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Articoli filtrati per data: Saturday, 07 Novembre 2020

Un’ondata di proteste sta scuotendo la Calabria in questo momento. Dal Nord fino al Sud della regione sono in atto manifestazioni, cortei, presidi, blocchi stradali, azioni di disobbedienza civile con piccoli commercianti che alzano le saracinesche violando il lockdown. Lungi da un’esaltazione acritica e da una semplificazione di ciò che sta succedendo, scriviamo queste righe per sottolineare la complessità del momento attuale, delle forze in campo e degli interessi in gioco, delle condizioni materiali di sopravvivenza di larghi strati popolari, delle condizioni di generale sfacelo del welfare e del servizio sanitario regionale e poter così tracciare una prospettiva di lotta e cambiamento di medio e lungo periodo. Non è facile districarsi in questo gioco di ricomposizione e protagonismo tra particolarismi, clientelismi traditi, rabbia sociale, sofferenza e paura. E tutto questo mentre il quadro complessivo, dai contagi alla situazione economica e politica generale, peggiora e si trasforma rapidamente.

Partiamo con alcune considerazioni generali.

La prima ondata della pandemia di Covid19 in Calabria ha avuto numeri molto contenuti rispetto alla media nazionale. La sostanziale mancanza di un tessuto produttivo e urbano altamente interconnesso con il resto del mercato nazionale europeo e globale, l’assenza di grandi concentrazioni industriali, produttive e urbane, assieme all’autodisciplina dei calabresi e all’autotutela messa in atto dai lavoratori in settori importanti, hanno limitato fortemente l’impatto della pandemia nel nostro territorio. D’altronde è sempre stato chiaro a tutti noi, quasi fosse una convinzione atavica, che sul sistema sanitario regionale non potevamo contarci e che numeri simili a quelli di altre regioni avrebbero provocato un disastro paragonabile forse solo a quello della Lombardia. Questa “convinzione atavica” deriva dall’esperienza personale di centinaia di migliaia di calabresi, socializzata in tutte le famiglie e le comunità locali, che hanno visto negato il diritto alla salute e alle cure nel loro territorio accumulando lutti, sofferenza, rabbia e frustrazione. Ospedali chiusi, medicina territoriale inesistente, carenze negli organici e strutture fatiscenti sono solo alcuni, i più evidenti, deficit del sistema sanitario regionale. A questo aggiungiamo le altissime percentuali di emigrazione sanitaria e la crescita vertiginosa dei profitti nel settore sanitario privato. Una sanità legato a doppio filo con i partiti e i politici che hanno governato la Regione negli ultimi 40 anni e che viene ormai percepito da tutti come un vero e proprio sistema di depredazione del popolo e arricchimento delle solite famiglie. Con la mancanza di vergogna e la prepotenza tipica di certa cosiddetta criminalità organizzata, in molti casi, addirittura, i titolari delle strutture private convenzionate sono consiglieri regionali, assessori, sindaci.  La situazione insomma era molto grave già da decenni e ora la sensazione è che tutti i nodi siano venuti (finalmente) al pettine.

Qualcosa sulla composizione delle mobilitazioni.

La prima ondata pandemica in Calabria ha significato enormi problematiche dal punto di vista della sopravvivenza di importanti fasce popolari, in particolare dei settori non garantiti, i lavoratori in nero, saltuari, informali, ma anche nuclei svantaggiati o singoli afflitti da problematiche di marginalità sociale, disagio psichico, disabilità e mancata inclusione, etc.  In questo quadro sociale la misura del RDC ha giocato un ruolo molto importante, coprendo alcune falle e garantendo la sussistenza di importanti settori popolari.

Nonostante il RDC, nei principali centri sono state organizzate mense popolari e distribuzione di generi alimentari e di prima necessità per coprire i ritardi e l’esiguità dei buoni spesa erogati dalle istituzioni. Anche in questo frangente i movimenti della città di Cosenza hanno giocato la loro partita, inscenando proteste durante il lockdown, in particolare ricordiamo quella delle cassette per i buoni pasto e gli striscioni messi in giro per la città, oltre alla partecipazione attiva alle attività di mutuo soccorso assieme alle realtà di base cittadine. Per più di due mesi, tutti i giorni, sono stati distribuiti più di 600 pasti caldi nei quartieri più popolari e ai singoli e le famiglie in difficoltà sparse per l’area urbana. Si è arrivati a distribuire 1200 pacchi alimentari a settimana e più di 600 pasti al giorno. Questo dovrebbe darci una misura delle carenze istituzionali e dell’enorme impoverimento avvenuto negli ultimi decenni e che la pandemia ha solo portato alle estreme conseguenze.

Parte degli stessi settori sociali già colpiti dai risvolti socio-economici della pandemia si sono ritrovati all’interno delle piazze cittadine di questi giorni. Alla vasta platea di precari, ultras, studenti, disoccupati si sono uniti anche figure che di solito non vediamo nelle piazze a cui siamo abituati. Lavoratori precari o del settore privato accanto a titolari di piccole attività e partite iva, studenti e giovanissimi arrabbiati vicino a semplici cittadini preoccupati per i risvolti economici, sociali e psicologici della crisi in atto e delle misure di lockdown, genitori preoccupati per la DAD e il benessere dei bambini e cittadini esasperati dall’inefficienza del sistema sanitario regionale e dal parassitismo della classe politico-imprenditoriale calabrese.

La piazza cosentina.

