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Articoli filtrati per data: Friday, 27 Novembre 2020

Il Movimento 5 stelle, annuncia che nella “manovra per ripartire” ci sarà un rafforzamento degli organici delle nostre Forze dell’Ordine con 4535 nuove unità.

Nonostante, una delle maggiori evidenze emerse durante la fase critica dell’epidemia da Covid-19 è stato il collasso del sistema sanitario, con i bilanci sanitari insufficienti ad affrontare la pandemia, con i vaccini antinfluenzali che mancano in molte regioni e in moltissime città; con gli ospedali e terapie intensive tornati in emergenza, per posti, strumenti e, soprattutto per mancanza di personale, con la medicina territoriale non potenziata, e resa più efficiente, per fare da reale filtro pre-ospedaliero; per i pentastellati la priorità risulta essere non è quello di assumere medici, infermieri e personale sociosanitario ma bensì quello di rafforzare il personale delle forze dell’ordine. Tutto questo, nonostante, negli ultimi dieci anni sono stati sottratti 37 miliardi di euro alla sanità[1][1], mentre le spese militari e per la sicurezza hanno segnato un aumento del 26% rispetto alle ultime tre legislature[2][2]

Ma sono davvero necessarie queste nuove assunzioni? Secondo il rapporto: “Osservatorio sui conti pubblici” dell’Università Cattolica di Milano in Italia abbiamo circa 306mila agenti (appartenenti alle varie forze dell’ordine) ossia 453 ogni 100mila abitanti, cifra che colloca il nostro Paese ben oltre la media continentale, ferma a 355 agenti ogni 100mila abitanti.

Il confronto con Paesi simili al nostro è molto eloquente: Regno Unito 211 agenti, Germania 297, Francia 320, Spagna 361. Un simile apparato comporta ovviamente una spesa notevole, 22,6 miliardi di euro, ossia l’1,3% del Pil, assai al di sopra della media europea dello 0,9%.

L’Osservatorio della Cattolica nel suo rapporto si preoccupa soprattutto dell’eccesso di spesa pubblica e non manca di sottolineare l’incomprensibile sovrapposizione (a volte addirittura concorrenza) fra le diverse forze dell’ordine.

Quindi l’Italia è il paese europeo che in proporzione spende di più per la sicurezza pubblica e privata. Moltissime risorse che si perdono negli sprechi dell’amministrazione della giustizia, e vanno a garantire i privilegi di pochi, a fronte di alcune carenze anche molto gravi, alimentando una speculazione sull’insicurezza che porta a situazioni drammaturgiche e a una sorta di neofascismo in cui si invoca solo la tolleranza zero e un regime di autorità. Mai in questi anni si è valutato la produttività e l’efficienza di alcuni dei mezzi più usati per “la sicurezza”, spesso costosissimi, come gli strumenti di videosorveglianza. Tecnologie che, andrebbero sostituite piuttosto con operatori sociali sul territorio. Secondo le statistiche, dal ’90 ad oggi il numero dei reati commessi in Italia è rimasto sostanzialmente lo stesso, mentre è aumentato il numero delle denunce, e a finire in carcere sono sempre di più i cittadini stranieri. Secondo la relazione della Corte dei conti, l’80 per cento dei soldi spesi per i migranti va alla repressione, e solo il 20 per cento alle politiche di sostegno.

Nel frattempo, nessuno sembra accorgersi che ben poco fanno le nostre polizie per contrastare il lavoro nero, le neo-schiavitù, l’insicurezza sul lavoro, i gravissimi attentati alla salute pubblica derivanti dall’inquinamento provocato dalle attività sommerse o semi-legali, le stesse ecomafie e le tanto citate evasione fiscale e corruzione. Un universo di reati – cioè di insicurezze – che restano ignorati perché, dalle polizie locali a quelle nazionali, la priorità assoluta è attribuita alla repressione.

Note:

[1][1] https://www.gimbe.org/pagine/1229/it/report-72019-il-definanziamento-20102019-del-ssn

[2][2] https://www.retedellapace.it/category/approfondimenti/disarmo/spese-militari-disarmo/

Da osservatorio repressioneosservatorio repressione

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Il presidente della regione Piemonte, Alberto Cirio, propone una web tax rivolta ad Amazon ed i maggiori operatori del commercio online. Una contraddizione che fotografa un conflitto tra i molteplici interessi che si muovono nel comparto della logistica. Con Giorgio Grappi di “Connessioni PrecarieConnessioni Precarie” abbiamo approfondito la situazione del settore a partire da alcuni contributi raccolti tra i lavorari a ridosso del Black Friday.

