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Articoli filtrati per data: Tuesday, 03 Novembre 2020

Riprendiamo e sottoscriviamo l'appello in sostegno di Chadli Aloui, contro la richiesta di sorveglianza speciale che è stata fatta nei suoi confronti e su cui il tribunale sarà chiamato a decidere il 17 novembre. Si tratta dell'ennesimo atto di persecuzione nei confronti degli attivisti e delle attiviste impegnati/e nelle lotte sociali. Esprimiamo massima solidarietà a Chadli e invitiamo a firmare numerosi e numerose l'appello.

Molti lo conoscono per la sua attività di istruttore sportivo, nel cuore del centro storico di Palermo. Altri per il suo ruolo nel mondo del teatro cittadino e le sue collaborazioni con artisti e musicisti. Altri ancora, hanno condiviso con lui anni e anni di impegno sociale nelle aule accademiche. Chadli Aloui, giovane studente palermitano e lavoratore dello spettacolo, rischia oggi di vedersi privare della sua libertà a causa di un disegno giudiziario che lo accusa di essere un soggetto socialmente pericoloso. Tutto questo a causa delle sue idee.

Studente appassionato di Storia e Filosofia all'Università degli Studi di Palermo, Chadli ha scelto sin da giovanissimo di prendere posizione contro le ingiustizie e di battersi per una società più giusta. E lo ha fatto in questi anni schierandosi a favore dei più deboli, degli ultimi, degli emarginati. Esternando sempre le sue idee senza paura e senza mai tirarsi indietro, senza mai nascondere il suo sincero antirazzismo e antifascismo.

Lo ha fatto dedicandosi al volontariato, insegnando i valori dello sport con il suo lavoro di istruttore alla Palestra Popolare Palermo. Una realtà sportiva che opera all’interno dei quartieri del Capo, della Vucciria, dell’Olivella e che coinvolge decine di bambini, ragazzi e ragazze del centro storico, all’interno della quale ha messo a disposizione le sue conoscenze ed esperienze di atleta per portare avanti attività sportive accessibili a tutti.

Lo ha fatto decidendo di intraprendere la carriera teatrale, attraverso la quale – dopo anni di formazione che lo hanno portato a ricoprire ruoli di rilievo e a essere molto apprezzato dalla critica – ha interpretato ruoli significativi per il messaggio sociale che trasmettono. Ne è un perfetto esempio lo spettacolo “Mario e Saleh”, di Saverio La Ruina – nel quale interpreta il ruolo di protagonista – con cui, affrontando il tema del conflitto interreligioso e interculturale, spinge lo spettatore a una riflessione sull'accettazione, la convivenza e la necessità del capire e riconoscersi nell'altro. Oppure gli spettacoli “Nel fuoco”, dedicato a Noureddine Adnane, martire di Palermo, e “Orli” dell’Associazione Culturale Sutta Scupa. O ancora il suo ruolo in “All’angolo” di Civilleri/Lo Sicco, in cui il pugilato diventa metafora del sogno di riscatto. E non per ultimo “Fiesta”, spettacolo organizzato insieme ai ragazzi del carcere minorile Malaspina, con la regia di Giuseppe Massa, in occasione del progetto “il palcoscenico della legalità”.

Lo ha fatto, anche e soprattutto, partecipando attivamente ai movimenti sociali. Decidendo di difendere la sua terra, la Sicilia; di prendere parte alle manifestazioni antifasciste, in difesa dei diritti dei migranti; di lottare contro gli inceneritori, gli impianti inquinanti, le grandi opere inutili e la devastazione del territorio. Di farsi avanti nei movimenti studenteschi, per il diritto a una scuola pubblica e gratuita per tutti. Si è mobilitato per gli artisti, i teatranti, per i lavoratori di un settore tra i più precari e tra i meno considerati e ascoltati dalle istituzioni.

Il 17 novembre, Chadli dovrà presentarsi in udienza al Tribunale di Palermo, a causa di una richiesta di applicazione di una misura preventiva nei suoi confronti: la sorveglianza speciale - misura repressiva ereditata dal Codice Rocco, il codice penale in vigore durante il ventennio, con cui il regime fascista controllava i dissidenti - che lo sottoporrebbe a una fortissima limitazione delle libertà personali. Questa misura prevede, infatti, il divieto di partecipare a qualsiasi riunione politica o manifestazione pubblica, l’obbligo di rientro alle 21.00 presso la propria abitazione, il ritiro della patente di guida, la necessità di richiesta di autorizzazione alla Questura per qualsiasi attività lavorativa che richieda lo spostamento dal Comune di Palermo. Tutto questo perché, a causa della generosità e del coraggio con i quali Chadli si è impegnato in questi anni nelle mobilitazioni cittadine, adesso viene disegnato come “soggetto socialmente pericoloso”, e dunque un delinquente; un criminale da rinchiudere e isolare.

Un attacco del genere alla libertà di dissenso e di espressione non può lasciarci indifferenti. Azioni di questo tipo non colpiscono solo un individuo, ma sono un grave attacco alla libertà di tutti. Creano precedenti molto pericolosi per il diritto al dissenso di tutti noi. Siamo davanti a un grave tentativo di criminalizzazione dell’attivismo politico. Un tentativo di reprimere e zittire chi decide di preoccuparsi non soltanto di sé e dei propri interessi, ma di spendere il suo tempo e le sue energie per il miglioramento della sua comunità.

E allora viene spontaneo chiedersi: chiunque prenda parte ai movimenti sociali deve essere recluso? Chi ha idee di giustizia sociale e si batte per un futuro migliore è un pericolo sociale?

Chiediamo con forza che il 17 novembre venga rigettata la richiesta di sorveglianza speciale nei confronti di Chadli Aloui, per la sua libertà e per quella di tutti e tutte!