E’ a partire da questo coacervo di contraddizioni, ben radicate e di cui ormai, a tratti, emerge una consapevolezza pubblica, che si sono date le proteste di questi giorni. In particolare abbiamo avuto una prima ondata di proteste per l’istituzione del coprifuoco nella fine dello scorso mese, nelle quali hanno prevalso i messaggi di commercianti, ristoratori, titolari di piccole imprese, palestre, etc assieme a semplici cittadini. In queste piazze si è posto l’accento sulla richiesta di indennizzi economici per le attività, sulla contrarietà a coprifuoco e lockdown e in parte anche sulle carenze del settore sanitario. In alcuni frangenti sono stati applauditi interventi che definiremmo ambigui e che tendevano a minimizzare l’impatto del virus attribuendo la responsabilità della situazione ai media ma ovunque qualcuno ricordava a tutti l’evidente fatiscenza della sanità regionale. Si è arrivati poi fino alle proteste più decise e massicce degli ultimi giorni con la dichiarazione di zona rossa. Seppure in un crescendo di partecipazione, la composizione sociale di questi due momenti è stata sostanzialmente simile a ciò che è stato scritto sopra. Ma, se le prime piazze sono state abbastanza calme e contenute, anche per il terrorismo mediatico riguardante scontri e infiltrazioni, le piazze degli ultimi due giorni, hanno straripato. A Reggio Calabria e Crotone ci sono stati cortei e sit-in, anche a Gioia Tauro, nel Tirreno e Jonio Cosentino, alla cittadella regionale a Catanzaro dove il Presidente Spirlì è stato costretto a trincerarsi nel palazzo insultato da decine di calabresi inferociti, oltre ai pochi ma diffusi atti di disobbedienza di tante piccole attività avvenute un po’ ovunque. Nella nostra città, la composizione sociale e politica delle proteste ha avuto il suo momento di picco alla vigilia del lockdown: un migliaio di cosentini e calabresi giunti anche da altre province, al grido di “SANITA’ PUBBLICA” e “TU CI CHIUDI TU CI PAGHI”, si è preso le strade della città, bloccando lo svincolo autostradale di Cosenza Sud e andando sotto casa di alcuni boss della sanità privata a ricordargli le loro responsabilità nella crisi attuale.

Denudare il re

La piazza cosentina del 5 novembre ha ricomposto questo mix di tensioni e interessi categoriali che hanno attraversato la Calabria, scontentando sicuramente qualcuno, ma unendo la maggioranza e lanciando l’unica parola d’ordine che va al cuore del problema attuale: SANITA’ PUBBLICA. E facendo questo ha coinvolto settori popolari che nelle altre piazze hanno marciato separati o sotto parole d’ordine settoriali che non andavano a colpire il cuore degli interessi di potere che opprimono la nostra terra e stanno alla base della condizione attuale. Oltre a questo, individuare pubblicamente i responsabili di questa depredazione e sanzionarli simbolicamente, così come abbiamo fatto, va nella direzione di rendere comprensibili problematiche complesse smascherandone i diretti responsabili di fronte all’intera popolazione regionale, creando così uno spartiacque, un noi e un loro, che possa aiutarci culturalmente a superare le logiche clientelari e la passività e rilanciare una cultura politica diffusa di antagonismo popolare contro questa classe criminale di affaristi e politicanti.

Prossimi passi

Nelle settimane e nei mesi che verranno, ovviamente, saremo di nuovo chiamati a buttarci nella mischia più volte, e questo in situazioni inedite e spiazzanti, ma anche ricche e potenti sia sul versante della protesta che della solidarietà dal basso. Per riuscire ad attraversare dignitosamente tutto questo uscendone in tanti e con le idee chiare, crediamo sia necessario lavorare sin da ora e senza sosta nel sostenere, collegare, coordinare, tutte le piazze, i gruppi, i settori popolari, allargando la mobilitazione, spiegando la profondità della sfida in atto e la possibilità di lottare e vincere per un obiettivo concreto. Con la mobilitazione cittadina e un’efficace lavoro di comunicazione e collegamento rilanciare la mobilitazione nelle altre piazze calabresi per la ricostruzione della sanità regionale sin dai prossimi giorni, sfidando i boss della sanità privata, i loro servi nella regione Calabria e il governo nazionale.  Provare a imporre l’aumento drastico e urgente dei posti di terapia intensiva e sub intensiva, la creazione di strutture residenziali covid per consentire le quarantene extraospedaliere, un potenziamento straordinario del sistema sanitario regionale attraverso l’esproprio della sanità privata, l’assunzione di tutto il personale necessario e la stabilizzazione dei precari, oltre a un reddito di emergenza universale e a sostegni affinché non si perdano posti di lavoro.  Insomma, la partita si è appena aperta ed è tutta da giocare.

Io nacqui a debellar tre mali estremi: tirannide, sofismi, ipocrisia.

 

Le compagne e i compagni di Cosenza

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Ripubblichiamo il comunicato di Deliverance Project che racconta i fatti di ieri sera durante lo sciopero dei riders contro l'accordo Ugl-Assodelivery. 

Ieri un centinaio di rider ha scioperato contro l’accordo Ugl-Assodelivery, attraversando la città da nord a sud. Dal 3 novembre, giorno in cui l’accordo è entrato in vigore, abbiamo visto le tariffe del pagamento a consegna abbassarsi in maniera spaventosa, nonostante i blandi tentativi delle aziende di mettere cerotti qua e là applicando bonus, comunque insufficienti; era nell’aria che c’era voglia di protestare, di dire basta a queste condizioni di lavoro indegne.

Questa mattina ci eravamo organizzati per fare una ciclofficina in piazza Santa Rita, immediatamente, dai discorsi di tutti, è venuta fuori l’esigenza di fare uno sciopero, come sta succedendo a Milano. Insieme per essere più forti! La voce si è diffusa per la città e così alle 18 ci siamo trovati in piazza Castello, mentre gruppi di rider ci raggiungevano da ogni dove. Eravamo tanti, c’era voglia di protagonismo e di sfogare la rabbia accumulata, quindi abbiamo deciso di muoverci per la città, tutti insieme però, al contrario di come facciamo ogni sera durante i nostri turni di lavoro. Siamo andati davanti ai Mc Donald, tappa obbligata per il numero di consegne che ogni sera ci costringono ad interminabili attese, e in alcuni abbiamo ottenuto che spegnessero il tablet. Nel frattempo continuavamo a crescere di numero, ogni collega veniva fermat* e convinto ad unirsi alla protesta. Diverse volte ci siamo divisi in più gruppi in modo da bloccare contemporaneamente più ristoranti, per poi riunirci e proseguire in corteo.

