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Articoli filtrati per data: Wednesday, 25 Novembre 2020

Questa mattina all'alba un ingente contigente di forze dell'ordine ha proceduto con lo sgombero del Nuovo Cinema Palazzo, luogo di aggregazione, cultura e socialità nel cuore di San Lorenzo, storico quartiere popolare di Roma.

Nel tardo pomeriggio un corteo molto partecipato ha attraversato le strade di San Lorenzo. In un primo momento è stato segnalato un altro spazio abbandonato del quartiere, entrando nel locale ed occupandolo simbolicamente. La manifestazione è poi ripartita girando attorno alla piazza del Cinema, completamente militarizzata. Su Via dei Volsci il corteo ha provato ad accedere alla piazza. Le forze dell'ordine hanno caricato a più riprese il corteo che è indietreggiato compatto. Tre manifestanti sono stati fermati, di cui due sono stati successivamente rilasciati mentre il terzo è stato arrestato e domani affronterà il processo per direttissima. 

Al corteo hanno partecipato diverse migliaia di persone di diverse generazioni. Molti giovani delle scuole e delle università hanno resistito alle cariche su Via dei Volsci, dimostrando una disponibilità e una volontà a reagire e a non lasciare nel silenzio lo sgombero di questa mattina. L'energia della piazza non è stata solo nella necessità di prendere parola sull'ennesimo sgombero di uno dei pochi spazi accessibili di cultura e socialità della città, ma ha anche segnalato la rabbia dei tantissimi giovani che stanno pagando un prezzo salatissimo durante questa emergenza sanitaria tra diritto allo studio negato, rinunce sociali e la perdita di lavori precari, senza che lo Stato sia intervenuto in alcun modo. Una generazione che è stata abbandonata a se stessa e ripetutamente accostata allo stereotipo dell'untore, che nelle piazze delle ultime settimane ed in particolare in quella di questa sera sta cominciando ad esprimere il proprio disagio e la propria rabbia.

 cariche cinema palazzo copia

Lo sgombero avviene in piena pandemia e si inserisce nella strategia di normalizzazione sociale che l'amministrazione capitolina di Virginia Raggi sta tentando di portare avanti da tempo dietro il consunto paradigma della legalità. La tempistica dello sgombero è poi particolarmente odiosa ed evidenzia ancora una volta la caratura propagandistica di queste operazioni perchè avviene contemporaneamente allo sgombero di uno spazio occupato da Forza Nuova. Come a dire: un colpo al cerchio e uno alla botte. Lo stabile adesso dovrebbe essere riconsegnato nelle mani del privato che ne avrebbe voluto fare un antro per il gioco d’azzardo, l’usura, lo squallore. Indicativo di quanto le campagne contro il degrado e per la legalità siano solamente il velo dietro cui si nasconde la guerra ai poveri ed agli attivisti sociali che provano a ricomporre il tessuto sociale martoriato da questo sistema di sviluppo.

In serata è arrivato il passo indietro della sindaca Raggi che dopo aver celebrato a gran voce lo sgombero dello spazio (in cui per altro per la campagna elettorale del 2016 si era recata per discutere dell'importanza dei centri culturali) con tanto di congratulazioni a questura e prefettura adesso promette tavoli di confronto e risposte. Un tentativo goffo di mettere una pezza alle assurde dichiarazioni della mattina e proiettandosi in campagna elettorale per il nuovo sindaco di Roma.

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Il 25 novembre è la data della giornata internazionale contro la violenza di genere e oggi, in numerosissime città, si sono svolte iniziative per condannare e indicare tutte le molte facce della violenza di genere. Si è voluta sottolineare l’intenzione di lottare contro ognuna di esse e di non arredersi alla violenza strutturale che queste rappresentano nella quotidianità di tutte le donne e soggetti non normati. Dal sud al nord gli obiettivi e i responsabili sono ben precisi : la violenza dei media nella narrazione dei femminicidi, la violenza dei tribunali, le violenze istituzionali e strutturali proprie dell’organizzazione della società tutta e che investono la scuola, la sanità, i servizi assistenziali. 

Molti nodi della rete nazionale di Non Una Di Meno e collettivi femministi hanno organizzato iniziative e flash mob. A Cosenza alcune aree della città sono state recintate per evidenziare gli spazi in cui quotidianamente viene agita la violenza maschile, a Napoli è stato lanciato per questa sera un presidio in Piazza Dante a seguito di una campagna chiamata Corpinrivolta, per dare centralità ai corpi sotto attacco ma che allo stesso tempo si ribellano alle violenze. Una campagna per rompere il concetto di norma e di corpo che dev’essere utile alla società: nel lavoro, nel lavoro di cura, nell’essere desiderabile. A Pisa dalle prime ore del mattino è stata costruita una mappa cittadina dei luoghi di violenza di genere, con la partecipazione di tant* che hanno preso parola in un percorso a tappe: dal tribunale, dove “ma lei non ha gridato” è la risposta più frequente ai processi intrapresi da donne contro i propri mariti, compagni o semplicemente incontri casuali che hanno agito violenza contro di esse, a Confindustria, simbolo reale della totale priorità data al profitto a scapito della salute, all’Ospedale luogo in cui la violenza di non poter ricevere le cure adeguate, di lavorarci da sfruttate o di vedersi vietare l’aborto dal crescente numero di obiettori è all’ordine del giorno, concludendosi sotto al Comune, istituzione incapace di sostenere le famiglie in difficoltà, di accomoagnare le donne nei percorsi di fuoriuscita dalla violenza, di non fornire servizi adeguati all’infanzia e all’educazione. A Torino sono state colpite le sedi di famose testate nazionali che costantemente si riconfermano senza dignità nel raccontare la violenza di genere: titoli come “il gigante buono”, “il padre amorevole”, “il povero marito respinto” o che descrivono la donna come troppo ubriaca, troppo provocante, troppo imprudente, rappresentano una doppia violenza per le donne e soprattutto non possono essere accettati. La Stampa e la Repubblica hanno inizialmente risposto all’attacco indicando l’area anarchica come l’autrice delle iniziative alle sedi torinesi del proprio quotidiano, probabilmente facendo un copia incolla da un articolo di qualche giorno fa. Emblematico dell’incapacità dei suoi redattori nonchè del becero macismo di personaggi come il presidente dell’Ordine dei Giornalisti del Piemonte.

Oggi è stata anche giornata di sciopero per alcuni settori come la scuola e la sanità e, così come viene evocato dai testi e dai materiali di vario tipo in circolazione sul web, “Se ci fermiamo noi si ferma il mondo”. La pandemia ha reso evidente come il corpo delle donne e gli ecosistemi siano per il sistema capitalista, patriarcale e razzista i terreni su cui fare profitto e da utilizzare come risorse inesauribili e gratuite. In particolare il lockdown e le misure che impone rappresenta un modello di legittimazione della violenza e della dominazione di genere, di razza e di classe. Non si è tutti e tutte sulla stessa barca ad affrontare la pandemia, la sua gestione, la propria esistenza e quella di cui ci si deve fare carico. Dalla difficoltà di accedere ai centri antiviolenza, ai presidi territoriali di cura e prevenzione, al supporto psicologico e pscichiatrico, al rischio di perdere una casa perchè senza possibilità di pagare un affitto o a trovarne una in cui vivere in maniera sana e sicura, sono i vissuti che mostrano come le conseguenze del lockdown non siano affatto le stesse per tutti e tutte. I settori lavorativi - con funzione riproduttiva e dunque essenziale - ad essere più colpiti dalla crisi scaturita dalla pandemia e dalla sua gestione sono la scuola, la sanità e i servizi. Questi sono gli stessi ambiti in cui ad essere maggiormente impiegate sono le donne e il lavoro da svolgere è reso ancor più precarizzato, invisibile e occasione di sfruttamento dall’emergenza in corso: dalle donne delle pulizie degli ospedali, alle maestre, alle infermiere, alle oss, il proprio ruolo nella società della pandemia ricopre l’essenzialità di un lavoro violento e necessario per il profitto di altri.

Sabato 28 novembre in molte città italiane sarà una seconda giornata di lotta per tutto questo.

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A metà pomeriggio di lunedì 23 novembre, i Mossos d'Esquadra hanno iniziato ad effettuare uno sfratto extragiudiziale, violando anche il decreto recentemente approvato dal Governo della Generalitat. In totale, più di 60 poliziotti antisommossa sono stati assegnati a questa operazione.


Numerose persone si sono radunate fuori dagli appartamenti in cui stavano cercando di sfrattare le famiglie, nel tentativo di evitare che ciò accadesse. La polizia ha caricato e sparato proiettili di gomma contro chi protestava all'esterno, per proteggere un'azienda che ha molte proprietà e buttare in strada diverse famiglie.

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Alcuni container sono stati bruciati e secondo alcuni presenti sembrava che ci fosse stato qualche arresto, anche se alla fine tutti sono stati rilasciati. Inoltre, i vigili del fuoco sono intervenuti perché è stato attivato il protocollo antisuicidio; una persona che volevano buttare fuori di casa sua aveva minacciato di togliersi la vita.

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La polizia finalmente se n'è andata, e la gente è rimasta nei loro appartamenti.

Gli sfratti a Barcellona sono saliti alle stelle dopo l'estate, tanto che a settembre sono cresciuti del 50%.

Nella prima settimana di settembre, secondo i dati del Sindicat de Llogateres, gli attivisti del diritto alla casa in catalunya hanno dovuto affrontare più di 150 sfratti. Nella settimana dal 14 al 20 del mese scorso sono stati programmati più di 80 sfratti nella capitale catalana. Lo scorso 1° ottobre, la Sindicat ha dichiarato sulla sua pagina Facebook: "negli ultimi giorni abbiamo assistito a un inarrestabile stillicidio di sfratti di famiglie con più di 150 sfratti in una sola settimana. Tutto questo deve finire adesso. Tutti gli sfratti senza alloggi alternativi devono essere vietati. Basta la volontà politica. All'inizio dell'anno scolastico, alcune piattaforme contavano fino a 207 sfratti programmati (senza contare quelli della prima metà di settembre), cifra che è arrivata a 327 nella prima settimana di ottobre. Cioè, in sole tre settimane, il 50% in più."

L'arresto temporaneo degli sfratti è stato più legato alla paralisi dei tribunali che alla moratoria decretata dal governo", avverte il Sindicat de Llogateres. Questa organizzazione spiega anche che "il governo centrale ha prolungato la moratoria sugli sfratti di Covid per altri sei mesi solo per le persone economicamente colpite da Covid".

Povertà diffusa

Tuttavia, sottolinea che l'impatto del coronavirus "non può essere misurato in termini di diminuzione del reddito durante la pandemia, ma piuttosto in termini di un impoverimento diffuso che colpisce direttamente gli strati più vulnerabili della società, cioè le famiglie che erano già a rischio di esclusione residenziale prima della crisi".
È vero, però, che circa il 90% degli sfratti programmati non viene effettuato per vari motivi, anche se alcuni di quelli che vengono effettuati sono sanguinosi: le famiglie in situazioni precarie e con bambini in affidamento si trovano ad affrontare un futuro incerto perché la crisi economica si rivolge ai più deboli. Alcuni per mancanza di personale, altri per questioni amministrative, altri per risorse giudiziarie, altri ancora per pressioni sociali, come quella prevista nella Rambla de Cataluña questa settimana e paralizzata dopo una massiccia concentrazione di attivisti.

Moratoria di sei mesi

Il 29 settembre il governo centrale ha pubblicato il Regio Decreto Legge 30/0220 sulle misure straordinarie per la tutela dell'occupazione, dei lavoratori e dei lavoratori autonomi. Ma questa misura "risolve poche cose", secondo la Piattaforma delle persone affette da ipoteche (PAH).

In realtà, tutto rimarrà invariato fino al gennaio 2021, poiché in termini di sospensione degli sfratti, si mantengono le ipotesi del Regio Decreto Legge 11/2020, che prevede il differimento quando c'è una vulnerabilità sopravvenuta a causa della pandemia, quando non c'è un'alternativa residenziale o quando l'affitto e le spese e forniture di base superano il 35% del reddito netto del nucleo familiare.
In questo senso, vengono mantenute anche le ipotesi in caso di prolungamenti del contratto di locazione per un periodo massimo di 6 mesi. Nel caso di una moratoria sul debito locativo, le ipotesi prevedono anche dei differimenti in caso di sopravvenuta vulnerabilità, quando è coinvolto un grande locatore con più di 10 abitazioni e mantiene l'obbligo di scegliere tra una riduzione del 50% o una moratoria sul pagamento.

Un crollo nella crisi

Secondo la relazione del Consiglio generale della magistratura, nel secondo trimestre del 2020 i pignoramenti sono crollati. E l’affitto è stato moderato a 119 in Catalogna, appena dietro l'Andalusia (172) e Valencia (131). Ciò rappresenta il 90% in meno rispetto allo stesso periodo dell'anno scorso.Secondo un rapporto dell'Observatori DESC di quest'estate, il prezzo dell'affitto nella città di Barcellona è aumentato del 43,6% tra il 2013 e il 2019. "Attualmente, la maggior parte degli sfrattati sono in affitto: nel 2019 rappresentavano il 65% degli sfratti in Catalogna e, in città come Barcellona, l'85%". Nel 2018, l'ultimo anno per il quale esistono dati ufficiali, l'affitto medio a Barcellona era di 930 euro. "Secondo l'Observatori d'Emancipació Juvenil, la percentuale del salario che un giovane deve spendere per affittare una casa a prezzo di mercato, è del 119,7% in Catalogna nel 2019. Attualmente, molte famiglie catalane spendono più del 50% del loro reddito per l'affitto, quando le raccomandazioni internazionali parlano di non spendere più del 30% per l'alloggio, comprese le forniture di base", aggiunge il rapporto del CESR.
Secondo le statistiche comunali, l'Unità contro l'esclusione residenziale (Ucero) ha affrontato 2.351 sfratti nel 2017, di cui 1.362 risolti positivamente; nel 2018, ultimo anno di cui si dispone di statistiche, ha trattato 2.270 casi e ne ha risolti 2.088 positivamente.

Per i distretti, Nou Barris, con 403 processi di sfratto è stato il più colpito, seguito da Sants-Montjuïc (363), Ciutat Vella (313), Sant Martí (252), Horta-Guinardó (250), Eixample (244), Sant Andreu (234), Gràcia (125) e Les Corts e Sarrià-Sant Gervasi (43 ciascuno). I dati per il 2019 non sono ancora stati resi pubblici.

Il prossimo combattimento della IPA

Ma nel 2020, nel bel mezzo della crisi sanitaria ed economica causata dalla pandemia di Covid-19, la situazione comincia a diventare disperata. PAH ha scritto la data del 15 ottobre nel suo ordine del giorno, cioè giovedì prossimo, come giornata intensa: è previsto lo sfratto di quattro famiglie da un edificio di proprietà del fondo Norvet situato in via Aragó. La causa va avanti da tre anni ormai. Nel 2017, la IPA è riuscita a recuperare sei case in quell'isolato, per dare rifugio alle famiglie vulnerabili. Negli ultimi mesi ci sono state trattative con il Consiglio comunale.