FIRME (IN AGGIORNAMENTO)

Michele Mannoia, docente di Sociologia delle famiglie dell'Università degli Studi di Palermo

Elio Di Piazza, professore in pensione Università degli Studi di Palermo

Marco Antonio Pirrone, ricercatore sociologia generale Unipa

Marco Battaglia, professore dell'accademia di belle arti di Palermo

Salvo Torre, professore associato Università degli Studi di Catania

Giuseppe Paternostro, docente Università di Palermo

Antonino Frenda, antropologo della Fondazione Ignazio Buttitta

Zerocalcare, fumettista

Saverio La Ruina, attore, drammaturgo e regista teatrale, Compagnia Scena Verticale

Claudio Collovà, regista e attore, Officine Ouragan

Sabino Civilleri , attore e regista, presidente di Genia

Giuseppe Massa, drammaturgo, attore e regista, Compagnia Sutta scupa

Manuela Lo Sicco, attrice, regista e coreografa, presidentessa Civilleri/Lo Sicco

Dario Muratore, attore e regista, Frazione residue

Giuseppe Provinzano, attore e regista, associazione Spazio Franco

Melino Imparato, Attore, Compagnia Franco Scaldati

Simona Malato, attrice

Serena Barone, Attrice

Paolo Di Piazza, attore

Marco Leone, attore

Ilenia De Simone, attrice

Luigi Rausa, attore

Totò Pizzillo, attore

Fabiola Arculeo, attrice

Dario Raimondi, attore

Maria Cucinotti, attrice

Fabio Lo Meo, attore

Giada Baiamonte, attrice

Domenico Di Stefano, attore

Ibrahima Deme, attore

Antonella Sampino, attrice

Marzia Coniglio, attrice

Alessandra Leone - Assistente di scena Compagnia Franco Scaldati

Giuseppe Tarantino: drammaturgo, attore e regista. Compagnia Sconzajuocu

Marco Canzoneri regista, drammaturgo e project manager per l’Opera Lirica

Angelo Grasso allievo Teatro Biondo

Matilde Politi, musicista palermitana

Angelo Daddelli, cantautore siciliano

Christian "Picciotto", rapper palermitano

Jacopo Sulis, studente

Stella Amato, lavoratrice del Comune di Palermo

Valentina Venditti – operatrice umanitaria

Verdiana Mineo, atleta e istruttrice sportiva

Barbara Sociale, studentessa

Giovanni Mancino, insegnante

Elisabetta Di Patti, insegnante

Mari Albanese, insegnante

Claudia Urzì, insegnante

Ugo Gabaldi - insegnante

Natalia Samonà, insegnante

Caterina Napolitano, studentessa

Roberta Pellegrino, imprenditrice

Renato Tuttoilmondo, impiegato

Mario Bracco, Impiegato Microcredito Social Impact

Paolo Capriati, ricercatore

Emanuele La Rocca, studente

Serena Cammarata studentessa

Nunzia D'Amico, studentessa

Chiara Coco, studentessa

Jasmine Aloui, studentessa

Giuseppe Vinciguerra, professionista sanitario

Noemi Venticinque, studentessa

Daniele David - segretario Fiom CGIL Messina

Sara Raoudi ( Ricercatrice)

Elio Matteo Alonge Profeta ,studente

Marisa Majo, studentessa

Giuliano von Escher, studente

Francesco Blunda, Educatore

Vincenzo Ventura, libero cittadino

Silvia Alaimo, studentessa

Piergiorgio Concari, freelance

Tavella Giorgio, studente

Lorenzo Nastasi studente

Calogero Mannino, cittadino

Salvatore Chinnici, libero cittadino

Sandro Cardinale USB Sicilia

Francesco Maria Cigna, Studente

Sonia Pennino, educatore

Giorgia Listi, docente

Gabriele Martella, illustratore

Ludovico Siragusa, studente

Gabriella Lo Bue, freelance

Juliana Jude, studentessa

Paolo Cinquemani, libero cittadino

Luigi Sturniolo, bibliotecario

Saverio Cipriano , coordinatore regionale area democrazia e lavoro CGIL

Teresa Germano, studentessa

Domenico Barbuzza, Cittadino

Armando Quatra, studente

Laura Peduzzo operatore sociale

Angelo Provinzano Docente e Preparatore Fisico

Gigi Roggero - ricercatore Bologna

Salvatore Belviso, atleta e artista marziale

Antonella Lo Porto, cittadina

Melissa castelli - impiegata

Giovanni di Simone, cittadino

Mauro Mazzone, cittadino

Angela Rizzo, Attivista CittadinanzAttiva Sicilia

Fabrizio Lupo

Jonathan Marquis Artista di strada

Giovanni Pagano, Federazione del sociale USB Napoli

Luca Pellegrino Imprenditore

Francesco Fustaneo , Giornalista

Francesco Sampino, lavoratore

Valeria Ferrante, operatrice ONG

Marta Modica, educatrice

Giulia Schillaci, Studentessa

Serafino Biondo - Coordinatore RSU FIOM Fincantieri Palermo

Giacomo Cascio libero professionista

Alessio Giannetto studente

Sveva Gini, cittadina

Mario Di Mauro (scrittore, dir. Istituto TerraeLiberAzione)

Filippo Brancato, studente

Carmelo Mulè (studente)

Salvo Carbone (studente)

Tinnirello Francesco Paolo Centro Sociale Anomalia

Lanfranco Caminiti - scrittore

Anna La Gioia, studentessa

Giorgia Mancino, studentessa

Domenico Rolfo, studente

Stefano Mazza, studente

Marta Juliet Rossi, studente

Marta Rossi, studentessa

Jessica Bonura, Studentessa

Guercio Lorenzo

Vittorio Lombardi studente

Federico Stigliano, studente

Diego La Gioia, studente

Tommaso Rolfo, studente

Carlo Cosenza, libero cittadino

Ferdinando Gulotta

Claudio Sciarrino

Elena Amato terapista psicomotricità età evolutiva

Roberto Speciale (RM)

Carlotta Lo Monaco, studentessa

Carola Salerno, studentessa

Silvia Ciancimino

Sergio Masiero, studente

Riccardo Ferrante, bibliotecario

Giancarlo Bentivegna, operaio

Chiara De Luca, Studentessa.

Yari Andrea Mazza, operaio metalmeccanico e tecnico teatrale

Salvo Momgio, cittadino

Teatro Mediterraneo Occupato

Palestra Popolare Palermo

Collettivo Universitario Autonomo

Box 3 Autogestito Lettere e Filosofia, Unipa

Lab Aut biblioteca autogestita, Unipa

Aula Autogestita – Scienze Politiche, Unipa

Centro Sociale Ex Karcere

Coordinamento Studenti Medi Palermo

ANPI Palermo (Associazione nazionale partigiani italiani)

Antudo

USB Palermo

Centro Sociale Anomalia

Lavoratrici e lavoratori, precarie e precari SLAI cobas SC Palermo

Fronte Popolare Autorganizzato - S.I. Cobas Messina

Collettivo Universitario S. P. A. M. (Padova)

Centro Sociale Occupato Pedro (Padova)

Unione Inquilini - Messina

Laboratorio Territoriale, Messina

Il Sud Conta

Zero81 - Laboratorio di mutuo soccorso ( Napoli )

ASD Popolare Baliano - Genova

Spazi Sociali Catania

per sottoscrivere anche tu: https://forms.gle/HHXUNRsHomVTNDJ68

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Lo scorso 28 ottobre, la Ministra dell'Interno Luciana Lamorgese e il capo della polizia Franco Gabrielli hanno promosso due funzionari che erano stati condannati in via definitva in relazione ai gravissimi fatti del G8 di Genova del 2001.

