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Articoli filtrati per data: Monday, 02 Novembre 2020

Riprendiamo dal sito di Fridays for Future la lettera aperta che il movimento ha lanciato in sostegno a Dana e contro la sua ingiusta carcerazione.

Il 17 settembre l’attivista no Tav Dana Lauriola, storica portavoce del movimento, viene tradotta in carcere a seguito di una condanna a 2 anni di reclusione.
Per la magistratura torinese, Dana è colpevole di aver preso parte a una manifestazione nel lontano 2012, in cui lei e altr* 300 attivist* bloccarono per circa 20 minuti il casello autostradale di Avigliana, in Val di Susa. Nello specifico ciò che le viene contestato è l’essere intervenuta ad un megafono durante l’azione, distribuendo volantini e lasciando passare gratuitamente le auto, causando un danno economico, già rimborsato, di 777 euro alla società che detiene la concessione della tratta Torino-Bradonecchia.

La suddetta manifestazione si svolse in modo pacifico e nonviolento: questo è uno dei motivi che ci spinge a prendere parola come Fridays for Future.

Come attivisti e attiviste per il clima, impegant* nella tutela ambientale ci sentiamo particolarmente colpiti da questa vicenda perché un domani potremmo essere noi a subire gli stessi attacchi a causa delle nostre idee, in conflitto con il sistema distruttivo in cui viviamo.

Chi lotta per il futuro non può essere considerato un criminale poiché tutte le nostre azioni sono mosse da un’urgenza a cui non possiamo sottrarci, il diritto a una vita dignitosa.

Ci teniamo a sottolineare che il tribunale ha considerato tra le aggravanti il luogo di residenza di Dana (Bussoleno, Val Susa) e il suo mancato passo indietro rispetto alle proprie idee e all’attivismo. Questo ci sembra particolarmente grave poiché non è il reato ad essere oggetto di processo ma le convinzioni e la difesa del territorio.

Questo episodio si inserisce in un quadro più ampio di repressione, che vede protagonista il Tribunale di Torino, che limita e punisce sistematicamente ogni manifestazione di dissenso politico in città.

“Esprimere il proprio dissenso pacificamente non può essere punito con il carcere. L’arresto di Dana è emblematico del clima di criminalizzazione del diritto alla libertà d’espressione e di manifestazione non violenta, garantiti dalla Costituzione e da diversi meccanismi internazionali“, ha dichiarato in una nota ufficiale Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia.

Con questa lettera ci rivolgiamo apertamente alle testate giornalistiche nazionali: già in passato vi abbiamo interpellati, sottolinenando l’importanza del vostro ruolo nella lotta contro la crisi climatica. Oggi ribadiamo quanto sia fondamentale da parte vostra dire la verità, non soltanto nel raccontare una crisi, ma anche nel riportare correttamente e con la dovuta attenzione l’attivismo dei movimenti dal basso. La notizia dell’arresto di Dana è stata narrata in modo scorretto e insufficiente nel tentativo di farla passare in sordina. Allo stesso modo numerose altre iniziative di attivismo ambientale sono state silenziate, nonostante il loro impatto; proprio questa settimana a Roma più di sessanta attivisti hanno bloccato l’ingresso della sede amministrativa di ENI per ben 53 ore, senza che la notizia venisse riportata da alcuna testata.

Crediamo che il vostro dovere sia quello di narrare fedelmente la verità nell’interesse della popolazione. Vi chiediamo dunque di pubblicare questa lettera: saperi liberi formano persone libere di cambiare il sistema.

Concludiamo rinnovando la nostra solidarietà a Dana, Nicoletta Dosio e tutte e tutti coloro la cui libertà verrà compromessa per via della scelta di prendere una posizione contro la distruzione del nostro Pianeta.
Crediamo sia doveroso da parte nostra, ribadire l’importanza di schierarsi in prima persona nella lotta contro la crisi climatica e la difesa dei territori, è fondamentale parlare di queste vicende ma altresì non farsi intimidire da queste, abbiamo bisogno di tutte e tutti noi per portare un cambiamento reale in questa società !

Fridays For Future Italia

Da notav.info

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Il Medio Oriente è da decenni in subbuglio, è quasi in costante disequilibrio da sempre, rappresentando così una sorta di congelata stasi.