Ci sono stati però due episodi che meritano di essere sottolineati, per la gravità che hanno avuto ma anche per la bellissima reazione che c’è stata: prima al Mc Donald di via Livorno e poi a quello di via Sant’Ottavio la polizia ha deciso di manganellare (rompendo anche il telefono ad una collega) i e le rider in sciopero, ottenendo però da un’unica voce l’unica risposta possibile: “Sciopero, sciopero!”. Ci sono poi stati altri momenti di tensione: ad ogni fermata veniva schierata in forze la celere, ad un certo punto un poliziotto ha addirittura tossito in faccia ad un collega che gli chiedeva di mettersi la mascherina. La rabbia era tanta, rabbia di chi si vede ancora una volta (forse la volta di troppo) preso in giro da aziende senza scrupoli e da un insulso sindacato. L’accordo Ugl-Assodelivery ha peggiorato qualunque aspetto del nostro lavoro, non ci è stata data nessuna tutela e i pagamenti si sono sensibilmente abbassati, non ci hanno dato le garanzie che ci spettano e per cui da anni lottiamo.

Ieri però non è ancora finito, e non finirà finché non avremo tutele, diritti e garanzie. Stay tuned.

https://www.facebook.com/DeliveranceProject/videos/pcb.3682523198434946/797879614277477/ 

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L’arte dei graffiti in latinoamerica per la sua origine politica e indigena la rende diversa da tutte le altre nel mondo delle arti figurative. L’uso estetico dello spazio pubblico: un’altra questione affrontata dalle donne. 

Il graffitismo è una delle poche tecniche artistiche riconosciute come di “origine latinoamericana” e addirittura “autoctona”. Forse per questo, alcuni teorici dell'arte all'interno della definizione di graffittismo, indicano il fattore collettivo nel processo di realizzazione come qualcosa di determinante, non solo per le grandi dimensioni che la tecnica implica, ma anche perché nella ricerca di una definizione di identità nazionale, ciò che è collettivo diventa decisivo. D'altra parte, l'uso dello spazio pubblico, dei muri e delle strade come tela rappresenta un evidente scambio tra l'opera, chi la esegue, il luogo in cui si trova e le persone che lo abitano. Il murales è quindi un luogo di dialogo tra tutti gli attori coinvolti nel processo. Dialogo che i primi muralisti messicani ritennero necessario portare nello spazio pubblico, per aprire l'azione creativa e sovvertire il rapporto chiuso tra artista e cavalletto nello spazio privato. Questo dialogo è anche intriso di nozioni sociali e politiche, che secondo i muralisti messicani non veniva preso in considerazione dalle avanguardie artistiche europee del XX secolo.

Con tutte queste connotazioni di identità, comunità, politica, il graffittismo è diventato uno dei movimenti artistici latinoamericani più importanti e attuali. Come ogni strumento artistico, ha avuto diverse forme di interpretazione e appropriazione nel corso della storia e dei luoghi che ha raggiunto. Dalla teoria artistica contemporanea è stata richiesta una distinzione per le espressioni pittoriche e grafiche che si presentano nello spazio pubblico ma che non rispondono necessariamente a questi ideali politici ed estetici che accompagnano il graffittismo. Ed è in questo modo che il termine street art o arte urbana appare con maggiore forza nel XXI secolo, cercando di definire altre forme di espressione.

Proprio come l'arte ha generato discorsi politici ed estetici sulle nozioni di spazio pubblico, anche diversi movimenti politici lo hanno fatto. Il femminismo ha sviluppato varie teorie su come viviamo e ci relazioniamo con lo spazio pubblico in relazione al nostro genere, criticando la dicotomia che il patriarcato ha installato tra spazio pubblico e spazio privato, e come il primo sembra essere un campo che è riservato agli uomini, mentre l'universo del privato, un luogo che riguarda le donne. Il graffittismo non fa eccezione a migliaia di ambiti in cui la discriminazione di genere si riflette nei numeri della partecipazione, nella remunerazione economica o nell’assegnazione di progetti e dei muri. Questo tipo di arte riproduce le disuguaglianze tipiche del mondo del lavoro che le donne devono affrontare, aggiungendo anche connotazioni patriarcali rispetto al rapporto delle donne con lo spazio pubblico.

Si presume che non ci siano donne graffittiste, poiché "non è una professione per le donne", in quanto si tratta di un mestiere e di una tecnica legata a movimentazione di macchine come gru, a ponteggi, scale e altre strutture edili che di solito vengono utilizzate per realizzare i murales. Queste scuse denotano la mediocrità dei produttori e dei curatori incaricati di lavorare con i graffittisti. AMMURA (Agrupación de Mujeres Muralistas de Argentina) attualmente registra più di 300 partecipanti attive in ​​tutta l'Argentina. Allo stesso modo, questa organizzazione ha provato per la prima volta a raccogliere in numeri e i dati relativi alla disuguaglianza di genere, ciò era già percepito dalle donne graffittiste, ma i dati erano ancora più allarmanti del previsto. Secondo la ricerca AMMURA condotta nel 2018, la maggior parte dei murales in Argentina sono realizzati da uomini. graf1.jpg

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Alcuni concetti come "libertà di transito", "confinamento", "limitazione della mobilità", tra gli altri, abbondano nelle discussioni in corso nel contesto pandemico e, d'altra parte, l'allarme di alcuni settori della cittadinanza sembra non riconoscere che si trattava di concetti a cui le donne, in un modo o nell'altro, sono state sottoposte da secoli nel loro rapporto con lo spazio pubblico.