Ad essere promossi alla carica di vicequestori Pietro Troiani e Salvatore Gava, che furono condannati a 3 anni e 8 mesi più a 5 anni di interdizione dai pubblici uffici. Troiani aveva condotto due bombe molotov all'interno della scuola Diaz e Gava ne aveva falsamente attestato il rinvenimento, per giustificare la 'macelleria messicana' che si scatenò con l'irruzione della polizia nell'edificio. I due erano già stati reintegrati in servizio nel 2017 con posizioni di tutto rilievo: Troiani aveva avuto la poltrona di Dirigente del Centro operativo autostrade di Roma e Lazio, Gava invece era diventato Responsabile dell’Ufficio di Collegamento Interforze del Servizio per la Cooperazione Internazionale di Polizia (SCIP) in Albania. Tutto questo avveniva proprio mentre Gabrielli recitava la manfrina della contrizione su quanto avvenuto a Genova nel 2001 ammettendo che c'era stata tortura.

Non stupiscono queste promozioni, che si affiancano a quelle di molti altri dubbi personaggi in prima linea nella repressione del dissenso e del conflitto sociale in questi anni. E' solo l'ennesima riprova della grande ipocrisia che si nasconde dietro le parole di chi blatera in questo paese di "polizia democratica".

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in varie

Riceviamo e molto volentieri pubblichiamo questa lettera aperta ad Amnesty International da parte delle detenute del carcere Lorusso e Cotugno che stanno vivendo l’ennesima situazione più che difficile tra Covid-19 e mancanza di misure alternative. Le detenute aderiscono anche all’appello in favore di Dana.

Buongiorno,

siamo un gruppo di detenute del padiglione femminile del carcere di Torino.

Vi scriviamo per aderire all’appello divulgato da Riccardo Noury, in seguito all’arresto di Dana Lauriola, dovuto al fatto che le sono state negate le misure alternative al carcere, su decisione del Magistrato di Sorveglianza competente. Appello di cui condividiamo tutte le motivazioni. E anche se siamo noi donne a scrivere siamo certe di riportare il pensiero dei nostri compagni nei padiglioni maschili e nelle altre carceri.

Cogliamo questa occasione per stare al fianco di Dana e di coloro che subiscono certe decisioni, ma ci rivolgiamo proprio a Voi, Amnesty, riconoscendo il Vostro valore ed il Vostro interesse verso tutti coloro i cui diritti non sono rispettati.

Vi chiediamo di non rimanere inascoltati e che l’appello scritto per Dana si estenda a tutti noi detenuti perché siamo tutti uguali rispetto al fatto che molti dei nostri diritti (troppi) vengano messi da parte e non valutati.

Per quanto riguarda il sistema penitenziario ci sarebbero moltissimi temi da trattare ma più di tutti, con questo scritto, vorremmo evidenziarne due:

- Accesso alle misure alternative - Il Covid-19 in carcere tra sovraffollamento e colloqui con il distanziamento ACCESSO ALLE MISURE ALTERNATIVE

Nonostante l’esistenza di leggi che propongano un’alternativa alla carcerazione e quindi una risoluzione sia al problema del sovraffollamento, sia a quello del reinserimento sociale, troppo spesso non vengono applicate poiché soggette alla discrezionalità del magistrato competente.

Crediamo fermamente che il diritto ad accedere a tali benefici dipenda tanto dalla volontà del reo, quanto a coloro che fanno parte dell’area trattamentale.

In primo luogo, però, è competenza del magistrato di sorveglianza credere nell’effetto rieducativo della pena, qui a Torino invece, oltre alle mura del carcere, ci scontriamo con il muro della severità di alcuni magistrati.

Questi ultimi, tendono a non applicare le misure alternative sminuendone così l’importanza e sminuendo inoltre i percorsi rieducativi che un detenuto intraprende. Si comportano come pubblici ministeri, hanno un atteggiamento inquisitorio (che non sarebbe previsto dal loro ruolo), comportamento che si evidenzia anche davanti a “sintesi comportamentali lodevoli”, ma non solo, pur avendo diritto e le “carte in regola” si contano più rigetti che accoglimenti delle nostre istanze (vedi il caso di Dana Lauriola a cui se ne aggiungono tantissimi altri, che non hanno fatto scalpore non avendo un “movimento” a loro sostegno).

Tutto ciò è contraddittorio rispetto alla finalità della pena che per la costituzione dovrebbe essere rieducativa e rispettosa dei diritti.

Si produce così un effetto negativo che ci vede impotenti e l’impotenza si sa non ha mai risvolti costruttivi. Ma poi è incoerente questo modus operandi anche nei confronti del diritto in sé e delle leggi esistenti.

L’Italia ha il primato delle pene più severe d’Europa ed è tra i primi paesi in Europa per la percentuale di recidiva, percentuale che però si abbassa notevolmente tra coloro che hanno intrapreso un percorso di reinserimento (già dal carcere).

Nessuno tra i politici, nonostante le pressioni dei costituzionalisti e di alcuni magistrati, si occupa di questo tema, noi non siamo un buon sponsor di propaganda, peccato che siamo anche noi cittadini aventi doveri e aventi diritti come coloro che sono liberi…

Tutto ciò è incivile non solo per noi, ma anche per quella società in cui prima o poi rientreremo.

IL COVID-19 IN CARCERE: TRA SOVRAFFOLLAMENTO E COLLOQUI VISIVI RIDOTTI… E DISTANZIATI.

Da quando questa subdola pandemia condiziona la salute, l’economia e la quotidianità di tutti voi là fuori è come se le vostre vite, date le privazioni e il distanziamento, assomigliassero un po’ alle nostre, e questo purtroppo non è bastato per aprire un dibattito serio sul tema delle carceri.