Così quando avvengono improvvise accelerazioni portano con sé conseguenze a catena. Gli accordi perseguiti dall’amministrazione Trump allettando con promesse di scambi di commerci e vendite di armi (la consegna degli F35 agli Emirati è già stata notificata al Congresso), o velate minacce nei confronti di quelle economie più a rischio, o – come nel caso del Sudan – eliminando sanzioni e depennando da liste di proscrizione. Come ricorda Chiara Cruciati in questo intervento, l’Iran lo ha definito “estorsione” da parte degli Usa che si sono anche fatti consegnare dal Sudan 335 milioni per le vittime del terrorismo.

Il caso sudanese è la preda di maggior impatto sull’immaginario globale, perché è stata negli ultimi decenni tra le nazioni più fieramente avverse allo strapotere dello stato d’Israele nella regione; la condizione economica e il processo in corso di superamento dell’era al-Bashir rendevano la succulenta preda particolarmente esposta alle lusinghe israeliane, così è andata a unirsi agli Emirati e al Barhein, in un momento di particolare esposizione economica dovuta anche al prezzo del petrolio ai minimi storici, che avevano semplicemente sancito ufficialmente uno stato di fatto che da lungo tempo li vede partner commerciali dell’“entità sionista”, come in altre epoche sarebbe stato definito lo stato d’Israele, che non si è lasciato sfuggire l’opportunità offerta dalla contingenza attuale, fatta di una presidenza americana particolarmente vicina al governo di Tel Aviv e di debolezza del fronte arabo, mai stato realmente compatto sulla questione palestinese.

Al di là delle foto celebrative di Trump e Nethanyahu con le prede, si tratta del coronamento in parte di un antico progetto sionista, come ha ricordato un vecchio reporter come Eric Salerno, che proprio in Sudan aveva assistito ai tentativi del Mossad di fare acquisti tra gli stati arabi. E anche ora a condurre l’“operazione” è il capo dell’intelligence, Yossi Cohen. E proprio a quell’epoca dei primi anni Settanta (e ancora prima) risalgono i legami con il popolo palestinese, perciò i sudanesi non hanno digerito l’estensione degli Abraham Accords al loro paese e sono scesi furiosamente in piazza, accusando di tradimento il governo di transizione. E anche le avance fatte al Libano (con una forma di sciacallaggio simile all’immediato intervento di Macron sul suolo libanese all’indomani dell’esplosione del 4 agosto) sono state rintuzzate, proclamando che gli incontri per un riconoscimento delle Zee marine sono esclusivamente a livello di accordo commerciale e non costituiscono presa d’atto della esistenza di Israele.

Sicuramente per Bibi come per The Donald è una vittoria a livello internazionale, perché isola ulteriormente la causa palestinese e causa qualche grattacapo all’Iran, ma a livello interno le reazioni sono tiepide in entrambi i paesi, che hanno ben altre problematiche da affrontare.

Chiara Cruciati ha focalizzato per noi gli eventi legati agli Abraham Accords, preconizzando scenari bellici a fronte di quelli di nuova era di pace sbandierata dai vertici militari israeliani:

Da Radio Blackout

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Mentre marchi di moda stanno preparando merchandising con vari slogan e loghi che incitano o a Trump o a Biden, Calvin Klein ha iniziato la sua ultima campagna CK One intitolata “One Future”.

Con l’obiettivo principale della collezione di jeans e intimo sulla cultura giovanile, la casa di moda ha arruolato un gruppo di giovani di età compresa tra 18 e 24 anni provenienti da tutta l’America per mostrare le loro città e condividere i loro pensieri sul futuro e sulle imminenti elezioni presidenziali. Nel testo della campagna CK One risuonano messaggi e slogan come “una nuova generazione punta al cambiamento ed è pronta a rendere questo paese un posto migliore per tutti”. Tra i testimonial anche l’attivista indigena Quannah Chasing Horse Potts, nata Oglala Lakota e membro tribale degli Han Gwich’in di Eagle in Alaska, che in un video prodotto da Calvin Klein che sta spopolando sui social, parla delle sue battaglie per proteggere l’Arctic National Wildlife Refuge dallo sviluppo petrolifero, del suo forte legame con le terre indigene e il modo di vivere della sua gente, ma soprattutto del suo impegno contro il cambiamento climatico e per la giustizia ambientale. Il tutto indossando abiti firmati Calvin Klein.