La pandemia di Covid-19 ha promosso i grandi attori del digitale ad Infrastrutture Critiche ed i lavoratori della logistica subito diventano elementi essenziali dell’organismo sociale, essenziali nel rendere possibile la fortificazione del paradigma di redistribuzione della ricchezza dal lavoro al capitale. Ma in questo scenario cupo lo scontro tra i/le lavoratori/e e l’organizzazione si fa incalzante e si moltiplicano in tutto il mondo lotte e rivendicazioni. Parliamo dell’organizzazione transnazionale contro amazon e della potente macchina anti-sindacale dispiegata della multinazionale di Seattle.

Da Radio Blackout

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Negli anni Settanta il paese di Conflenti, nelle colline fra Lamezia e Catanzaro, era amministrato dall’MSI per via di un agrario neofascista, Stranger, che controllava i voti dei contadini con ricatti, soprusi e violenze.

Era il 27 novembre 1972 quando un contadino 62enne iscritto alla Coldiretti, Fiore Mete, venne accoltellato e ucciso dal militante missino Raffaele Rocca per essersi rifiutato di votare il partito neofascista capeggiato da Almirante.

Così veniva ricordato l’omicidio sulla rivista «Diario» del 5 dicembre 2003.

FIORE METE. Ha 62 anni, è padre di sette figli, due maschi e cinque femmine. Fa il massaro a Conflenti, in provincia di Catanzaro. Il 26 novembre 1972 un compaesano viene a trovarlo a casa, per convincerlo a votare MSI alle elezioni. Fiore è un tipo ospitale, e accoglie con gentilezza – e cibo, e vino – Raffaele Rocca anche se questi ha fama di essere un violento, e anche se il massaro non ha alcuna intenzione di votare MSI. La discussione prosegue fino a notte fonda. Verso le tre e mezza il giovane Rocca, inferocito per il voto mancato, comincia a picchiare l’anziano contadino: incurante delle suppliche, lo trascina fuori e lo ammazza con 27 coltellate. Se la caverà, come ricorda il cognato di Fiore Mete, con 12 anni di galera.

Oggi uno strumento fondamentale del dominio è la continua manipolazione della memoria sociale e il discredito verso ogni prospettiva di lungo periodo. Così non ci rendiamo più conto delle migliaia di vite spezzate dalla violenza padronale e neofascista.

Invece i neofascisti sono capaci persino di INVENTARSI le proprie vittime come nel caso di Emanuele Zilli, morto 25enne il 5 novembre 1973 per una accidentale caduta in motorino, ed entrato negli ultimi dieci anni nel martirologio neofascista di Pavia e dintorni come vittima di una supposta aggressione stradale. È il solito vittimismo fantasioso e strumentale dei neofascisti che serve soltanto a giustificare nuove violenze.

Ricordare il passato vuol dire preparare un futuro diverso.

 

Fonte: La Bottega del Barbieri

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Abbiamo intervistato Fabrizio Garbaino allevatore e contadino della Langa astigiana e presidente nazionale dell’Associazione Rurale ItalianaAssociazione Rurale Italiana – via Campesina Italia per discutere della nuova PAC (Politica Agricola Comune) di 387 miliardi di euro, che dietro proclami e slogan sulla difesa dell'ambiente, del lavoro e del territorio, promuove l'ennesima concentrazione di risorse nelle mani dell'agroindustria. Buona lettura!

La Politica Agricola Comune (PAC) da sessant'anni amministra e determina l'organizzazione dell'agricoltura nel territorio europeo. Come è nata e quali sono state le  sue principali mutazioni fino ad oggi?

– La PAC rappresenta il secondo budget dell’UE, attualmente 390 miliardi di euro in 7 anni per finanziare l’agricoltura e alimentazione in Europa. La PAC esiste da 60 anni, fu inaugurata nel 1956 con il Trattato di Roma e da allora ha visto molte fasi, modificata secondo ideologie diverse. Il contesto storico era quello del post-2a Guerra Mondiale. La PAC è nata con l’obiettivo di sfamare la popolazione europea e di permettere ai contadini di rimanere nelle campagne. Tuttavia, negli ultimi anni, la PAC è finalizzata al finanziamento dell’agroindustria e a sostenere il commercio internazionale mirato all’export.