I divieti che si aggiungono a quelli che già viviamo stanno appesantendo moltissimo la nostra detenzione. Le regole di distanziamento per evitare il contagio sono impossibili da rispettare, pur volendo, all’interno del carcere a causa del sovraffollamento, delle celle non a norma, delle docce comuni. Ma anche del fatto che, pur essendo un ambiente “chiuso ed isolato”, questo vale solo per noi detenuti perché in realtà gli operatori entrano ed escono. Eppure, il rigoroso rispetto dei protocolli sanitari viene imposto quando effettuiamo un colloquio con i nostri familiari (che nel decreto di marzo scorso venivano definiti congiunti e gli unici con cui non si doveva/poteva essere distanziati).

Il tutto risulta fortemente incongruente ed incoerente, siamo ammassati tra “estranei” in strutture fatiscenti con scarsa igiene però ci viene vietato di stringerci alle nostre famiglie; coloro che fruiscono dei permessi premio per coltivare gli affetti, al rientro devono stare in quarantena non potendo lavorare (scelgono quindi di rinunciare ai permessi per non rischiare l’occupazione interna).

Chi lavora qui, invece, entra, esce, va in ferie, permesso, etc etc… ma non è sottoposto ad alcun isolamento fiduciario, il Ministero si affida al loro buonsenso…. Assurdo, ingiusto.

Non c’è equità neppure davanti alla salute e all’emergenza.

C’è un semplice calcolo che descrive in modo elementare qual è il nostro diritto all’affettività: 6×12=72 (6 ore al mese di colloquio consentite X 12 mesi = 72 ore l’anno à 3 giorni), questo vale per i detenuti comuni. Chi è al 41bis/AS ne ha ancora meno.

Questi “3 giorni” a cui abbiamo diritto, già in una situazione di normalità sono una violazione del diritto all’affettività e violano la dignità.

La pena è nostra e dei nostri parenti. Durante questo anno sono stati ridotti e durante il lock-down sostituiti da videochiamate di 25 minuti. Quindi abbiamo fatto grandi rinunce che ci hanno reso tutto più difficile e che ci stanno provando nel profondo.

Genitori che non possono abbracciare i minori, obbligati dietro un plexiglass, anziani che venendo qui rischierebbero.

La gestione della prima ondata qui dentro è stata fallimentare, la direzione sanitaria ha avuto un comportamento assurdo che ovviamente è ricaduto solo su noi e su chi cerca di far bene il proprio lavoro qui dentro.

Il Ministero ha applicato misure insignificanti dal punto di vista sanitario, ma improntate solo sul rispetto della “SICUREZZA”. Nulla è stato fatto bene.

Nel resto d’Europa ci sono state misure di clemenza e deflattive, qui in Italia al già alto numero di detenuti, se ne aggiungono altri giorno per giorno.

Nessun organo d’informazione si occupa di noi.

Siamo fantasmi. Per tutti. Eppure, usciremo prima o poi…

Si sta creando una bomba sociale qui dentro. Si respira aria di sofferenza mista a rabbia per l’essere inascoltati. ULTIMI TRA GLI ULTIMI. Cresce la sfiducia verso un Sistema Statale che ci mette nel dimenticatoio.

Siamo come un malato a cui vengono vietate le cure dal proprio medico, in questo caso il Governo e chi lo compone. Veniamo trattati come numeri di matricola, non come persone, così è controproducente sia per noi, sia per lo Stato stesso, che accoglierà gente solo più sfiduciata.

In Italia, dopo le elezioni regionali, nel gioco del “dare e avere” tra partiti di coalizione, sono stati modificati i Decreti Sicurezza, proprio per la loro indegna struttura, scelta coraggiosa da parte del PD perché tutto ciò non si estende ai carcerati. Non ci si rende conto del pericolo o meglio non siamo argomento vincente in propaganda, ma non si dovrebbe essere sempre e solo in campagna elettorale, specie sul tema giustizia.

Dato che sappiamo che solo la nostra voce non farà presa sull’opinione pubblica e sui “potenti”, ci rivolgiamo a voi. Speranzose di non rimanere inascoltate ma di essere sostenute nella nostra pacifica richiesta di attenzione.

Scontare la pena così rende “doppia” la reclusione già solo per questo.

Richiediamo al Governo di prendere in esame di nuovo misure meno afflittive (indulto, libertà anticipata di 75 gg, misure alternative), non come un regalo di clemenza, ma come un diritto acquisito.

Se si pensa alle rivolte dello scorso marzo, in cui 12 compagni detenuti sono morti, i promotori del “buttiamo via le chiavi” li hanno dipinti come “fuori controllo”, “incivili”, ma si sarebbe dovuto pensare al disagio che li ha portati a morire così.

Troppo spesso si hanno due pesi e due misure, in tutto questo non c’è una forma di giustizia che sia “giusta”.

Per favore riportate a chi di dovere le nostre richieste.

Vi ringraziamo per l’attenzione.

In attesa di un positivo riscontro Vi salutiamo.

 

#CERCAVI GIUSTIZIA TROVASTI LA “LEGGE”

 

Alleghiamo Firme 3^ Sezione Femminile

MARINA ADANZA

VALENTINA FABRIS

YELENIA REGGIANI

TERESINA LEUZZI

SARA LUSCI

STEFANIA CALABRIA

YUDERCKI MONTERO

DANA LAURIOLA

REGINA HOPIC

ROSA CATANIA

HINDIA SMERYEL

DEXDEMONE DERVISHI

ASSUNTA CASELLA

SHOLAKE SHOLAPO

SARAH CHABANE

ROSALIA FALLETTA

LETHIRAPATHY BAVANI

PAOLA MAZZONI

TERESA CRIVELLARI

Da notav.info

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Pubblichiamo una lettera di una studentessa della Sapienza scritta dopo il corteo di sabato a Roma: "Tu ci chiudi, tu ci paghi". Questo pomeriggio (4 novembre) nella Capitale, si svolgeranno due assemble, una degli student* a Piazzale Aldo moro alle ore 15.30, e una chiamata alla fine del corteo di sabato. L'incontro pubblico si svolgerà a San Lorenzo a piazza dell'Immacolata alle ore 18.

"Sono le 18 quando arriviamo a Piazza Indipendenza. Certo l’elicottero che volva sulle nostre teste ci ricordava dell’imminenza dell’appuntamento già da qualche ora. Ci muoviamo a piedi da via de Lollis. Le vie che percorriamo sono stranamente silenziose, poche le macchine a passare, quasi nessuno che passeggia, sembra sia notte eppure non si sono ancora fatte le sei.

