ssssssfff
Articoli filtrati per data: Tuesday, 24 Novembre 2020

Facendo un rapido bilancio dei dieci anni successivi alla ‘grande recessione’ del 2008, si può facilmente affermare che i pilastri della mediazione sociale del capitalismo ‘occidentale’ e italiano si stavano bruscamente logorando ben prima della pandemia Covid-19.

Se rimaniamo sul territorio italiano, il depauperamento e la sottrazione di risorse destinate ai bisogni essenziali della popolazione (scuola, sanità, diritti sul posto di lavoro) sono andati di pari passo con l’emersione di fenomeni elettorali e sociali ‘nuovi’ e ‘contraddittori’.
Da un lato abbiamo osservato la prepotente ascesa e la verticale contrazione dei 5 Stelle, dall’altro la ristrutturazione ‘vincente’ della destra italiana intorno alle figure di Meloni e Salvini.

Il Covid-19 irrompe in questo scenario sconvolgendo i rapporti sociali, i ‘conti’, e la narrazione ‘includente’ del capitalismo ‘italo-europeo’.

Quali tensioni e tendenze sono e saranno accentuate dalla pandemia globale e quali potrebbero invece perdere forza?

Il Recovery Fund e la sospensione momentanea del rigorismo ordo-liberista tedesco cosa rappresentano per l’UE e come modificano l’organizzazione dell’ostilità ‘economica’ reciproca tra i paesi UE?
In un’ottica di dialettica interna al nostro paese, cosa dobbiamo aspettarci? Simbolicamente quanto potrà pesare la manifesta politicità dell’austerity quando il rigore tornerà a bussare alle nostre porte?

I soggetti sociali più sotto pressione e danneggiati da questa ennesima virata critica sembrano essere disorientati e frastornati, lampi di rabbia si sono accesi ma in un contesto caratterizzato da una generale accettazione del contesto ‘eccezionale’. Come si possono leggere le recenti piazze e più in generale le risposte collettive dal basso che si dovranno esprimere contro l’ennesimo peggioramento delle condizioni materiali e immateriali di vita?

Entrambi i nostri relatori in questi ultimi dieci anni hanno analizzato e preso parola circa le trasformazioni del capitalismo contemporaneo, i suoi conflitti interni, e i suoi riverberi in una conflittualità latente, contraddittoria ma rappresentazione evidente di una mediazione sociale capitalista rotta e incompatibile con gli assetti di potere del ‘gioco democratico-elettorale’.

Ne parliamo con:

Raffaele Sciortino: dottore di ricerca in studi politici e relazioni internazionali e ricercatore indipendente

Andrea Fumagalli: docente di economia politica all'Università di Pavia e membro del Basic Income Network-Italia (Bin)

Martedì 1 dicembre 2020 alle ore 21:00

Sarà possibile partecipare alla conferenza online tramite Zoom, qui il link alla stanza:
https://bit.ly/3klfZWD
Oppure seguirla attraverso le dirette Facebook dalle pagine di Infoaut e Radio Onda d'Urto

Qui l'evento facebook.

Un'informazione di parte, non solo per conoscere il mondo ma per trasformarlo

Per chi si fosse perso il primo webinar sulle elezioni negli USA qui può vedere il video o ascoltare il podcast di Radio Onda d'Urto.

Informazioni aggiuntive

  • notizia Live normale
in varie

Il medico palestinese residente in Scozia, è accusato di “terrorismo”  perché ha partecipato a Belfast a un incontro con il partito Saoradh che i servizi britannici ritengono affiliato alla Nuova Ira. Gli avvocati: è stato raggirato da un infiltrato

 

di Anna Maria Brancato

Palestina e Irlanda hanno spesso incrociato le loro strade e condiviso lotte politiche. La questione palestinese è talmente tanto sentita nell’Isola di Smeraldo che nel 2018 la senatrice Frances Black ha portato avanti una proposta di legge, con l’intento di proibire il commercio con le colonie israeliane, dichiarate illegali anche dal diritto internazionale. I destini dei due popoli sono tornati a incrociarsi nell’agosto di quest’anno con l’arresto di ben dieci persone, di cui nove irlandesi e un palestinese.