Non solo, la casa di moda pubblica una serie di editoriali politici in vista delle elezioni presidenziali del 2020 e tra questi vi è quello dell’attivista indigena. Un editoriale molto bello, ricco di aspirazioni, di voglia di giustizia per il suo popolo, per la difesa dell’acqua e dell’ambiente naturale, che però ha un grande difetto: è voluto e sponsorizzato da Calvin Klein. Domande sorgono spontanea: come mai Calvin Klein si mostra impegnata per la giustizia climatica? Siamo solo di fronte ad una operazione di greenwashing , ovvero “dipingere di verde ciò che verde non è”. Calvin Klein ha bisogno, come tanti altri marchi, di strumentalizzare queste narrazioni per rilanciare il suo marketing e per rigenerare la sua immagine pubblica. Tra le righe dell’editoriale si nota infatti che non c’è alcuna dimensione intersezionale delle lotte e nessuna critica al sistema economico che produce ingiustizie e diseguaglianze.

Nel 2011, con il rapporto “Dirty Laudry: Unravelling the corporate connections to industrial water pollution in China” 1 , riassunto nell’estratto “Panni sporchi. Il segreto tossico dietro l’industria tessile” 2 , Greenpeace denuncia il Textile Complex di Youngor e il Well Dying Factory Ltd di Hong Kong, due complessi industriali cinesi del tessile, di scaricare nei corsi d’acqua sostanze velenose, svelando il legame commerciale che li unisce con celebri brand dell’abbigliamento occidentali che vedevano in primis Calvin Klein e a seguire Abercrombie & Fitch, Adidas, Bauer Hockey, Converse, Cortefiel, H&M, Lacoste, Li Ning, Meters/bonwe, Nike, Phillips-Van Heusen Corporation (PVH Corp), Puma e Youngor. Le analisi parlavano di inquinamento da alchilfenoli, composti perfluorurati, benzene e da contaminanti pericolosi per l’ecosistema e per la salute umana fra cui metalli pesanti come cromo, rame e nichel e composti organici volatili quali il dicloroetano, il tricloroetano e il tetracloroetano.

Nel 2012 esce il rapporto di Greenpeace Asia intitolato “Toxic Threads: Putting Pollution on Parade” 34 , in cui Calvin Klein insieme a Levi’s, Gap e molte altre case di moda, risultava essere tra le fabbriche che riversavano i loro reflui nei sistemi di depurazione delle due località di produzione tessile più importanti della Cina, Shaoxing e Linjiang. Così scoppiò lo scandalo dell’inquinamento del Fiume Azzurro e del Fiume delle Perle, da parte dei colossi multinazionali occidentali. La presenza di questi veleni mise in pericolo la salute di tantissime persone, dal momento che i due fiumi forniscono acqua potabile a milioni di cinesi e solo il Fiume Azzurro è la principale risorsa idrica per 20 milioni di cittadini.

Questa pratica, oltre ad abbattere i costi della manodopera, per la sicurezza e per evitare i controlli sulla catena produttiva presenti nei paesi occidentali, aveva anche il fine di delocalizzare la contabilità dei gas serra per cui i paesi occidentali sembravano essere più virtuosi di quello che sono a livello di riduzione delle proprie emissioni climalteranti. Greenpeace fece analizzare prodotti d’abbigliamento realizzati da Adidas, Uniqlo, Calvin Klein, H&M, Abercrombie&Fitch, Lacoste, Converse, Nike e Ralph Lauren e acquistati in 18 Paesi del mondo (tra cui anche l’Italia): ben 52 dei 78 capi analizzati presentavano tracce di nonifenoli etossilati (Npe), composti chimici utilizzati come detergenti nell’industria tessili ma che, una volta rilasciati in ambiente, si trasformano in nonifenolo (Np), un distruttore endocrino che ha proprietà dannose per il sistema ormonale dell’uomo e che, grazie alla sua composizione chimica, facilita il processo di bioaccumulazione negli organismi viventi, mettendo a rischio la loro fertilità, il sistema riproduttivo e la crescita lungo la catena alimentare.

Passano gli anni e si scopre che le industrie siderurgiche, responsabili del 5% delle emissioni mondiali, inquinano meno dell’industria tessile e dell’abbigliamento, responsabile del 7%, ovvero quanto tutto il traffico marittimo e aereo internazionale messo assieme. Ancora oggi una sola maglietta di cotono richiede 2.700 litri d’acqua, e il cotone stesso occupa il 3% della terra arabile, assorbendo un quarto degli insetticidi usati nel mondo e l’11% dei pesticidi. Il 20% dell’inquinamento industriale dell’acqua è responsabilità dell’industria dell’abbigliamento con più di 5.000 miliardi di litri d’acqua usati per scolorire i jeans. Per questo motivo nel 2019 le case che valgono il 12,5% del mercato mondiale dell’abbigliamento, come Calvin Klein, Adidas, Decathlon, Gap, H&M, Hugo Boss, Zara e Tommy Hilfiger, Lacoste, Ovs, Urban Outfitters e Prada, hanno deciso di “impegnarsi per la sostenibilità” con la Global Fashion Agenda, un impegno per lo più generico, con scadenza nel 2020, che si ferma ad una maggiore attenzione al riciclo dei materiali e all’approvvigionamento attraverso fonti e processi più sostenibili.