Il patriarcato ha imposto che il modo per rapportarsi allo spazio pubblico fosse attraversarlo ma non abitarlo, né tanto meno intervenirci attraverso queste opere. E allo stesso modo, il mancato rispetto di queste regole diventa una condanna per le donne, perchè può persino giustificare un attacco ai loro diritti. Un modo di intendere lo spazio pubblico che oggi sembrerebbe generalizzato a tutti i cittadini. Attualmente il transito nello spazio pubblico è giustificato, solamente se accompagnato dall'assistenza ai familiari, ai bambini e agli anziani. Altrimenti, è un transito che deve essere giustificato con doveri domestici: fare la spesa al supermercato, andare in farmacia a comprare medicinali, tra gli altri. Il terzo motivo che giustifica il transito è ovviamente per motivi di lavoro. Sebbene i fronti e gli strumenti che il femminismo ha presentato siano vari per poter rompere queste costruzioni patriarcali e avvicinare le donne allo spazio pubblico in modo politico, attualmente è necessario pensare a quali strumenti continuiamo ad avere a portata di mano e che inoltre non compromettano la tutela della nostra salute e delle nostre comunità. L'arte offre diversi tipi di strumenti, che includono connotazioni politiche che sono a portata di mano di coloro che vogliono appropriarsene. Questi strumenti possono provenire da spettacoli, eventi, arte della terra o graffittismo.

Il graffittismo ha una sfaccettatura multidimensionale che può contribuire non solo alla discussione politica, ma anche artistica, oltre ad occupare fisicamente lo spazio che è stato negato per secoli. Oggi più che mai è fondamentale tenere conto delle diverse possibilità che il graffittismo ci porta, concepirlo con una prospettiva femminista, collettiva e latinoamericana per pensare a un mondo in cui anche le donne possano essere parte delle strade, della creatività e dello sviluppo del cultura.

Di Lina Castellanos su rebelion.org

Fonti: ora argentina

Da : https://www.tiempoar.com.ar/nota/el-muralismo-como-herramienta-de-lucha-colectiva-y-feminista

 

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Il 7 novembre 2004 Sébastien, 22 anni, muore ad Avricourt, in Lorena, travolto dalla locomotiva di un convoglio di scorie nucleari in partenza per la Germania. Qualche settimana prima aveva deciso con altri attivisti antinucleari di agire per rendere pubblica la vulnerabilità di un simile convoglio.

Questa azione fu pianificata collettivamente compresa la localizzazione precisa dei luoghi dove poter bloccare il convoglio. Avevano a lungo considerato tutte le possibilità, incluso il non fermare il treno. Erano in quattro sdraiati sui binari. L'elicottero di sorveglianza che precedeva il convoglio era "andato a fare rifornimento di cherosene"; l'altra squadra di attivisti antinucleari che 1500 metri prima avrebbero dovuto provare a fermare il convoglio rinunciano perché era scortato da mezzi della gendarmeria, che lo procedeva ad alta velocità sulla strada che in quel tratto corre parallela ai binari.

Il convoglio, quindi, è arrivato a " 98 km / h " e non ha potuto essere fermato dai militanti o avvertito dall'elicottero. Queste, le molteplici cause che li hanno messi in pericolo. Di conseguenza, le persone sdraiate sui binari hanno avuto pochissimo tempo per rendersi conto che il treno non era stato fermato e quindi non aveva ridotto la sua velocità. Sébastien colpito mentre provava ad allontanarsi dai binari è morto per il suo coraggio, per il suo impegno in difesa dell'ambiente e per il futuro del pianeta.

Infatti, dopo aver scaricato scorie radioattive per migliaia di tonnellate sul fondo degli oceani fino all'inizio degli anni '80, l'industria nucleare si preparava a seppellirle, contaminando così il pianeta per migliaia di anni. Sébastien Briat è morto per gridare all'opinione pubblica inaccettabilità dell'industria nucleare e dei suoi rifiuti.

Saltimbanco e giocatore di rugby, Sébastien Briat, detto Bichon, la giovane vittima del treno delle scorie, era il maggiore di tre fratelli, era nato il 17 agosto 1982. Per diversi anni aveva condiviso anche la mobilitazione contro il laboratorio Bure e il progetto di stoccaggio sotterraneo dei rifiuti radioattivi nella Mosa. "Bichon ha sempre saputo rendersi utile, disponibile, era aperto a tutti", diceva uno dei suoi amici del Bar Ovalie Club, dove Sébastien giocava a rugby da dieci anni. Il suo soprannome " Bichon " da solo incarnava tutta la sua gentilezza ma questo non gli impediva di essere veloce sul campo. Come mediano di mischia, col numero 9 sulle spalle, era un fulcro della squadra.

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La Comuna del Cine del Rojava è un collettivo di registi fondato il 14 luglio 2015 nella regione autonoma del Rojava, nel nord della Siria. Da quel giorno, il collettivo lavora attivamente nella regione per ricostruire e riorganizzare tutte le infrastrutture per la realizzazione e la proiezione di film, nonché per la formazione dei giovani nella settima arte. Diyar Hesso, nato a Qamishlo, in Royava, è uno dei fondatori della Comuna. È a Bilbao per presentare la prima produzione del collettivo, Ji Bo Azadiye (For Freedom), diretto da Ersin Çelik. Il film ha vinto la Palma di Bronzo alla Mostra di Valencia. Abbiamo parlato con Diyar Hesso e, per telefono, con il regista, Ersin Çelik, delle attività della Comuna del Cine del Rojava e del film che viene presentato in Euskal Herria e la sua genesi. 