– La PAC è di fatto l'unica politica comune europea: su altre questioni, gli Stati Membri hanno molta più autonomia e giocano la loro partita.

– La PAC si compone di due “pilastri”: il primo riguarda gli aiuti finanziari diretti, mentre il secondo supporta il ruolo delle aziende nello sviluppo rurale e nella gestione del territorio.

– Oggi c’è bisogno che i cittadini si riappropriano del tema “PAC”. Da una parte, vista la sua complessità, la PAC non è stata facilmente digerita dal dibattito pubblico; dall’altra la società civile è stata intenzionalmente tenuta al di fuori per volontà politiche. E’ tuttavia bene capire il ruolo della PAC quando vogliamo decidere su questioni fondamentali, per esempio: cosa mangiamo, chi vogliamo che produca il nostro cibo e come, quanti pesticidi vogliamo utilizzare, come vogliamo che venga gestito il territorio soprattutto nelle zone rurali, come vogliamo rapportarci con i Paesi a Sud del mondo, quale rapporto tra agricoltura e nuove tecnologie.

Come viene costruita e modificata la PAC? Quali sono le principali forze politiche ed economiche in campo?

– Il processo burocratico e la governance dietro l’approvazione formale della PAC sono complessi: la PAC viene rivista ogni 7 anni, ma come nel caso attuale possono esserci ritardi. La PAC viene inizialmente proposta dalla Commissione Europea per poi passare al Parlamento Europeo e al trilogo finale con il Consiglio d’Europa (cioè l’insieme dei ministri all’agricoltura dei Paesi Membri). Attualmente il trilogo è in corso.

– Potere di “Copa Cogeca” all’interno del Parlamento Europeo: lobby dell’agroindustria potentissima di cui fanno parte gran parte delle organizzazioni agricole europee maggioritarie. Copa Cogeca è riuscito a fare pressione all’interno di quasi tutti i partiti.

Una volta pianificata come viene governata l'agricoltura nei paesi europei? Nello specifico l'Italia come recepisce queste politiche e quali sono gli organi che ne governano la vita?

– Una volta concluso il trilogo, la responsabilità passa ai governi nazionali che devono definire i propri Piani Strategici Nazionali in linea con la PAC europea. Nel caso dell’Italia c’è un passaggio ulteriore alle Regioni, ciascuna delle quali è responsabile di sviluppare il proprio Piano Strategico Regionale (soprattutto per quanto riguarda le questione del Pilastro 2).Le regioni hanno sovranità assoluta sulla politica agricola– In Italia, in queste settimane i contenuti del Piano Strategico stanno venendo discussi a livello nazionale tra il Ministero, le maggiori organizzazioni di categoria e le amministrazioni locali, anche se in modo poco trasparente e inclusivo.

– L’Italia nel 2018 è stata beneficiaria del 9,5% di tutti gli aiuti PAC a livello europeo, dei quali oltre 3,6 miliardi di euro in aiuti diretti.

Quali sono le novità e mancanze dell'ultima proposta per la PAC? Chi ne esce vincitore e quali sono gli sconfitti?

– Il Parlamento Europeo, sotto pressione della lobby di Copa Cogeca, ha deciso ancora una volta di ignorare i piccoli e medi contadini europei (circa 10 milioni, 2/3 di essi possiedono meno di 5 ettari di terra) per finanziare pesantemente l’agroindustria.

– La nuova narrativa è rischiosa: mischia concetti come agricoltura sostenibile, “smart”, di precisione, tecnologica, innovativa e concetti di sovranità alimentare e agroecologia. Si tratta di “greenwashing”. Si parla molto di ridurre gli allevamenti industriali ma di fatto i finanziamenti non vengono diminuiti.

– Ma la situazione è paradossale: il Parlamento Europeo si è opposto alla strategia che avrebbe dovuto affiancare la nuova PAC, ovvero la strategia “dal Campo alla Tavola” (“Farm to Fork”) che dal punto di vista soprattutto ambientale era ambiziosa.

– Si continua a supportare il modello di gestione territoriale basato sul latifondo (con tutte le gerarchie e i rapporti di forza che esso prevede), anche se questo da un punto di vista agrario non ha alcun senso ed è controproducente. Questo perché appunto l’obiettivo non è sostenere i contadini e sfamare i cittadini ma fare profitto a vantaggio dei colossi dell’agroindustria. Anche se l’Italia è ancora un Paese di piccoli contadini, le politiche sono fatte secondo un modello completamente diverso.