Due delle famiglie hanno potuto essere reinsediate, ma le altre quattro sono rimaste. Secondo PAH, Norvet si è impegnata a trovare appartamenti in affitto sociale per questi quattro inquilini, ma questo impegno non è mai stato attuato. L'organizzazione precedentemente guidata da Ada Colau vuole che il Consiglio Comunale multi il fondo Norvet di 360.000 euro per non aver fatto l'offerta di affitto sociale.
Inoltre, la piattaforma richiede che la legge venga applicata in modo che il proprietario destini il 30% dei 28 appartamenti dell'edificio all'affitto sociale, dal momento che ha effettuato lavori di ristrutturazione (senza autorizzazione, dice la IPA). Ciò significa che deve destinare "8 dei 28 appartamenti in affitto a prezzi accessibili".

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Non sono in molti a saperlo, ma quando il 25 novembre 1956, 82 uomini si imbarcarono sul Granma col proposito di rovesciare il regime cubano di Fulgencio Batista, fra di essi vi era un italiano. “El italiano” – come lo chiamavano i compagni – si chiamava Gino Donè, e di missioni pericolose aveva già una certa esperienza.

Trevigiano di nascita, Donè era figlio di braccianti agricoli. La sua era una famiglia antifascista e lui, allo scoppio del secondo conflitto mondiale, fu inviato al fronte slavo. Dopo l’8 settembre, tornato a casa, si avvicinò alla Resistenza veneziana divenendone punto di riferimento con la Brigata Piave prima e partecipando alla missione Nelson poi. Da partigiano fu tra coloro che, a guerra in corso, aiutò i prigionieri del regime fascista a far rientro nelle loro terre di origine. Terminata la guerra, ad Italia liberata, Gino – chiamato nuovamente al servizio militare – scappò dopo solo un giorno di leva fuggendo dalla caserma di Modena e rendendosi irreperibile. Venne processato ed arrestato per diserzione e costretto a portare a termine la leva obbligatoria, dopo la quale andò a cercare lavoro oltre confine passando per Francia, Belgio, Germania, Canada. E stabilendosi infine a Cuba nei primi anni ‘50. E a Santiago che venne in contatto con gli ambienti dell’opposizione al regime di Batista. Gino infatti abitava vicino alla zona universitaria, e per esercitarsi nella lingua, chiacchierava con gli studenti universitari, molti dei quali militavano nell’opposizione cubana. Ben presto conobbe un giovane avvocato di nome Fidel Castro, che in quel periodo viveva forzatamente in Messico in esilio. Fidel Castro cercava persone fidate da arruolare, e Gino Donè aveva le caratteristiche per essere tra questi: in quanto italiano era insospettabile, e durante la guerra partigiana maturò una certa esperienza militare. Negli anni in cui i barbudos stavano preparando la rivoluzione, Donè addestrò militarmente i volontari e fece la staffetta tra Cuba ed il Messico trasportando soldi ed informazioni. Finché una volta acquistata una vecchia imbarcazione – il Granma – divenne l’unico europeo tra coloro che dal Messico salparono verso Cuba. La Sierra Maestra si rivelò impervia per molti degli ottantadue del Granma. Fra dispersi, catturati e uccisi dall’esercito regolare di Batista, Donè riuscì a fuggire. Riparò a Santa Clara de Cuba mettendosi a disposizione dei castristi che nel frattempo avanzavano. Ma la sua permanenza era sempre più difficile essendo uno degli uomini maggiormente ricercati dal regime. Pertanto dovette fuggire ancora una volta: scappò in Florida dove, avendo contatti con locali militanti antimperialisti, si sentì protetto. Era proprio in Florida quando a Cuba la rivoluzione vinse. E ancora in Florida rimase negli anni successivi, risposandosi e iniziando una nuova vita. «Ho sempre aiutato la rivoluzione» – dirà negli anni successivi –«L’ho aiutata in molti modi, anche quando ero lontano da Cuba». Pare che Donè ricoprisse degli incarichi per conto di Cuba anche mentre viveva negli Stati Uniti, ma di questo non ha mai voluto parlare con dettaglio. Nel 2003, vedovo e libero da impegni col governo di Castro, dopo alcune visite a L’Avana, rientrò in Italia dove trascorse gli ultimi anni della sua vita a San Donà, in provincia di Venezia. Iscritto alla locale sezione ANPI e all’associazione Italia-Cuba, morì nel 2008. «Mi sono sempre sentito attratto dai meno fortunati» disse Gino Donè di se stesso in una intervista. A chi lo conobbe, a chi ebbe la possibilità di sentire qualche suo racconto, apparve come una persona modesta, che pareva non esser cosciente della straordinarietà delle vicende che scandirono la sua vita. Come se la sua fosse stata una vita normale.

 

Fonte: Enrico Baldin - Popoff quotidiano

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Attivisti per la  giustizia climatica e i diritti umani si incatenano all’ingresso  di una cava israeliana per protestare contro il furto della terra palestinese e la distruzione dell’ecosistema locale.

Fonte: English Version

Oren Ziv – 22 novembre 2020

Immagine di copertina: Attivisti israeliani per il clima e i diritti umani si incatenano all’ingresso della cava di HeidelbergCement nella Cisgiordania occupata per protestare contro un piano del governo per espandere la cava e costruire una zona industriale nelle vicinanze, il 22 novembre 2020 (Oren Ziv).

Dozzine di attivisti per la giustizia climatica e per i diritti umani hanno bloccato domenica mattina l’ingresso a una cava israeliana nella Cisgiordania occupata per protestare contro  il progetto di costruzione di una nuova zona industriale nell’area. Secondo i manifestanti, il piano di espansione della HeidelbergCement Quarry, che includerà anche la costruzione di un nuovo cimitero israeliano, distruggerà il corridoio ecologico del centro del Paese ed amplierà l’annessione della Cisgiordania.

Gli attivisti, che fanno parte del gruppo “One Climate”, si sono incatenati all’ingresso della cava e hanno dispiegato un gigantesco cartello con la scritta “Stop the Destruction”, impedendo l’entrata e l’uscita dei camion che trasportano cemento attraverso il Paese. L’azione ha causato un grande ingorgo di camion fuori dalla cava, con un autista che ha stimato che la protesta ha  causato oltre 100.000 NIS di perdita per l’azienda.

Nel frattempo, altri attivisti hanno distribuito volantini ai passanti, compresi i camionisti palestinesi che si sono schierati in solidarietà con i manifestanti. Dopo tre ore di protesta, gli agenti di polizia giunti sul posto hanno chiesto ai lavoratori della cava di  tagliare le catene dei manifestanti. Otto sono stati arrestati.

Il progetto  per espandere la cava di HeidelbergCement e costruire una zona industriale collegherebbe gli insediamenti israeliani di Elkana e Oranit (situati a est della cava) con la città israeliana di Rosh HaAyin (a ovest della cava e all’interno della linea verde ), creando così una contiguità territoriale tra Israele e la Cisgiordania. La cava esistente – che è di proprietà e gestita da Hanson, una filiale israeliana della società tedesca HeidelbergCement, il secondo più grande produttore di cemento al mondo – è costruita su terreni appartenenti ai villaggi palestinesi di Deir Balut e al-Zawiya, espropriati dall’esercito israeliano negli anni ’80.

Poiché la cava si trova sul lato “israeliano” del muro di separazione, di fronte a un checkpoint dell’IDF sulla Route 5, gli attivisti palestinesi della Cisgiordania non hanno potuto prendere parte alla protesta.

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La polizia israeliana arresta gli attivisti per il clima fuori dalla cava di HeidelbergCement nella Cisgiordania occupata durante una protesta contro il piano del governo di espandere la cava e costruire una zona industriale nelle vicinanze, il 22 novembre 2020 (Oren Ziv).

“Siamo qui per fermare i responsabili dell’occupazione e della crisi climatica. Siamo qui per chiedere giustizia climatica per tutti coloro che vivono in questa terra, uomini e animali, palestinesi e israeliani, donne e uomini, dI ogni gruppo, dI ogni identità “, ha detto Ya’ara Peretz, uno dei leader dell’azione.

Il piano di ampliamento della cava è in attesa di approvazione da parte della commissione urbanistica del governo militare nei territori occupati, sotto l’egida del ministro della Difesa Benny Gantz.

I manifestanti hanno denunciato che il furto di risorse naturali dal territorio occupato e il loro trasferimento in territorio israeliano viola il diritto internazionale. “Queste colline appartengono anche ai villaggi che si trovano ad est del muro di separazione”, ha detto Peretz. “Secondo il diritto internazionale, le risorse qui appartengono ai palestinesi, non a Israele. Quello che stiamo vedendo qui è un doppio furto. Furto della natura e dell’ambiente e furto della [terra] palestinese “. ha detto Peretz.

 

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La polizia israeliana arresta gli attivisti per il clima fuori dalla cava di HeidelbergCement nella Cisgiordania occupata durante una protesta contro il piano governativo di espandere la cava e costruire una zona industriale nelle vicinanze, il 22 novembre 2020. (Oren Ziv)

“Siamo  qui per fermare la distruzione, per stabilire il collegamento tra occupazione, annessione e clima”, ha detto Mor Gilboa, uno dei leader di One Climate, che si è incatenato all’ingresso della cava. “Il piano per espandere la cava non viene portato avanti solo per ragioni economiche, ma anche per creare contiguità dall’insediamento di Elkana a Rosh HaAyin”, ha detto.

I manifestanti hanno aggiunto che le colline su cui si trova la cava fanno parte di un corridoio ecologico nel centro del paese che si estende dalla Cisgiordania alla pianura costiera e ospita molti animali tra cui cervi, iene, sciacalli e cinghiali selvatici . Diverse organizzazioni ambientaliste israeliane, inclusa la Società per la protezione della natura in Israele, si oppongono al piano.

Oren Ziv è fotoreporter, uno dei  membri fondatori del collettivo fotografico Activestills e  scrittrice per Local Call. Dal 2003, ha documentato una serie di questioni sociali e politiche in Israele e nei territori palestinesi occupati con un’enfasi sulle comunità di attivisti e le loro lotte. Il suo reportage si è concentrato sulle proteste popolari contro il muro e gli insediamenti, alloggi a prezzi accessibili e altre questioni socio-economiche, lotte contro il razzismo e la discriminazione e la lotta per liberare gli animali.

Trad: Grazia Parolari “contro ogni specismo, contro ogni schiavitù” –Invictapalestina.org

 

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Pubblichiamo questo testo scritto da Giorgio Moroni. 

Sergio Bianchi, Eruzione, 1998

Le teorie non sono fatte che per morire nella guerra del tempo:

sono delle unità più o meno forti che bisogna

impegnare al momento giusto della lotta...;

le teorie devono essere sostituite, perché le loro vittorie decisive,

più ancora delle loro sconfitte parziali, determinano la loro usura.

(Guy Debord, da In girum imus nocte et consumimur igni)

Questa citazione di Debord, tratta da uno dei suoi film sperimentali più noti, è il punto di partenza per una riflessione sulla vita attiva di Gianfranco Faina (1935-1981), che provo a condurre partendo dagli esiti finali per risalire a ritroso fino al tempo della sua formazione politico-intellettuale, piutto­sto che dal suo più noto percorso [1] che dal Pci lo porta all’operaismo e poi attraverso vari passaggi fino all’anarchismo finale. Questa modalità può esser utile per rintracciare qualche elemento essenziale di continuità, pur nel costante mutare delle posizioni che Faina ha assunto e delle teorie che ha sostenuto nel corso della sua militanza, e qualche altrettanto rimarchevole ele­mento di originalità della sua ricerca critica. Posso anticipare in premessa qualche conclusione: la continuità sta, come è già stato osservato, nell’imperativo etico che ha connotato fino alle estreme conseguenze il suo agire politico, dal tempo della militanza nella sezione del Pci «Giuseppe Spata­ro» e nella Segreteria della Fgci genovese fino all’attività nei comitati e circoli sorti attorno al Ses­santotto e infine negli ultimi anni di militanza armata e di galera; mentre l’originalità e anche l’ano­malia, rispetto alle tante altre e ricche traiettorie di vita e di militanza eretica on the wild side che hanno caratterizzato la grande stagione del movimento in Italia negli anni Sessanta e Settanta del se­colo scorso, consistono nell’aver costantemente scelto di sottoporre al vaglio dei fatti, e in defini­tiva della scienza (e delle evoluzioni tecnologiche e anche sociologiche), la teoria della rivoluzione so­ciale, sottraendosi in questo modo a qualsiasi forma di cristallizzazione ideologica, inclusa quella anarchica. Detto questo, mi riprometto di restituire Faina al suo tempo, senza erigere un monumento alla sua figura né rivendicarne forzosamente l’attualità; quello che interessa in definitiva è riscoprire le sue tracce e seguirle per coglierne l’esemplarità, anche oltre il contesto genovese in cui Faina ha prevalentemente operato. La premessa non sarebbe tuttavia completa se non citassi anche il fatto che della figura e dell’attività di Gianfranco Faina si sono occupati, per indagarne i risvolti giudizia­ri, oltre che gli organi inquirenti e le autorità di polizia, anche alcuni autorevoli esponenti del Partito comunista genovese, a distanza di meno di vent’anni dalla sua militanza in quel partito e, significa­tivamente, senza che la stessa venga minimamente citata: in un opuscolo diffuso a Genova nel 1979, poco dopo l’uccisione dell’operaio Guido Rossa da parte delle Brigate Rosse, alla voce Ritard­i ed inefficienze nell’azione della Magistratura e dei corpi di polizia si invitano gli organi in­quirenti ad occuparsi della sua «inquietante» posizione. [2]