Lo stesso anno la Calvin Klein viene travolta nello scandalo che vede coinvolti i lavoratori etiopi del settore dell’abbigliamento. Secondo lo studio condotto dallo Stern Center for Business and Industry della New York University, sono i meno pagati del mondo e lavorano, in condizione da fame, per marchi come Guess, H&M e Calvin Klein, guadagnando 26 dollari al mese. Questo con la complicità del governo etiope che aveva sedotto gli investitori sottolineando la volontà dei dipendenti di lavorare per meno di un terzo degli stipendi dei lavoratori del Bangladesh (95 dollari al mese), con il fine di diventare il principale centro manifatturiero del continente. Un etiope ha bisogno di circa 110 dollari al mese per sopravvivere. Hawassa Industrial Park, uno dei cinque centri industriali inaugurati dal governo dal 2014, che impiega 25.000 lavoratori etiopi. In più le fabbriche sostituiscono, attraverso il turn-over, sostituiscono tutti i loro dipendenti ogni 12 mesi. Il governo spera di far crescere ulteriormente la struttura fino a 60 mila dipendenti portando il fatturato estero di abbigliamento da 145 milioni a circa 30 miliardi di dollari. I bassi salari hanno portato a una scarsa produttività e a ripetuti scioperi e ad un elevato turn-over rendono fragile la crescita del settore.

Di Lorenzo Poli per Pressenza

1# https://www.yumpu.com/en/document/read/17865138/dirty-laundry-report-pdf-greenpeace

2# https://lucatleco.files.wordpress.com/2011/08/panni-sporchi.pdf

3# https://storage.googleapis.com/planet4-international-stateless/2012/12/5bb075c1-toxicthreads02.pdf

4# https://storage.googleapis.com/planet4-international-stateless/2012/12/3b7d367a-technicalreport-07-2012.pdf

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Il Tessuto di Difesa della Vita e dei Diritti Umani informa la comunità e l’opinione pubblica nazionale e internazionale che verso le 9.40 am di oggi hanno attentato con colpi di fucile contro il veicolo in cui si spostava Feliciano Valencia da El Palo verso Tacueyó, nella zona tra Pajarito ed El Tierrero. Il fuoristrada ha tre fori di proiettile ai lati e nella parte posteriore.

Il senatore si dirigeva alla commemorazione del massacro di La Luz, dove furono assassinati la neeh we’sx Cristina Bautista e i kiwe thegnas Asdrúbal Cayapú, James Soto, José Soto ed Heliodoro Finscue nel centro urbano di Tacueyó. In questo momento si trova già in una zona sicura accompagnato dalla guardia indigena.

Rifiutiamo questo tentativo di assassinio perpetrato nella zona d’influenza della Colonna Mobile Dagoberto Ramos. Le autorità [indigene] avevano manifestato preoccupazione per le intimidazioni che nei giorni precedenti erano state fatte contro la comunità che si sarebbe mobilitata in memoria degli assassinii effettuati un anno fa da questo stesso gruppo armato.

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Tessuto di Difesa della Vita e dei Diritti Umani

Çxhab Wala Kiwe – ACIN

Bolettino dei Diritti Umani

Da Comitato Carlos Fonseca

29 ottobre 2020

ACIN

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Pubblichiamo il secondo degli articoli di It's going down tradotti da Liaisons Italia sugli scenari post-elettorali negli USA. Buona lettura!

Qui il link al primo articolo.

Il gruppo autonomo anticapitalista, Unity and Struggle, discute i possibili scenari che potrebbero verificarsi se Trump tentasse di lanciare un colpo di stato e teorizza vari modi in cui le persone potrebbero potenzialmente mobilitarsi di fronte a una tale presa di potere.


A un mese dalle elezioni, è ovvio che Donald Trump potrebbe tentare un colpo di stato. Non ci sarà una marcia dei militari a rovesciare il Congresso. Ma potrebbe usare i tecnicismi della costituzione e una combinazione di canali ufficiali e non ufficiali per assicurarsi il potere. I contorni di questo tipo di "colpo di Stato costituzionale" stanno venendo a fuoco.