Il film racconta l'assedio di Sur, lo storico quartiere di Diyarbakir (Amed in curdo) nel 2015 e la resistenza di un gruppo di giovani all'attacco dell'esercito turco. “L'inverno 2015-2016 è stato difficile per i curdi. - afferma il direttore Ersin Çelik - Le elezioni del 7 giugno 2015 hanno visto un grande successo per l'HDP, momento in cui si è discusso con mezzi democratici la possibile soluzione della questione curda. Ma tutto è cambiato radicalmente. Il 20 luglio il massacro di Suruç, il 22 luglio il nuovo accordo sulla vendita di armi dagli Stati Uniti alla Turchia, gli arresti di massa di membri dell'HDP e le intense operazioni militari in Kurdistan. A quel tempo, sono trapelati documenti del MIT (servizi di intelligence turchi), tra cui uno che diceva che nel 2014 era stata preparata un'operazione chiamata "Piano di distruzione" nello stesso momento in cui stavano proseguendo i negoziati con Abdullah Ocalan a Imrali.

Quell'inverno, il governo assediò diverse città con l'obiettivo di distruggerle mentre il popolo si ribellava e chiarì che avrebbero resistito ". Çelik lavorava allora come giornalista e ricorda le testimonianze raccolte nelle città assediate, sia a Cizre che a Sur (Diyarbakir). Per la libertà nasce dalla lettura dei giornali della resistenza. “Çiyager, - dice Celik - il comandante della resistenza del sud dice a tutti quelli che escono per raccontare la storia della resistenza. Alcuni membri delle YPS (unità di difesa del popolo civile) sono riusciti a eludere l'assedio e abbiamo potuto parlare a lungo con loro. Lo stato ha voluto porre fine a Sur, cancellare la storia di questo quartiere millenario, infatti lo hanno quasi completamente distrutto. Le domande che ci siamo posti durante la stesura della sceneggiatura erano essenzialmente due: che tipo di forza è stata che ha portato 50-60 giovani, la maggior parte dei quali non aveva mai avuto un'arma in mano, a resistere a una forza militare addestrata, durante un assedio di oltre 100 giorni? E la seconda era: cosa è successo fuori? Perché tanto odio? Ovviamente, è difficile capire la risposta a queste domande solamente guardando a quello che è successo a Sur. Piuttosto, si dovrebbe guardare agli ultimi 100 anni di storia curda ".

Scrivere la sceneggiatura, dice Çelik, “non è stato facile. Ha reso tutto più facile svilupparla collettivamente ". Diyar Hesso aggiunge che “mentre era in corso l'assedio di Sur, il mondo taceva solo a guardare. Quindi il nostro film è anche una critica di quel silenzio ". Il film è sicuramente un gioiello dal punto di vista tecnico produttivo. È stato girato a Kobane, la città che è riuscita a sconfiggere l'assalto dello Stato Islamico, in un momento in cui il mondo sembrava rassegnato a vivere in uno stato di terrore permanente. Gli abitanti di Kobane, organizzati in milizie di autodifesa, hanno combattuto incoraggiati dalla difesa del modello di convivenza auspicato da Abdullah Ocalan e, infine, in difesa della libertà che significa diritto di decidere come vivere e organizzarsi. “Girare a Kobane - dice Çelik - aveva molti significati e ragioni. Le storie di Kobane e Sur sono molto simili. Le forze sconfitte a Kobane volevano attaccare il sud. L'obiettivo era lo stesso, distruggere un modello di vita. Quelli che hanno resistito erano gli stessi, erano persone con la stessa determinazione, volontà e coscienza ". Çelik fa un'altra considerazione, più intima: “Lo spazio influenza la formazione degli individui, sia nella vita reale che nell'arte del cinema, e le persone influenzano lo spazio in modo simile. Chi ha resistito a Sur ha dato a quelle pietre un nuovo significato e uno spirito diverso. La città di Kobane, le sue strade, le sue case distrutte e le tracce della resistenza hanno lo stesso spirito. Quell'ambiente o questa identità di Kobane era presente durante le riprese. Questo ha aiutato molto gli attori a entrare nel loro ruolo ".

Attori che, in molti casi, sono i resistenti sopravvissuti del Sud che interpretano se stessi. Una sfida pienamente superata, che fa della "recitazione", individuale e collettiva, le altre grandi conquiste di questo film. “Cercavamo - racconta Celik - quelli più vicini alle emozioni dei giovani che hanno resistito a Sur. Lavorare con attori non professionisti è sempre difficile. Ma penso che sarebbe stato molto più difficile lavorare con i professionisti. Due miliziani che hanno partecipato alla resistenza del sud (Khaki e Korsan Şervan) hanno interpretato se stessi nel film, e la maggior parte degli altri attori erano anche giovani che avevano partecipato alla guerra contro l'ISIS o che sono cresciuti nella guerra".

“Rûbar ha anche ritenuto che questo non fosse solo un film. Sapevo che questo ruolo avrebbe influenzato anche la sua vita "