Raggiungiamo il concentramento del corteo da Castro Pretorio, entriamo in piazza da via S. Martino della Battaglia, è vuota se non per il presidio in lontananza di cui percepiamo i primi suoni. Rompiamo ingenuamente il silenzio con qualche risata e l’impaccio di prove di cori inventati per l’occasione.

La piazza è sgombra da ogni macchina o motorino parcheggiato, i negozi sono chiusi, non c’è nessuno che passa; normalmente è una delle zone di passaggio più piene, snodo dei trasporti e della circolazione romana. Che strano...

Non siamo i soli ad essere lì. Notiamo immediatamente attorno a noi la presenza ostile di un massiccio numero di forze dell’ordine e mezzi dispiegati. Le vie attorno a noi sono quasi tutte bloccate da loro, da macchie blu omogenee in cui risulta quasi indistinguibile che cosa le componga: “sono uomini o mezzi” ci chiediamo.

Ci guardiamo intorno. Tante persone diverse tra loro in una stessa piazza. Ci sono i precari, i lavoratori dello spettacolo, i movimenti di lotta per la casa. Tutti ci incuriosiscono ma più immediatamente in modo spontaneo ci disponiamo in quella parte di piazza dove riconosciamo i giovani, non hanno striscioni e neppure bandiere ma l’entusiasmo e la voglia di essere lì si percepisce, ce li presenta come affini.

“Mettiamoci qui allora” al fianco di studenti delle scuole, universitari, giovani lavoratori, semplicemente giovani forse. Alcuni li riconosciamo, li abbiamo già chi sa quando incontrati, altri non sappiamo chi siano. Intanto gli interventi si fanno sempre più cadenzati; “l’intenzione è arrivare al ministero dell’economia” sentiamo gridare dall’amplificazione in testa al corteo. Partiamo, la prima battaglia l’abbiamo vinta; non tutti avrebbero scommesso sulla possibilità che ci saremmo riusciti a muovere, tra questi anche molti di noi. Partiamo!

I passi sono lenti ma non per questo poco determinati. “È tempo di riscatto” gridiamo. Nessuno ha troppo chiaro cosa succeda ma non per questo non si continua a cantare, intervenire e esprimersi. Giriamo sulla destra a Castro Pretorio. È proprio la stessa strada che più di una volta al giorno ogni studente universitario che arriva con i mezzi a termini compie per arrivare all’università. La stessa strada, ma non sembra la stessa. La via attraversata da così tante persone si fa più stretta, le grida la rendono più facile da attraversare, la rabbia la fa diventare di tutti.

Proseguiamo, andiamo verso Piazzale Aldo Moro. Quanti significati per noi quella piazza. Siamo all’incrocio tra via dell’Università e piazzale Aldo Moro quando dopo qualche bomba carta lanciata all’enorme dispiegamento di guardie schierate in tenuta anti-sommossa, le forze dell’ordine caricano il corteo, o per meglio dire, una metà del corteo. In quella curva ci siamo noi, in quella metà ci sono i giovani.Forse pensavano di fermarci, sbagliano. Non ci intimoriranno, non ci faremo, “è solo l’inizio” gridiamo.

tu ci chiudi

Dopo attimi concitati, il corteo più determinato e irato di prima si ricompatta. Ripartiamo. Siamo di fronte l’ingresso della nostra università. È da così tanto che non ci entriamo che definirla nostra sembra un impacciato tentativo di rendere proprio qualcosa che da troppo tempo non ci appartiene più.

Ci dirigiamo verso San Lorenzo. È il quartiere della movida, un simbolo oggi più che in altri moneti dell’ipocrisia di un governo che continua a crede, o meglio che continua farci credere, che ci sia un orario di contagio del virus. Camminando per quelle vie qualcuno riconosce il locale dove lavorava, altri i luoghi di socialità dove ci si incontrava; c’è chi dice che lì alla fine della strada c’era un locale dove una volta si è esibito.

Tutto è chiuso, ma per gli istanti in cui il corto attraversa quelle vie sembra che la forza di tanti renda più sopportabile la situazione ormai inaccettabile.Ci siamo, arriviamo in piazzetta, Piazza dell’immacolata per chi non ne conosce il gergo. Per un attimo quella piazza sembra essere uno spazio di tutti, ritagliato negli interstizi di decreti anti sociali. Restiamo lì. Si chiacchiera, ci si confronta, si resiste insieme.

È solo l’inizio. Siamo stanchi e ora sappiamo di non essere i soli ad accettare passivamente una situazione che racconta la nostra generazione come la causa del contagio.Siamo stanchi di pagare affitti insostenibili, tasse universitarie inaccettabili, pagare per un diritto alla studio di cui non c’è più neppure la traccia.

Questa crisi ha dei responsabili, ora ne conosciamo nome e cognome. Sono loro a dover pagare! Ci raccontano come giovani senza futuro, ma la piazza di sabato lo ha dimostrato; “non lo accettiamo” e con l’arroganza di chi ha tutto da perdere, lo promettiamo, “il futuro è nostro e ce lo riprendiamo” perché tu ci hai chiuso ma ora è tempo di pagare. "

 

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Pubblichiamo il terzo e ultimo articolo di It's going down tradotto da Liaisons Italia, in questo testo vengono presi in considerazione alcuni scenari territoriali nel caso in cui le elezioni vengano contestate da Trump. Buona lettura!

Le precedenti traduzioni:

Usa tra elezioni e guerra civile

Come può la gente comune fermare un colpo di stato?

C’è crescente consenso nelle cerchie della politica e dei media mainstream sul fatto che Trump contesterà le imminenti elezioni del 2020 e getterà gli Stati Uniti in una crisi costituzionale – e potenzialmente violenta – per mantenere il potere.

Ma cosa significa questo potenziale caos per la classe lavoratrice e le comunità povere?  

Mentre l’area no-profit e le organizzazioni legate ai Democratici si stanno già organizzando, cosa può fare la gente comune per affrontare una tale situazione di instabilità? Il seguente editoriale offre alcune idee riguardo a ciò che potremmo veder accadere nelle prossime settimane e nei prossimi mesi.

