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Articoli filtrati per data: Wednesday, 18 Novembre 2020

In un’epoca di angeli, santi, eroi, raccogliamo, non senza qualche difficoltà, la testimonianza di chi quotidianamente, in qualità di collaboratrice di studio medico, si trova a fronteggiare un’emergenza, sostanzialmente esogena, che assume contorni preoccupanti per via delle carenze e delle lacune della struttura.

Si tratta della prima di una serie di racconti che si consuma intorno al mondo della sanità pubblica e privata calabrese e che proporremo ai lettori di «Malanova». Non è stato facile, dicevamo, ottenerla perché, si sa, la paura di ripercussioni e rimostranze pregiudica spesso la libertà di espressione anche alla luce della recente lettera del commissario dell’Azienda sanitaria provinciale Simonetta Cinzia Bettelini indirizzata ai direttori dei dipartimenti e degli ospedali con tanto di esplicita minaccia di interventi disciplinari contro chi evidenzierà pubblicamente le criticità della propria struttura sanitaria senza il consenso dei vertici dell’ASP. Quello che proponiamo è uno spaccato di come quotidianamente ci si è trovati ad affrontare la pandemia diventando il fronte principale dell’emergenza Covid-19 sul territorio.

Con la chiusura delle attività ambulatoriali in ospedale, il medico di famiglia è diventato l’unico interlocutore per il paziente: infatti, l’afflusso di persone negli studi medici è considerevolmente aumentato. All’inizio della pandemia la situazione per noi operatori è stata psicologicamente molto difficile, visto che ci trovavamo a contatto con tutti i pazienti e senza nessun tipo di dispositivo di protezione. Nessun divisorio in plexiglass, in una struttura in cui gli ingressi non erano contingentati, né ordinati per flussi in entrata e in uscita, nessuna rilevazione della temperatura, con pericolosi affollamenti nelle aree di attesa, senza i necessari distanziamenti o l’adeguata areazione, nulla di nulla: ci è stato addirittura chiesto di dotarci autonomamente di mascherine e disinfettanti, in attesa di forniture adeguate. In effetti, le forniture sono poi arrivate, ma forse non per noi visto che dall’inizio della pandemia a oggi abbiamo ricevuto ciascuno 4 mascherine fp2 e 12 mascherine chirurgiche! Con l’avanzare della pandemia la situazione è leggermente migliorata: sono stati approntati dei divisori in plexiglas e soprattutto si sono limitati gli accessi all’ambulatorio. Dopo un mese di scontro, talvolta aspro, con i datori di lavoro abbiamo ottenuto il telelavoro per tre giorni a settimana, sotto la velata minaccia che, se non avesse funzionato, si sarebbe tornati subito al lavoro tradizionale in sede (concessione concessaci solo per il mese di aprile!). Da aprile in avanti la gestione è cambiata e leggermente migliorata. Ora si cerca sicuramente di contingentare gli ingressi con l’obbligo di prenotare gli appuntamenti; tuttavia, un’emergenza di questa portata non ci consente di seguire queste precauzioni. All’ingresso c’è un operatore che si occupa di rilevare la temperatura e di indirizzare la persona nella struttura. L’operatore, però, non copre tutti i turni degli studi. Che allora la fortuna ci aiuti e speriamo che non ci siano problemi in quegli orari! Oggi siamo più che mai preoccupati: a marzo si era molto impauriti, ma inconsciamente consapevoli che il virus fosse fisicamente lontano da noi. Oggi, che ce l’abbiamo in casa, siamo veramente angosciati dalla superficialità che ancora ci circonda e dalla mancanza di quelle garanzie anche minime, utili a preservare la nostra salute. Non è prevista la presenza continua di un operatore di pulizia che sanifichi a ogni utilizzo, ma solo un turno quotidiano di pulizia e sanificazione che, lo si capisce bene, non può essere sufficiente a garantire la necessaria pulizia e igienizzazione. Si è provveduto però a fornire gli studi che ospitano i medici di sanificatori all’ozono: i nostri spazi ovviamente ne sono provvisti! Ma la più grave delle carenze, a tutt’oggi, rimane forse la mancanza di un sistema di procedure di controllo preventivo sulla salute: nessun tampone neanche rapido, nessun test sierologico, né periodico, né una tantum, è stato riservato agli operatori di accoglienza il cui delicato ruolo continua così a non essere riconosciuto quanto dovrebbe. Mi permetto di inserire una piccola valutazione finale: vorrei tanto venisse considerata l’enorme pressione psicologica a cui questo tipo di lavoro ti sottopone e del quale nessuno sembra mai tener conto. Gli operatori sono il front office a cui tutti si rivolgono, vedono tutti i pazienti, quelli malati e quelli sani, quelli contagiati e quelli no, sono quelli che ogni giorno devono ingoiare tutte le loro lamentele, ricevere i loro rimproveri e anche i loro maltrattamenti. Tutto questo con l’ansia di ammalarsi e di tornare a casa a infettare i propri cari ai quali magari per proteggerli si è impedito di uscire.