1) Gianfranco Faina muore a Vignola (Pontremoli) l’11 febbraio 1981 all’età di 46 anni. È stato lì trasferito morente dall’Ospedale Tumori di Milano, poche settimane dopo la scarcerazione dallo «speciale» di Palmi a seguito di tardiva concessione della libertà provvisoria per le sue ormai com­promesse condizioni di salute. È in carcere dal giugno 1979 come militante di Azione Rivoluziona­ria, gruppo armato clandestino alla cui costituzione nel 1977, con Vito Messana e Salvatore Cinieri, ha dato un impulso determinante. Azione Rivoluzionaria, cui hanno aderito circa un centinaio di compagni, si è caratterizzata nella sua breve esistenza, rispetto alle altre formazioni armate di profi­lo nazionale come le Brigate Rosse, i NAP e Prima Linea, per una struttura basata su piccoli gruppi di affinità, in luogo di colonne o squadre, e per la matrice anarco-comunista dei suoi componenti. Le azioni armate, in genere dimostrative ma talvolta anche cruente, si sono particolarmente concen­trate sui mass media (vedi il ferimento del giornalista de «l’Unità» Ferrero e l’azione contro le Edi­zioni Paoline rivendicata da Azione Rivoluzionaria Femminista), oppure sono state orientate dal tema del­la «riparazione sociale»: vedi il ferimento del medico del carcere di Pisa Alberto Mammoli, che non aveva ritenuto di dover curare l’anarchico Franco Serantini, morto nel 1972 in carcere dopo un pe­staggio subito successivamente all’arresto; [3] oppure l’attentato all’IPCA di Ciriè, un colorifi­cio tori­nese «fabbrica» di centinaia di morti per cancro alla vescica. [4] Nel 1980 lo stesso Faina assie­me ad altri militanti dichiara, nel corso del processo per il sequestro a scopo di autofinanziamento dell’armatore livornese Tito Neri, l’autoscioglimento dell’organizzazione a seguito «della constata­zione dell’inadeguatezza degli strumenti e dei mezzi» per praticare contenuti e obiettivi teorici dei quali comunque non si riconosce il superamento o la sconfitta. Prima di partecipare alla fondazione di AR, Gianfranco Faina ha fatto parte per alcuni mesi (fino al mese di ottobre del 1975) delle Bri­gate Rosse, più precisamente ha partecipato alla fase di costituzione inizialmente movimentista e trasversale della loro colonna genovese. Di fatto Faina, quale figura di spicco del movimento, ha contribuito a introdurre le Brigate Rosse a Genova, considerato che anche dopo il sequestro del giu­dice Mario Sossi (aprile 1974), che come ormai noto era stato organizzato e gestito «da fuori», l’organizzazione nel capoluogo ligure era sostanzialmente assente, ad eccezione di una rete anche significativa di contatti e relazioni «irregolari»; solo successivamente, con l’ingresso nell’organizza­zione di militanti provenienti da altri gruppi – in particolare dalle piccole formazioni marxiste/leni­niste e da Lotta Continua –, l’organizzazione assumerà una configurazione omogenea alle altre co­lonne del Nord Italia, con militanti e radicamento locali, e intraprenderà un percorso progressiva­mente terrorista e omicidiario. Faina, assieme ad alcuni del gruppo che a lui fanno riferimento, è en­trato nelle Brigate Rosse nella spontanea e anche ingenua convinzione di poter replicare «in grande» una situazione gappista e di poterla governare, in continuità con l’appoggio dato qualche tempo pri­ma al cosiddetto gruppo «22 ottobre», [5] subito dopo gli arresti e ancor più nelle fasi processuali, e nono­stante la forte e inequivocabile connotazione leninista e financo stalinista dell’organizzazione, te­nendo ben presente che Faina già da diversi anni aveva maturato un distacco radicale dal lenini­smo. Prima di allora Faina era stato in contatto con la struttura illegale di Potere Operaio poco pri­ma del­lo scioglimento; successivamente con quella dell’Autonomia operaia e poi ancora con Senza Tre­gua. Fino a quel momento si è trattato, tuttavia, di esperienze a supporto ed esplicitazione delle fina­lità dell’azione politica, il cui orizzonte è comunque considerato centrale. La svolta lottarmati­sta di Faina matura tra il 1974 e il 1975, quando si esaurisce l’esperienza del nuovo movimento di Balbi, al termine delle varie occupazioni susseguitesi tra il dicembre 1972 e il 1974. È di quello stesso pe­riodo l’attività svolta, assieme ad altri compagni, con il Collettivo Editoriale Genova. Fai­na, che è all’epoca professore incaricato di Storia dei Partiti Politici a Genova, vi pubblica alcuni ti­toli, [6] tra i quali il volume collettaneo Gauchisme, marxismo e rivoluzione co­munista (aprile 1975), su cui mi soffermo, che già in copertina («La coscienza che viene dall’ester­no è la forma più reifica­ta, estraniata, della coscienza repressiva») annuncia il contenuto anti-lenini­sta e il carattere liberta­rio e anarchista del comunismo concepito da Faina e dagli altri autori. In que­sta opera (curata, oltre che da Gianfranco Faina, anche da Roberto Sinigaglia, Luigi Grasso, Riccar­do Degl’Innocenti, Emilio Quadrelli e da Mimma Castellucci, quest’ultima non citata tra gli autori nella pubblicazione) si assume, nell’analisi delle vicende secolari del movimento operaio e proleta­rio, il punto di vista gauchiste, così come questo si è costituito a partire dal Maggio francese: è il Maggio francese, emergenza improvvisa della rivoluzione moderna (non «l’eterna rivolta dei giova­ni» ma la «moder­na gioventù della rivolta»), che impone, con la rimessa in discussione delle coordi­nate interpretative della realtà esistente, la riconsiderazione della storiografia ufficiale e dell’orto­dossia marxista, a partire dalle esperienze minoritarie e dimenticate, o volutamente ignorate, del gauchisme storico: Gorter, Pannekoek, il KAPD, la critica del sindacato e del partito e i consigli operai. Queste espe­rienze sono tuttavia rappresentate come il fermento critico che ha accompagnato l’ascesa e la scon­fitta del movimento operaio e delle sue ideologie, e quindi ci si guarda bene dal ri­proporle, in quan­to il loro recupero costituirebbe una ennesima fissazione ideologica, essendo l’essenza del gauchi­sme il «pensarsi come unità di critica, teoria e pratica» che abolisce e demistifi­ca in permanenza tut­te le ideologie, oltre che il manifestarsi in appoggio a qualsiasi lotta sconvolga la logica corrente e l’area del prevedibile, del programmabile e del recuperabile da parte del potere. Prendendo spunto dalle riflessioni di Jacques Camatte, [7] si sostiene che il ciclo della classe operaia è terminato, in quanto i suoi obbiettivi sono stati realizzati e perché essa non è più su scala mondiale un soggetto determinante.

2) Ma è nella soggettività radicale all’opera nella critica della vita quotidiana la vera essenza della rivoluzione sociale, come sostiene Raoul Vaneigem nel Saper vivere. Trattato ad uso delle giovani generazioni [8] e in Terrorismo e rivoluzione, appendice allo stesso Saper vivere, ampiamente citato nel testo. E, a partire da questa, è l’ansia della liberazione a irrompere e ritornare, con l’evocazione della fine della follia nelle azioni definite folli, della speranza ritrovata nei gesti apparentemente di­sperati, del fare parte per se stessi per potersi ritrovare con gli altri. La critica al terrorismo di sini­stra degli autori di Apocalisse e rivoluzione [9] e di Raul Vaneigem viene fedelmente riportata nel te­sto ma ci si limita ad assumerla laicamente come antidoto, quasi a volerla tener presente come un caveat, senza che da questo discenda la rinuncia all’organizzarsi e al fare. Sostiene infatti Vanei­gem: il terrorismo è un prodotto diretto del sistema in decomposizione, è un fenomeno nichilista che rischia di coinvolgere la rivolta proletaria in una dinamica autodistruttiva, qualora essa non riesca a dislocarsi sul terreno positivo del gioco sovversivo e del sabotaggio. Sostengono Cesarano e Collu: l’organizzazione, che per tutti i gruppi leninisti è una divinità da adorare, per altri è un tabù da com­battere; il che a pensarci bene è proprio la stessa cosa. Ancora: la guerra civile, prodotta «in vitro» dal capitale, è il nuovo narcotico che sostenta la sua durata, «moltiplicando gli incubi dei proletari e (…) facendo sì che le sue aree di dominio diventino campi trincerati, che i suoi cittadini fedeli si identifichino con i suoi poliziotti» (citato nel testo): va notato quanto profetiche risultino queste pa­role, nell’epoca del terrorismo come norma, se solo si pensi ai riti esasperati delle perquisizioni e dei controlli negli aeroporti e nelle stazioni e alla totale assuefazione con cui tutti, riconoscenti, vi si assoggettano. Anche Jean Barrot [10], proveniente da I.C.O. (Informations Correspondance Ouvrières) e fondatore di Mouvement Communiste, e soprattutto Emile Marenssin [11] forniscono riferimenti e contributi alle tesi del gruppo genovese. Se il rifiuto del lavoro salariato, che è il mezzo di oppres­sione e il modo di capitalizzazione degli uomini e di eternizzazione del capitale, è l’elemento fonda­mentale di unificazione della «classe universale», Emile Marenssin sostiene che il capitale stesso, essendo incapace di risolvere l’esplosiva contraddizione tra il suo specifico modo di produzione, che ha toccato i limiti della sua possibile espansione, e i rapporti di produzione, tende a suscitare e generalizzare nello stesso tempo il proprio terrorismo controrivoluzionario e il controterrorismo ri­voluzionario degli uomini proletarizzati. L’unica finalità di questi ultimi, per il fatto stesso di dover sopravvivere e di voler vivere, non può che essere il passaggio immediato al comunismo. Il Gian­franco Faina che, terminata l’esperienza del Collettivo Editoriale Genova e liquidati definitivamente i rapporti con le Brigate Rosse per incompatibilità comportamentale oltre che teorica, fonda di lì a poco Azione Rivoluzionaria, è un militante comunista giunto al momento fatale del proprio impe­gno rivoluzionario: una inquietudine interiore lo spinge a impegnarsi senza respiro in ogni iniziati­va, a privilegiare l’azione a ogni costo, a porsi e a porre comunque degli obiettivi. I due documenti teorici che l’organizzazione Azione Rivoluzionaria diffonde durante la sua esistenza (1978 e 1979), prima del comunicato di autoscioglimento, sono scritti in parte dallo stesso Faina e in parte da altri mili­tanti che lo hanno accompagnato nel suo percorso: qua e là vi è riconoscibile il suo stile e devo­no essere letti anch’essi come il suo approdo teorico al termine di un viaggio nella militanza politica iniziato trent’anni prima.

3) Il fine della rivoluzione, così si apre il primo dei due documenti [12], è la liberazione della vita quo­tidiana; più esattamente, deve trattarsi di una autoliberazione che raggiunge dimensioni sociali, piut­tosto che di una liberazione di classe o di massa dietro la quale si nasconderà sempre una élite o una gerarchia e infine uno Stato. Il nuovo movimento non solo rifiuta quel mostro storico che è il marxi­smo sovietico, ma rifiuta anche il mito del proletariato industriale e della classe rivoluziona­ria, un mito che ha messo in un vicolo cieco il movimento del ’68. Nonostante si parli da più di un secolo (nel momento in cui il documento viene scritto) della scienza marxista, della critica scientifi­ca della società del capitale, il pensiero critico ha fatto ben pochi passi avanti e ha avuto anzi un ruolo re­gressivo e repressivo; le contraddizioni del capitale e del suo sviluppo, su cui faceva perno la critica «scientifica», sono state assorbite e, insieme ad esse, anche la maggiore delle contraddizio­ni, quella fra lavoro e capitale. Nella misura in cui la crisi ormai investe tutti i campi contaminati dal dominio, tanto più si evidenziano gli aspetti reazionari dei progetti socialisti, sia maoista sia trotzkista sia sta­linista, che conservano i concetti di gerarchia, di autorità e di stato come parte del futuro post-rivolu­zionario, e per conseguenza anche i concetti di proprietà «nazionalizzata» e di «dittatura proletaria». Fino a ieri quanti parlavano di una società decentralizzata e di una comunità umanistica in armonia con la natura e coi bisogni degli individui erano tacciati di romanticismo rea­zionario, mentre l’amo­re dei giovani per la natura, si sostiene, è una reazione contro le qualità artifi­ciali dell’ambiente ur­bano e dei suoi frusti prodotti, e la loro predisposizione all’azione diretta è una reazione contro la burocratizzazione e la centralizzazione della società. Ancora: la loro tendenza a evitare la fatica ri­flette una rabbia crescente verso l’insensata routine industriale alimentata nella moderna produzione di massa nella fabbrica, negli uffici, nelle scuole. Il loro intenso individuali­smo, infine, è una decen­tralizzazione di fatto della vita sociale – una ritirata personale dalla società di massa. Infine: il mo­vimento non rinvia allo scontro tra le classi, ma lo assume in prima persona. L’azione è solo diretta. Qualunque siano i risultati oggettivi, i riscontri soggettivi sono fondamenta­li: l’azione diretta rende gli individui consci di se stessi in quanto individui che possono mutare il loro destino e riprendere il controllo della propria vita. Con il debole concetto di «fascistizzazione», allora peraltro abbastanza comune nel movimen­to, al di là delle scelte organizzative più o meno ar­mate con cui opporvisi, il documento forza la realtà, o meglio la semplifica a proprio uso, mostran­do il proprio decisi­vo limite. Si dice: le forze del passato sono bene organizzate e specializzate nell’arte della morte – i lager tedeschi fumano an­cora. Nella prospettiva della costituzione dello Sta­to europeo, per l’influenza egemonica che vi gio­cherà la Germania Federale, le trasformazioni av­venute nello Stato tedesco si riveleranno decisive e con ogni probabilità il nuovo Stato europeo si costituirà come prodotto della germanizzazione e con una costituzione che sarà la sintesi delle costi­tuzioni «speciali» che si sono andate accumulando sui corpi delle costituzioni originarie. L’apparato di repressione statale non ri­corre più soltanto a sem­plici violazioni del diritto o all’uso sistematico della violenza, ma persegue l’inquadramento di ogni singolo cittadino attraverso la guerra psicolo­gica con l’impiego di mass-media.