È sempre più chiaro, persino all’élite dominante, che le elezioni di novembre consegneranno il sistema politico americano alla sua più profonda crisi da oltre un secolo a questa parte. Le opzioni sul tavolo – Donald Trump e la sua cricca fascista contro il neoliberale di destra Joe Biden – non offrono essenzialmente nulla né ai movimenti sociali autonomi né alla classe lavoratrice, intrappolata nell’inferno che è il 2020. Nonostante ciò, un battibecco tra due fazioni di miliardari minaccia di diventare una sanguinosa faida. In questo contesto, la popolazione deve farsi trovare organizzata per mettere sé stessa e le proprie comunità al sicuro, sia dall’incombente minaccia di una dittatura, sia dalla violenza paramilitare.

Perché previsioni così disastrose? Le elezioni del 2020 hanno luogo in condizioni inedite per l’era moderna. La pandemia da Covid-19 richiede un ampio utilizzo della votazione via posta, in un paese che solitamente si aspetta di scoprire il vincitore entro la fine della notte elettorale. L’amministrazione Trump e i suoi alleati si sono impegnati apertamente e in modo scandaloso per soffocare l’affluenza alle urne, per esempio ostacolando il Servizio Postale e chiudendo numerosi seggi elettorali. Gli alleati intransigenti, come Roger Stone, hanno invocato un giro di vite dei controlli sul voto per evitare che i Democratici “rubino le elezioni”. Questi atteggiamenti hanno generato in entrambe le fazioni un dubbio diffuso sulla validità delle prossime elezioni. Poco importano i risultati effettivi, c’è una porzione significativa dell’elettorato sia democratico sia repubblicano che non li accetterà come legittimi.

Questi atteggiamenti hanno generato in entrambe le fazioni un dubbio diffuso sulla validità delle prossime elezioni. Poco importano i risultati effettivi, c’è una porzione significativa dell’elettorato sia democratico sia repubblicano che non li accetterà come legittimi.

In questo articolo partiremo dal presupposto che le elezioni saranno contestate. È possibile, ma non probabile, che ci sia una pacifica transizione di potere – se si verificasse, la popolazione potrà allora guardare altrove. Per i nostri scopi, esamineremo innanzitutto le forze che si stanno raccogliendo in vista questo scontro, incluse istituzioni democratiche e repubblicane, paramilitari di destra, la sinistra e l’interezza della classe lavoratrice. Infine, guarderemo a come la popolazione può cominciare ad autorganizzarsi per salvaguardare le proprie comunità nel maelstrom a venire.

Rapporti di forza

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La polarizzazione e frammentazione della società americana fa sì che mappare in modo esaustivo i partecipanti di un’elezione contestata risulti piuttosto complicato. Per semplificare, divideremo gli attori in tre raggruppamenti approssimativi: pro-Trump, anti-Trump e non schierati. All’interno di ogni gruppo troviamo attori istituzionali – funzionari di governo, politici, ONG, corporation – e attori non istituzionali. Il fatto che non ci siano chiari canali di comunicazione tra i sottogruppi all’interno di ogni fazione, e che questi sottogruppi siano spesso in opposizione tra loro in tempi ‘normali’, aggiunge un elemento di complessità allo scenario atteso.

Le potenziali forze pro-Trump sono:

1) Il Dipartimento di Sicurezza (incluse Polizia di Frontiera ‘CBP’ le forze di Controllo Immigrazione ‘ICE’) e il Dipartimento di Giustizia (inclusi l’Agenzia federale di Polizia e il Dipartimento Carcerario), al cui controllo ci sono responsabili fedeli.

2) La maggioranza del Partito Repubblicano e le sue diramazioni statali, che rimarranno fedeli a Trump.

3) Alcune sezioni del Dipartimento della Difesa, se gli incaricati rimarranno leali a Trump invece che ai loro vertici.

4) La polizia locale, laddove sentirà di poter supportare l’amministrazione corrente senza significative ritorsioni.

5) Gli organi di stampa alleati, come Fox News, Breitbart,e

6) Gruppi di estrema destra e milizie come I Proud Boys, 3%ers, ecc., insieme a milizie locali organizzate ad hoc (come abbiamo visto durante il cosiddetto Oregon panic).

Le potenziali forze anti-Trump sono:

1) L’amministrazione entrante di Biden e del Partito Democratico. Sindaci e funzionari locali nelle città a controllo democratico come New York, Los Angeles, Washington DC, ecc.

2) Alcuni comparti della burocrazia che possono essere mobilitati dal Partito Democratico contro l’amminsitrazione attuale.

3) Settori di Wall Street e della Silicon Valley che hanno supportato la campagna elettorale di Biden.

4) Il complesso industriale no-profit: MoveOn, Indivisible, Color of Change, ecc.

5) Sindacati: SEIU, AFT, ecc.

6) Gli organi di stampa alleati, come MSNBC, CNN, il New York Times e il Washington Post.

7) I movimenti sociali autonomi e anticapitalisti, i gruppi di attivisti di sinistra, la classe lavoratrice chiamata all’azione dalla situazione di crisi.

Infine, ci si aspetta che siano non schierati:

1) La maggior parte dell’Esercito. (I leader del Pentagono hanno ripetutamente sottolineato che non interverranno al fianco di nessuna delle due fazioni in caso le elezioni siano contestate.

2) La maggior parte della popolazione statunitense. (Se certamente molte persone hanno simpatie per una parte o per l’altra, e queste simpatie hanno un peso, la maggior parte non avrà un ruolo attivo nello scontro che determinerà il risultato delle elezioni.)

Da ciò possiamo ricavare alcuni aspetti cruciali. Il supporto sul campo di Trump è fortemente concentrato in due settori: le forze federali di sicurezza interna e i paramilitari di destra. Al contrario, la coalizione anti-Trump è più diffusa, e risente del fatto che i Democratici non hanno al momento il controllo dell’Esecutivo. Molti sottogruppi nella coalizione anti-Trump, inoltre, non sono in buoni rapporti – infatti la sinistra non istituzionale è in tutte le altre situazioni apertamente in opposizione con la classe dirigente dei Democratici e la sua base elettorale. In linea con le aspettative, la base di supporto di Trump è rurale e periurbana, mentre quella anti-Trump è maggiormente metropolitana.

Il supporto sul campo di Trump è fortemente concentrato in due settori: le forze federali di sicurezza interna e i paramilitari di destra.

