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Articoli filtrati per data: Sunday, 22 Novembre 2020

Ieri a Parigi e in altre numerose città francesi si sono svolte importanti manifestazioni contro la legge cosiddetta di “sicurezza globale”. A due anni dalle origini del movimento dei Gilet Gialli, questo sabato da Toulouse a Lille, da Marsiglia a Bordeaux, migliaia di persone sono scese in strada durante violando le imposizioni del lockdown e esprimendo il proprio dissenso nei confronti del governo di Macron.

Per raccontare ciò che è accaduto nella capitale di seguito traduciamo un testo apparso su @acta.zone, media di informazione indipendente francese.

Trocadero: presidio di massa contro la legge di sicurezza globale.

Sulla scia del presidio di martedì scorso ai margini dell’Assemblée Nationale una folla ancora più importante si è riunita questo pomeriggio [ieri, ndr], in piazza Trocadero (sullo spiazzo antistante, quello dei Diritti dell’Uomo, ironia della sorte, essendo stato vietato dalla prefettura). In decine di migliaia di persone si manifesta con determinazione la propria contrarietà alla legge di sicurezza globale. Come martedì scorso si nota la presenza di numerosi Gilet Gialli, militanti ecologisti (tra cui membri di Extinction Rebellion France, con le loro bandiere), liceali, collettivi di quartieri popolari che lottano contro le violenze della polizia (tra gli altri il Collettivo “Urgenza la nostra polizia uccide”), associazioni di avvocati, sindacati di giornalisti.. la presa di parola al megafono rifletteva questa eterogeneità : dalla Ligue des Droits de l’Homme alla CGT, da Edwy Plenel a Fatou Dieng, tutti e tutte hanno messo sotto accusa una legge liberticida e autoritaria che ha come obiettivo quello di silenziare la stampa e criminalizzare le lotte contro le violenze della polizia.

Intorno alle 17 alcune torce sono state lanciate contro la statua del Maresciallo Foch, contribuendo a rendere più dinamica la dimensione abbastanza statica fino a quel momento. Un punto d’attacco si formava poco dopo sull’Avenue d’Eylau, mentre il cielo cominciava a imbrunirsi. I primi scontri si accendono: lancio di oggetti, fuoco ai bidoni della spazzatura, pannelli pubblicitari distrutti..

Molto soprendentemente la polizia non ha lanciato un solo gas lacrimogeno, accontentandosi di osservare senza reagire, poi utilizzando l’idrante posizionato in un angolo sin dall’inizio. Questo non ha scalfito la combattività dei manifestanti che hanno tenuto testa, rispondendo al getto d’acqua con lancio di pavé. Un secondo punto di tensione si formava vicino Avenue Mandel. Verso le 18 i plotoni posizionati all’entrata di ogni via adiacente alla piazza avanzavano simultaneamente, aiutati dalla BAC, per far indietreggiare la folla accanto al Musée de l’Homme, manganellando al loro passaggio molti manifestanti già a terra. In questo momento la dispersione è iniziata progressivamente, le persone cercavano di raggiungere la metro Trocadero che era rimasta accessibile.

Da un punto di vista numerico il presidio di oggi è un chiaro segnale di forza, che riflette l’ostilità generale suscitata dal progetto di legge in via di discussione al parlamento. Dall’altro lato, se gli scontri incontrano sempre consenso diffuso da parte della massa dei manifestanti (dato che molti hanno scelto di rimanere a sostenere gli altri seppur non prendendo parte agli scontri, anche se la tensione saliva notevolmente, applaudendo al lancio di oggetti contro la polizia e alle vetrine spaccate), occorre constatare che il dispositivo poliziesco non è mai stato sfiorato e non ha avuto alcuna difficoltà a disperdere la folla quando ha deciso di farlo.

Continuiamo a mantenere la pressione nel corso dei prossimi giorni, diversificando le iniziative e favorendo l’emersione di una rabbia sempre più diffusa nei confronti dell’autoritarismo di Macron.

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Invitiamo ad ascoltare il podcast per avere un approfondimento nel merito dei contenuti della legge in questione e per avere alcuni spunti di riflessione rispetto al movimento dei Gilet Gialli, da dove è partito e cosa ha lasciato oggi nel terreno francese.

Da Radioblackout.org 

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Decine tra associazioni e organismi nazionali e territoriali hanno sottoscritto una lettera-appello indirizzata ai ministri dei Beni Culturali, dell’Ambiente e dell’Agricoltura per chiedere che “venga messo fine al saccheggio e alla devastazione dei boschi“.