Uno degli attori non potrà vedere il successo di Ji Bo Azadiye . Rûbar Şervan (Cihan Sever) era di Van, uno dei posti più freddi del Kurdistan per quanto riguarda il clima. Uno scopo e un sentimento avevano portato Rûbar dalla parte più fredda e montuosa del suo paese alla regione più calda e semi-desertica. Rûbar Şervan era venuto a Kobane per unirsi alla resistenza contro gli attacchi dell'ISIS nel 2014-2015. Prese parte alla guerra contro l'ISIS a Kobane. “Quando ci siamo conosciuti - racconta Ersin Çelik - aveva già combattuto contro l'Isis in Rojava e in altre zone della Siria settentrionale. Diverse volte era stato ferito. Nell'ottobre 2017 abbiamo incontrato Rûbar a Kobane, mentre continuavano i preparativi per le riprese del film ". Çelik ricorda: “Quando ho visto Rûbar per la prima volta, mi sono detto 'è così'. E la mia impressione non è cambiata dopo 3 mesi di formazione. Avrebbe poi interpretato Ciyager, uno dei ruoli principali. Çiyager è stato il comandante dei 100 giorni di resistenza contro l'assedio da parte della polizia e dell'esercito ad Amed-Sur, tra dicembre 2015 e marzo 2016 ". Rûbar aveva una faccia sorridente e un cuore leggero e leggero come una piuma. “Era molto umile e positivo di fronte alle difficoltà, - dice Çelik - anche da lontano la sua andatura era adeguata. Aveva tutte le caratteristiche di un comandante rivoluzionario. Era come il Çiyager che il film avrebbe interpretato. Naturalmente, all'inizio non si è offerto volontario per partecipare ai lavori cinematografici. A cosa serve? -ha detto- come se non fossero affari suoi, ecco come li vedeva. Non aveva esperienza di recitazione, né in teatro né in film, quindi doveva fidarsi di se stesso e di noi ". Çelik ricorda che Rubar si è sempre chiesto. “Mi chiedo se posso rappresentare Ciyager, ha detto, sarò in grado? E se non potessi? Il nostro film parla di una parte di un processo che è ancora in corso. Tuttavia, tutto è ancora molto vivo, molto fresco. Rûbar pensava anche che questo non fosse solo un film. Sapevo che questo ruolo avrebbe influenzato anche la sua vita ".

Çelik ha salutato Rubar nel maggio 2018. “Ci siamo visti per l'ultima volta nell'agosto 2018, gli ho fatto guardare la prima versione del film. Dopo di che la nostra connessione è stata persa. Non ho ricevuto alcuna informazione fino a quando non abbiamo scoperto che era caduto come martire il 25 ottobre 2019. Ha perso la vita negli scontri a Heftanîn, nel Kurdistan meridionale ". Scontri che continuano ancora.

Di Orsola Casagrande

Qui il trailer del film

https://www.youtube.com/watch?v=icwqiYys7ak&feature=emb_title

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in CULTURE

Covid-19, pandemia, sars-cov-2, salute, lotte, scienziati, cura, territori, sanità, esperti, contagio.

La costellazione di parole che compongono lo spazio in cui ci muoviamo da mesi è affollata e spesso confusa.Dentro quella che viene definita la seconda ondata la complessità aumenta, i punti di orientamento diminuiscono e la crisi si approfondisce. I grandi dogmi dell'epoca pre Covid sfocano, dimostrando di non essere mai oggettivi, ma di parte, agiti: scienza, economia, società, occidente.

Abbiamo provato a raccogliere alcuni contributi radiofonici che costantemente provano a sbrogliare la matassa dell'attualità.

 

Congiunzioni #10 – Epidemia Colposa – [22 Ottobre]

Ci troviamo in un momento in cui non c’è nemmeno stato il tempo di indicare le responsabilità del disastro della gestione dell’emergenza covid che già siamo catapultati in un nuovo girone di follia tra ordinanze su base regionale, nessuna limitazione per le attività produttive ma regole inventate per eliminare tutto ciò che è socialità e relazioni sociali al di fuori del lavoro.

Per non cadere nella trappola dell’emergenzialità ancora una volta pensiamo sia fondamentale rintracciare tutti i fili di ciò che è stata la gestione della pandemia per quelle regioni più colpite, come la lombardia, così come sottolineare e dare centralità a quelle esperienze cittadine in cui le persone non vogliono dimenticare e si sono organizzate per lottare per una sanità che tuteli davvero il diritto alla salute per tutti e tutte e perchè non è accettabile che gli interessi di confindustria si giochino sulla pelle delle persone.

Nella puntata di oggi sentiamo due storie di reti territoritoriali che nel corso degli ultimi mesi hanno costruito tessuti di lotta. Incomiciamo dal coordinamento regionale sanitàcoordinamento regionale sanità del Lazio e continuiamo con una diretta con Radio Onda d’Urto per raccontare l’esperienza bresciana.

 

Congiunzioni #11 –La Salute Prima Cosa – [29 Ottobre]

Oggi volevamo portare un punto di vista riguardo ad una contraddizione che magari non si menziona esplicitamente ma che dall’ultimo dpcm ha portato migliaia di persone in piazza.

Stiamo parlando di questi apparenti inconciliabili: il diritto al lavoro e il diritto alla salute cosa si può dire davanti a gente che scende in piazza perché non solo non arriva più a fine mese, ma non sa nemmeno se la sua attività continuerà ad esistere per i mesi successivi.

Cosa si può dire anche rispetto a dei dati che ci parlano di quasi 40.000 morti dall’inizio della pandemia e che prevedibilmente nei prossimi mesi cresceranno esponenzialmente?

Possiamo dire che una società che lega la sopravvivenza degli individui al lavoro non è una società che ha a cuore la salute di quegli stessi individui, perché l’attività produttiva e di consumo va avanti a prescindere da come le persone stanno, da come se la vivono, dal senso che attribuiscono al loro svegliarsi ogni mattina sulla piazza di napoli, durante la protesta contro l’ultimo dpcm.

Uno striscione che ci ha colpito particolarmente per la sua chiarezza diceva la salute è la prima cosa, ma senza soldi non si fa nulla, questo ci sembra eloquente su cosa ci spaventa: in una vita dedicata a lavorare o a cercare di lavorare, nel momento in cui pezzi di società si fermano, si ha paura di non farcela, di non avere più soldi per campare, di restare da soli o chiusi in casa con una famiglia che non si sopporta, di non avere più spazi di espressione, di sentirsi abbandonati quando si sta male, di sprofondare nei debiti con le restrizioni che l’emergenza pandemica richiede ci sono fasce sempre più ampie di popolazione che si rendono conto di quanto sia ingiusto legare la sopravvivenza al lavoro.