Operatore front office medici di base

Ci sembra quindi che, così come in quasi tutti i contesti lavorativi privati dei più disparati settori, anche quello della sanità che eroga servizi pubblici essenziali sconta la stessa perversa logica dimentica della centralità della persona, nonché della sua cura e della sua sicurezza. Essa non valorizza le relazioni tra gli individui, costretti a convivere con malattie croniche anche pregresse in una situazione completamente nuova. Insomma, anche in questo caso, ci sembra che si tratti dei consueti altarini sui quali sacrificare gli agnelli sacrificali a beneficio di coloro le cui rendite di posizione non verranno mai scalfite.

Da Malanova.infoMalanova.info

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Chi occupava la Casa Bianca il 15 aprile 1961, quando gli Stati Uniti tentarono di invadere Cuba?

Chi comandò “la più importante delle operazioni segrete di tutta la storia degli Stati Uniti”, come la definiva Cuba Debate?

Chi incoraggiò la CIA a mettere in moto “una forza mercenaria organizzata, finanziata e armata dal governo degli Stati Uniti, proveniente dal Guatemala e dalla Florida?”

“La verità è che nessun altro presidente ha dato tanta importanza alla CIA come Kennedy, avrebbe constato l’ex direttore della CIA William Colby nelle sue Memorie” (https://bit.ly/2JShRtp).

Fallita l’invasione nei combattimenti nelle sabbie di Playa Girón, grazie all’impegno e al sangue di migliaia di cubani, il clan Kennedy si dedicò a preparare nuove invasioni dell’isola rivoluzionaria, stabilendo a Miami la stazione della CIA più grande e importante del mondo.

Potremmo continuare a parlare di John Kennedy a proposito, per esempio, della “crisi dei missili” sovietici a Cuba, o della scalata nella presenza militare statunitense in Vietnam. Nei quasi tre anni in cui occupò la presidenza, si registrò un aumento esponenziale degli USA nel paese asiatico, passando da varie centinaia a 16 mila uomini, lanciando una guerra che anni dopo avrebbe toccato il suo apogeo. Kennedy fu anche il creatore del Corpo di Pace per accogliere volontari disposti ad “aiutare” i paesi del terzo mondo.

John Kennedy passava per essere un uomo moderno, giovane, un’icona delle aspirazioni della gioventù statunitense dell’epoca, ma anche della minoranza nera. Era democratico e questo partito è sempre stato identificato come progressista, chiaramente al lato dei repubblicani.

Quanto detto precedentemente, per collocare al posto giusto il futuro presidente Joe Biden.

Raccomando la lettura di un rapporto della rivista digitale Rampant, di sinistra socialista, che comincia ricordando che “Joe Biden non è solo un leale soldato del neoliberalismo, è stato l’architetto di gran parte dell’infernale panorama politico di oggi (https://bit.ly/2IjrtwR).

Nel decennio del 1970, Biden “guidò la lotta contro l’eliminazione della segregazione nelle scuole”, essendo “l’unico membro del Comitato Giudiziario del Senato che bloccò due persone nere designate per il Dipartimento di Giustizia”.

Secondo la pubblicazione, “Biden votò contro l’abolizione dell’anacronistico e antidemocratico Collegio Elettorale, una reliquia della schiavitù, che insediò in modo antidemocratico tanto Bush come Trump”.

Nel decennio del 1980, Biden si distinse per le sue campagne contro il diritto all’aborto e fu “uno degli architetti originali della disastrosa guerra contro le Droghe”. Difese i segregazionisti e suprematisti bianchi, appoggiò le riforme impositive reazionarie di Reagan per favorire i ricchi, mentre “sostenne i tagli nella sicurezza sociale”.

