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Articoli filtrati per data: Sunday, 08 Novembre 2020

Il candidato democratico Biden, senatore dagli anni ’70 e vice di Obama tra il 2008 e il 2016, è il nuovo Presidente degli Stati Uniti.

Dopo giorni di testa a testa in attesa del lungo conteggio dei voti postali, ieri pomeriggio la Pennsylvania è stata dichiarata vinta dai Dem, attribuendo a Biden 20 ulteriori grandi elettori che lo hanno proiettato oltre la soglia dei 270 necessari alla Presidenza.

L’establishment democratico guidato da Joe Biden e Kamala Harris, ex procuratrice generale della California, ha davanti a sé moltissime sfide interne ed internazionali.

La campagna elettorale democratica, così come i discorsi tenuti stanotte, è stata carica di retorica ‘progressista’, dalla giustizia climatica alla fine del razzismo sistemico, dalla riduzione delle disuguaglianze al Covid-19 sono tante le promesse, ma altrettante le omissioni e le contraddizioni.

Partendo dal quadro elettorale ‘spiccio’ proviamo a fornire delle prime considerazioni sulle prospettive di un impero sempre più confuso e polarizzato, ma non per questo meno soverchiante e ‘pericoloso’.

Le ultime fasi dello scrutinio.

In attesa della mappa ufficiale dei risultati di tutti e 50 gli Stati federali, i 46 aggiudicati attribuiscono 279 grandi elettori a Biden e 214 a Trump.

I 4 Stati che mancano all’appello dovrebbero dividersi tra i due candidati: Arizona e Georgia (27 electoral votes), due Stati storicamente repubblicani passano ai Dem, mentre North Carolina e Alaska (18) rimangano di colore repubblicano.

Se così finisse la vittoria di Biden potrebbe definirsi sostanziale e di ampio margine: 306 a 232.

Come avevano scritto nell’ultimo aggiornamento sull’evoluzione elettorale, il conteggio del voto postale ha lentamente frantumato il ‘miraggio rosso’ del primo giorno di scrutinio.

Wisconsin e Michigan, stati storicamente democratici e simbolo della ribalta Trump del 2016, sono stati ottenuti da Biden, seppur con un vantaggio totale tra i due collegi di ‘appena’ 170 mila voti.

Tuttavia il simbolo della rimonta ‘postale’ di Biden è sicuramente la già citata Pennsylvania.

Nel keystone State che ospita due grandi metropoli come Pittsburgh e Philadelphia Trump è stato in vantaggio di ben 13 punti e 700 mila voti che ora dopo ora sono stati erosi fino al sorpasso democratico conclusosi con 137 mila voti di vantaggio.

Brevi considerazioni sul voto e la sua distribuzione.

Il primo dato che salta all’occhio in questa tornata elettorale statunitense è quello sull’affluenza che, con una partecipazione del 66,7% degli aventi diritto, registra il dato più alto dalle elezioni del 1900. Hanno votato in 160 milioni e, a causa della pandemia, ben il 63% ha utilizzato il voto postale o anticipato.

Biden è il Presidente eletto con il maggior numero di voti della storia: 74 milioni e 566 mila.

L’altra faccia di questo dato è che Trump ha ottenuto 70 milioni e 396 mila voti, 7,4 milioni in più del 2016, per intenderci Obama nel 2008 ne aveva presi 69,5.

Biden ha vinto e ha vinto bene, ma Donald Trump, tacciato da mezzo mondo di essere uno squilibrato, senza senso delle istituzioni, apertamente negazionista verso i cambiamenti climatici, il Covid, il sessismo ed il razzismo ha ottenuto una marea di consensi.

Ancora in attesa dei dati ufficiali, donne, neri e ispanici hanno votato come mai in precedenza, la vittoria Dem in Georgia ne è forse il manifesto. La reazione dal ‘basso’ a Trump c’è stata, la capacità dei democratici di cooptare, non interiorizzare, un rinnovato protagonismo delle minoranze semplificate nelle espressioni crude e dure di piazza del movimento Black Lives Matter, anche.

Le stars dall’arte al basket, da Hollywood all’NBA si sono pesantemente esposte verso il duo Biden-Harris ed ha pesato.

I discorsi dei vincitori sono pregni di questa cooptazione, parole di giustizia razziale e climatica si sono mescolate con il supporto alle diversità di genere. Kamala Harris, prima vice-presidente donna, figlia di un Jamaicano e di un’immigrata indiana, procuratrice ferrea nel combattere lo spaccio di droghe leggere, è l’emblema della strategia democratica.