Trump ha detto più volte, a voce alta, che non riconoscerà l'elezione. Ha definito il voto per corrispondenza come una frode. Ha ordinato alla polizia federale di far sparire i manifestanti dalle strade. Trump non governa per decreti - si limita a guidare una coalizione di forze all'interno e all'esterno dello Stato. Ma queste forze sono comunque riuscite a gettare le basi per una presa di potere. Hanno riempito i tribunali di giudici incompetenti con credenze bizzarre e distrubanti, hanno purgato il Partito Repubblicano dai dissidenti attraverso pensionamenti o primarie, e si sono ribellati (hanno mostrato i muscoli) lungo le strade.

https://itsgoingdown.org/message-in-a-molotov-election-trump/

Da parte sua, il Partito Repubblicano si è ovviamente trasformato in un caos autoritario, razzista e affamato di potere. Che si sia sviluppato in 40 anni o 4, che rappresenti il fascismo nascente o il tipico autoritarismo, queste sfumature non avranno molta importanza nelle prossime settimane. E’ sufficiente il fatto che Trump sia un cleptocrate ossessionato da se stesso circondato da un gruppo di fanatici sicofanti, evangelici da giorno del giudizio, razzisti regolari e alcuni fascisti. Tutti questi perseguono obiettivi perfettamente sovrapponibili e puniscono i nemici comuni, e hanno poco interesse a controllare i desideri autoritari di Trump. Quindi, che sia per cinico interesse personale o per vera fede, il Partito Repubblicano e le sue reti sono pronti a sostenere un'elezione rubata con una patina di costituzionalità.

Se i democratici hanno un piano per assicurarsi il potere, non l'hanno condiviso con i loro sostenitori. Molto probabilmente vedremo una serie di sfide legali simili a quelle di Trump e impantanate nel suo sistema giudiziario. Dobbiamo solo guardare al cosiddetto Brooks Brothers Riot del 2000 per un esempio della mancanza di spina dorsale che possiamo aspettarci da loro. Biden è probabilmente disposto a combattere solo in tribunale, mentre dice alla sua base di restare a casa e di lasciargli risolvere i dettagli. Se Trump riempie il posto di Ruth Bader Ginsburg, Biden affronterà una battaglia ancora più dura.

Nel frattempo, la coalizione di Trump è in grado di alterare l'equilibrio delle forze a livello locale. Trump non ha il pieno appoggio dei militari, ma potrebbe non averne bisogno. Le rivolte di quest'estate hanno rivelato una base sicura all'interno dello Stato: Il dipartimento di sicurezza e gli agenti semplici in tutto il paese saranno lieti di continuare a indimidire gli elettori o di reprimere le proteste. Gli sforzi per tenere a bada queste forze si sono rivelati inutili, anche nelle città con una leadership democratica. Dovremmo aspettarci un'azione di polizia simile durante le elezioni.

Fuori dallo stato, la base di Trump di paranoici e miliziani di QAnon è pronta a prendere in mano la situazione – radunati all’appello di "stare in disparte e aspettare". Kyle Rittenhouse era un fan di Trump più di ogni altra cosa, che viveva nell'irrealtà creata per lui dall'outfit e dai media repubblicani. In una presa di potere, altri come lui seguiranno l'esempio delle milizie patriottiche. Come ha notato Matthew Lyons, l'alt-right sosteneva Trump come un modo per accelerare lo sviluppo della destra, ma lo vedeva ancora con scetticismo, mentre il movimento Patriot si è allineato a lui in modo più convinto. Le milizie hanno una maggiore capacità di repressione dei vigilanti, e sono state attive per mesi in difesa del loro paese delle loro piccole imprese da un'immaginaria presa di potere degli Antifa.

I capitalisti sono divisi. I miliardari ultraliberisti come Peter Theil sono solidali o almeno neutrali nei confronti di Trump. I gruppi di pressione come la Camera di Commercio sono divisi sul supportare i Democratici. In un momento di crisi, i capitalisti potrebbero o virare verso Biden perché vogliono stabilità e sono in grado di digerire la regolamentazione (economica), o verso Trump perché vogliono schiacciare la sinistra e sono in grado di sopportare l’instabilità. Molto dipende dal fatto che Trump si renda o meno l'unica opzione possibile.

E la sinistra? La rivolta di quest'estate ha mostrato un vasto potenziale per l'azione di strada, ma sono poche al confronto le organizzazioni durature nei quartieri e nei luoghi di lavoro - socialista, anarchica, radicale nera, qualunque cosa sia. Trump non può fare il nome nemmeno di un solo gruppo comunista negli Stati Uniti e non ha idea di cosa sia l'"antifa", ma userà questi spauracchi per attaccare tutti noi in un secondo mandato. Un colpo di Stato costituzionale potrebbe essere solo un elemento costitutivo nell'emergere del fascismoemergere del fascismo. Ma è un muscolo che non dovremmo permettere alla destra di usare.