«L’adesione è stata pronta e decisa – spiegano i promotori- e questo significa che abbiamo sollevato un problema vero e molto sentito dalla cittadinanza: una prova in più che quella “interazione tra uomo e sistema naturale” riportata da Convenzioni europee e nazionali altro non può essere che quel rapporto virtuoso che denota equilibrio e rispetto nello sfruttamento delle risorse naturali, equa distribuzione della ricchezza e un utilizzo ragionevole delle risorse ambientali, una visione riassumibile nell’espressione che il paesaggio è la rappresentazione della simbiosi tra l’uomo e il suo territorio». Con noi Mariarita Signorini, già presidente nazionale di Italia Nostra e consigliere dei Gufi. Ascolta o Scarica.

 

Da Radio Onda d'Urto

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Pubblichiamo la nuova lettera di Dana dal carcere Lorusso Cutugno.

Car* tutt*,

sono di nuovo qui a scrivere dopo qualche settimana di silenzio.

Ho preferito che a parlare fossero le lettere delle mie compagne di detenzione, puntuali nel descrivere la sofferenza a cui la popolazione detenuta è sottoposta in tempi di pandemia. Ma non solo, nella lettera pubblicata dal manifesto credo emerga in maniera netta la rivendicazione del diritto “all’affettività”; oltre che ad un trattamento che, lungi da essere “rieducativo”, in molti casi si sostanzia in qualcosa di punitivo e persecutorio. Semplicemente questo. Concorderete con me quanto sia ingiusto.

La chiusura dei colloqui con i propri cari e la parallela riduzione delle attività dentro ha quindi inevitabilmente provocato insofferenza e veicolato, nei più, sentimenti di rivalsa.

Non è un caso quindi che da lunedì stesso alcuni padiglioni del maschile siano in protesta, con le loro battiture ad orari fissi, più volte al giorno, che scandiscono il tempo di vita del carcere.

Non manca il sostegno da fuori, dai parenti che nei primi giorni della settimana si sono fatti sentire trovando i cancelli chiusi, ai presidi organizzati che, improvvisamente, diventano udibili dalle sezioni, infondendo forza e speranza.

Ovviamente, almeno per ora, nessun miglioramento significativo per la popolazione detenuta è stato proposto dai governanti e diverse richieste di uscita sotto i 18 mesi residui causa covid, non sono state ammesse. Sarebbe interessante conoscere i dati nazionali, ma sono sicura che il sovrappopolamento, prima causa di pericolo per noi detenuti, sia la realtà non solo qui, ma in tutte le carceri del Paese. Un provvedimento che ha il sapore di beffa, ancora più amara se si considera che di covid si muore ormai anche in carcere e le cronache lo confermano.

Di me posso dirvi che ho raggiunto i due mesi di detenzione, tempo che sulla carta appare “residuale”, ma che per me è significativo nella misura in cui si concretizza nel tempo rubato alla mia vita, ai miei affetti ed ovviamente alla lotta collettiva.

Sono tranquilla poiché ho strutturato ormai delle abitudini ed ovviamente una complicità, del tutto femminile ed affettiva, con le mie compagne di detenzione. Segno con attenzione tutto quello che accade fuori da qui e per questo voglio stringermi a tutti coloro che a causa del covid stanno soffrendo la malattia e la paura.

In tempi come questi le disuguaglianze sociali emergono in tutta la loro spietatezza, una società come questa non può che riservare a chi già in tempi normali faticava, isolamento e difficoltà di accesso a servizi e beni primari. Il peso dell’emergenza, come durante la prima ondata, è perlopiù scaricato sulle famiglie, in particolar modo sulle donne; tutto ciò dimostra ancora una volta, come se ce ne fosse bisogno, che certi meccanismi di sfruttamento siano cristallizzati in questo sistema.

Abbiamo molto lavoro da fare per ribaltare questa realtà e spero che la pandemia le sue drammatiche conseguenze faranno aprire gli occhi a molti.

Il presunto “patto sociale”, su cui il capitalismo ha costruito la sua fortuna, da tempo ha abdicato alle sue promesse di benessere collettivo. Guerre, crisi ecologica, malattie, povertà assoluta sono le cifre del suo fallimento. Non è un caso che i governanti siano più preoccupati di eventuali “rivolte sociali” piuttosto che mettersi serenamente in discussione cedere il passo. È tempo che sorga una nuova coscienza collettiva, in grado di disegnare un futuro giusto per i nostri figli e per il pianeta che viviamo.