Per quanto riguarda i non schierati, dobbiamo sperare che i vertici militari siano in grado di mantenere la loro neutralità. Non possono esistere risultati positivi sul lungo termine, in caso l’Esercito degli Stati Uniti assuma un ruolo attivo nella politica interna. È però plausibile che alcune unità saranno attivate mentre altre rimarranno nelle caserme. I governatori repubblicani potrebbero mobilitare le unità locali della Guardia Nazionale per sedare le proteste; è invece meno probabile che lo facciano i governatori democratici; bisogna anche considerare che alcuni membri della Guardia Nazionale potrebbero non presentarsi senza giustificazione. 

Come appare un’elezione contestata

Queste elezioni avranno poco a che vedere con ciò a cui siamo stati abituati negli ultimi anni. Lunghe file ai seggi, provocazioni ai votanti un po’ in ogni dove, disastrosi ritardi per gli scrutini dei voti via posta, e in alcune aree sono più che probabili aperte intimidazioni ai votanti, e questo è solo il primo giorno di elezioni. Alla fine della notte elettorale, avremo un’immagine molto incompleta di chi potrebbe vincere alla fine, tuttavia entrambi i partiti avranno già cominciato a fare propaganda sulla propria interpretazione dei risultati. Trump probabilmente dichiarerà la vittoria entro la fine della prima notte. Come nel 2016, le prime proteste potrebbero già iniziare allora.

Ci sono un certo numero di scenari che potrebbero modificare lievemente il modo in cui apparirà un’elezione contestata. (In breve: successo schiacciante di Biden; vittoria risicata di Biden; Biden ottiene il voto popolare ma perde al Collegio Elettorale; vittoria risicata di Trump; successo schiacciante di Trump). Nel caso altamente improbabile che Trump vincesse la rielezione con ampio margine, per esempio, le istituzioni dei Democratici non metterebbero in campo una gran resistenza. La realtà, tuttavia, è che nella maggior parte degli scenari entrambe le parti si accuseranno a vicenda di aver tentato di rubare le elezioni.

I giorni a seguire saranno un turbinio frastornante di eventi. Entrambe le parti intenteranno azioni legali, i politici in gara alterneranno minacce a dichiarazioni di sostegno, le forze federali potrebbero prendere il controllo degli scrutini in zone chiave, l’area no-profit e i sindacati invocheranno proteste nonviolente, le milizie di destra si mobiliteranno cavalcando dicerie paranoidi sugli ‘antifascisti violenti’. I mass media tuoneranno informazioni spesso contrastanti 24 ore su 24. Con l’infiammarsi delle proteste, zone calde come Portland e città minori vedranno scontri tra manifestanti di destra e di sinistra. Il tutto accadrà parallelamente al solito tenore altamente violento della polizia e della repressione.

Dobbiamo prepararci su due fronti: mettere le nostre comunità locali al sicuro dallo Stato e dagli attacchi dei vigilantes, ed esercitare la forza popolare per rimuovere Trump dalla presidenza, dovesse perdere le elezioni ma rifiutarsi di andarsene.

Le ultime notizie riguardo la risposta che la classe dirigente dei Democratici prevede di dare a un’elezione contestata lascia poco spazio alla speranza. Il piano dei Democratici si affida quasi completamente ad azioni legali e proteste nonviolente capitanate dal mondo no-profit― una strategia inutile e inefficace che ricorda la loro sconfitta del 2000. Per citare un amico “non vige la legge, solo la forza”. La campagna di Biden e dell’area no-profit proverà a mettere la museruola alla rabbia popolare, frignando a favore di una politica perbenista di rispettabilità per paura di cedere le grandi città alla Sinistra. Sembra improbabile che ciò abbia un benché minimo successo, ma la gente dovrà prepararsi a rifiutare lo stesso tipo di teorie cospirazioniste liberali che hanno afflitto le proteste di giugno.

A questo punto, l’amministrazione Trump e la Destra saranno le maggiori responsabili nel determinare velocità e intensità di escalation della crisi. Dove saranno dispiegate le forze, le tattiche che useranno e quanto visibilmente decideranno di interferire nel conteggio dei voti, tutto questo influirà sulla percezione di una dittatura incombente.

Un generalizzato inasprimento repressivo richiederebbe ben più uomini di quelli a disposizione del Dipartimento di Sicurezza - DHS (60.000) e del Dipartimento di giustizia - DoJ (5.000), e richiederebbe l’attivazione delle unità di Guardia Nazionale e la cooperazione con la polizia locale. Se l’amministrazione Trump finisce per trovarsi a corto di forze fedeli, è sicuramente possibile che le concentrerà a Washington DC per proteggere la Casa Bianca, come abbiamo visto a giugno. In questo caso, altrove la Destra si affiderebbe a un mosaico di milizie paramilitari, in netta inferiorità numerica nelle zone urbane, mentre a Washington i manifestanti si troverebbero ad affrontare una battaglia davvero ardua.

Anche la retorica è importante. Se Trump finge di portare avanti l’azione legale, le proteste si intensificheranno meno che nel caso in cui si appelli apertamente e sfacciatamente alla violenza paramilitare.

L’amministrazione Trump e la Destra saranno le maggiori responsabili nel determinare velocità e intensità di escalation della crisi. Dove saranno dispiegate le forze, le tattiche che useranno e quanto visibilmente decideranno di interferire nel conteggio dei voti, tutto questo influirà sulla percezione di una dittatura incombente.

È importante ricordare che questo processo potrebbe trascinarsi per settimane o addirittura mesi, forse addirittura fino a gennaio e oltre, qualora Trump prevedibilmente e teatralmente rifiuti di lasciare la Casa Bianca. Il lungo periodo tra le elezioni e l’inaugurazione del nuovo Esecutivo crea un enorme finestra per la diffusione di disinformazione, teorie cospirazioniste, violenza e propaganda mediatica, tutti elementi che non faranno che cementare le posizioni delle forze pro- e anti-Trump. In breve, ci stiamo avviando verso un periodo potenzialmente molto pericoloso.

Prepararsi per la bufera che viene

Quali sono I nostri obiettivi? Come minimo, occorre proteggere sé stessi e le proprie comunità dalla violenza dello Stato e dei paramilitari. È ovvio che il fatto che Trump tenti di mantenere il potere costituisce una seria minaccia per molti, come ha mostrato quest’estate il giro di vite repressivo anche su forme blande di resistenza. Lottare contro una dittatura non è la stessa cosa di lottare a favore di Joe Biden – anche se Trump lasciasse la carica, avremmo comunque un nemico alla Casa Bianca. Dobbiamo quindi prepararci per lo meno su due piani di azione: 1) Mettere al sicuro le nostre comunità locali dagli attacchi dello Stato e dei vigilantes, e 2) esercitare il potere popolare per cacciare Trump, in caso perda le elezioni e rifiuti di andarsene.