Come fermare un colpo di stato? E come lo facciamo senza legittimare i Democratici, e stabilire invece le condizioni per un movimento più autonomo che vada avanti?

Due scenari

Scenario uno: Biden conduce e vince con un margine sufficiente da rendere insostenibile un colpo di stato costituzionale.

In questa linea temporale, Trump sfida i risultati in tribunale, e la sua base si mobilita per le strade, portando potenzialmente alla violenza. Ma queste azioni rimangono isolate, e i rami giudiziario e legislativo e l'opinione pubblica maggioritaria considerano le elezioni come decise. In questo scenario, il centrismo zombie di Biden non offre ancora alcuna soluzione alla crisi economica, sociale ed ecologica. Le forze dell'estrema destra continuano a crescere in impegno e violenza, e il potenziale di guerra civile o di rivoluzione continua a maturare. Ma abbiamo qualche anno di (una sorta di) condizioni favorevoli per prepararci.

Scenario due: lo scarto è minimo ed è impossibile dichiarare un chiaro vincitore, innescando una prolungata crisi costituzionale e disordini nelle strade.

Questo scenario presuppone un certo successo in vessazioni e ostacoli ai votanti. Immaginiamo che il Partito Repubblicano impieghi dei monitor per intimidire gli elettori nei seggi elettorali, come è ora legalmente libero di fare. Oppure che prenda forma un "miraggio rosso", con i voti iniziali che oscillano verso Trump prima del conteggio delle mail-in. In questo tipo di scenario, la base di Trump dichiara la vittoria, e immagina che Biden stia cercando di rubare le elezioni attraverso falsi invii postali. La campagna di Trump cerca di vincere fermando le schede non contate in tribunale, o reindirizzando i voti dei collegi elettorali come nel 1876, o forzando un voto del Congresso come nel 1825. Le battaglie legali si trascinano per settimane.

https://itsgoingdown.org/the-reaction-this-time-understanding-reaction-in-a-global-historical-perspective/

Se si sviluppa uno scenario come questo, possono emergere cicli di proteste a duello negli stati i cui voti sono contestati, per esempio nelle capitali o nelle contee dove è necessario un riconteggio. Prendiamo come esempio le proteste "reopen" di questa primavera: le milizie hanno preso d'assalto le capitali degli stati, Trump e i suoi amici hanno dato loro pieno sostegno, e le legislature repubblicane sono intervenute dalla loro parte contro i governatori democratici. La rivolta di Floyd ha anche mostrato i metodi mortali che sia le forze federali che quelle di destra sono disposte ad usare per affermare il controllo. È del tutto probabile che queste forze scendano nelle strade durante le elezioni e dopo, facendo pressione sui tribunali per bloccare le votazioni, sulle legislature per riorientare i voti dei collegi elettorali, e reprimendo la sinistra.

Gli scontri più aspri saranno probabilmente negli stati più centrali della battaglia di Trump per rimanere al potere. Ma nelle città di tutta la nazione, dove le fazioni di destra e di sinistra sono ben organizzate, potrebbero scoppiare scazzottate o sparatorie. I democratici progressisti potrebbero sostenere manifestazioni non violente contro le intimidazioni agli elettori. Ma Trump sarà felice di sanzionare, anche invocare, manifestazioni violente. Se le milizie non spaventano la gente per le strade, Trump potrebbe mettere in atto la sua minaccia di reprimere l'"insurrezione" e dispiegare la polizia federale o la Guardia Nazionale. A questo punto i militari potrebbero assecondarlo, cercando di stare fuori dai riflettori.

In questo scenario, le forze in campo influenzeranno il modo in cui le narrazioni arriveranno a dominare il discorso pubblico. Si tratta di una rivolta contro un golpe antifa, o di un golpe di Trump? Qualunque sia la storia che riempie le strade, i centri cittadini, i palazzi del capoluogo, le conferenze stampa e i cicli di notizie, essa determinerà quali tipi di coalizioni d'élite prenderanno forma per cercare di porre fine alla tempesta di merda.

La risposta

Vediamo l'azione di massa come la chiave per controllare le strade e dare forma alla narrazione, nel giorno delle elezioni e in tutto ciò che segue.