Issam Bassalat, medico palestinese residente in Scozia da anni, è stato fermato all’aeroporto di Heathrow e trasportato nella prigione di Maghaberry, in Irlanda del Nord, con l’accusa di terrorismo internazionale per aver partecipato a Belfast a un incontro del partito repubblicano irlandese di ispirazione socialista e antimperialista, Saoradh. A fare da sfondo a questa intricata vicenda è l’Operazione Arbacia, condotta dalla polizia dell’Irlanda del Nord in collaborazione con il servizio di sicurezza britannico MI5. Operazione che mira a colpire esponenti della Nuova IRA, gruppo repubblicano irlandese che non riconosce gli Accordi del Venerdì Santo del ’98 con i quali si mise fine ai troubles tra la Repubblica di Irlanda e l’Irlanda del Nord, e di cui il partito Saoradh è considerato un affiliato.

L’obiettivo dell’Operazione Arbacia per alcuni è già evidente dal nome: infatti l’arbacia, specie di riccio marino, richiama alla mente i raggi spinosi del sole splendente, emblema di Saoradh. Ma il nome dell’Operazione può anche essere letto come rivelatore della presenza di spie che, proprio come gli aculei del riccio, riescono ad arrivare in profondità all’interno del corpo in cui penetrano. Pare, infatti, non essere più un mistero che un agente del MI5, infiltrato per anni all’interno del gruppo repubblicano irlandese, abbia trascinato Bassalat in questa trappola creata ad arte.

In previsione di un viaggio per motivi personali, Bassalat avrebbe ricevuto una chiamata che lo invitava a recarsi a Belfast per ritirare il passaporto della figlia. Fatto non di poco conto dal momento che anche in Scozia, dove Bassalat risiede, sono presenti uffici consolari e ambasciate. Dopo averlo corteggiato per mesi senza risultati, l’agente del MI5 Dennis McFadden avrebbe utilizzato il pretesto del passaporto per convincere Bassalat a tenere anche solo un breve intervento sulla Palestina a Belfast, persuadendolo che sarebbe potuta essere l’occasione giusta per una vacanza con la sua famiglia e garantendo copertura per le spese di viaggio e alloggio.

Bassalat, infatti, come molti palestinesi, è solito prendere parte a eventi pubblici di sensibilizzazione alla causa palestinese e portare la sua solidarietà internazionalista. Come era certo di fare anche questa volta. Ma, una volta arrivato a Belfast, è stato condotto dall’agente sotto copertura lontanto dal centro abitato, in un casolare di campagna dove si sarebbe svolto l’incontro della Nuova IRA. L’incontro è stato poi registrato da cimici e videocamere disseminate all’interno dell’edificio. Registrazioni che sono ora al centro delle indagini ma che, a detta dell’avvocato di Bassalat, se rese pubbliche non farebbero altro che scagionare il suo assistito, il cui discorso è rimasto focalizzato sulla Palestina e su soluzioni democratiche e pacifiche.

A tre mesi dall’arresto avvenuto il 22 agosto, Bassalat si trova ancora nella prigione di Maghaberry dove, con il pretesto della pandemia, è stato tenuto in isolamento e da dove, insieme agli altri prigionieri irlandesi ha fatto partire per protesta uno sciopero della fame, ora terminato. Bassalat, inoltre, soffre di seri problemi di salute che richiederebbero delle cure adeguate, al momento negate in condizioni di detenzione.