E ora Permettetemi, come nella precedente lettera, una nota di colore…

Ho letto il co-titolare dell’inchiesta che mi ha portata qui in carcere, il PM con l’elmetto Padalino, è di nuovo al centro di gravi ed imbarazzanti (per la Procura) guai giudiziari. (Apro una parentesi, non dico che il che il “merito” della mia carcerazione sia solo della Procura, anzi: il Tribunale di Torino e la Questura si sono molto impegnati in questa persecuzione politica).

Tornando Padalino e ai PM con l’elmetto, come movimento No Tav, per anni abbiamo denunciato una persecuzione spropositata, del tutto politica, per tentare prima di dividerci e poi di intimidirci.

Abbiamo parlato del sistema TAV e dei suoi ruoli all’interno dei principali poteri dello Stato, di giustizia a doppia velocità, di nostre denunce archiviate e delle loro pene spropositate. Ora che due tra i nostri principali detrattori sono stati “smascherati” (ce n’è un altro che compare e “non compare” nelle varie inchieste, ma per ora se la cava), credo che la verità di ciò che abbiamo sempre affermato sia finalmente e chiaramente sotto gli occhi di dei più.

Qualcuno potrebbe dire che poco cambia, io invece credo che, tassello dopo tassello, la credibilità di un sistema convergente in pochi valori, che guardano all’interesse dei soliti e comportano la devastazione e il saccheggio dei territori in cui viviamo, sia irrimediabilmente pari allo zero.

La superiorità etica, morale e politica del nostro sguardo e del nostro agire è netta ed indiscutibile. Noi che desideriamo una società più giusta e che tentiamo di proteggere i territori in cui viviamo e il pianeta, ci troviamo perseguiti da questi personaggi, ma alla lunga, sono sicura, a vincere saremo noi.

È questa consapevolezza che ogni mattina mi dà la forza di sorridere, il sapere che insieme, e in un futuro spero non troppo lontano, marceremo sulla testa dei Re!

Prima di concludere vorrei ringraziare tutte le compagne e i compagni, gli amici e tutti coloro che stanno seguendo ed amplificando la campagna per la mia liberazione, dalle lettere, alle iniziative, alla raccolta “fondi”, in tanti mi date quel sostegno che, vi assicuro, fa la differenza.

Il mio tempo in carcere è appena iniziato, ma con la solidarietà che ricevo potrò continuare a tenere alto lo sguardo e non farmi fare del male.

Siate saldi,

Avanti No Tav!

Ps.: Qui di seguito copio un messaggio scritto da alcune mie compagne di detenzione:

Per quanto riguarda Padalino e gli altri detrattori che “perdono la faccia”, anche noi detenute comuni teniamo a dire la nostra: il giustizialismo e il rigorismo si applicano solo verso i “poveri cristi”. Essere in galera e leggere di scandali riguardanti chi ha perseguito, fa solo montare di più la rabbia e l’insofferenza. Grazie del sostegno!

#cercavi giustizia, trovasti la “legge”!

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In Guatemala ieri la tensione che covava da diversi giorni è arrivata all'apice.

E' da giovedì 19 novembre che in migliaia scendono in piazza contro la scelta del governo di tagliare le voci di bilancio che riguardano l'istruzione, la lotta per i diritti umani, la lotta contro la malnutrizione, la cura dei malati Covid a fronte di un aumento di risorse per i ministeri come quelli delle Infrastrutture e degli Alloggi.

I due ministeri in questione sono quelli dove tradizionalmente nel paese avvengono le spartizioni di denaro e gli episodi di corruzione politica più clamorosa (come si direbbe qui da noi sono "i bancomat dei partiti"). Il bilancio infatti non vede unicamente un taglio delle spese sociali, ma anche un probabile aumento del debito per le risorse impegnate in altre voci.

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La protesta, convocata dalle 14, ha visto già dalla mattina centinaia di persone scendere in piazza chiedendo che i tagli al bilancio vengano ritirati, che ci sia maggiore trasparenza nella spesa pubblica e la fine della corruzione tra i congressisti.

I manifestanti sono quindi riusciti a sfondare il portone della sede del Congresso e ad incendiarlo. Una parte significativa della struttura è stata consumata dalle fiamme.

Il Capo di Stato del Guatemala Alejandro Giammattei ha duramente condannato le proteste minacciando un duro intervento della legge, ma allo stesso tempo ha promesso di rivedere i tagli di bilancio.