In conclusione è necessario citare due episodi che sembrano essere il metro della contradditorietà di questa tornata presidenziale. In Florida, Stato vinto da Trump, sembra con un apporto fondamentale del ‘voto latino’, contemporaneamente alle presidenziali si è svolto un referendum sull’elevazione del salario minimo a 15 dollari. Il risultato è stato 60 a 40 in favore dell’aumento salariale.

Dall’altra parte del paese nella California stravinta dai dem (65 a 33), c’è stato un altro quesito referendario sull’inquadramento contrattuale nella gig economy.

In questo caso la vicenda merita più parole. Nel gennaio del 2020 è entrata in vigora una legge federale che costringeva aziende come Uber ad inquadrare i propri autisti come lavoratori dipendenti meritevoli quindi di diritti e prestazioni sociali quali assistenza sanitaria, indennizzo di disoccupazione, ferie, malattia e compensi aggiungitivi per gli straordinari.

Uber e Lyft hanno promosso un referendum, votato il 3 novembre, per abolire tale legge e vi sono riusciti ottenendo il 58% dei consensi.

Questi due episodi sono emblematici nel restituire la complessità del voto americano e le molteplici faglie sulle quali si muovono le istanze sociali così come le loro controparti.

Fine del Trumpismo? e sfide democratiche.

“L’eccezione” Trump, o il più in voga termine Trumpismo, rappresenta secondo noi l’immagine più plastica della crisi della rappresentanza e del patto sociale statunitense. Il “non sacrificabile american way of life” (parole di Obama) fondato su estrazione di ricchezza dal resto del mondo attraverso dollaro e armi sta facendo i conti con le rigidità di un modello di sviluppo socio-economico insostenibile sia internamente sia all’estero. Le disuguaglianze prodotte dalla miscela di monopoli hi-tech e finanziarizzazione incontrano i limiti della crescita di un pianeta al collasso ambientale.

“La nazione indispensabile” dopo aver scaricato i costi della sua egemonia sugli ‘alleati’ europei e asiatici non può più rimandare il problema ‘sistemico’ dell’ascesa cinese. Lo spazio del ‘soft power’ è finito, Trump ne è stato l’incarnazione.

Queste proiezioni esterne sono tutt’altro che slegate da una società statunitense dove la povertà, l’esclusione sociale e sanitaria sono sempre più marcate. La gerarchizzazione di genere e razziale della divisione del lavoro e dell’appropriazione della ricchezza prodotta è un asse portante del capitalismo statunitense (e globale of course). Un’impalcatura che non si scalfisce con le retoriche, per quanto vincenti sul piano elettorale, di un gruppo di potere democratico che ha fatto tesoro dell’errore ‘Hillary Clinton’ ma che non è assolutamente disposto a ripensare il sistema di potere e dominio sia esso interno o esterno.

Quale sarà la Bideneconomics? Quale sarà la spinta interna dell’asse Sanders-AOC (Alexandra Ocasio-Cortez)? Come evolverà il rapporto costitutivo tra gli Usa e la guerra?

La finanza e le lotte salariali, i movimenti femministi e di Black Lives Matters come influenzeranno i primi anni ’20 statunitensi?

La persistente egemonia Usa attribuisce a questi interrogativi un portato globale nonché di nostro interesse collettivo come agenti del cambiamento radicale. Invitiamo tutt* a porcele insieme nel primo webinar organizzato da Infoaut e Radio Onda D’urto che si terrà sabato 14 novembre alle ore 21: L’impero diviso: gli Usa di Biden tra pandemia, conflitti sociali e dilemmi internazionali.

Un’informazione di parte, non solo per conoscere il mondo ma per trasformarlo.

 

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Il regista curdo Kutbettin Cebe è stato condannato a oltre 2 anni di carcere per "propaganda terroristica" sulla base del suo documentario "Roza - La terra dei due fiumi" sulla rivoluzione di Rojava.  

Il regista curdo Kutbettin Cebe, 32 anni,  è stato condannato da un tribunale di Balıkesir con l’accusa di "fare propaganda per un'organizzazione terroristica".

La base di questa condanna è il documentario "Roza - La terra dei due fiumi" sulla rivoluzione di Rojava, girato da Cebe nel 2016. Il film tratta i vari aspetti della rivoluzione sociale di curdi, siriaci e arabi, che hanno creato strutture di governo autonomo in Rojava nel bel mezzo della guerra civile siriana e hanno combattuto sia contro il regime di Assad che contro i gruppi jihadisti. Cebe descrive il suo lavoro come una critica ai media mainstream occidentali, che hanno spesso riportato i successi militari della rivoluzione di Rojava, senza mai citare quelli socio-politici.

