il Fronte Occidentale?

La reale importanza della mancanza di Uriel è la perdita di un dirigente politico, ideologico e mediatico della classe popolare e della rivoluzione in Colombia. Il ritardo di un processo di trasformazione, di presa di coscienza e di superamento delle politiche corrotte, escludenti, oppressive e abusive che tengono le maggioranze in condizioni disumane.

Per la struttura è un forte colpo, nonostante ciò, la scuola dell’ELN che anche il comandante Uriel incarnava, continua ad essere viva in generazioni della classe popolare, tra le quali si contano combattenti, militanti, la milizia, persone normali, operai, contadini, studenti e tutte quelle che sentono indignazione per le sofferenze di quelli della loro classe.

– Come rimane l’organigramma del Fronte? C’è un rimpiazzo di “Uriel”?

Nonostante il vuoto che Uriel lascia nelle file dell’ELN, il processo intrapreso già vari decenni fa lascia persone sufficientemente preparate per dare continuità al suo lavoro e continuare ad avanzare nella lotta politica, ideologica, mediatica e militare della classe popolare.

– Il forte di Uriel, secondo quanto dicevi, erano le cellule urbane, continueranno a muoversi in questo modo?

Una delle caratteristiche forti del comandante Uriel era, convincere, mediante l’esempio e la pratica, della necessità delle trasformazioni nei campi e nelle città. Abbiamo la certezza che nelle città non terminerà l’influenza della nostra Organizzazione, “Uriel” era una componente importante, ma non l’unica.

04 novembre 2020

Vanguardia

 

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Continua ad approfondirsi il conflitto tra Azerbaijan e Armenia nel territorio conteso della Repubblica di Artsakh.

Nel pressochè totale silenzio della comunità internazionale l'offensiva azera è quasi giunta alle porte della capitale Step'anakert.

Negli scorsi giorni si sono susseguiti annunci e smentite sulla conquista da parte dell'esercito dell'Azerbaijan di una delle città strategiche del Nagorno-Karabakh: Shushi. Aliev, primo ministro azero, ha annunciato la sua cattura, mentre il governo Armeno ha dichiarato che continuano i combattimenti nell'area.

La guerra sta provocando centinaia di migliaia di sfollati civili, per lo più armeni, in fuga dal fronte.

Esiste una grande sproporzione di mezzi e risorse tra l'esercito azero, armato con sofisticati dispositivi turchi e israeliani e quello armeno. L'Azerbaijan ha visto in questi anni una crescita economica significativa, in particolar modo per via dei corridoi del gas ed una contestuale corsa agli armamenti. La Repubblica di Artsakh ha annunciato la legge marziale e la mobilitazione generale, molti civili si sono uniti alla resistenza armena.

Paiono ormai confermate le voci di un pesante reclutamento da parte della Turchia di mercenari jihadisti in Siria da mandare in Nagorno-Karabakh a sostegno dello storico alleato azero. Stessa strategia utilizzata da Erdogan in Libia. D'altro canto la Russia, alleata dell'Armenia, temporeggia e non sembra volersi impegnare direttamente in questo conflitto, ma probabilmente vuole trovare una mediazione che soddisfi almeno in parte le pretese del presidente turco e degli azeri a cui, nonostante il trattato con gli armeni, i russi hanno venduto negli anni molti armamenti.

L'Europa invece tace totalmente, quando non giustifica esplicitamente la manovra azera: il conflitto il conflitto crea molto imbarazzo tra le cancellerie europee per via degli interessi economico-strategici che legano l'Europa all'Azerbaijan in chiave antirussa.

 Per approfondire:

Cosa sta succedendo tra l'Armenia e l'Azerbaigian?

La Turchia e la guerra per il Nagorno-Karabakh

 

 

 

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