Nel decennio del 1990, Biden “si oppose all’uguaglianza dei diritti per la comunità LGBTQ”,  fu un disegnatore del Plan Colombia, appoggiò la deregolazione del sistema finanziario che facilitò la brutale concentrazione di ricchezza e, secondo vari media, molestò delle donne.

Nei 2000 votò a favore dell’USA Patriot Act, appoggiò la guerra in Iraq, appoggiò l’apartheid e la pulizia etnica in Palestina. Si oppone al servizio di salute Medicare per tutti gli statunitensi, alla legalizzazione della marijuana e appoggia le sanzioni al Venezuela.

I dati sono lì, e chiunque è libero di accettarli o rifiutarli, anche se credo che non ammettano discussione.

Pensare che Biden sia migliore del fascista di Trump, è sempre un’opzione che ci aiuta, inoltre, a sentirci meglio. Qualcosa forse necessario in questi momenti di pandemia e militarizzazione crescenti.

Ma è un’opzione totalmente lontana dalla realtà. Di Barack Obama si è detto qualcosa di simile a quello che si diceva di Kennedy, per il semplice fatto che invece di latrare, come Trump, sorride, ed è afrodiscendente. Sotto la presidenza di Obama furono ideati i golpe contro Fernando Lugo in Paraguay e Manuel Zelaya in Honduras, fu fatta esplodere la “primavera araba”, furono effettuati i bombardamenti israeliani sulla fascia di Gaza con più di 400 bambini morti e 2.400 feriti e gli USA appoggiarono attivamente l’abbattimento del presidente Mohamed Morsi, il primo capo di stato egiziano sorto da elezioni. Mancano Libia, Siria e la brutale guerra in Yemen, tra le altre aggressioni.

Mi sorprende quanto sia facile ingannarci di fronte al cumulo di prove. Se giudichiamo Trump come fascista, che diremmo di Biden? E di Obama?

Mentre continuiamo a credere che sia sufficiente cambiare prepotenti, continueremo ad essere prigionieri degli amministratori di un’azienda agricola, questi non cambiano a meno di espellerli, recuperando la tenuta agricola.

di Raúl Zibechi, 9 novembre 2020

Desinformémonos

Da Comitato Carlos Fonseca

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Mobilitazione a Parigi contro un disegno di legge che vieta di diffondere immagini di operazioni di polizia, pena un anno di carcere e una multa da 45.000 euro se le immagini permettano di identificare gli agenti in azione.

Un’iniziativa che il ministro degli interni Gerald Darmanin aveva promesso a poliziotti e gendarmi ma che sindacati, giornalisti e attivisti per i diritti umani hanno bollato come liberticida.

In piazza, circondati da centinaia di celerini e mezzi antisommossa, un migliaio di persone tra cui anche diverse decine di Gilet Jaunes, che proprio oggi festeggiano il secondo anniversario dalla “nascita” del movimento.

Dalla manifestazione Cesare Piccolo,giornalista e nostro corrispondente e collaboratore sulla Francia. Ascolta o scarica

Da Radio Onda d'Urto

 

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Intervista a M. – Non Una di Meno Transterritoriale Marche, da Connessioni precarieConnessioni precarie

Nel settore multiservizi il 70% sono lavoratrici donne, la maggior parte migranti. Da sette anni non hanno un rinnovo contrattuale e per questo motivo venerdì 13 novembre hanno scioperato. Qualche mese fa abbiamo intervistato M.Qualche mese fa abbiamo intervistato M., attivista e lavoratric* della sanificazione, che ci ha raccontato di come la pandemia stava incidendo, nei primi mesi di lockdown, sui lavoratori e soprattutto sulle lavoratrici. A mesi di distanza quelle condizioni si sono trasformate a suon di Dpcm e di misure emergenziali. A partire dalle condizioni di lavoro e dalle differenze materiali che si danno all’interno del settore multiservizi, questa nuova intervista a M. fa emergere prospettive di lotta per il presente pandemico. Mentre il movimento femminista nel mondo e Non Una di Meno in Italia si preparano a un nuovo 25 novembre, la giornata contro la violenza maschile, la sfida è quella di articolare una presa di parola collettiva che riesca a dare voce alle lotte essenziali delle donne operaie e migranti che ostinatamente stanno combattendo per farsi valere contro la violenza dello sfruttamento.