4) Il successivo documento del 1979, pubblicato da «Controinformazione» e da «Anarchismo», [13] è più ar­ticolato e dedica molto spazio alla critica dei media riprendendo il tema cruciale della critica della vita quotidiana: «Il sistema mercantile impone le sue rappresentazioni, le sue immagini, il suo sen­so, il suo linguaggio ogni volta che si lavora per esso, cioè la maggior parte del tempo. Questo in­sieme di idee, di immagini, di identificazioni, di condotte (…) forma lo Spettacolo, in cui ciascu­no gioca ciò che non vive realmente e vive falsamente ciò che non è. (…) I giornali, la radio, la te­levisione sono i veicoli più grossolani della menzogna. Le immagini che ci dominano sono il trionfo di ciò che non siamo e di ciò che ci scaccia da noi stessi. (…) Il comunismo, essendo la realizzazio­ne dei sogni e dei desideri, non saprà che farsene dell’industria dei sogni e dei desideri, così come rea­lizzando il significato finora compiuto dall’espressione artistica renderà priva di significato la ri­proposizione della stessa. (…) Nessuno si batterà senza riserve se non apprenderà dapprima a vivere senza tempi morti». La critica al Pci diventa una discriminante nei confronti delle BR: «I pericoli del ricorso alla guerra nucleare appaiono provenire più dal «socialimperialismo» che dall’area occi­dentale, tanto più che gli appelli al «movimento operaio» contro l’accerchiamento non avrebbero oggi l’eco che ebbero gli appelli leniniani di 50 anni prima». Sia i processi di ristrutturazione statale sia i processi di ristrutturazione economica vedono nel PCI una forza promozionale non secondaria a quella democristiana, specie nelle fabbriche dove il ruolo della burocrazia picista nel favorire la collaborazione e il controllo anche poliziesco è fondamentale. I compagni delle BR che teorizzano la centralità DC in questo processo rischiano di rimanere spiazzati dal ruolo dei «berlingueriani» che risalta nei loro stessi «diari di fabbrica». La critica distruttiva, la critica delle armi, si sostiene più avanti, è l’unica forza che può rendere credibile e attendibile qualsiasi progetto. L’originalità della situazione italiana, rispetto a quella tedesca, è l’esistenza di un movimento che non isola la guerri­glia ma ha anzi un effetto moltiplicatore della sua diffusione. Azione Rivoluzionaria è nata, si dice, con un occhio rivolto all’esperienza della Raf e alle sue analisi dei processi in corso nella Germania Federale e con l’altro ai caratteri e alle forze del movimento in Italia che non trovano espressione ar­mata nelle organizzazioni che attualmente conducono la guerriglia. L’idea di organizzazione di AR tende verso un modello sperimentato in Spagna negli anni ’30 e ripreso nei «collettivi» e nelle «co­muni» dei radicali americani (Weather Underground [14]): gruppi di affinità dove i legami tradizio­nali sono rimpiazzati da rapporti profondamente simpatetici, contraddistinti da un massimo di inti­mità, conoscenza, fiducia reciproca fra i loro membri. Il gruppo di affinità tende da una parte a eli­minare fra i compagni rapporti di pura efficienza, dall’altro ad attenuare la divisione schizofreni­ca fra pri­vato e collettivo. Ancora: la grande scoperta fatta da Nanterre nel ’68 è che la contestazio­ne frutta quando la si faccia direttamente e immediatamente nei luoghi in cui si esercita il potere bor­ghese. Il rivoluzionamento della scuola, della famiglia, della medicina, delle prigioni, del rap­porto fra i sessi non viene rinviato all’indomani della rivoluzione economica e politica. Il modello secon­do cui la ri­voluzione deve prima sovvertire la proprietà, dopo di che tutto verrà di conseguen­za, è morto e se­polto allo stesso modo del modello «democratico» dell’azione politica come azione indi­retta e diffe­rita che alberga ormai solo nel Pci e nei suoi gruppuscoli. La rivoluzione non ha mo­delli, si sostiene più avanti nel documento: sui muri di Bologna è apparsa una scritta: URSS, Cina, Cuba, Vietnam, con quattro croci sopra. I modelli hanno fatto il loro tempo e la morte del pensare per mo­delli libera il pensiero. Essi sono a un tempo strumenti e forme dell’esercizio del potere; come dico­no i gauchi­sti francesi, i modelli sono «piccoli capi» che abbiamo nel cervello. Il marxi­smo, stra­volto dal deter­minismo, non riesce più a rappresentare una rottura reale e un’alternativa teorica alla logica del ca­pitale. L’idea della società comunista futura implica un rovesciamento così totale da in­fondere sgo­mento e incredulità, più che paura e sfiducia in quanti se la prospettano superficialment­e. Eppure è lo stesso capitalismo che ci ha abituato a una distruzione continua, disuma­na, profonda: le sue guer­re hanno distrutto intere città e immense forze produttive, ma esso le ha ri­costruite in quantità mag­giore e le ha piegate sempre più al suo dominio. Segno che il livello ormai raggiunto del sapere so­ciale generalizzato è tale da consentire l’opera immane della eliminazione degli orrori dell’indu­strializzazione e commercializzazione capitalistica, la totale ricostruzione delle città e re­staurazione della natura. Perché il bisogno del profitto dovrebbe essere più forte dei nuovi bisogni vitali della li­berazione, ci si domanda? Ogni merce è inseparabile dalla menzogna che la rappresen­ta: è forte an­che qui l’influsso di Vaneigem. Il lavoro forzato produce menzogna, esso rea­lizza un mondo di rap­presentazioni menzognere, un mondo capovolto in cui l’immagine tiene il po­sto della realtà. In que­sto sistema spettacolare e mercantile, il lavoro forzato produce su se stesso la menzo­gna che il lavo­ro è utile e necessario, e che è interesse di tutti lavorare. Il comunismo è final­mente abolizione del lavoro; se la rivoluzione spezza in un punto questa spirale, si potrà volgere questa massa enorme di mezzi, materiali e uomini oggi investita nel dominio del sociale e del priva­to alla liberazione socia­le del lavoro (che è ben altra cosa dell’automazione della produzione di merci). Il comunismo sarà dunque ri-umanizzazione del territorio, suo rimodellamento sui bisogni e i desideri della comunità umana realizzata, non semplice integrazione di entità colonizzate irreversi­bilmente. A questo punto il documento volge un po’ temerariamente a individuare i primi provvedi­menti all’alba del dopo ri­voluzione, a cominciare dalla espropriazione generalizzata, con provvedi­menti che sembrano ispira­ti ai manifesti insurrezionali di Babeuf, ovvero di una praticità spavento­sa. Ma qui probabilmente ci allontaniamo dal sentire tipico di Faina. Giova a questo punto tornare agli ini­zi.

5) Gianfranco Faina inizia il suo apprendistato politico nel 1952 al Liceo Mazzini di Sampierda­rena sotto l’influenza del suo professore di filosofia Emilio Agazzi [15]assieme al quale partecipa alle ini­ziative culturali sampierdarenesi del circolo culturale Il Portico. È Bruno Enriotti, successiva­mente giornalista de «l’Unità», a introdurlo alla sezione del Pci «Giuseppe Spataro», [16] dove si iscri­ve al Circolo Piombelli della Fgci e dove incontra Rinaldo Manstretta, operaio intellettuale ed ex parti­giano sappista nella Brigata Volante Severino, al quale resterà legato per tutta la vita e con il quale condividerà molte delle sue scelte politiche successive. Il giovane Faina inizia a mettere in luce la propria indipendenza di giudizio, all’interno del Pci, esprimendo posizioni fortemente criti­che nel novembre 1956 al Congresso provinciale del Partito in seguito ai fatti di Ungheria, malgra­do le qua­li – per la sua autorevolezza nonostante la giovane età – viene eletto nel Comitato federale della Fgci. Nel 1957 Gianfranco Faina si schiera, assieme a Rinaldo Manstretta, per l’autonomia della Fgci dalla linea di partito e si oppone alla decisione della Fgci di approvare le tesi uscite dall’VIII Congresso del Pci. Raffreddatisi momentaneamente i suoi rapporti con il partito, Faina nel 1958 si laurea e si trasferisce a Milano per un breve periodo; lì entra in contatto con Feltrinelli edi­tore, in particolare con Gian Piero Brega, e con Ludovico Geymonat e la sua scuola. Faina tuttavia condivi­de le posizioni filosofiche espresse da Giulio Preti in Praxis ed empirismo (1957), fortemen­te criti­che verso il marxismo italiano, piuttosto che quelle di Geymonat, transitato dal positivismo logico al marxismo filocinese. [17] Tornato a Genova, Faina accetta una candidatura alle elezioni uni­versitarie nella lista Università Nuova all’ORUG e partecipa alle attività dei Centri di Nuova Resi­stenza. Sia­mo ormai alla vigilia del 30 giugno 1960: Gianfranco Faina quel giorno è in piazza. La spontaneità e la decisione che caratterizzano gli scontri di piazza gli fanno supporre l’esistenza di una forza ri­voluzionaria tenuta a freno da partiti e sindacati. Partecipa subito dopo alle attività del Circolo Go­betti, sorto per iniziativa di alcuni intellettuali dell’area socialista e libertaria, che diviene il centro d’incontro delle diverse componenti della Nuova Sinistra. Da questi incontri nasce l’idea di «Demo­crazia Diretta». A distanza di un anno dal 30 giugno 1960, e in stretta relazione con quel moto di ri­volta, a Genova vede la luce «Democrazia Diretta. Notiziario delle lotte e della democrazia opera­ia». [18] La pubblicazione, esito della collaborazione tra un gruppo di giovani intellettuali militanti, di cui Gian­franco Faina fa parte, e alcuni militanti di fabbrica e del porto (tra questi Bruno Delucchi e Carlo Boccardo), si presenta come autonoma da partiti e sindacati, espressione di nuove forze socia­li e ideali, e uscirà in tre numeri, tra il giugno e l’ottobre 1961. «Alle origini del nostro lavoro e del nostro impegno sta la considerazione, sempre più diffusa del resto, che le masse operaie si tro­vano in una posizione di lotta più avanzata di quelle espresse formalmente dalla politica delle loro istitu­zioni tradizionali, dai partiti soprattutto, ma anche dai sindacati», queste le prime parole dell’edito­riale. I redattori, tra i quali Claudio Costantini e Gino Bianco, hanno in comune una forte insoffe­renza nei confronti della marmorea burocrazia stalinista e in genere dei partiti istituzionali della si­nistra, incapaci di interpretare e rappresentare il nuovo fermento politico e sociale che si sta affer­mando. In «Democrazia Diretta» convivono l’operaismo di Raniero Panzieri e Romano Alqua­ti, l’influenza del pensiero socialista libertario di Andrea Caffi e Nicola Chiaromonte e l’apertura verso i nuovi movimenti per i diritti civili. Proprio a causa della sua partecipazione a «Democrazia Diretta», Gianfranco Faina viene espulso con l’accusa di frazionismo dal Pci, con l’intervento diret­to di Giu­seppe D’Alema, all’epoca segretario regionale; [19] del resto Faina aveva già maturato un’ostilità vi­scerale nei confronti dello stalinismo e dell’autoritarismo presenti nel partito ed era su posizioni operaiste, essendo entrato in contatto con Romano Alquati e la nascente redazione di «Quaderni Rossi», il cui primo numero è presentato a Genova dal fondatore Raniero Panzieri il 19 gennaio 1962 presso la Società di Cultura. [20] Il gruppo dei «Quaderni Rossi» ha il merito di riscopri­re testi di Marx largamente trascurati dalla tradizione marxista – la quarta sezione del I Libro del Ca­pitale, il Fram­mento sulle macchine dei Grundrisse, il Capitolo VI inedito [21] – e di applicare all’ana­lisi delle tra­sformazioni di fabbrica i concetti marxiani di sussunzione formale e sussunzione reale del lavoro al capitale, di lavoro astratto, divisione del lavoro e scissione delle potenze mentali della produzione. I temi fondanti dell’operaismo italiano, quello della maturità dello sviluppo capi­talistico in Italia – contrapposto all’idea amendoliana (e togliattiana) di un capitalismo arretrato e straccio­ne da porre sotto tutela da parte delle istituzioni del movimento operaio, con il conseguente rinvio di ogni pro­spettiva di conflitto a maturazione avvenuta –, e quello della soggettività operaia, dell’autonomia operaia come variabile indipendente dallo sviluppo capitalistico, vengono fatti pro­pri e verificati nel difficile contesto genovese; è un banco di prova decisivo. Con i compagni che si sono raccolti attor­no a lui tra Sampierdarena e Cornigliano, tra questi Gianfranco Dellacasa, Ermi­nio Raiteri e Giorgio Pedrocco, Faina dà vita a un intenso intervento militante nelle fabbriche e in particolare all’Italsider. Il 7 luglio ’62 a Torino in una manifestazione per il rinnovo del contratto dei metalmeccanici che si trasforma in una violenta rivolta di piazza quando viene annunciato l’accordo separato della UIL e della SIDA con la Direzione Fiat, [22] la figura dell’operaio-massa emerge in modo più netto e preciso che durante la rivolta di Genova del ’60, nella quale era stato protagonista un soggetto più generica­mente giovanile, «i giovani dalle magliette a strisce». Gianfranco Faina ab­bandona con Romano Al­quati la riunione di «Quaderni Rossi», è in piazza con i manifestanti in Piazza Statuto e viene fermato dalla polizia; nei mesi successivi partecipa al rovente dibattito inter­no alla redazione che prelude al distacco dei «Quaderni Rossi» dalla Fiom e dal Pci, e alla successi­va scissio­ne tra chi continuerà con Panzieri e Vittorio Rieser il lavoro di analisi considerandolo pre­dominante rispetto al lavoro diretta­mente politico e chi (Mario Tronti, Toni Negri, Alberto Asor Rosa e lo stes­so Faina) mira da subito a soluzioni politiche accettando di riconoscere almeno tem­poraneamente in Piazza Statuto il «con­gresso di fondazione» di una nuova organizzazione politica nazionale. Gli stessi transfughi dai «Qua­derni Rossi» daranno vita nel gennaio 1964, dopo un tor­mentato dibattito, alla rivista «Classe Opera­ia».

 

L’intervento all’Italsider nel periodo 1962-1964 è condotto in pieno stile operaista attraverso un questionario piuttosto articolato (con ben 126 domande) e un’inchiesta i cui risultati vengono rac­colti nell’opuscolo Classe Operaia - L’organizzazione «scientifica» dello sfruttamento all’Italsi­der, pubblicato nel primo semestre del 1963 anche nella rivista a diffusione nazionale «Il Filo Ros­so». L’inchiesta militante, o meglio «conricerca», che risente fortemente dell’influenza del lavoro e dell’opera di Danilo Montaldi, è condotta anche con il supporto del gruppo dei cattolici de Il Gallo, che hanno aperto a Cornigliano una biblioteca operaia. L’Italsider, stabilimento siderurgico clonato dalla U.S. Steel, con operai giovani e spoliticizzati sottoposti a duri turni di lavoro in una azienda a ciclo continuo, è l’unica fabbrica a Genova dove un intervento militante e radicale è possibile, per­ché lì sono ancora deboli e minoritari i sindacati di classe e lo stesso Pci. Emergono, nell’intervento di fabbrica condotto dal gruppo, operai di avanguardia come Pino Roggerone ed Eros Ruggeri. Per quanto l’intervento del gruppo di Classe Operaia genovese fosse sin dal principio espressamente an­tagonistico e radicale, alcuni risultati della ricerca finiranno con l’entrare a far parte del patrimonio delle lotte spontanee del ’68 e del ’69 e successivamente della politica sindacale: la rivendicazione, contro la job evaluation, di una retribuzione basata sulla professionalità e sull’anzianità, di au­menti uguali per tutti, il rifiuto di incentivi e di premi di produzione; e soprattutto l’uso del con­trollo ope­raio. L’esperienza operaista genovese si accende e arde in fretta. All’Italsider gli operai sono sotto pressione, e queste tensioni emergono prepotentemente a seguito del suicidio di un ope­raio del re­parto «decapaggio», che aveva compiuto un gesto di disperazione in fabbrica facendosi decapitare dal carrello dell’altoforno che portava il minerale, e il 1 ottobre 1963 il MOF (Movimen­to Ferrovia­rio), reparto strategico dello stabilimento, si ferma e scende in sciopero spontaneamente. Il gruppo genovese di «Classe Operaia» è molto attivo e influente in questa lotta e si riunisce in casa di Gian­franco Faina, in via Paolo Reti 27, di fronte alla linea ferroviaria che costeggia il torrente Polcevera e l’area industriale. [23] Il lungo articolo che apre in prima pagina il numero del 15 ottobre 1963 di «Cronache Operaie», la rivista che dal luglio del 1963 unifica varie iniziative editoriali in Italia e prelude alla nascita di «Classe Operaia», è scritto a cura dei redattori genovesi e si intitola «Orga­nizziamo la lotta di classe nell’industria di stato»: «(…) Alla Cornigliano queste forme di lotta si possono esprimere con la formula della «non collaborazione»; ci rifiutiamo di far funzionare l’incentivo, rifiutiamo le valutazioni, rifiutiamo di dare indicazioni per l’analisi del lavoro o per il controllo dei costi. (…) Un’altra forma di «non collaborazione» è il disinteresse degli operai per i guasti». La lotta contro il «padrone-stato» appare decisiva nello scontro di classe per la purezza as­soluta del rapporto capitale/lavoro nel quale si genera, senza di mezzo la figura allegorica, grassa e crudele, del padrone. Il conflitto in fabbrica ora sembra inarrestabile, e Gianfranco Faina con il suo gruppo tenta nel gennaio 1964 l’azzardo di uno sciopero indetto dall’esterno, quasi un’azione «ri­sorgimentale», che fallisce e provoca una forte crisi nel gruppo genovese. In realtà la FIOM, che nel 1963 ha sorpassato per preferenze la FIM, è in grado con le proprie dinamiche rivendicative di ca­valcare il malcontento operaio, e questo non lascia alcuno spazio agli interventi di una minoranza agente. D’altra parte «Classe Operaia», di fronte alla permanenza di una base naturale di classe all’interno del Pci, ritiene essenziale, per la costruzione di un «soggetto politico organizzato», lavo­rare al suo interno per impedirne il processo di social-democratizzazione. Questa svolta porta nell’autunno del 1964 alla rottura traumatica e definitiva del gruppo genovese con la rivista e all’abbandono dell’operaismo, almeno di quello entrista, mentre proseguiranno i rapporti con Dani­lo Montaldi. Faina manterrà tuttavia per tutta la vita un rapporto di amicizia e di confronto con alcu­ni degli operaisti, in particolare con Toni Negri. [24]