In primo luogo, non crediamo che la sinistra armata sia in grado di sconfiggere militarmente le milizie, anche se l'autodifesa armata dovrebbe avere un ruolo importante. Secondo, non crediamo che una battaglia tra specialisti armati sia politicamente auspicabile. In terzo luogo, e più importante, sappiamo che la mobilitazione di massa può indebolire la destra armata in un colpo solo: Da 15 a 26 milioni di persone hanno partecipato alle proteste per Floyd, rispetto ai 35.000-47.000 che hanno partecipato alle proteste anti-lockdown, o la somma dei membri di circa 576 milizie patriottiche. I fascisti armati dominano con le carovane in alcuni punti caldi, mentre le proteste diminuiscono. Non possono eguagliare una recrudescenza di massa.

In un colpo di Stato costituzionale, il ruolo della sinistra sarà quello di alimentare la massa, l'azione diretta militante che travolge l'estrema destra e moltiplica i punti di resistenza nelle istituzioni dello Stato e dell'economia. Quanto più questo accade mentre Biden cerca di mandare a casa la gente, tanto più a lungo continuerà a fronte di una dura repressione di federali e polizia, tanto più si porranno le condizioni per l'autonomia di classe in futuro. Contro gli appelli alla passività e alla nonviolenza, la sinistra dovrebbe celebrare e diffondere la resistenza, collegandola alla lunga storia dei lavoratori e dei movimenti per la libertà in questo Paese.

Se siete d'accordo con la nostra valutazione, ecco alcune proposte su cosa fare:

Da qui al giorno delle elezioni: rafforzare le reti che risponderanno in caso di golpe costituzionale, e costruire la loro capacità di prendere l'iniziativa. Questo non significa solo formare coalizioni tra gruppi già esistenti, ma anche dare un colpo di adrenalina all'organizzazione nei quartieri e nei luoghi di lavoro, dove si impara a lavorare collettivamente e a portare avanti azioni militanti.

Nel tempo che ci rimane, possiamo stabilire contatti diretti, reti di diffusione delle notizie tra i gruppi regionali, e sviluppare piani d'azione per la settimana delle elezioni. Possiamo facilitare la preparazione per le manifestazioni, i medici di strada e altre competenze chiave. Possiamo collegarci con le basi delle ONG e con le basi sindacali che combattono contro le intimidazioni agli elettori, non per unirci ai loro sforzi, ma per trovare altri che, in una crisi, possano agire indipendentemente dal partito democratico. Possiamo condividere materiale informativo con amici e familiari dell'esercito o della Guardia Nazionale. Possiamo raccogliere i nostri meme in anticipo, e far circolare le chiamate per i raduni del "giorno dopo".

https://twitter.com/i/status/1307355994817736705

Il giorno delle elezioni: denunciare le intimidazioni e le vessazioni agli elettori da parte della destra. Se sembra che stia prendendo forma un colpo di Stato costituzionale, le nostre reti possono chiamare il giorno dopo comizi in risposta. L'approccio generale dovrebbe essere quello di stabilire una narrazione della resistenza popolare a un colpo di Stato di Trump, del potere al popolo, ecc. Sapendo che la destra cercherà di spingere i manifestanti a scontrarsi e per poi presentarsi come vittime, dovremmo cercare di evitare gli scontri fisici, a meno che non veniamo attaccati. Il nostro potere e la nostra sicurezza risiederanno nei numeri, e nel definire i termini della crisi politica che ne deriverà.

Nelle settimane che seguono: possiamo utilizzare azioni di estrema destra in qualsiasi parte del Paese come occasione di contro-mobilitazione in qualunque altro luogo, e soprattutto nelle aree a più alto livello di conflitto. Per esempio, nel caso di un innalzamento della violenza fascista come è successo a Charlottesville o Kenosha, dovremmo essere pronti a partecipare a una risposta a livello nazionale. Supponendo che le azioni di massa superino la capacità delle milizie di intimidire la gente, dovremmo aspettarci di mantenere le proteste di fronte a interventi federali come quelli visti a Washington o a Portland. A questo punto il dissenso all'interno della Guardia Nazionale, o le azioni di lavoro politico in settori chiave dell'economia, potrebbero rivelarsi decisive, e preparare una rottura più profonda contro il dominio borghese.

L'autoritarismo di destra è una minaccia pressante. La sinistra è ampia e diffusa. Tuttavia, anche le forze della destra non sono pienamente sviluppate, né sono schiaccianti. Cogliamo l'attimo.