Tante sono le associazioni scozzesi e internazionali che si stanno mobilitando per la sua scarcerazione e quella degli altri irlandesi coinvolti, appellandosi sia alle condizioni di salute di Bassalat, sia alla necessità degli imputati di conoscere le reali accuse che gli vengono mosse, visto che a tre mesi dall’arresto ancora non è noto quando si svolgerà il processo. Come se non bastasse, il Consiglio dei medici del Regno Unito ha sospeso momentaneamente Bassalat dal servizio, in attesa che vengano svolti gli accertamenti giudiziari. Gli elementi di questa vicenda non possono non ricordare la detenzione amministrativa che colpisce quotidianamente i palestinesi, in Palestina e nei Territori Occupati. Viene dunque da chiedersi se a una solidarietà internazionalista tra popoli, si contrapponga una solidarietà internazionale tra repressioni. Nena News

 

Informazioni aggiuntive

  • notizia Live normale

Di anni 24, operaio fonditore, nato a Milano il 24 novembre 1919 -. Prima dell’8 settembre 1943 svolge propaganda e diffonde stampa antifascista – dopo tale data è uno degli organizzatori del GAP, 113a Brigata Garibaldi, di Baggio (Milano), del quale diventa comandante -. Il 25 luglio 1944 compie una azione armata in pieno giorno con una quarantina di resistenti occupando Baggio e costringendo alla fuga il presidio fascista. L'8 Agosto 1944 travestiti con le divise della Marina si impossessano, alla caserma di Piazzale Brescia, di un carico di armi e munizioni e riescono a portarlo ai partigiani in Val D'Ossola. Arrestato il 28 agosto 1944 da militi della "Muti", nella casa di un compagno, in seguito a delazione di un collaborazionista infiltratosi nel gruppo partigiano – tradotto nella sede della "Muti" in Via Rovello a Milano, torturato. Fucilato lo stesso 28 agosto 1944, contro il muro di Via Tibaldi 26 a Milano, con Giovanni Aliffi, Bruno Clapiz e Maurizio Del Sale.

Ultima lettera:

Carissimi, mamma, papà, fratello sorella e compagni tutti,

mi trovo senz’altro a breve distanza dall’esecuzione. Mi sento però calmo e muoio sereno e con l’animo tranquillo. Contento di morire per la nostra causa: il comunismo e per la nostra cara e bella Italia.

Il sole risplenderà su noi "domani" perché TUTTI riconosceranno che nulla di male abbiamo fatto noi.

Voi siate forti come lo sono io e non disperate.

Voglio che voi siate fieri ed orgogliosi del vostro Albino che sempre vi ha voluto bene. 

 

Informazioni aggiuntive

  • notizia Live normale

Da minutosettantotto

Tira! Goal!
Più che in un boato, il suono si amplifica in un sospiro quasi infinito. Lasciar andare, ora si può.
La bocca butta fuori tutto quello che ha. Il fumo sale dai bassifondi, una cortina di bianco denso scherma gli sguardi.
Qualche secondo di attesa, si ricomincia.
Un altro tiro e via.

Nel 1987 la “Philip Morris International” poteva vantare già quasi mezzo secolo di storia, risalendo al 1847 l’apertura del primo negozio intestato al tabaccaio londinese Philip Morris, in Bond Street. Negozio poi diventato centro di produzione di sigarette proprie, nonché entrato nel nuovo secolo come una vera azienda capitalista (“Philip Morris & Co. Ltd., Inc.”), con nuovi proprietari e una nuova sede: gli Stati Uniti d’America. Negli anni Cinquanta, quindi, lo sbarco su scala globale, prima in Australia e infine ovunque: Philip Morris era International.

Nel 1987 la Philip Morris era già all’avanguardia, da almeno un ventennio, per la pratica di sponsorizzare eventi culturali o grandi questioni umanitarie: produzioni teatrali, spettacoli di danza, rappresentazioni artistiche, programmi educativi, battaglie ambientaliste, lotta all’Aids e contro la fame nel mondo etc. Un progetto di massa, però mirato, nel nome delle comunità e della diversità: essere molto presenti nelle aree in cui maggiori sono gli interessi economici, lì dove si produce a minor costo e dove le persone consumano di più.