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Venerdì ha scioperato il settore multiservizi a cui non viene rinnovato il contratto nazionale da più di sette anni. Qual è stata la partecipazione e la composizione dello sciopero?

Innanzi tutto, bisogna considerare che la modalità di sciopero è stata diversa rispetto al passato: definendo i «lavoratori essenziali» si comprende che chi svolge attività primarie non si può sottrarre dall’erogare il servizio perché essenziale alla tutela e alla salute. L’ultimo Dpcm intacca di fatto il diritto allo sciopero. Essere essenziali diventa una trappola e non è un caso, la parola è stata suggerita da Confindustria nel primo Dpcm di marzo facendola diventare un cappio al collo. Per questo motivo in molti luoghi di lavoro non si è potuto chiamare uno sciopero di 8 ore lavorative perché la sanificazione non lo rendeva possibile e si è dovuto frammentare lo sciopero. Tuttavia, a parte questo la partecipazione è stata altissima: 80% nelle aziende e 100% nelle RSA pubbliche e private. Lo sciopero è stato chiamato per il rinnovo del contratto nazionale, che fa schifo e sarebbe necessario riscrivere a partire ad esempio dalla cancellazione dell’ente bilaterale.

Le lavoratrici di questo settore sono per il 70% donne, il più delle quali migranti. All’interno della piattaforma sindacale non si fa mai riferimento a queste condizioni. Questa indifferenza verso le condizioni in cui le donne vengono messe al lavoro, che cosa produce all’interno della lotta?

Quando si parla di lotte e di sciopero tutto viene diluito in una terminologia neutra, ma noi sappiamo, come femministe, che niente è neutro e quando lo si mette in una posizione neutra in realtà lo si invisibilizza. Non parlare esplicitamente di alcune condizioni significa non considerare quelle asimmetrie di potere e di dominio legate a razza e genere. Si parla di lotte di classe di lavoratrici della sanificazione o di altri settori, ma ci si scorda che non parlare esplicitamente di donne o di migranti significa non vedere delle differenze che poi esistono anche nelle possibilità di lotta. Io in quanto bianca posso scioperare più facilmente, sono avvantaggiata all’interno del bacino dello sfruttato: se sei migrante o nera la tua posizione è più difficile. Scrivere le rivendicazioni senza prendere in considerazione questo presta il fianco al datore di lavoro. Queste differenze sono il grimaldello su cui si basa la violenza padronale per incidere e impedire le alleanze fra le lavoratrici. Le donne non bianche spesso devono accettare qualsiasi condizioni nel multiservizi e per questo vengono usate all’ennesima potenza. Le lotte non sono tutte uguali e noi non siamo tutti uguali sui posti di lavoro. Esiste una differenza fra lavoratrici donne e lavoratori. Una piattaforma generalizzata nelle rivendicazioni rileva un problema di tutti i sindacati e significa non vedere le direzioni verso cui si muove il sistema padronale. Tralasciare le condizioni è problematico perché è vero: la partecipazione allo sciopero è stata all’80%, ma ad esempio se guardiamo i dati vediamo che le donne migranti e non bianche hanno preferito fare uno sciopero di due ore e non perché meno combattive, ma perché più ricattabili. Le condizioni salariali sono sempre legate alle condizioni materiali di classe e razza…questo è evidente anche nel modo in cui selezionano il personale nel multiservizi: scelgono donne sole, sopra i 40 anni, migranti e di origine straniera. Non si aspettavano che avremmo scioperato, ma si deve sapere che farlo non è possibile per tutte e bisogna riconoscere lo sforzo che si fa nel farlo, lo sciopero femminista degli ultimi cinque anni in questo senso ha insegnato tantissimo e questa visione dovrebbe passare in tutti i sindacati.

In generale, qual è il rapporto delle lavoratrici del tuo settore con il sindacato?