6) A partire dal 1961 aveva Faina cominciato a insegnare come supplente in istituti scolastici in pro­vincia di Alessandria, dove aveva incontrato, tra i suoi giovani allievi, Pier Paolo Poggio, che da quel momento inizierà una lunga collaborazione con lui, passando dal Circolo Rosa Luxemburg fino a Ludd. [25] Nello stesso anno aveva anche iniziato a lavorare come assistente volontario presso l’istituto di Storia Moderna della Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Genova diretto da Luigi Bulferetti. [26]

 

Dopo gli anni di frenetica attività militante davanti alle fabbriche, Faina torna ad assumere il pun­to di vista che gli è più caro, quello della centralità della scienza e della tecnologia. Si era infatti laureato con una tesi dal titolo Marx e Dewey in continuità, cercando nel pragmatismo e nello speri­mentalismo, già all’epoca, strumenti per contrastare il dogmatismo dottrinario dominante nel marxi­smo ortodosso. Ora che la sua distanza dalle teorie economiche marxiane si è accresciuta, an­che uti­lizzando i contributi di Paul Cardan (pen name di Cornelius Castoriadis) apparsi su «Sociali­sme ou Barbarie», egli giunge alla conclusione che la trasformazione dell’economia politica in una scienza è avvenuta al prezzo della riduzione degli operai e dei capitalisti a meri oggetti, quantifica­bili e re­golati da leggi oggettive e immodificabili, con un procedimento completamente mutuato dalle scienze naturali. Questa parte della sua riflessione, maturata all’epoca del Circolo Rosa Lu­xemburg (1966-1968), comparirà nel saggio L’evoluzione della tecnica e della scienza, apparso nel 1968 (Marzorati): [27] se i capitalisti non possono agire in modo consapevole perché «coerciti» dal­le leggi economiche e se anche le azioni dei lavoratori sono determinate dalle stesse leggi, allora «contraria­mente alle apparenze questa veduta della storia implica che non c’è storia alcuna del capi­talismo più di quanto non vi sia storia di un «miscuglio chimico». (…) Eventi e crisi sono realmente indipen­denti dall’azione degli uomini, in altri termini non c’è storia». A fianco della critica al deter­minismo storico Faina conduce, negli anni del Circolo Rosa Luxemburg, [28]altre riflessioni; la prima sulla bu­rocratizzazione, attraverso la ripresa degli assunti weberiani, e la seconda sulla scienza: non ci sono alternative globali alla scienza, le alternative sono interne allo stesso sviluppo scientifico e dipendo­no principalmente dal rapporto scienza-società. L’unica cosa che conta è la volontà che si oppone al disastro, e tutta la ricchezza del sapere scientifico può essere conquistata solo attraverso la prassi della rivoluzione sociale. Anche questi due temi rappresentano senz’altro una continuità del pensie­ro di Faina dagli anni del Circolo fino a quelli di Azione Rivoluzionaria, e sono quelli che lo condu­cono, mentre la rivolta del ’68 è nell’aria, alla frattura definitiva con la tradizione di pensie­ro politi­co nella quale si era formato. Il movimento studentesco, con il suo carattere antagonistico, la sua ca­pacità di mobilitazione e il rifiuto della delega dei poteri, trova in Faina l’interprete proba­bilmente più originale in Italia, e non a caso il movimento studentesco di Genova sarà quello meno influenzato dall’ideologia marxista leninista e più autenticamente affine a quello del Maggio parigino, anche per gli scambi, i viaggi e le visite che ci furono da parte dei genovesi già nel cuore degli avvenimenti, [29] nonché le letture e le influenze, forte in particolare quella dell’Internazio­nale Situazionista. Da queste esperienze Faina trae la conclusione definitiva, come si diceva, della im­praticabilità di uno schema interpretativo della classe operaia intesa come soggetto autonomo della rivoluzione. Per otto anni, a partire dalla prima occupazione del novembre 1967 e fino al 1975, Fai­na parteciperà attivamente a tutte le agitazioni e le occupazioni della Facoltà di Lettere dell’Univer­sità di Genova.

7) Ludd è un gruppo informale che nasce tra Genova, Roma e Milano nell’estate del 1969 dopo la crisi della Lega Operai e Studenti, e che sin dall’inizio soggiace a spinte di autodissoluzione, nella migliore tradizione situazionista, dato che ogni gruppo organizzato è considerato un ostacolo all’affermarsi della comunità e della soggettività radicale. Ma qui la posizione di Faina è più defila­ta e distante, il vecchio militante novecentesco non può condividere del tutto l’attività un po’ auto­compiaciuta e la guerriglia semiologica dei critici separati e «terribili», ma in ultima ipotesi innocui, della società. Ciò nonostante Ludd coglieva e amplificava l’aspetto più classico e duraturo del ’68, ovvero la rivoluzione nella vita quotidiana, il manifestarsi di nuovi desideri e comportamenti, e il ri­schio del loro recupero – attraverso la lettura della «modernizzazione» – da parte del capitale. [30]

Estre­mamente attivo è Gianfranco Faina nell’occupazione di «Balbi 4» nel dicembre 1972-gen­naio 1973. [31] Balbi 4 (Lettere, Filosofia e Lingue) è l’unica facoltà universitaria a essere occupata in Italia in quel periodo. In una singolare anticipazione locale di alcuni dei contenuti del Settantasette, si trat­ta di una straordinaria vicenda di sovversione dell’ordine accademico, in quanto gli occupanti attri­buiscono ai «Centri di interesse», a partire dai quali su delibera dell’assemblea del 18 dicembre l’insegnamento era stato smembrato e ricomposto, un significato assoluto di alternativa alla didatti­ca (un libro che circola molto in facoltà è Descolarizzare la società di Ivan Illich). Presupposto del­la pratica anti-didattica dei Centri di interesse è la riscontrata separazione tra apprendimento e scuo­la, di qui la necessaria abolizione della didattica e il blocco a oltranza dell’attività ordinaria dell’Università. Dopo il termine dell’occupazione, il Comdag (Comitato di Agitazione di Balbi) continua per tutto il 1973 a operare in città a partire da Balbi, dedicandosi alla produzione dell’audiovisivo Controprocesso Rossi e, a settembre, alle iniziative di protesta e di attacco dopo il golpe cileno. Nel novembre del 1973 riprende il blocco della facoltà per protestare contro il trasferi­mento di Claudio Costantini, che dura fino al suo reintegro. Alcuni giorni dopo, in occasione della rivolta degli studenti greci contro i colonnelli, viene decisa dal Comdag, da Lotta Comunista e dalla Quarta Internazionale l’occupazione del Rettorato, come cinque anni prima sempre per la Grecia. L’occupazione si protrae per quattro giorni senza intervento della polizia. Una nuova occupazione sul tema della fiscalizzazione dei Centri di interesse venne programmata per il 10 gennaio 1974, ma la polizia interviene a sorpresa e ci sono 52 fermi che si protraggono fino a notte e viene emesso un mandato di cattura a carico di Luigi Grasso per l’occupazione di novembre.

8) In questo percorso circolare attorno a Faina siamo quasi tornati al punto di partenza. La ricerca anomala di Faina, contrappuntata dal desiderio di una vita intensa, con un’esagerazione che rasenta la frenesia e che lo porta a non avere mai quiete, si è inevitabilmente trovata a un punto di svolta. Il cavaliere errante, perché Faina era un cavaliere errante, vede ora di fronte a sé una «classe univer­sale» – per usare le parole di Jacques Camatte e di Invariance –, un proletariato immenso privo di vita reale, la cui esistenza «normale» è uno squallido riflesso e imitazione di quelle potenti forme inorga­niche attraverso cui il capitale, o meglio il suo valore autonomizzato, si manifesta. Sono falli­ti i ten­tativi di recupero di una sintesi della società e del ruolo della classe all’interno della tradizio­ne stori­ca e culturale che aveva informato la sua attività subito dopo il periodo della formazione. Si sono progressivamente dimostrate fallaci o inappropriate tutte le teorie che Faina ha deciso di cono­scere e anche di far proprie, con apparente disinvoltura e strumentale eclettismo, per proseguire un cammino di cui riconosce l’universalità, che per definizione è senza fine. Ma questa consapevolez­za o disincanto non gli consentono di allontanarsi dalla lotta politica, egli non può ritirarsi dalla battag­lia senza tregua cui si è dedicato, e piuttosto «preferisce pagare lo scotto della disorganicità e della discontinuità, (…) ribadendo la validità delle sue originarie scelte politiche ed intellettuali: la sog­gettività agente è l’unico elemento che si sottrae alla reificazione e all’addomesticamento». [32] Per Faina, da quel momento, si tratti o meno di interloquire e anche di collaborare disinvoltamente con «chiunque» (dalle Brigate Rosse all’Autonomia Operaia, dalla IV Internazionale a Lotta Comuni­sta), la rivoluzione è un processo non mediabile da alcuna forma di organizzazione o di teoria rivo­luzionaria separata dal movimento. Cresce il suo interesse per gli aspetti più estremi e radicali dell’antagonismo sociale, in particolare quelli manifestati dalle cosiddette classi pericolose. Nella situazione creatasi a seguito della saldatura del ceto politico professionale con il sistema partitico-sindacale Faina, con i suoi presupposti, poteva scegliere di attestarsi su un dissenso intellettuale an­che intransigente ma tutt’al più garantista, oppure approfondire quell’antagonismo fino alla scelta della clandestinità. Per quanto la prima opzione fosse la più vicina al retroterra culturale di Faina, egli com’è noto opta per la seconda e assume la crisi della militanza rivoluzionaria sublimandone la componente individuale e morale. La scelta della lotta armata in Faina, si badi bene, ha poco a che fare con la concezione della politica condotta «con altri mezzi»; egli non si ripropone scontri «corpo a corpo» con lo Stato né prese di Palazzo; è una opzione assolutamente estranea alle motivazioni ideologiche che hanno alimentato e sorretto la costituzione delle altre formazioni armate in Italia degli anni Sessanta, al di là del comune destino di fallimento e rovina che le riguarda tutte. Si tratta di una scelta contro la politica, è una critica pratica dei rapporti sociali esistenti, una denuncia mora­le nei confronti di una società in cui è diventata insopportabile la divaricazione tra progresso mate­riale (tecnologico) e umanità. È quindi una scelta collocabile nel contesto della crisi e della chiusu­ra non solo di quella fase di movimento iniziatasi negli anni Sessanta ma anche di un ciclo storico, quello del movimento operaio. È in qualche modo la rivendicazione di un ritorno alle origini, un ri­chiamo ideale alla rivolta individuale e collettiva, dove al massimo di antagonismo si unisce il mas­simo di fraternità e solidarietà. Ed è un epilogo cui Faina dà un accento e una impostazione anarchic­a, ed è quindi un epilogo anarchico, machnovista.

9) Resta ancora da dire su Gianfranco Faina come persona. Il termine «leader» è alquanto inap­propriato nel suo caso, ad esempio è noto che a Faina non piaceva molto intervenire in assemblea, ed è difficile che i suoi interventi, peraltro pieni di ironia e talvolta di sarcasmo, durassero più di cinque minuti. Faina era un instancabile animatore di gruppi di pensiero dove esercitava la sua forte in­fluenza, e da questo dipendeva la sua popolarità e su questo si fondava il suo fascino. L’ambito di azione preferito da Faina era quello del gruppo informale, e in definitiva elitario, che elaborava e praticava all’esterno una critica distruttrice di ogni forma di organizzazione burocratica. C’era in Faina una insofferenza crescente, come ricordano alcuni dei suoi moltissimi amici, un’ansia febbri­le che tendeva a bruciare i tempi delle iniziative, talvolta prima ancora che queste giungessero a com­pimento, come per viverne in anticipo il superamento. Negli ultimi tempi non sembrava che i con­fronti teorici o il raggiungimento di un convincimento comune su un’idea o una teoria gli interes­sassero molto; il prendersi, il lasciarsi, l’affascinarsi, il trovare delle affinità parevano importargli molto di più. In ultimo il suo Istituto in facoltà si era svuotato dei libri che per anni lo ave­vano affollato, da lui regalati ai compagni a semplice richiesta, o più spesso sottratti dagli studenti senza che Gianfranco Faina se ne curasse: era evidente il suo disinteresse crescente per la figura dello studioso che aveva accettato di incarnare nell’epoca della sua prima militanza e il suo nuovo interesse per la figura dell’uomo d’azione. [33] Che cosa rimaneva in Faina del precoce e promettente dirigente di partito che era stato? Di sicuro la spregiudicatezza o mestiere con cui usava le relazioni e gestiva le alleanze, a prescindere dalle posizioni politiche, si trattasse di Lotta Comunista, dei gruppi marxisti leninisti o di Autonomia Operaia. Faina, quando avvertiva che un’esperienza stava perdendo il suo senso iniziale e si stava in qualche modo pervertendo, con il suo solito stile non rompeva e litigava, piuttosto si allontanava e andava alla deriva ritrovandosi ad aspettare che so­praggiungesse un’altra idea o congiunzione. Anche da comportamenti come questi, così lontani dal modo ideale con cui era concepita allora la militanza, era spuntata negli ambienti sindacali e di par­tito la fama del provocatore, un’etichetta che Gianfranco Faina si è tirato dietro a lungo, legata in gran parte all’impossibilità di dare una classificazione alla sua ricerca militante ed esistenziale. Di fatto ironia, sarcasmo e burla, in un ambiente bigottamente comunista come quello genovese, erano quanto di meglio potesse essere escogitato – senza farsi prendere dalla frustrazione – per segnare un distacco, un congedo definitivo dal canone terzinternazionalista. Si pensi all’affissione notturna di manifesti falsi della CGIL con l’annuncio di una campagna di assunzione di guardie di sorveglian­za nelle docce degli operai. O altri con il volto di Luigi Longo incoronato da un fumetto che pensa ad alta voce: «Forza Nixon, ancora un bombardamento su Hanoi e vinciamo le elezioni regionali», ma­levolmente firmati «Comitato lettori del pensiero». Ma anche nelle manifestazioni dei gruppi, un gruppetto di non più di una ventina di persone, il «gruppo di Faina», rispondeva agli slogan con cui i gruppi leninisti o maoisti guidavano il loro pezzettino di corteo intonando il loro: «La tua bandiera sventola peggio della mia, perché è appesantita dall’ideologia». L’uso impudente e disinvolto della critica e il mix di impulso morale, di sensibilità nevrotica e di richiamo costante al procedimento empirico della dimostrazione e della confutazione: non c’è dubbio che tutto questo ha portato Faina a leggere conseguentemente la fine del movimento operaio prima di altri e a praticare la resistenza nei confronti dell’esistente nella disperazione, rasentando il nichilismo. È il tormento del vivere co­stantemente in anticipo sulla realtà che si risolve nella rovina e nel martirio assoluto, per quanto vis­suto con la consueta ironia e il tipico disincanto: chi è andato a trovarlo morente all’Istituto tumori di Milano ricorda un Faina sofferente ma irridente che sogghignava: «Hai visto che ce l’ho fatta a uscire dal carcere, gliel’ho messa nel culo allo Stato!».