marlboro cup1

Nel 1987 il primo pacchetto di Marlboro esiste da ben sessantatré anni. Il marchio era stato infatti lanciato ufficialmente nel 1924, aveva galleggiato nella mediocrità – o peggio – fino al secondo dopoguerra, ed era quindi esploso diventando, nel 1972, il pacchetto più venduto al mondo. Merito, soprattutto, della narrazione che aveva portato a ideare Marlboro Man: il cowboy, la figura virile che nulla teme. Via l’immagine delle sigarette surclassate negli anni ‘30 perché con filtro e quindi “da donna”! Le Marlboro diventano le sigarette che fanno un po’ meno male – nel frattempo si è scoperto che il fumo, a maggior ragione le sigarette non filtrate, possono causare il cancro al polmone – ma stanno benissimo addosso ai duri, agli uomini tutti d’un pezzo. Perché anche i duri hanno un po’ paura di morire.

Nel marzo 1987, quando allo stadio Orange Bowl prende il via la prima “Marlboro Cup”, l’iconico pacchetto bianco e rosso della Philip Morris – contenente circa 10 mg di catrame e 0.8 mg di nicotina – aveva già fatto il suo ingresso nel mondo dello sport da almeno venticinque anni su diverse monoposto di Formula 1, più di tutte la McLaren. Sul sentiero della fine del vecchio millennio, la Philip Morris si considerava banalmente «la compagnia n.1 nel mondo nella sponsorizzazione di eventi sportivi».

Il calcio, però, è un’altra cosa. Non è solo lo sport più potente e più visto del mondo: è una lingua universale, anche quando è giocato negli stadi largamente vuoti del soccer americano. L’importante è che sia protagonista il target che si vuole raggiungere o proteggere. Marketing di base. Le squadre invitate alla neonata Marlboro Cup, che aggrega club e selezioni nazionali, sono gli Stati Uniti padroni di casa, i brasiliani del San Paolo, Deportivo Cali e Millonarios dalla Colombia. Vincono questi ultimi. Quattro gare in tre giorni. Tutte disputate a Miami, finestra dell’Occidente ricco sul resto del mondo. Luogo che apre le porte all’altra America, quella Latina.

Non è un caso. Agli albori degli anni Novanta, nella composizione demografica della città simbolo della Florida, si contano il 62,5% di ispanici e latino-americani, il 27,4% di afroamericani e “solo” il 12,2% di non ispanici di pelle bianca. I Caraibi sono a un passo, e la lingua più parlata è lo spagnolo. Una lingua che le sigarette conoscono benissimo. Il perché lo spiega bene la voce tabagismo dell’Enciclopedia Medica Italiana (seconda edizione):

«Le stime condotte negli USA indicano una riduzione dei fumatori nel periodo 1965-1987 in ragione di 0,5 punti percentuali per anno. [..] Importanti differenze … nella presenza di fumatori fra le diverse classi sociali: essa è risultata più elevata fra i lavoratori manuali, fra coloro che avevano un più basso titolo di studio e che godevano di più modeste risorse economiche e, inoltre, fra gli individui di colore. [..] Alla riduzione dei consumi di tabacco nei Paesi occidentali … Si è così assistito a un netto aumento … nei Paesi dell’Africa e in quelli dell’America Latina … nel periodo 1970-1980».

Gli anni ‘80 e la totemizzazione del culto dell’individuo avevano spinto a una ridefinizione del concetto di “qualità della vita” per ciò che riguardava la salute. Ovviamente, in esclusiva per una parte del mercato-mondo: è l’uomo occidentale che scopre infatti di poter ricorrere alla sanità non solo per curarsi ma anche per prevenire, perché può permettersi medici, specialisti e terapie. Così, mentre una parte di popolazione adulta sperimenta le prime lotte per la disassuefazione dal tabacco, altre aree del globo diventano bersaglio privilegiato della propaganda e della politica economica delle grandi compagnie statunitensi del fumo, autorizzate da Washington a trasformare questi Paesi in «alleati poveri delle multinazionali».