Fino a marzo in tutta Italia le iscritte erano il 20%, da me nessuna; dopo il Dpcm di marzo, «Ricresci Italia!», vi è stato un aumento considerevole… ti continuo a citare i Dpcm perché se si leggessero si potrebbe riscrivere tutta la storia di classe che è avvenuta negli ultimi 7 mesi. In una clausola si dichiarava che le imprese che hanno lavoratori positivi al Covid non hanno alcuna responsabilità giuridica nei loro confronti. A quel punto la presenza dei sindacati è diventata molto importante. Però possiamo vedere come le donne sindacalizzate sono per lo più donne bianche e italiane, eppure nel mio settore la maggior parte sono donne con permesso di soggiorno, ma non sono iscritte a sindacati perché hanno paura di perdere il lavoro. Inoltre, spesso sono le donne migranti a essere chiamate al nostro posto mentre scioperiamo: si trovano a fare da ammortizzatori… Questa è una sfida che deve essere dei sindacati tutti: tutelare le donne migranti. Visto la bassa occupabilità che hanno le donne in generale e in particolare quelle con un permesso di soggiorno che sono costrette ad accettare lavori bestiali, sono quelle a cui i datori di lavoro cambiano i turni più repentinamente. Un altro punto è invece la lotta nei luoghi dove i sindacati ancora non ci sono: noi prima della pandemia non eravamo inscritte, chiedere la copertura quando non ci sono sindacati già dentro la fabbrica è difficile e spesso non ti viene data perché si va a numero di tessere… e invece si dovrebbe pensare a tutelare le persone. Io penso che la lotta del multiservizi sia centrale anche per il movimento femminista.

Questo sciopero avviene durante un secondo lockdown che ha visto anche la chiusura delle scuole. Le lavoratrici come riescono a partecipare alla lotta in queste condizioni?

Proprio per il lockdown penso che una riflessione sul lavoro dovrebbe avere un ruolo centrale in questo momento nel movimento femminista. Noi venerdì abbiamo viaggiato a ritmi di panico: 20 persone in quarantena e 8 casi positivi nei reparti. Tu immaginati una donna con permesso di soggiorno buttata a lavorare in questa situazione, è assurdo: non ha nessuno, è sola. E ancora più assurdo è che a nessuna di noi viene fatto un tampone. Noi siamo l’unico settore a cui non viene fatto, io me lo sono dovuta fare privatamente, spendendo 75€, una donna migrante dove li trova? La questione della salute è strettamente legata al lavoro e noi dobbiamo tenerlo presente. I fili che legano razza genere e classe tornano continuamente. È il genere quello che sta sorreggendo l’intera pandemia, ma è assoggettato a una questione di classe data dalla continua pressione padronale e dalla rimessa a posto nel focolare domestico, ma allo stesso tempo viene richiesta la produzione, dunque, l’assoggettamento della donna nel suo ruolo. Queste connessioni vengono continuamente riproposte dal sistema patriarcale.

Qualche mese fa abbiamo pubblicato una tua intervista in cui denunciavi le condizioni di lavoro del settore in cui sei impiegato, quello della sanificazione e in cui parlavi delle possibilità di lotta di lavoratrici e lavoratori aperte dalla pandemia. Come sono cambiate le condizioni di lavoro nei mesi successivi al lockdown? In che modo ha pesato il fatto di essere donne e migranti sulla riorganizzazione del lavoro?

Sì, quello che dicevamo qualche mese fa di fatto si è verificato. Io guardo il mondo e la società dalla fabbrica, non ho studiato, ma leggendo i testi di alcune compagne femministe l’elaborazione mi è automatica stando sul posto di lavoro. In questo periodo erano visibili possibili connessioni di lotte che possono intrecciarsi e avere un potenziale… Però, vedo anche i limiti di questa condizione, che ancora non esplode. Quello che adesso può fare il femminismo è una lettura complessa della realtà. Gli stabilimenti sono come un manuale di sociologia a cielo aperto ed è interessante guardare anche a come formano le risorse umane perché hanno già la preparazione per affrontare questi conflitti, una preparazione che spesso noi non abbiamo, noi dalla nostra abbiamo l’istinto. Come dicevo anche prima sono diverse le condizioni dello sciopero per una lavoratrice rispetto a un collega. I lavoratori maschi del mio settore hanno la fortuna di poter scioperare otto ore. Beh, la moglie a casa ha già preparato tutto: stirato, cucinato, pulito, curato i figli… la donna, invece, si deve fare quelle quattro ore di sciopero lottando con il doppio del lavoro e la si colpevolizza, anche da parte dei sindacati. Io credo sia importante non colpevolizzare le donne perché mentre scioperano fanno la spesa: va riconosciuto il nodo problematico che le chiude in un ruolo di genere che bisogna continuamente combattere. Non viene mai riconosciuto il doppio ruolo di lavoro delle donne, quello retribuito e quello non retribuito. È logico che le donne non possano stare là davanti in presidio a sventolare le bandierine se devono anche gestire la vita di un’intera famiglia che grava su di loro.