 

Gran parte dei materiali scritti negli anni Sessanta e Settanta, rimossa dal contesto in cui risultò contundente e corrosiva, è oggi inservibile e a tratti anche illeggibile. Al contrario, alcuni dei conte­nuti e delle suggestioni della tormentata ricerca che Faina e il suo gruppo hanno svolto sono ancora stimolanti e talvolta attuali. Si dà il caso che tra ieri e l’oggi ci sia di mezzo il deserto, l’attuale de­sertificazione delle coscienze che ripropone nuovamente il dilemma luxemburghiano: socialisme ou barbarie, o meglio foresta o deserto, umano o non umano.

Note [1] Sono due i testi che si sono già occupati specificatamente di Gianfranco Faina: Contributo alla conoscenza di un militante comunista(opuscolo datato 15 giugno 1979 e a cura di Gianfranco Bartolini, Rinaldo Manstretta, Giorgio Pedrocco, Erminio Raiteri, Giancarlo Sommariva) e soprattutto «Gianfranco Faina (1935-1981). Elementi di una biografia politico-intellettuale» di Pier Paolo Poggio e Rinaldo Manstretta, in: «Primo Maggio» n. 19-20, inverno 1983/1984. [2] «Inquietante è, per molti aspetti, il caso Faina. Il professor Faina è docente della Facoltà di Lettere di Genova. Non risulta che egli sia mai stato oggetto di interesse da parte delle autorità inquirenti (…)», cit. da Terrorismo e nuovo estremismo, ricerca della Sezione Problemi dello Stato del Comitato regionale Ligure del Pci, pubblicata a Genova nel febbraio 1979, pag. 69. Nell’opuscolo, alla cui stesura ha collaborato Roberto Speciale, si va ben oltre la presa di distanza dal cosiddetto «estremismo di sinistra» e viene avanzata una singolare e stravagante tesi «diciannovista» che teorizza, negli anni Settanta del secolo scorso, la connivenza e la collusione tra estremismo terrorista di destra e di sinistra. [3] Corrado Stajano. Il sovversivo. Vita e morte dell’anarchico Serantini. Torino: Einaudi, 1975. – 174 p. (Gli Struzzi) [4] Nel 2005 è stato realizzato dal regista Daniele Gaglianone il documentario Non si deve morire per vivere. [5] «22 Ottobre» è la sigla – in realtà di origine giudiziaria – con cui è passato alla storia un gruppo di militanti comunisti, in genere provenienti dalla sezione Rino Mandoli del Pci, che aderiscono al progetto «anti golpe autoritario» dei GAP (Gruppi di Azione Partigiana) ideato e realizzato dall’editore Giangiacomo Feltrinelli. A partire dal 1970 il gruppo genovese dà luogo a una serie di azioni dimostrative (Radio GAP), di attentati dinamitardi (contro automezzi NATO e dei CC, contro il deposito IGNIS e la raffineria ERG, di proprietà di imprenditori all’epoca ritenuti «neo fascisti o paragolpisti») e di rapimenti a scopo di finanziamento (Sergio Gadolla). La tragica rapina allo IACP del 26 marzo 1971, che provoca la morte del fattorino Alessandro Floris, determina la fine del gruppo, che nella fase mediatica e giudiziaria iniziale viene trattato come associazione criminale. Gianfranco Faina, con i compagni che a lui fanno riferimento, supporta Augusto Viel, uno dei componenti del gruppo, nella sua fuga, e in quella circostanza entra in contatto con Giangiacomo Feltrinelli. Successivamente Faina e il Comitato di Agitazione di Balbi saranno protagonisti di una intensa e clamorosa campagna nazionale di supporto politico ai militanti gappisti della «22 ottobre» durante le fasi del processo. Su queste vicende vedi il volume di Paolo Piano, 22 Ottobre, un progetto di lotta armata a Genova (1969-1971), Annexia Edizioni, Genova, maggio 2005, successivamente ripubblicato in La «banda 22 ottobre», agli albori della lotta armata in Italia, Derive Approdi, Roma, maggio 2008: qui è soprattutto l’introduzione di Franco Fratini a diffondersi sui temi della gestione politica dei processi al gruppo. [6] S.P.K. Fare della malattia un’arma, a cura di A. Molinari, P. Rossi e M. Tornatore, Collettivo Editoriale Genova, senza data; La Guerriglia urbana nella Germania Federale, a cura di Gianfranco Faina e del gruppo di lavoro sulla Germania Federale, Collettivo Editoriale Genova, dicembre 1976. [7] In particolare quelli contenuti in «Invariance», n. 2, 1969 (pubbl.1972) e n. 3 (1973). [8] Edizione tradotta da Mario Lippolis, Genova, 1972 (ciclostilato). [9] Giorgio Cesarano e Gianni Collu, Apocalisse e rivoluzione, Dedalo, Bari, 1973. [10] Jean Barrot (pen name di Gilles Dauvè), «Capitalismo e Comunismo», supplemento a «Le Mouvement communiste», n. 3, Parigi, 1972; e Contributo alla critica dell’ideologia ultrasinistra, 1969, pubblicato anche da Edizioni Vecchia Talpa, Napoli, 1970 e da Edizioni G.d.C., Caserta, 1973. [11] Emile Marenssin, Dalla preistoria alla storia, prefazione all’edizione francese dei testi della RAF (gruppo Baader-Meinhof), Parigi, Champe Libre, 1972; edito in Italia anche da Edizioni Immanenza, 2004. [12] Disponibile in internet in Edizioni Anarchismo, collana «Nuovi contributi per una rivoluzione anarchica», 2013. [13] «Controinformazione», n. 13-14 del 1979, e «Anarchismo», n. 25, gennaio-febbraio 1979. Le due edizioni sono tuttavia divergenti in molti passaggi. [14] Gianfranco Faina aveva ricevuto una copia originale di Prairie Fire, The politics of revolutionary Anti-Imperialism (Political Statement of the Weather Underground) uscito in USA nel 1974 e si accingeva a curarne con Augusta Molinari una traduzione italiana, progetto poi troncato dagli eventi (intervista ad Augusta Molinari del 6 aprile 2004 di Anna Marsilii e Giorgio Moroni). L’edizione italiana del volume sarebbe poi uscita nell’ottobre 1977 presso il Collettivo Libri Rossi con una introduzione di Paolo Bertella Farnetti. [15] Emilio Agazzi (Genova 1921- Pavia 1991), fu assistente volontario di Storia della filosofia dapprima a Genova dal 1945 al 1954, restando influenzato dal pensiero di Adelchi Baràtono (Firenze 1875 - Genova 1947), ordinario di Filosofia teoretica e importante esponente dell’antifascismo di orientamento socialista, e successivamente, dal 1954 al 1964, a Pavia, ove collaborò con Ludovico Geymonat e Vittorio Enzo Alfieri; contemporaneamente, dal 1949 al 1972, insegnò filosofia nei licei di Genova, Voghera e Pavia. È del 1962 una delle sue opere più note, Il giovane Croce e il marxismo, Torino, Einaudi. Dalla seconda metà degli anni Settanta si dedicò allo studio della filosofia tedesca moderna contemporanea, accentrando la sua attenzione sulla Scuola di Francoforte. Collaborò in varie forme a molte riviste e quotidiani della sinistra (tra l’altro «Il Lavoro Nuovo», l’«Avanti!», «Mondo Operaio», «Quaderni Rossi», «Passato e Presente», «Classe»); nel 1983 fondò la rivista di teoria politica «Marx centouno». Il Fondo Emilio Agazzi è custodito presso la Fondazione di Studi Storici Filippo Turati a Firenze. Per quanto riguarda la partecipazione di Emilio Agazzi al comitato di Redazione dei «Quaderni Rossi», nel quale Gianfranco Faina rincontra il suo docente di liceo poco meno di dieci anni dopo, vedi il volume L’Operaismo degli anni Sessanta, citato infra. [16] Su questo vedi l’intervista inedita di Anna Marsilii e Giorgio Moroni a Bruno Enriotti del 1 marzo 2010. [17] Testimonianza di Pier Paolo Poggio all’autore e di Bruno Enriotti contenuta nell’intervista citata. [18] Nella stesura di questa parte ci rifacciamo largamente, oltre che al testo di Poggio-Manstretta apparso su «Primo Maggio» già citato, anche al saggio di Giorgio Moroni «Prima del sessantotto» comparso nel volume collettaneo Gli anni del sessantotto, Voci e carte dell’Archivio dei Movimenti, a cura di Giuliano Galletta, Il Canneto Editore, Genova, 2017. Sull’esperienza della rivista «Democrazia Diretta» vedi «Democrazia Diretta e i fatti del ’60», di Gianfranco Quiligotti, in «Contemporanea», a. XIV, n. 2, aprile 2011. [19] Nel 1962 saranno espulsi anche Gianfranco Dellacasa, Massimo Mortillaro e Giorgio Pedrocco, compagni che collaboravano strettamente con Gianfranco Faina. [20] Sul rapporto tra Gianfranco Faina e l’operaismo italiano vedi L’operaismo degli anni sessanta, da Quaderni Rossi a Classe Operaia, a cura di Giuseppe Trotta e Fabio Milana, DeriveApprodi, Roma 2008. [21] La traduzione curata da Bruno Maffi de Il Capitale: Libro I capitolo VI inedito viene pubblicata per la prima volta in Italia dalla Nuova Italia Editrice nel 1969, mentre il Frammento sulle macchine, inizialmente pubblicato nella traduzione di Renato Solmi su «Quaderni Rossi», 4, 1964, pp. 289-300, è contenuto nel secondo volume di Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica, tradotto da Enzo Grillo e pubblicato per la prima volta in Italia, anch’esso con La Nuova Italia Editrice, nel 1970. [22] Vedi La rivolta di piazza Statuto di Dario Lanzardo, Feltrinelli, 1979. [23] Vedi su questo le interviste di Anna Marsilii e Giorgio Moroni a Giorgio Pedrocco, Pino Roggerone, Gianfranco Dellacasa ed Erminio Raiteri (2010-2012). [24] Di lui Toni Negri scrive: «Ci incontrammo a Torino, ai Quaderni Rossi, dove ci aveva raggiunto. Poi Faina se ne andò dai Quaderni Rossi ma ci raggiunse di nuovo a Classe Operaia. Poi se ne andò da Classe Operaia, ma continuavamo a vederci a Genova, dove mi invitava al circolo Rosa Luxemburg. In Potere Operaio non entrò mai, ma ci raggiunse nell’autonomia (in quella con l’a minuscola). Quando dico che Gianfranco ci raggiungeva, non voglio maliziosamente far intendere che lui capiva più tardi. Al contrario: lui spesso aveva ragione prima, noi facevamo le cose poi e così ci rincontravamo. Non era difficile reincontrarsi: Gianfranco era un intellettuale puro, non conosceva il risentimento ma solo la chiarezza e la lealtà del rapporto di pensiero, la forza dell’immaginazione, l’accordo sincero sulla prassi. Le menzogne, le mezze verità, ed ogni genere di machiavellismo gli facevano schifo» (lettera di Toni Negri a Giorgio Moroni, 2003). [25] «Credo che fosse il ’61, Faina l’ho incontrato per la prima volta a scuola. L’incontro è stato, non solo per me, ma anche per altri 2 o 3 ragazzi che erano lì, estremamente dirompente perché lui ha subito messo in campo il tipo di interessi che stava coltivando, in particolare quelli filosofici. Ci ha coinvolto da subito e messo alla pari, adesso è una cosa che fa ridere magari, ma allora era una cosa sconcertante. Discutevamo e di lì è venuto fuori il tipo di formazione culturale che Faina aveva e le indicazioni di letture che ci dava. Ci stimolava in maniera estremamente efficace, ma era anche esigente su questo piano. Ci voleva far studiare anche se non gli importava nulla del normale ritmo scolastico» (intervista di Giorgio Moroni e Italo Poma a Pier Paolo Poggio del 2 febbraio 2003). [26] Testimonianza di Claudio Costantini rilasciata ad Anna Marsilii e Giorgio Moroni. Luigi Bulferetti, avviato allo studio della scienza e della tecnologia da Ludovico Geymonat, verso la metà degli anni Sessanta promosse l’istituzione della Cattedra di Storia della Scienza e della tecnica, nonché la creazione di un Centro di Studio sulla storia della tecnica in Italia. [27] Del 1965 è invece l’uscita del suo volume Lotte di classe in Liguria dal 1919 al 1922, Istituto storico della Resistenza in Liguria, Genova. [28] Il Circolo Rosa Luxemburg si costituisce a Genova Sampierdarena nel 1966, inizialmente per difendere gli arrestati del moto di piazza del 5 ottobre dello stesso anno; diventa subito un centro di discussione che raccoglie intellettuali e operai dissidenti o estranei alla linea del Pci e in esso si forma una leva di giovani compagni che avranno un ruolo importante nel ’68 e ’69 universitario. Nel novembre 1967, subito dopo la prima assemblea a Lettere, Faina porta gli studenti di Balbi a partecipare alle iniziative del Rosa Luxemburg, incluso uno sciopero all’Italsider. Molti stu­denti per la prima volta volantinano davanti alla fabbrica, ci sono discussioni durante tutto il turno con ira dei sinda­calisti (testimonianza di Luigi Grasso e Mario Lippolis a Giorgio Moroni e Anna Marsilii). Tra il dicembre 67 e gennaio del 1968 il Circolo partecipa al picchettaggio davanti alla fabbrica Cressi Sub di Quinto per protestare contro il licenziamento di operai che volevano costituire una commissione interna. Ci sono 33 giorni di sciopero, al termine dei quali il sindacato fa rientrare la protesta. Il Rosa Luxem­burg raccoglie attraverso sottoscrizioni nelle fabbriche genovesi considerevoli somme di denaro per consentire agli operai di proseguire lo sciopero. Per tutto l’anno Faina, operando sia al Luxemburg (poi Lega Operai Studenti) che all’Università, lavora con estremo impegno all’organizzazione dell’intervento nelle lotte operaie. Nel 1968, dopo i fatti della Cressi Sub, il Circolo assieme ad altri dà vita alla Lega Operai Studenti, con sede sempre a Sampierdarena in via Rolando 10. Vedi su questo anche «Prima del sessantotto» in Gli anni del sessantotto, op. cit., nella nota 13, e gli altri due testi su Faina, in particolare quello di Manstretta e Poggio, citati nella nota 2. [29] Vedi a questo proposito Ben venga maggio e ‘l gonfalon selvaggio! di Mario Lippolis, edito a cura della Accademia dei Testardi, 1987, Carrara. [30] Vedi La critica radicale in Italia – LUDD 1967-1970», Nautilus, Torino, 2018; e «Storietta su Agaragar» in: Del terrorismo come una delle belle arti, Storiette di Mario Perniola, Mimesis, 2016. [31] Vedi «Balbi 4» di Giorgio Moroni in Gli anni del sessantotto, volume collettaneo a cura di Giuliano Galletta, op. cit. [32] Così suggeriscono Pier Paolo Poggio e Rinaldo Manstretta in «Gianfranco Faina. Elementi di una biografia politica-intellettuale» apparso su «Primo Maggio», n. 19-20 (1983-1984). [33] Da una lettera di Gianfanco Faina a Giorgio Guano dal carcere di Fossombrone (18 agosto 1979): «Io ovviamente sono sempre il “professore”, una figura che mi perseguiterà, credo, tutta la vita, coi suoi innegabili privilegi. A dire il vero professo ben poco, sto anzi diventando un accanito giocatore di tresette e di briscola, l’accoppiata d’obbligo; sto anche prendendo le biografie dell’uno e dell’altro, qui ce ne sono di veramente eccezionali, che dimostrano quanto possa essere indomabile l’essere umano e di quanta capacità di soffrire sia capace senza darsi per vinto, ciò nella prospettiva di ricostruire la storia del movimento carcerario di questi ultimi vent’anni, un lavoro lungo ma avrò tempo, pare».