In quel marzo 1987, al momento del calcio d’inizio della prima edizione della Marlboro Cup, la grande industria del fumo si era già mossa nell’esportazione del brand verso l’altra America grazie alla sfera di cuoio. Nel 1982 la R. J. Reynolds Tobacco aveva infatti preso a utilizzare uno dei propri marchi, le sigarette Winston, per donare campi da gioco, palloni, trofei e divise ai vari tornei amatoriali organizzati nell’area di Los Angeles; sempre nella stessa contea della California erano stati organizzati tour promozionali con squadre dal Messico, dal Guatemala, dall’Honduras, oltre a una decina di sfide di preparazione ai Mondiali del 1986 giocate al Los Angeles Memorial Coliseum; infine, con l’altro marchio di punta del brand, erano nate le “Camel World Class Soccer Series” per usare professionisti e grandi club latino-americani come testimonial in vista dello spettacolo più atteso: la Fifa World Cup 1994.
Il gigante Philip Morris in questo caso aveva seguito la scia, ma il piano era chiaro perché i numeri parlavano chiaro: negli Usa il 5,2% dei fumatori, nonché il 6,6% di quelli che fumavano Marlboro, era composto da ispanici. E le città a maggiore densità ispanica erano Miami, Chicago, Los Angeles e New York: quattro delle cinque sedi poi scelte (l’altra fu San Antonio, in Texas) per ospitare le tredici edizioni di Marlboro Cup disputate in tre anni. La lunga cavalcata di dollari verso Usa ‘94 era iniziata e avrebbe unito le più grandi imprese multinazionali (Coca-Cola, Budweiser, McDonald’s). L’obiettivo, però, non era il calcio: erano i soldi dei latinos.

marlboro

Alle ore 23:30 locali di quel 12 marzo 1987, verso il ventesimo minuto della gara che inaugura la breve storia della Marlboro Cup, il difensore argentino Carlos José Karabin vuole farsi notare e spara dai pressi del cerchio di centrocampo un siluro effettato che si spegne sotto l’incrocio della porta del San Paolo, aprendo così la vittoria dei Millonarios poi campioni del torneo davanti agli States. Nessuno può dire con esattezza cosa stesse facendo in quel momento Eduardo Galeano e se per qualche astruso motivo possa essergli capitato di vedere in diretta il bolide di Karabin; ciò che conosciamo per certo, però, è che appena due anni prima era riuscito a riabbracciare la terra natia, l’Uruguay, dopo che la dittatura militare l’aveva costretto a ripiegare in Argentina e da lì poi in Spagna.

Lui, Galeano, una figura immensa della cultura, uno che le vene aperte dell’America Latina le aveva mostrate al mondo, aveva una sola altra grande passione, oltre a quella per il “suo” popolo: il pallone. «Come tutti gli uruguayani, avrei voluto essere un calciatore». Così, allo stesso modo, probabilmente ogni bambino nato dall’equatore in giù. Ogni sudamericano, ogni sfruttato.

La storia qui finisce com’è cominciata. Un tiro. Urlo strozzato in gola. Goal! Butti fuori quello che hai. Esulti. Poi un altro tiro.
Ecco, questa è la tua storia. La tua condanna. Un destino.

Informazioni aggiuntive

  • notizia Live normale

Una nuova ondata di arresti sì è abbattuta su attivisti politici, difensori dei diritti umani e avvocati in Turchia. Nelle ultime ore sono stati eseguiti centinaia di ordini di cattura nella città a maggioranza curda di Diyarbakir, nel Sud-Est della Turchia. Sono già finite in carcere 72 persine, tra cui 24 esponenti della classe forense.

L’Ordine degli avvocati di Parigi, a cui si sono associati molti legali italiani, ha esortato il governo turco a porre fine alle persecuzioni nei confronti dei loro colleghi che svolgono un ruolo fondamentale nella protezione dei diritti umani e delle libertà alla base di uno stato di diritto. I sospettati già in custodia cautelare sono accusati di essere affiliati all’organizzazione terroristica curda Pkk (Partito dei lavoratori del Kurdistan), di fare proselitismo attraverso il ‘Congresso per la Società Democratica’e di promuovere attività a scopo terroristico.