– Attualmente la maggior parte dei piccoli e medi contadini italiani riceve soldi dalla UE per produrre a basso costo per la Grande Distribuzione Organizzata (GDO) e l’agroindustria. Questo riduce l’agricoltura ad un puro passaggio di soldi in cui poco o niente resta ai produttori.

– In Italia abbiamo multinazionali dell’agroindustria che sono tra le più importanti al mondo.

Con un emendamento è stata introdotta la "Condizionalità sociale", una clausola per cui "i beneficiari che ricevono pagamenti diretti sono soggetti a una sanzione amministrativa se non rispettano le condizioni di lavoro e di impiego applicabili e/o gli obblighi del datore di lavoro derivanti dai contratti collettivi pertinenti e dal diritto sociale e del lavoro a livello nazionale, dell'Unione e internazionale”. Cosa significa nella realtà questa aggiunta in un settore dove lo sfruttamento del lavoro non accenna a diminuire, ma al contrario si fa forte della grande quantità di manodopera a basso costo disponibile in quantità e facilmente ricattabile?

– Cosa significa nella realtà dipenderà soprattutto da come ora il principio della condizionalità sociale verrà inserito nel contesto italiano. La prima cosa da fare è assicurarsi che, come previsto dalla normativa, il Governo italiano inserisca questo principio all'interno del Piano Strategico Nazionale della nuova PAC, implementando efficacemente un apparato di controllo e sanzionatorio appropriato nel più breve tempo possibile.

– Il problema dello sfruttamento delle lavoratrici e dei lavoratori agricoli è altamente presente in Italia. La produzione agricola italiana dipende dai lavoratori stranieristagionali, arrivati a rappresentare circa un terzo di quelli regolarmente assunti. I gruppi più rappresentati sono i rumeni, seguiti da indiani, marocchini e albanesi. Nel 2020 l’Italia ha autorizzato l’ingresso di una quota di 20.000 lavoratrici e lavoratori stagionali extracomunitari, di cui 6.000 per l’agricoltura, ai quali vanno aggiunte le persone provenienti da Paesi dell’Unione Europea. Il 50% di essi vengono formalmente assunti in Puglia, Sicilia e Calabria.

– Il principio della condizionalità sociale mira a contenere una situazione di sfruttamento e violazione dei diritti umani da tempo disastrosa. La crisi portata da Covid-19 ha esasperato questa situazione: invece di regolarizzare e tutelare chi assicura l’approvvigionamento alimentare anche durante la pandemia, il governo ha violato ulteriormente i loro diritti. Il lavoro nero è aumentato e la mancanza del rispetto delle misure igienico-sanitarie ha favorito i contagi negli spazi di lavoro e in quelli abitativi.

Lavoratrici e lavoratori agricoli sono rimasti in condizioni di povertà e illegalità, con un carico di lavoro maggiore (perchè molta forza lavoro non è riuscita a raggiungere l’Italia), in ghetti sovraffollati e privi di qualunque servizio di base.

– Come parte del decreto “Rilancio”, l’Italia ha adottato una sanatoria per i lavoratori stranieri nel settore agricolo e domestico. Questa è stata un totale fallimento e non ha minimamente migliorato la situazione per lavoratrici e lavoratori agricoli.

Alle porte di questa nuova accelerazione verso l'agricoltura industriale ad alto sfruttamento, qual è la fotografia del comparto agricolo italiano?

– L’agricoltura italiana è un’agricoltura contadina: su 1,5 milioni di aziende agricole, 2/3 sono ancora a gestione famigliare e contano meno di 10 ettari.

– Anche se esse sono distribuite su tutto il territorio, le situazioni sono diverse da zona a zona. Sicuramente abbiamo principalmente un’agricoltura “di pianura” (vedi Pianura Padana, Agro-pontino, Tavoliera della Puglie) dove molte aziende agricole sono più grandi e quindi ricorrono al lavoro “esterno”.

– E’ un agricoltura con un valore aggiunto molto importante. Sono presenti una grandissima quantità di prodotti di denominazione di origine.

– Dati in crescita sul biologico, anche se si tratta sempre più di biologico industriale prodotto in grandi aziende che hanno colonizzato un settore nato ed affermatosi grazie alla visione lungimirante dei piccoli produttori

 

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