Ci piacerebbe che nelle future piazze non ci fossero cori che richiedono a tutti i costi di riaprire le proprie attività o di tornare a sfacchinare dove lo facevano, ma che chiedono un reddito di base garantito, spazi pubblici e verdi, il tempo per coltivare rapporti anche al di fuori del nucleo famigliare e ovviamente il diritto alla salute, che con tutte queste cose non è affatto in contraddizione.

In collegamento con Napoli per capire cos’è successo nelle piazze e cosa sta accadendo negli ospedali. Con Alessandro Ferretti parleremo del contesto piemontese, come viene gestito il tracciamento e il numero di tamponi e quanto è utile – o no ?- il coprifuoco notturno per limitare i contagi Con Non Una di Meno – Torino parleremo di sabato che saremo in piazza contro la circolare anti-aborto della Regione Piemonte

 

 

Congiunzioni #12 – Preludio di Lockdown – [5 Novembre]

Mancano poche ore all’inizio del secondo lockdown del 2020… noi di Congiuzioni non ci scoraggiamo e trasmettiamo dalla vostra e nostra Radio Blackout.

Oggi vi leggiamo la lettera della nostra compagna Notav Dana e ne approfittiamo per parlarvi della situazione Covid-19 nelle carceri.

A seguire una diretta sul fronte degli e delle infermiere con Roberto di NurSind, il Sindacato degli Infermieri.

 

Congiunzioni #13 – Errori Di Prospettiva – [5 Novembre]

Mancanza di personale e medici mandati a fare gli infermieri, sovraccarico di lavoro essenziale per la riproduzione dell’ospedale ma diminuite le ore di lavoro.  Non basta aumentare i letti, non basta fare il gioco delle tre carte con il personale bisogna cambiare prospettiva: il covid non è una pandemia e basta, non bastano le misure di contenimento, bisogna rivoluzionare il sistema economico, sociale, di tutela della salute per poter uscire da questa situazione.

Apriamo la puntata con una diretta insieme a Guido Giustetto, presidente dell’Ordine Medici e Odontoiatri di Torino

A seguire, voci dalla gestione dell’emergenza sanitaria e non solo.

 

IL CONTAGIO (RI-)ANNUNCIATO (CON FRANCESCA NAVA) – VOCI DALL’ANTROPOCENE (anno II #2) 02/11/20

In apertura di questa seconda puntata abbiamo mandato un po’ di saluti registrati e personali a Dana, da oltre un mese incarcerata alle Vallette per una manifestazione NoTav nell’autunno del 2012, seguiti dalla lettura di un estratto di una sua recente lettera in cui poneva alcune riflessioni urgenti sul ri-diffondersi della pandemia e la sua percezione tra le mura carcerarie, dove distanziamenti e assistenza sono lungi dall’essere garantiti.

Il nucleo centrale della trasmissione è invece caratterizzato da una lunga intervista con Francesca Nava, giornalista con una decennale esperienza di inchieste televisive, autrice del recentissimo Il focolaio. Da Bergamo al contagio nazionale  di recente pubblicazione presso i tipi di Laterza (qui un’anteprima). Attraverso numerose testimonianze di prima mano di familiari delle vittime, medici ed infermieri, l’autrice conduce una serrata contro-indagine sulle responsabilità politiche che hanno portato al disastro pandemico in Val Seriana, senza dimenticare di ricostruire genealogicamente il processo di smantellamento della Sanità territoriale e preventiva nella regione lombarda. Il libro ha il merito di ridare peso e carne alle voci silenziate – letteralmente soffocate – travolte da un disastro evitabile, che invece si sta riproponendo in queste ore sotto i nostri occhi, nonostante gli allarmi degli addetti ai lavori.

A chiusura della puntata, la lettura di alcuni estratti del contributo di Afshin Kaveh, ecologista radicale e attivista antispecista, dall’opera collettanea KRISIS. Corpi, Confino e Conflitto, che inquadra il fenomeno pandemico da tutt’altre prospettive.

 

CORONAVIRUS 2.0 (CON M.PINCETTI) – VOCI DALL’ANTROPOCENE (anno II #1) 26/10/20

Puntuali come un lockdown torniamo per una nuova stagione di Voci dall’Antropocene.

Ci eravamo lasciati verso metà agosto con una puntata off – fuori stagione – col dott. Remuzzi in cui veniva registrato un affievolirsi netto del contagio e il bilancio di una pandemia che aveva avuto tre differenti fenomenologie al Nord, al Centro e al Sud. Oggi, complice la fine della stagione estiva, la pandemia riparte alla carica con una dinamica più omogenea sul territorio nazionale, mentre iniziano ad emergere proteste spontanee contro i costi sociali ed  economici della (mala)gestione della pandemia.

Per fare il punto sulla dimensione sanitario-pandemica abbiamo raggiunto  Maurizio Pincetti – nostro ospite fisso la scorsa stagione nel raccontare la storia del servizio sanitario nazionale – medico internista, specialista in endocrinologia, con 36 anni di attività in un ospedale pubblico del milanese, per 11 anni è stato medico di medicina generale dal 1987 si occupa di qualità e rischio delle cure e dell’assistenza sanitaria con attività di ricerva, responsabilità ospedaliera e la partecipazione agli organi direttivi della società scientifica di valutazione della qualità in sanità.

 

L’ETÀ DEI COLLASSI (con F. LI VIGNI) – VOCI DALL’ANTROPOCENE (ANNO II #3) 09/11/20

Quella che si sta materializzando sotto i nostri occhi è una situazione da incubo: la saturazione, più volte annunciata (quanto esorcizzata), del sistema ospedaliero, stampella unica su cui poggia oggi in maniera quasi esclusiva il Sistema Sanitario Nazionale, a scapito della medicina preventiva e di territorio.