— by Enzo Lorenzo, con il feedback del resto di Unity & Struggle

 

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Il luddismo è stato un movimento di sabotatori che agì principalmente in Gran Bretagna, soprattutto nei primi decenni del XIX secolo, opponendosi in questo modo alla violenza dell'industrializzazione forzata e alle conseguenze che ne derivarono. Il luddismo trae il suo nome da Ned Ludd, operaio, sulla cui effettiva esistenza non si hanno certezze, che sarebbe divenuto il leader dei rivoltosi.

La rivoluzione industriale, che si sviluppò principalmente in Inghilterra determinò un epocale cambiamento socio-economico. In particolare si radicalizzò lo sfruttamento dell'uomo sull'uomo: divisione del lavoro e conseguente alienazione. A questa massiccia introduzione di macchine nelle fabbriche, molti operai reagirono istintivamente contro di esse, distruggendole e compiendo azioni di sabotaggio.

A capo della rivolta contro le macchine e l’industrializzazione si pose un certo Ned Ludd, un operaio tessile presumibilmente di Anstey, vicino a Leicester. Nel 1779, dopo essere stato frustato con l'accusa di pigrizia sul lavoro o dopo essere stato schernito da giovani del posto, distrusse due telai per maglieria in ciò che fu descritto come un «impeto di passione». Tutto ciò fa riferimento ad un articolo del 20 dicembre 1811 pubblicato sul The Nottingham Review, tuttavia non vi è alcuna prova della veridicità della storia.

John Blackner's, nel suo History of Nottingham, fa invece riferimento ad un certo Ludnam che distrusse alcuni telai per protesta e fu poi imitato da altri operai tessili. Secondo altri ancora Ned Ludd era solo un'invenzione di coloro che distruggevano le macchine e dietro il quale si nascondevano per celare la verità, ovvero che si trattava di una rivolta popolare spontanea che giungeva dal basso.

In ogni caso, a prescindere dall'esistenza o meno di Ned Ludd, si formò un gruppo di sabotatori che si faceva chiamare i Riparatori di ingiustizie e che si definivano seguaci di Ned Ludd. Essi venivano chiamati luddisti e furono particolarmente attivi soprattutto tra il 1811 e il 1817. La prima azione di cui si ha notizia certa fu messa in atto il 12 aprile 1811, quando diverse centinaia di uomini, donne e bambini assaltarono una fabbrica di filati del Nottinghamshire di proprietà di William Cartwright, distruggendo i grandi telai a colpi di mazza e appiccando il fuoco alle installazioni. I luddisti si scagliarono violentemente contro la presenza delle macchine nelle fabbriche, considerate una vera e propria minaccia alla loro vita (alienazione, perdita del lavoro, ecc.), anche in numerose altre città della zona e nel tempo tali azioni si ripeterono costantemente, Nel novembre 1811 molte furono le azioni dei Luddisti, il 2 novembre a Sutton e Ashfield furono distrutti numerosi macchinari. Secondo lo storico Edward Palmer Thompson il luddismo fu l'ultimo atto dei lavoratori dopo il fallimento di tutte i mezzi che la legge consentiva (petizioni, appelli alle autorità ecc.).

La maggior parte dei casi di luddismo o comunque di contestazione delle conseguenze sociali ed economiche della rivoluzione industriale si ebbero in Gran Bretagna. L'anno seguente all'attacco contro la manifattura di William Cartwright, si tenne un processo di massa (164 imputati) che si concluse con tredici condanne a morte. Infatti, il governo inglese aveva introdotto la Framebreaking bill: la pena di morte per la distruzione di una macchina. Solamente Lord Byron aveva osato contestare pubblicamente (27 febbraio 1812) nella Camera dei Lords tale criminale legge, ma nessuno l'aveva ascoltato. Poco prima di abbandonare l'Inghilterra, Byron pubblicherà un poema in cui si legge Down with all the kings but King Ludd («Abbasso tutti i re tranne Re Ludd»).

Nel 1813, George Mellor, uno dei pochi capitani luddisti catturati, fu impiccato. Stessa sorte subirono in seguito altre persone e così, a causa della durissima repressione subita, il movimento ebbe un periodo di stasi, salvo riesplodere nel 1816 in concomitanza con la crisi economica. Un episodio si ebbe il 16 agosto 1819 quando a Saint Peter's Fields, vicino a Manchester, l'esercito caricò una pacifica manifestazione di 50000 persone, provocando undici morti e circa cinquecento feriti. Al di fuori del Regno Unito uno delle rivolte più famose si ebbe a Vienna nel 1819 contro il telaio Jacquar (alienante e precursore di nuovi licenziamenti) e in Svizzera con l'incendio di Uster nel 1832.

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