L’operazione di oggi delle autorità giudiziarie turche e l’ennesima azione repressiva nei confronti della minoranza curda che vive nel Paese.L’ultimo atto di una vera e propria guerra del governo di Ankara iniziata nel 1984 contro il Pkk, un conflitto che ha fatto circa 50 mila vittime. Se è comprensibile che chi utilizza la lotta armata e commette atti violenti possa essere considerato un terrorista, non è accettabile che chiunque provi a difendere il proprio popolo pacificamente venga trattato alla stessa stregua di estremisti sanguinari.

Le continue violazioni dei diritti contro i curdi, come nei confronti di cittadini turchi che non condividono le azioni del governo e del presidente Recep Tayyip Erdogan, si abbattono non solo su oppositori o giornalisti critici ma anche esponenti della società civile. Repressioni che hanno chiarito senza ombra di dubbio che lo stato di diritto in Turchia è definitivamente morto.

Da anni Amnesty International denuncia questa deriva autoritaria che si è ulteriormente inasprita dopo il fallito golpe del luglio 2016.Negli anni non solo sono stati arrestati, torturati, uccisi esponenti del Pkk ma anche tanti difensori dei diritti, tra qui tutto il board di Amnesty Turchia, e avvocati. Personalità di spicco come Tahir Elçi, ucciso il 28 novembre 2015 al termine di una conferenza stampa a Diyarbakır.

Per il suo assassinio sono a processo tre agenti di polizia e un sospetto militante del Partito dei lavoratori del Kurdistan. Tahir Elçi era il presidente dell’associazione degli avvocati della sua città, assisteva decine di vittime di violazioni dei diritti umani e chiedeva la fine della violenza e rispetto e dignità  per la popolazione curda.Nelle settimane precedenti il suo assassinio, Elçi era stato al centro di una campagna denigratoria e aveva ricevuto minacce di morte.Le autorità turche, anziché attivare misure di protezione, avevano aperto un procedimento contro di lui con accuse del tutto inventate.

Le intimidazioni erano iniziate dopo la sua partecipazione a un programma televisivo nel quale aveva dichiarato che il Partito dei lavoratori del Kurdistan non dovesse essere considerato un gruppo terroristico ma un movimento politico armato che godeva del sostegno popolare. Pochi minuti prima che venisse ucciso aveva affermato che a Diyarbakır nessuno voleva armi né scontri, né operazioni di polizia. La conferenza stampa nel corso della quale aveva pronunciato queste parole era stata indetta proprio per chiedere la fine della violenza, dopo che il minareto della città a maggioranza curda era stato danneggiato nei disordini tra forze di sicurezza turche e militanti del Pkk.

Secondo la ricostruzione degli eventi, gli agenti di polizia spararono contro due sospetti militanti del Pkk in fuga centrando Tahir Elçi, che si trovava ai piedi del monumento. La scena del crimine non venne transennata e le indagini sull’uccisione di Elçi vennero avviate solo quattro mesi dopo.
Ricordando le parole di Türkan Elçi, la vedova, di Tahir, a pochi giorni dall’anniversario del suo omicidio anche Articolo 21 e le organizzazioni che sostengono la campagna del Turkey Advocacy Group, sottolineano in una nota che “il giorno in cui un avvocato impegnato nella lotta contro la guerra e la violenza è stato ucciso di fronte a tutti si è aperta una profonda ferita, che tuttora rimane tale, nella società turca”. Tutti noi, come Türkan, sebbene con un ritardo di cinque anni, speriamo ancora nella giustizia. Fino alla fine continueremo a chiedere ‘verità e giustizia’ per Tahir Elçi.

Di Antonella Napoli    Articolo 21

Da Rete KurdistanRete Kurdistan

Informazioni aggiuntive

  • notizia Live normale

Infoaut 2017 - Facciamo Movimento per il Movimento infoaut 

Licenza Creative Commons