Due immagini hanno segnato la settimana appena trascorsa la comunicazione sul Coronavirus nel torinese: 1) la fila di ambulanze fuori dall’ospedale Molinette in direzione di altri presidi ospedalieri della regione per mancanza di posti; 2) le decine di malati Covid parcheggiati nei corridoi (alcuni appoggiati a terra) su brandine di fortuna nel presidio ospedaliero di Rivoli. Per farci raccontare quale sia la situazione in quell’ospedale e più in generale sul territorio piemontese, abbiamo raggiunto al telefono Nino Flesia, lavoratore presso quel presidio e delegato rsu-Cgil dell’Asl To3.

Queste immagini evocano scenari ancora peggiori, accompagnati dalla presa di posizione dell’Ordine dei Medici che invoca un lockdown rigido sull’intero territorio nazionale per scongiurare il rischio di 10.000 morti da piangere nell’inverno infausto che ci attende. Da più parti si evoca il rischio di un’implosione di quell’equilibrio tenue che permette ancora oggi, a fatica, di curare l’enorme afflusso di compromessi della seconda ondata della pandemia.

Immaginari distopici e paranoici, a lungo nutriti da una branchia particolare della produzione culturale di massa, sembrano diventare possibilità concreta. Su questo background, negli ultimi anni si è venuto a creare uno spazio significativo nel dibattito pubblico d’oltralpe che ha preso il nome di “collassologia”, ampio e contraddittorio serbatoio di discussione in cui rientrano potenzialmente tanto i deliri individualistici dei survivalisti, quanto le esperienze collettiviste dello zadismo, raccogliendo nel suo seno porzioni non indifferenti di ceto medio intellettuale. Punto comune di questa galassia di pensieri e pratiche, la convinzione che il nostro mondo, così com’è, sia destinato al collasso, con tutto ciò che questo implica in termini di uso di disponibilità di risorse e (ri)organizzazione della vita associata.

In Italia il dibattito sul tema è pressoché inesistente, se si eccettua la proposta coraggiosa del piccolo editore Asterios di Trieste Asterios di Trieste. Con Fabrizio Li Vigni, dottore in sociologia all’EHESS di Parigi e postdottorando all’UPEM d iChamps-sur-Marne nonché autore del pamphlet “Il collasso della società termo-industriale“, abbiamo sondato alcuni aspetti di questo dibattito a partire dall’evento rivelatore della pandemia Covid.

 

COVID 19: DR BURGIO” ORA SUBITO LOCKDOWN CON COMPENSAZIONI REALI PER CHI SARA’ PENALIZZATO E POI ORGANIZZARE IL TERRITORIO COME NON E’ STATO FATTO” - Radio Onda d'Urto

Subito un lockdown sistematico per stoppare questa crescita epidemica in un mese e non rischiare di trovarci di nuovo come in primavera, con quel numero di morti ed il sistema sanitario in forte sofferenza; compensare, non con elemosine ma in maniera consistente, tutte le persone che saranno colpite da questo provvedimento e poi riorganizzare il territorio ed il sistema sanitario per affrontare la pandemia senza perdere altro tempo. Non possiamo illuderci che ci sarà una vaccino-profilassi efficace su larga scala in tempi brevi”. La diffusione del contagio in tutta Italia, contro cui non si è agito efficacemente preparandosi nei mesi estivi,  non lascia ora altre vie per il dottor Ernesto Burgio, medico ed esperto di epigenetica e biologia molecolare. “Era necessario organizzare il territorio come hanno fatto in Asia, per monitorare giorno per giorno, cioè tracciare i casi e i loro contatti e fare tutto subito perchè quando si arriva a dei trend con decine di migliaia di casi ogni giorno non si riesce più. Non bisognava far entrare il virus nelle strutture sanitarie con la facilità con cui sta rientrando perchè adesso siamo daccapo. Da marzo queste due strategie non abbiamo saputo applicarle. Adesso saremo  costretti a fermare di nuovo gran parte delle attività, cosa non necessaria quando si fa per tempo la strategia che hanno utilizzato nei paesi asiatici” Ascolta o scarica

 

COVID 19: DOTT. BURGIO “LA MEDICINA TERRITORIALE NON E’ ANCORA STATA RAFFORZATA ABBASTANZA: TRACCIAMENTO, CORRIDOI ALTERNATIVI E DIAGNOSI PRECOCISSIMA” - Radio Onda d'Urto

La medicina territoriale non è ancora stata rafforzata abbastanza.” Per affrontare un possibile aumento dei contagi nel nostro paese non si sta facendo tutto il possibile. E’ il parere del dott. Ernesto Burgio, medico, esperto di epigenetica e biologia molecolare: “Serve sviluppare due strategie, che sono tipiche del territorio: 1) tracciare, quando si hanno piccoli cluster, i contatti antecedenti, quindi isolare subito i casi e i loro contatti; 2) creare corridoi alternativi che significa, e questo non è stato fatto, evitare che il virus dilaghi negli ospedali e negli altri luoghi di cura. Inoltre servono strumenti di diagnosi precocissima, per esempio sulla saliva, anche se possono essere meno certi come risultati.” Ma cosa si intende per corridoi alternativi e come crearli? Per il dott Burgio in momenti di crisi “si può immaginare che possano essere usati gli ospedali militari che sono sottoutilizzati e che potrebbero diventare luoghi di triage, dove convogliare i casi sospetti invece che finiscano nei pronto soccorso” Nell’intervista integrale abbiamo anche chiesto al dott Burgio se il virus ha subito variazioni e a che punto si è con il vaccino ed i farmaci specifici  Ascolta o scarica

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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