Le tensioni sociali sono esplose in un momento in cui l'intero centro America è alle prese con la pandemia ed è sconvolto dai danni della tempesta Eta che in Guatemala due settimane fa ha provocato 200 tra morti e feriti. Forte è stata la solidarietà con il popolo guatemalteco in lotta in tutta l'America Latina in cui ci sono stati diversi presidi a favore delle proteste davanti alle ambasciate.

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Quello di oggi è stato un pomeriggio ricco di sorrisi. Tanta la voglia di tornare a rivedersi, la necessità di rincontrarsi e tornare a confrontarci sulle problematiche del nostro territorio e su quelle che stanno colpendo l’intero Paese. Dall’emergenza sanitaria al diritto alla salute, dalle conseguenze causate da opere come il Tav alla distruzione di interi territori e al consumo di Co2, a cui si collega l’attuale emergenza climatica, tutti fattori che incidono sul futuro del nostro pianeta. E quindi su quello di tutte e tutti.

Questi sono solo alcuni dei contenuti che sono stati toccati oggi durante l’iniziativa Giù le mani dalla nostra salute, giù le mani dalla nostra terra, che si è tenuta al Presidio di San Didero. L’appuntamento organizzato durante la giornata nazionale di manifestazioni La Società della Cura, per noi No Tav è stata vissuta condividendo contributi che, con lucidità, hanno saputo analizzare il duro momento in cui tutte e tutti ci troviamo.

La necessità di tornare al più presto ad una vita di vivibile e ricca di socialità, appare oggi come un obiettivo complesso da raggiungere vista l’incapacità e la negligenza del Governo e di alcune regioni, come il Piemonte, che continuano ad operare in modo inadeguato alle necessità del settore medico sanitario e di tutte le persone che vivono il territorio. C’è una sensazione diffusa di abbandono, all’interno della quale le fasce più deboli della popolazione diventano ancor più lontane agli occhi di chi ci governa e alla possibilità di avere accesso ai servizi primari.

In Valsusa, a Chiomonte, dal Presidio Permanente dei Mulini lo vediamo giorno dopo giorno dove sono depositati centinaia di migliaia di euro, in quel cantiere che va fermato, in quell’opera scellerata che è ancora agli albori, ma che ha già sottratto fin troppi soldi, alle vere necessità della popolazione. E se oggi il distanziamento sociale ci viene imposto come una soluzione alla pandemia covid-19, osserviamo delle contraddizioni enormi tra il buon senso che le persone stanno avendo e l’indecenza che alcuni politici stanno mostrando, continuando ad agire di facciata, come fosse una costante campagna elettorale. Mentre le persone muoiono di covid e continuano a contagiarsi, la sospensione di vari reparti degli ospedali ostacolano e aggravano lo stato di salute già precario di quella fetta di popolazione affetta da patologie. Oltre a tutto questo, ci sono milioni di persone che oggi rischiano il lavoro, ricordando anche tutte e tutti quelli che l’hanno già perso.

Insomma, la situazione che stiamo vivendo è molto articolata e complessa e, in mezzo a tutto questo, c’è chi continua a pensare che investire in una grande opera come il Tav sia ancora – anche solo – proponibile.

Bisogna porre fine a queste modalità che in modo sistemico ci negano giorno dopo giorno, la possibilità di vivere in modo sano. Come scrive – giustamente – Dana nella sua lettera “La superiorità etica, morale e politica del nostro sguardo e del nostro agire è netta ed indiscutibile. Noi che desideriamo una società più giusta e che tentiamo di proteggere i territori in cui viviamo e il pianeta”.

Oggi è necessario mettere al centro i reali bisogni di tutte e tutti, cioè salute, casa, lavoro, scuola, il diritto ad una vita dignitosa. Per ottenere questo, ci viene chiesto dunque di tornare a lottare ancora e noi No Tav sappiamo che insieme abbiamo la possibilità davvero di cambiare il corso degli eventi.

L’8 dicembre si avvicina e ci prepariamo a celebrare una giornata molto importante per noi e per la storia di tutte e tutti. In questo anno tanto complicato, questa giornata prende un significato ancora più profondo. “I popoli in rivolta, scrivono la storia”non è solo uno slogan, ma la concreta possibilità di modificare l’esistente che rovina le nostre vite. Oggi come ieri continuiamo a prenderci cura della terra e lottiamo per difenderla dallo sfruttamento che vorrebbero alcuni.

Avanti No Tav! Fino alla vittoria!

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