Da machina-deriveapprodi

 

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in NOTES

Quarant'anni sono passati dal "minuto che ha rotto l'Italia". Il terremoto dell'Irpinia con il suo portato catastrofico ha segnato profondamente la memoria collettiva del paese.

Sul terremoto saranno costruite narrazioni, miti ed eroi che a quarantanni di distanza risuonano nei telegiornali e sui mezzi di informazione. Mettere in relazione il terremoto e la pandemia di Coronavirus è facile, molti lo fanno, tra i primi il Presidente della Repubblica Mattarella. Ma ciò che viene sottolineato in queste narrazioni è più che altro lo spirito di sacrificio, la solidarietà, l'agire comune che, nelle catastrofi, ha mosso la popolazione, e poi la rinascita, magari si con qualche contraddizione, ma pur sempre un "ritorno alla normalità".

Eppure c'è un'altra faccia di questa relazione tra catastrofi che sulle pagine dei giornali trova pochissimo spazio. Cioè il rapporto tra queste catastrofi e il sistema di sviluppo in cui viviamo. Un rapporto che si articola in tre fasi: prima, dentro e dopo il disastro. Ebbene questo rapporto effettivamente risuona con più chiarezza a chi legge le vicende dell'Irpinia con lo sguardo dell'oggi, con il panorama incerto della pandemia.

Se al tempo si parlava di assenza di prevenzione, di impreparazione, di sottovalutazione del rischio, di speculazione, di determinanti socio-economiche della tragedia, di abbandono dei territori, del Sud, dei Sud e si sarebbe potuto parlare di rapporto tra uomo e natura, tra capitale e natura... beh la relazione tra catastrofi risuona ancora più forte. E poi c'è la ricostruzione, la rinascita, il ritorno alla vita, o meglio alla vita secondo l'ordine capitalista, che attiva un meccanismo dove la tragedia diventa opportunità per pochi, arricchisce i soliti, impoverisce gli altri. Privatizzazioni, speculazione edilizia, corruzione e poi ancora abbandono: il terremoto infinito, proprio come la valorizzazione capitalista e lo sfruttamento in questa società. Cosa c'è da aspettarsi dal "ritorno alla normalità"? Un assaggio l'abbiamo avuto tra la prima e la seconda ondata. Molto dipenderà da quanto si prenderà coscienza dell'economia della catastrofe e si elaborerà una capacità collettiva di spezzarla, di spezzare il ciclo del disastro. Di seguito riprendiamo da ecn.orgecn.org un documento di CSOA Officina 99 e Lab.occupato SKA che rielabora a diversi anni di distanza quanto successo dopo il terremoto e lo speciale di Radio Onda d'Urto che racconta l'esperienza del Centro di Solidarietà Proletaria.

Note su una catastrofe e su quello che ne è seguito.

23 Novembre 1980 : la terra trema ! In 90 terribili secondi si consuma una drammatica scossa sismica che causa oltre 3.000 morti e parecchie decine di migliaia di sfollati. Nella provincia di Avellino e in quella di Salerno interi paesi scompaiono sotto le rovine ( nella sola Laviano rimangono uccisi quasi il 50% degli abitanti); a Napoli crolla la torre di via Stadera : farà da sola circa 100 morti…

Mai catastrofe naturale é veramente solo una catastrofe naturale e il terremoto in Campania ha prodotto effetti tanto terribili anche per l'inesistenza di qualunque politica di prevenzione in una zona sismica come la nostra, sventrata piuttosto dalla speculazione edilizia.  Ma il terremoto del 1980 mette anche drammaticamente in luce un altro dramma : il dramma sociale della società meridionale !

Una catastrofe con tanti nomi : sottosviluppo, disoccupazione endemica, senzatetto, clientelismo, speculazione, sfruttamento e depauperamento del territorio. L'incrocio fra la potenza devastante del sisma e i nodi sociali della cosiddetta "questione meridionale" fanno del 23 novembre '80 un crocevia decisivo nelle vicende politiche e sociali della regione e dell'intero paese. Nei mesi seguenti un duro scontro si aprirà tra  la tensione di migliaia di proletari ad autorganizzarsi per conquistarsi diritti fondamentali e la prepotenza con cui le strutture di potere rinsalderanno il controllo politico per garantirsi i profitti.

Ma andiamo con ordine :  nelle 48 ore seguenti al sisma gli apparati di potere della democrazia cristiana nelle province interne risultano anch'essi "fisicamente terremotati"… Molti sindaci, spaventati, letteralmente scappano via mentre la stessa prefettura di Salerno si dimostrerà incapace di fronteggiare la situazione e il prefetto sarà rimosso dopo poco.
La cultura di un ceto politico da sempre intento a curare solo i propri interessi pare inadeguata a fronteggiare la drammaticità della situazione. In quelle stesse ore, spinto anche dalla tragedia, pian piano il protagonismo popolare  riempie il vuoto istituzionale con la propria iniziativa. La rabbia verso uno stato "nemico" anche nel ritardo dei soccorsi si mescola con la solidarietà fra chi ha perso tutto. Le famiglie sono in molti casi materialmente distrutte e tanti paesi sperimentano fin dalle primissime ore un nuovo modo di essere comunità

Ci si organizza per scavare i morti, per recuperare i feriti, per occupare i comuni e sostituire amministrazioni dissolte nel rilascio di certificati e documenti, finanche per garantire il cibo a tutti. Quando il giorno seguente il presidente Pertini arriva a Laviano semidistrutta, è identificato dalla rabbia popolare come simbolo di quello stato lontano  e colpevole ed un militante comunista lo colpisce con una sassata. Tornato a Roma Pertini avrà una durissima sortita televisiva contro il malgoverno democristiano e i drammatici ritardi nell'organizzare i soccorsi.
Il giorno seguente il Pci annuncerà la definitiva chiusura della fase del "compromesso storico" con la Dc ritenendo indispensabile una "alternativa di sinistra". Nei fatti il processo  di corrompimento politico del partito andrà avanti e la gestione consociativa con la democrazia cristiana continuerà anche nelle successive vicende "dell'affare terremoto". La Dc reagisce  al possibile disfacimento del suo controllo con la nomina di Zamberletti quale "commissario straordinario per il terremoto".
Si apre così la pratica dei commissariamenti (formalmente provvisori ma dureranno un decennio) : come negli anni '70 si era risposto alle istanze di libertà e di emancipazione con le leggi dell'emergenza, ora la cultura emergenziale si trasferiva anche al campo amministrativo. Zamberletti costituirà così un potere superiore ad ogni organo democratico e agli stessi prefetti, disponendo senza alcuna trasparenza degli uomini, dei mezzi e delle ingentissime risorse finanziarie che saranno stanziate. Con l'alibi dell'efficienza si colmava il vuoto di potere in chiave autoritaria "commissariando" la già precaria vita democratica della Campania per garantire gli interessi forti dalle possibili insidie dell'iniziativa popolare.

In molti paesi colpiti dell'Irpinia e del Salernitano cominciano intanto ad organizzarsi  i "comitati popolari" che avranno un punto di riferimento in Rocco Falivena, militante di Lotta Continua passato poi al Pci. Inizialmente partiti come esperienza di supporto ai soccorsi, i comitati cominciarono ad assumere l'iniziativa politica rappresentando gli interessi calpestati delle popolazioni locali.  C'era una premessa importante a questo moto di organizzazione popolare ed erano le lotte dei braccianti : nella piana del Sele già da qualche anno decine di migliaia di braccianti si erano mobilitati per l'avviamento pubblico al lavoro, per il funzionamento degli uffici di collocamento contro il caporalato, che invece era diffusissimo e consentiva ai padroncini del ciclo del pomodoro, delle fragole ecc. di risparmiare fino al 70% dei salari minimi previsti per la categoria ! Le lotte erano continuate anche con episodi come l'occupazione di terre ( ad es. nel '79 a Persano le terre furono sottratte alla gestione dei militari dopo un duro scontro).

L'afflusso dei volontari (30.000 da tutta Italia) completò l'opera : erano i giovani politicizzati degli anni '70, in molti casi aderenti a organizzazioni della sinistra extraparlamentare, che entrarono subito in contatto con la popolazione locale contaminandosi reciprocamente. Ben presto Zamberletti mostrerà insofferenza a questa presenza tentando a più riprese di "ripulirla" almeno dei soggetti più radicali.

 A metà dicembre del 1980 si riuniva per la prima volta dopo il terremoto (era passato un mese !) il consiglio regionale e l'irruzione al suo interno dei comitati popolari rappresentò il primo momento di grande visibilità del movimento. I comitati vogliono prendere parola su tutto, dalla gestione dei finanziamenti al riallocamento dei paesi ricostruiti, rappresentando la rabbia di migliaia di persone costrette poi per anni a vivere nei containers.
Una partita decisiva si gioca anche nel Pci sul ruolo dei comitati popolari : la sinistra interna vuole farne un movimento autonomo, garante degli interessi delle popolazioni colpite nei confronti della controparte istituzionale, per impedire che la ricostruzione diventi solo occasione di contrattazione tra burocrazie partitiche e comitati di interesse.

Il punto cruciale dello scontro sarà la legge 219 sulla ricostruzione. Viene concepita senza interloquire con i movimenti, come strumento per l'assalto ai fondi pubblici, attorno al quale si riorganizzerà il rapporto tra ceto politico, lobbies dei costruttori e capitale extralegale (mafia…).Insieme ai provvedimenti successivi (legge 80 per le grandi opere ecc.) la 219 distribuirà una pioggia di miliardi (oggi sarebbero 60.000 considerando l'inflazione !), ma non produrrà sviluppo, divenendo solo occasione di spartizione e di enormi profitti. La 219 ha anch'essa una concezione "emergenziale", giustificata formalmente dalla velocizzazione dei tempi, ma nei fatti questo servirà solo a togliere ogni trasparenza nella gestione delle risorse. Esemplare l'istituto della "concessione" che attribuiva all'azienda deputata alla realizzazione di un'opera funzioni solitamente pubbliche (compreso l'esproprio delle terre) e le consegnava a scatola chiusa il 25% del finanziamento per l'opera. Niente di più semplice che la società "concessionaria" subappaltasse ad una ditta disposta a fare il lavoro col 75% dei soldi grazie all'uso di materiali di scarto , intascandosi il 25%…

La concessione veniva data a consorzi "accreditati", la qual cosa normalmente è avvenuta attraverso un generale meccanismo di corrompimento del corpo politico-istituzionale. Singolare che molti considerino poi la 219 un enorme investimento per l'economia meridionale. In realtà la gran parte delle ditte appaltatrici erano settentrionali ( per i containers ad es. al Sud veniva fatto solo l'assemblaggio).

Soltanto a Napoli le grandi aziende edili del nord dovettero contrattare coi costruttori locali (do you remember Ferlaino?!) ed i "consorzi concessionari" rappresentarono proprio il meccanismo per la composizione percentuale di questi interessi. L'ultimo tentativo del movimento dei comitati popolari di farsi ascoltare ci sarà il 24 aprile 1981 con l'occupazione di un giorno della stazione di Salerno e dell'importante svincolo autostradale di Eboli, ma il 29 aprile la 219 passava alla commissione della camera con l'astensione del Pci che fino alla sera prima aveva promesso fiera opposizione !  Quando pochi giorni dopo, al congresso promosso dalla CGIL sulla ricostruzione, il segretario Lama rifiutò di far parlare Rocco Falivena, il movimento capì quanta poca simpatia evocasse nella sinistra istituzionale…

In realtà il partito comunista doveva tutelare gli interessi dell'amministrazione Valenzi : quadro politico di formazione stalinista Valenzi era diventato sindaco di Napoli ma aveva solo 40 voti su 80 in consiglio e su tutte le scelte importanti era vincolato al voto democristiano, coi quali era portato quindi a "consociarsi"… Mentre la Democrazia Cristiana spadroneggiava in tutta la Campania, facendo estendere  la definizione di aree di crisi (interessate perciò ai finanziamenti) persino ad alcune province del foggiano,  Valenzi strinse un accordo  coi costruttori napoletani ed al pci toccò la gestione del "commissariato" deputato alla ricostruzione per l'aria di Napoli ( Ponticelli e Pianura fra le aree più investite da questo processo).  Il piano di ricostruzione divenne anche il primo passo verso una deportazione di massa dei proletari napoletani verso le periferie, cosa che sta continuando con l'ultimo piano regolatore e i 2.000 sfratti previsti oggi ai danni delle fasce deboli. Del resto in quel commissariato per l'area di Napoli giocarono un ruolo chiave Vezio De Lucia e Giannini, figure centrali nelle scelte urbanistiche della stessa amministrazione Bassolino…
Tra le scelte politiche di quei giorni è da segnalare quella di affidare ai privati la gestione dell'ingente patrimonio pubblico (conseguenza della ricostruzione). Cresce così la "Romeo costruzioni", oggi E.R., agenzia immobiliare e blocco di potere affaristico che gestisce attualmente il patrimonio immobiliare pubblico napoletano e di molte altre città.