Il processo si è svolto presso il 3° tribunale del circuito di Balıkesir. Cebe era in tribunale, il suo avvocato difensore, Ebru Akkal, si è unito all’udienza da Ankara attraverso il sistema di controllo video SEGBIS. Akkal ha dichiarato che non è stato commesso alcun reato e ha chiesto l'assoluzione del suo cliente. Ha anche chiesto la revoca del divieto di viaggio precedentemente imposto a Cebe. Lo stesso Cebe ha dichiarato in sua difesa: "Ho fatto un documentario all'epoca della guerra contro l'autoproclamato Stato islamico. Come regista, faccio domande e ottengo risposte. Respingo fermamente l'accusa di "propaganda terroristica"".

Il tribunale ha condannato Kutbettin Cebe a due anni e quattro mesi di reclusione. Finché il verdetto non sarà definitivo, il regista rimane libero. Ebru Akkal ha già annunciato che farà appello alla sentenza.

https://www.youtube.com/watch?v=2fipJAwje68&feature=youtu.be

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Mobilitazione giovanile attraversa scompigliando le zone del lusso della città.

 

La città felsinea non è stata attraversata da movimentazioni popolari come a Napoli o da frammenti di rabbia giovanile come a Firenze o Milano nelle ultime settimane. Le piazze della città hanno visto una mattinata mercoledì 28 di esercenti che chiedevano di poter tenere aperte le proprie attività dopo le 18 – una piazza in cui era presente tutta la destra cittadina (FdI, Lega, FN & Co.) e dove, a parte qualche elemento genuino interessante, le presenze organizzate hanno fatto comunque da tappo alla rabbia – e una chiamata regionale dei gruppi di estrema destra legati alle curva venerdì 30, che ha visto poco più di duecento persone sfilare per poche centinaia di metri in un continuo dialogo con la Questura. Tuttavia non sono mancati altri eventi cittadini di insofferenza generalizzata per un DPCM a senso unico, che nulla toglie ai patrimoni di chi non ha fatto altro che arricchirsi durante la pandemia e nulla dà a chi è esclusə da ogni sostegno al reddito e alla possibilità di curarsi. Dal corteo del 24 ottobre contro Confindustria promosso nel vivo delle due giornate di mobilitazione nazionale dai Lavoratori Combattivi, alle piazze chiamate da Asia USB e Noi Restiamo per strappare il diritto all'abitare alle grinfie dei proprietari che scalpitano con l'avvicinarsi della scadenza del blocco degli sfratti; fino all'Assemblea per la Salute del Territorio adunatasi ieri in Piazza del Nettuno per condividere l'esperienza di una lotta per una medicina di prossimità e per la riappropriazione collettiva di servizi per la salute in corso da settimane nei quartieri di Bolognina e di Corticella, e rilanciare su tutta la città.

Ieri pomeriggio la piazza ha visto invece partire dal Nettuno un corteo lanciato dai rider (Riders Union) che aveva ricevuto l’adesione di realtà di lotta giovanile della città. Alle 18.30 circa seicento giovani precari/e, studentesse e studenti, lavoratori/ici dello spettacolo e rider si sono mossi velocemente spiazzando i dispositivi di controllo della polizia. Lo striscione di apertura indicava nei “ricchi” la controparte alla quale bisogna andare a chiedere conto per pagare i costi sociali innestati dalla crisi pandemica. Così la manifestazione ha invaso le vie dello shopping chic del centro cittadino, con negozi che abbassavano le serrande frettolosamente e numerose facce allibite. Continuando a evitare i blocchi della celere, la manifestazione è riuscita a irrompere nella Galleria Cavour, il “salotto buono” della città sede delle “grandi marche”. La corsa all’interno della galleria, tra vetrine riempite di scritte e vernice e fioriere rovesciate, non è andata giù alla Questura che ha reagito in maniera scomposta caricando duramente alle spalle la testa del corteo e caricando anche la parte di corteo che non era ancora entrata nella Galleria, fermando due persone (di cui un avvocato nel pieno delle sue funzioni – entrambe le persone rilasciate nella notte anche dopo un presidio sotto la Questura).

Il corteo si è quindi ricomposto su via Rizzoli, per proseguire lungo via Indipendenza e chiudersi in piazza VIII agosto, chiedendo la liberazione dei due fermati e rivendicando le ragioni della protesta tra gli slogan “Soldi subito!” e gli interventi su salute, reddito e diritti. Lungo questo tratto della manifestazione si sono avvicinati al corteo, in maniera certamente non lineare, alcuni gruppi di giovanissimi delle periferie che da alcune settimane, a centinaia, stazionano il sabato pomeriggio in pieno centro. Sono state annunciate nuove mobilitazioni per le prossime settimane.

 

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