Il lungo periodo tra le elezioni e l’inaugurazione del nuovo Esecutivo crea un enorme spiraglio per la diffusione di disinformazione, teorie cospirazioniste, violenza e propaganda mediatica, tutti elementi che non faranno che rafforzare i posizionamenti delle forze pro- e anti-Trump. In breve, ci stiamo avviando verso un periodo potenzialmente molto pericoloso.

C’è bisogno di cominciare a pianificare ora come le nostre comunità di riferimento risponderanno durante la crisi elettorale. È cruciale elaborare strategie prima che il caos e la confusione di novembre dilaghino. Fare una simulazione – o wargame – offre un’opportunità di esplorare come la popolazione e la controparte potrebbero rispondere a uno scenario di crisi. Radunate il vostro gruppo, virtualmente o di persona in un ambiente sicuro, e scegliete i giocatori per rappresentare le diverse fazioni presenti nella vostra area. Più giocatori ci saranno, più avrete la possibilità di rappresentare i diversi sottogruppi di ogni fazione. Uno o due partecipanti saranno impiegati come mediatori per gestire la simulazione e determinare i risultati di ogni azione compiuta. È consigliabile eccedere col numero di giocatori dalla parte dell’opposizione non-istituzionale, dato che è il ruolo che le comunità occuperanno al sopraggiungere di novembre. Incoraggiate i giocatori a fare qualche ricerca sull’ideologia e gli obiettivi del gruppo che rappresentano, se hanno tempo.

Ci sono alcuni scenari-chiave e problematiche che potrete analizzare in queste simulazioni. Se avete un tempo limitato, consigliamo di saltare subito allo scenario più difficile – la repressione generalizzata – dato che vi preparerà anche per gli altri scenari.

Scenari:

1) Repressione generalizzata: la Polizia Federale e/o la Guardia nazionale, i paramilitari di destra e la polizia locale tentano un inasprimento del controllo nella vostra area. Come può rispondere la popolazione?

2) Repressione contenuta: le forze federali disponibili nella vostra area (a meno che vi troviate a Washington DC) sono limitate, ma la polizia locale e/o le milizie di destra stanno tentando di prendere il controllo nella vostra area. Come risponde la popolazione?

3) Ritiro dello Stato: la polizia Federale, le forze armate e la polizia locale stanno fondamentalmente abbandonando la vostra area. I paramilitari potrebbero essere presenti come no. Che sfide rimangono per badare alle necessità della vostra comunità e mantenerla al sicuro?

Questioni da analizzare:

1) Che risorse ha la gente a propria disposizione? Quante persone possono essere mobilitate per manifestare, per fornire aiuto e garantire la sicurezza? Ci sono risorse di cui le persone potrebbero aver bisogno, ma che al momento non hanno a disposizione?

2) Qual è la strategia collettiva più efficace in tal senso?

3) A quali alleati la popolazione può rivolgersi, a livello locale e regionale? I canali di comunicazione a disposizione sono chiari ed efficaci? La gente ha legami con lavoratori e sindacati che possano organizzare scioperi? Ci sono individui e gruppi – amicizie, familiari, gruppi religiosi non politici, ecc. – che si possono contattare in caso di crisi? Esistono già legami con queste persone o è necessario cominciare a gettarne le basi?

4) Dov’è concentrato il potere nella comunità di riferimento? Cosa si sa dei gruppi che si organizzano potenzialmente per nuocere agli altri?

5) Quali terreni di conflitto è probabile che emergano all’interno delle coalizioni della comunità? Come si possono affrontare o prevenire questi problemi senza frammentare la base di organizzazione?

6) Che strumenti ci sono a disposizione per proteggere le persone più vulnerabili e, se necessario, tirar fuori chi si trova in zone pericolose?

7) In che modo le comunità possono cominciare a organizzarsi per prendere decisioni e far fronte ai propri bisogni direttamente, se diventasse necessario? Come si può mantenere l’approvvigionamento e la distribuzione di cibo, acqua e altri beni di prima necessità?

Che si riesca o meno a inscenare questo tipo di simulazione, le comunità devono comunque organizzarsi in anticipo per un’eventuale crisi. Per usare un cliché: fallire la pianificazione è pianificare il fallimento. Sviluppare una strategia è assolutamente cruciale, così come mettersi in contatto con la propria comunità in anticipo e stabilire dei chiari canali di comunicazione.

Essere organizzati significa che bisognerà mettere le proprie analisi sul futuro e l’esperienza del passato a disposizione di tutte le persone nuove, e spesso frastornate, che si mobiliteranno in risposta alla crisi. È anche necessario delineare maniere sistematiche di raggiungere persone nuove, integrarle nell’organizzazione della comunità, passar loro le competenze di cui hanno bisogno. Mentre la crisi elettorale di per sé potrebbe non provocare né una dittatura né una rivoluzione, i legami creati in questo momento potrebbero gettare le fondamenta di ciò che verrà.

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Infine, nonostante le fantasie violente della Destra fascista, il fermento scatenato dal caos di Trump sarà molto probabilmente (e auspicabilmente) non armato. Detto ciò, dovremo avere la capacità di difenderci se la violenza della destra, come sparatorie e aggressioni in automobile si diffondessero e, per di più, fossero sempre più incoraggiate dallo Stato.

Mentre l’umanità intera affronta una sfida enorme, non è tempo di lasciarsi andare alla disperazione. Quest’anno, milioni e milioni di persone hanno preso parte alle più grandi proteste antirazziste nella storia degli Stati Uniti – molte di queste stesse persone si uniranno di fronte alla crisi imminente. La classe lavoratrice multietnica è di gran lunga più numerosa dei suoi nemici – ma ha bisogno di organizzazione, coordinamento, e la determinazione necessaria a proteggersi. Grazie alla crescente ondata di movimenti sociali autonomi, le comunità in tutti gli Stati Uniti hanno ora un buon numero di organizzatori e manifestanti esperti; più che in qualunque altro momento degli ultimi cinquant’anni. Possiamo vincere, se affrontiamo la crisi organizzati e pronti per adoperarci a costruire le fondamenta di un nuovo mondo: non semplicemente un mondo senza questa dittatura, ma un mondo dove il popolo sia libero dalla barbarie di questo intero sistema.

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