Intanto nel 1980 pure a Napoli, dove accanto ai terremotati si pone la questione numericamente soverchiante dei senzatetto, si sviluppa un fortissimo movimento proletario intorno alle vicende del lavoro e della casa  L'epicentro di queste lotte erano le organizzazioni dei disoccupati, nate nel '75 intorno all'esperienza di Vico Cinquesanti e cresciute vertiginosamente grazie alle capacità organizzaive del gruppo dei "Banchi Nuovi" (sede storica del movimento).  Già in quegli anni i Disoccupati Organizzati dimostrano grande capacità di radicamento e di alleanze, come quando il 6 ottobre 1978 prendono parola durante un'assemblea con Pietro Ingrao all' Alfa Sud di Pomigliano : insieme agli studenti, per denunciare le condizioni di lavoro all'Alfa e l'abuso degli straordinari, bloccano le merci in entrata e in uscita piantando le tende davanti a cinque delle portinerie della fabbrica. Respingeranno un primo tentativo di sgombero della polizia grazie all'aiuto degli operai…
Quando il 19 febbraio del '79 i D.O. occuperanno per una settimana la sede della CGIL, malgrado l'avversione dei burocrati sindacali saranno protetti dalla solidarietà dei consigli di fabbrica ! Dopo il 23 novembre 1980 perciò il proletariato precario risponderà con la lotta e con un'imponente ripresa dell'organizzazione. Da questa data a Napoli è un susseguirsi di occupazioni di case (circa 2500 !), alberghi, quartieri Icap, conventi, in un ininterrotto accavallarsi di blocchi stradali, cortei, rivolte, per lottare contro disoccupazione, impoverimento e mancanza degli alloggi alternativi a quelli fatti sgomberare con la forza nel dopo-terremoto.

Pure in questa circostanza l'amministrazione di sinistra, in coerenza con le scelte fatte negli anni '70, avversa i proletari organizzati per i propri diritti e Valenzi definisce i D.O. "untori" della sovversione. Si prepara così il terreno alla repressione che colpirà puntualmente : il 19 febbraio 1981 c'è un corteo unitario promosso da Banchi Nuovi contro Zamberletti, il 24 febbraio in una grande assemblea al cinema Meropolitan i D.O. lanciano la parola d'ordine dell'occupazione delle case private… La sera stessa scattano 5 mandati per "associazione sovversiva" verso i compagni di riferimento del movimento. I D.O. risponderanno il 28 febbraio con un corteo di 10.000 persone (disoccupati e studenti) aperto da uno striscione su cui era scritto : " Organizzati e uniti occupiamo le case, lottiamo per il salario e il lavoro. SIAMO TUTTI SOVVERSIVI ! ". Il 27 aprile viene rapito dalle BR Ciro Cirillo, assessore regionale DC, doroteo, cassiere napoletano di Gava e Piccoli. Le BR chiedono immediatamente la chiusura della rulottopoli sita nella Mostra d'Oltremare e la requisizione delle case sfitte per i senzatetto.  Il 20 maggio in 4.000, fra D.O. e senzatetto, attraversano la città in corteo fin sotto palazzo San Giacomo. Polizia e Carabinieri, di fronte alla mobilitazione di massa, non possono che lasciar loro la strada, nonostante il divieto imposto il 5 marzo (accordo Foschi) e rinsaldato dopo il sequestro Cirillo. Si confermava insomma l'esistenza di una società duale in cui gli interessi proletari tendono a darsi un'organizzazione propria per non essere più calpestati mentre le istituzioni tendono a soffocare questi  propositi per riportar tutto nella letale mediazione mafioso-democristiana.  "Anche di fronte al sisma la città si é divisa in classi" scriveva con rabbia il foglio di Banchi Nuovi sintetizzando la consapevolezza di un movimento, che dai disoccupati organizzati di Napoli ai comitati popolari dell'Irpinia e del Salernitano, seppe rappresentare speranza di riscatto. Quel movimento seppe interpretare pienamente la centralità di quell'evento tragico dentro la storia sociale e politica italiana, prefigurare i processi attraverso cui si ridefiniva la forma stato e i rapporti tra i poteri nella nostra regione a partire dalla gestione delle enormi risorse della 219.  Come ospiti indesiderati il protagonismo, le lotte e l'autonomia dei proletari giocarono le loro carte sul tavolo dei destini sociali di quest'area.

Le ragioni di quelle lotte sono più vive che mai : le conseguenze delle scelte politico-istituzionali del 1980 si sono sviluppate nel ventennio seguente ed oggi il ritardo nello sviluppo dalle regioni settentrionali è pressochè raddoppiato con la disoccupazione giovanile al 52% (…!).

La scuola-azienda sembra costruita appositamente per cancellare qualunque memoria critica e costruire "forza lavoro" su misura per un futuro di precarietà e flessibilità; il ricatto della clandestinità è usato per costringere gli immigrati al lavoro nero, mentre il potere locale é impegnato oggi come ieri a stendere lucrosi patti con i costruttori,  con i capitali legali e con quelli "extralegali"...
Continua la deportazione dei proletari in periferie abbandonate  e le migliaia di sfratti esecutivi ai danni delle fasce deboli sono altri dati della catastrofe sociale in corso. Per questo il 23 novembre saremo in piazza, perché sia occasione della ripresa di un dialogo delle forze della sinistra antagonista, perché attorno ad una piattaforma che parla di salario per i disoccupati, di diritto alla casa e allo studio, di riqualificazione sociale e ambientale dei territori ci si organizzi per una ripresa delle lotte, per costruire una nuova possibilità di riscatto.

 

40 ANNI FA IL TERREMOTO IN IRPINIA. DOMENICA 29 NOVEMBRE SU RADIO ONDA ROSSA IL RACCONTO DELL’ESPERIENZA DEL CENTRO DI SOLIDARIETA’ PROLETARIA

l 23 novembre del 1980 alle ore 19.34 una scossa di terremoto pari a magnitudo 6.9 (decimo grado della scala Mercalli) colpì la Campania e la Basilicata provocando morti, feriti e migliaia di sfollati. Gli aiuti alle popolazioni colpite furono lenti e caotici. Si attivo’ quindi da tutta Italia una straordinaria gara di solidarieta’ dal basso per sopperire all’inadeguatezza degli aiuti da parte dello Stato. In questa situazione emerge l’esperienza del Centro di Solidarieta’ Proletaria di Radio Onda Rossa e l’importanza che la Radio stessa ha avuto nel far partire la macchina di solidarieta’. Esperienza che sara’ raccontata in una trasmissione che andra’ in onda domenica 29 novembre dalle 11 alle 13 su Radio Onda Rossa di Roma con brani audio registrati al tempo e testimonianze dirette. Ne parliamo con Giorgio Ferrari redattore di Radio Onda Rossa e al tempo militante dei  Comitati Autonomi Operai di Roma Ascolta o scarica

 

La testimonianza di Vincenzo Miliucci storico compagno romano dei Comitati Autonomi Operai

Il 23 novembre 1980,40 anni fa, un violento terremoto ( 6,9° Richter) devastò il Sud, ci furono 2735 morti, 9000 feriti, 400.000 sfollati.
In tutta Italia si attivò una straordinaria gara di solidarietà popolare, vista l’inadeguatezza e i ritardi degli aiuti di Stato .
Tra i moltissimi che vi presero parte , Radio Onda Rossa e I Comitati Autonomi Operai di Roma costituirono il Centro di Solidarietà Proletaria fin dalle prime ore della tragedia. Quella domenica 23 novembre, gli affezionati ascoltatori di Radio Onda Rossa telefonarono avvertendo del sisma e dell’urgenza di prestare soccorso. La catena di solidarietà prese avvio seduta stante: la radio mise a disposizione il suo conto bancario per le sottoscrizioni( subito 2 milioni), i Comitati Autonomi Operai svuotarono 4 sedi in via dei Volsci per ricevere gli aiuti e al numero 32 il lunedì fu attivata una linea telefonica a nome del Centro di Solidarietà Proletaria per ogni incombenza e per comunicare con l’epicentro del terremoto.
Ininterrottamente, per 3 giorni in via dei Volsci una miriade di persone portò di tutto: dai generi alimentari a quelli sanitari, vestiario pesante,coperte,sacchi a pelo,scarponi,stivali, tende,brandine,lampade,gruppi elettrogeni,taniche,potabilizzatori,saponi….ben presto le 4 sedi furono colme e si dispose per il 27/11 la partenza per portare soccorso ai terremotati di S.Andrea Di Conza (Avellino).
Intanto Radio Onda Rossa aveva fatto appello alla disponibilità di compagne/i “ almeno per una settimana, in condizioni di autosufficienza e vaccinazione antitifo”, a cui risposero in molti tra architetti, geometri,elettricisti,infermieri,medici,precari 285,fotografi,cucinieri,tuttofare,….
Il 27 novembre giunsero a S.Andrea di Conza 60 compagne/i con al seguito 8 camion e 2 pulmini (in un mese furono inviati aiuti per oltre 200 milioni). Erano i primi soccorsi che arrivavano, fu attrezzata subito la cucina che diede da mangiare a 1200 persone compresi i pochi militari inviati sul posto senza mezzi; un convento abbandonato per il sisma divenne il deposito degli aiuti che in continuità giungevano da Roma.
In breve, il 9 dicembre fu inaugurato il ” baraccone in legno 15mt x 6″ , che ospitava la mensa e il Centro Sociale ; nel convento fu attrezzato un pronto soccorso presidiato da medici e infermieri ; 2 architetti romani contribuirono alla rilevazione degli edifici lesionati; la rete elettrica fu ripristinata dagli operai elettricisti Enel giunti volontari da Roma e Catanzaro. Ben presto i volontari denunciarono ammanchi e ruberie da parte dell’ammistrazione locale, del governo Regionale e Nazionale: ” Terremoto, un affare da 40.00 miliardi”, nel mentre la popolazione soffriva le durezze della distruzione e dell’inverno : per questo furono fatti oggetto dal sindaco DC ,dai CC e dagli inquirenti, di discriminazioni e ostacoli, fino all’atto finale dei ” 57 fogli di via” da parte del Questore di Avellino in data 24 e 25 dicembre !
Un atto politico quanto infame : i volontari, nel caso autonomi divenuti beniamini della popolazione, dovevano essere cacciati perchè in grado smascherare le magagne ; nelle zone terremotate non ci dovevano essere occhi indiscreti che denunciavano ed erano in grado di mobilitare la sofferenza. Sotto Natale la popolazione di S. Andrea di Conza in assemblea dimostrò e sottoscrisse mozioni di solidarietà, ma non ci fu verso, i CC manu militari operarono la fuoriuscita dal territorio di tutti i volontari , che solo successivamente nel giugno 1981 al TAR di Napoli ebbero partita vinta “con la revoca dei fogli di via , in quanto illegali”. La strage dei terremotati del Sud fu il grande business per la DC e la camorra, che con le decine di migliaia di miliardi della ricostruzione aumentarono a dismisura i loro poteri e traffici. Le inchieste , i processi e le condanne postume non scalfirono questo malaffare; che continua a ripetersi con altri attori nei terremoti e nei disastri presenti. La solidarietà dal basso di migliaia di volontari non è mancata nei terremoti del L’aquila,di Amatrice e altrove, ne cesserà di attivarsi ovunque ci sia sofferenza : la nostra umanità è fuori e oltre qualsiasi calcolo, ma dobbiamo pur porci di mettere fine agli sciacalli che mangiano sulle disgrazie, ai partiti e ai governi che glielo permettono.

Vincenzo

 

 


 

 

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di Felice Mometti per Connessioni Precarie

Sarebbe fin troppo facile raccontarla come un bmovie pensato come drammatico ma che man mano che scorrono le immagini diventa inconsapevolmente comico. Non basta l’uso compulsivo di Twitter per sovvertire le istituzioni. E nemmeno una squadra raffazzonata di avvocati, dalla quale i grandi studi legali si sono tenuti a debita distanza, con a capo il protagonista arrapato di uno degli episodi del film Borat. E che dire di una conferenza stampa che avrebbe dovuto rivelare colossali brogli elettorali tenuta nel retrobottega di un negozio di giardinaggio? L’intera vicenda si potrebbe tranquillamente chiuderla qui.

L’iconografia classica dei colpi di stato prevede come minimo l’esercito nelle strade, l’occupazione delle reti di comunicazione, la chiusura delle sedi istituzionali. Certo ci possono essere colpi di stato striscianti con la nomina, in quantità industriale, di giudici “amici” (fino a che punto?) presso le corti statali e federali. Facendo appello alla mobilitazione di massa contro fantomatici pericoli socialisti. Quello che non può esserci è la simulazione virtuale di mezzo colpo di stato o di un quarto di colpo di stato. Ma è questo che voleva (vuole?) Trump con le svariate decine di cause, intentate in più stati, con lo scopo di delegittimare la vittoria di Biden. E con l’appoggio, che in realtà si è tradotto in alcun tweet e un saluto veloce dietro i vetri blindati del Suv presidenziale mentre andava a giocare a golf in Virginia, alla marcia del 14 novembre a Washington dei suoi sostenitori. Le decine di cause e ricorsi sono state tutte perse tranne una per alcuni vizi procedurali.

La Million MAGA March di Washington, che nelle intenzioni doveva costituire l’inizio delle proteste di piazza, ha messo insieme non più di 20 mila partecipanti tra Proud Boys e simili, pensionati della Florida, gruppi familiari dell’Oklahoma, qualche rappresentante di sindacati di polizia e no-mask negazionisti di vario genere. Con queste iniziative legali e di piazza l’obiettivo di Trump era (è?) duplice: alzare la posta per aprire una trattativa con la nuova amministrazione Biden sui procedimenti giudiziari per evasione fiscale, corruzione, bancarotta ai quali andrà probabilmente incontro una volta non più presidente. E, secondo motivo, giocare ancora un ruolo decisivo nel partito Repubblicano anche nella prossima fase che sarà di riorganizzazione politica e di ridefinizione delle gerarchie interne. Ma cosa è intervenuto negli ultimi tre giorni tanto da costringere Trump a concedere l’apertura della transizione al presidente eletto Biden?

Oltre all’aumento delle pressioni provenienti dall’interno del Partito Repubblicano e la certificazione dei risultati elettorali in Michigan che hanno reso di fatto impossibile una vittoria legale, c’è stata la presa di posizione pubblica di 160 tra amministratori delegati e top manager di grandi aziende e società finanziarie, il cambio di rotta della General Motors nella causa contro il governo della California, l’abbandono della nave trumpiana di Stephen Schwarzman, CEO di Blackstone, la testa di ponte di Trump a Wall Street. L’azione di Trump: «mette a rischio la salute pubblica ed economica e la sicurezza dell’America». Questo il passaggio centrale della lettera pubblica dei 160 amministratori delegati e top manager, tra i quali quelli di Goldman Sachs, BlackRock, Mastercard, Visa. La General Motors ha ritirato l’appoggio alla causa che Trump ha avviato contro il governo della California per annullare le regole del risparmio di carburante per frenare il riscaldamento globale. Più che la Costituzione, che in tema di democrazia presenta molte zone a dir poco grigie – sfruttate da Trump – ha potuto il grande capitale.

Portare alle estreme conseguenze la delegittimazione della vittoria di Biden avrebbe messo in discussione l’intero processo elettorale e il sistema rappresentativo in quanto tale. Non è ciò di cui hanno bisogno i gestori delle grandi reti del valore e della produzione in mezzo a una pandemia mondiale. La risposta di Biden, che per ora ha schierato le seconde linee – escluso John Kerry ex Segretario di Stato – delle amministrazioni Clinton e Obama, rappresenta per loro il male minore affinché non si interrompa la riproduzione dei rapporti sociali, politici ed economici.

 

 

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