Come funziona la «banca ore» e il sistema di turni che caratterizza questo settore? Come incide sulla vita delle lavoratrici e come vengono utilizzate queste forme di «flessibilizzazione» da parte dei datori di lavoro?

La banca delle ore sarebbe una sorta di part-time misto. Nelle multiservizi il contratto è di 65/70 ore mensili ed è chiuso: vuol dire che ti pagano su quelle ore. Le ore lavorate, però, sono sempre di più e si inseriscono nell’extra-capitolato che consiste nelle ore in più che l’azienda richiede, tra cui anche la sanificazione. Dovrebbero essere pagate di più perché sono straordinari, invece vengono «congelate» e conteggiate secondo le esigenze dell’azienda. Ad esempio, quando dovresti avere ferie usano queste ore che sfrutti come giorni di riposo oppure vengono immesse durante i fermi produttivi. In questo modo sono utilizzate come ammortizzatori e non si pagano in più, ma normalmente. Nella multiservizi questo sistema è pesantissimo: ci sono sempre ore in più da fare, soprattutto in questo periodo, con la sanificazione. Inoltre, queste ore «congelate» vengono utilizzate quando c’è la quarantena, invece del Fondo d’integrazione salariale. Alcune aziende poi, hanno fatto partire la Cassa integrazione solo dopo che si sono esaurite queste ore in più risparmiando quindi sulla mano d’opera.

I sussidi previsti dal governo durante questi mesi, come il bonus babysitter, hanno prodotto un miglioramento effettivo nella vita delle donne e delle migranti lavoratrici?

Il bonus babysitter è di fatto lo Stato padrone che ti fornisce di una tariffa di 8 euro l’ora, ma di fatto le ore lavorate sono sempre molte di più di quelle dichiarate all’INAIL, la burocrazia che si crea è sconvolgente, ma soprattutto, è prevista una copertura INAIL molto simile a quella dei vecchi voucher. Io sono assolutamente contraria a questo bonus perché mette in circolo un sistema di sfruttamento padronale da parte dello Stato. Rimango davvero perplessa dall’enfasi che si è impiegata per promuoverlo: è un aiuto per le donne al prezzo dello sfruttamento di altre donne. Lo Stato che si autoassolve e sfrutta le donne ulteriormente; di fatto è un’ulteriore misura patriarcale. Guarda caso sono quasi sempre donne migranti che vengono utilizzate. Ma davvero dobbiamo trattare le donne migranti come tappabuchi? Una donna non può campare con 500€ al mese: da una parte abbiamo una collega della multiservizi che prendere 650 €, dall’altra un’altra che ne prende 500… quindi le donne non possono aspirare a nulla di più? È questo quello che valiamo? Le donne devono essere le più povere. Ma questo ci dice il bonus babysitter: per lavorare dobbiamo sfruttare un’altra donna. Alcune femministe hanno appoggiato questa misura, rivendicando il bisogno di servizi e di parità di diritti. Ma a che prezzo? Sfruttando altre donne. Io mi rifiuto, la mia indipendenza non verrà scritta sulla pelle degli altri.

Nei decreti e nella normativa prodotta in questi tempi pandemici si parla di «lavori essenziali» facendo riferimento a codici ATECO. Al di là della definizione confindustriale, è evidente che questi lavori essenziali sono il risultato di una specifica svalutazione patriarcale e razzista del lavoro. Come è possibile a partire da queste condizioni dare una spinta all’iniziativa femminista, verso e oltre il 25 novembre e la mobilitazione contro la violenza maschile?

Come dici il codice ATECO è stato scritto da Confindustria e questo lo ha ammesso lo stesso Bonomi quando ha chiamato i sindacati, che in parte sono anche loro responsabili di questa definizione. Ma chi è essenziale? Abbiamo la scuola, sanità, servizi sociali, multiservizi, badanti… tutti posti dove c’è un altissimo tasso di femminilizzazione. Questi sono i settori essenziali ed è chiaro che esiste un sistema patriarcale. La sfida che il femminismo deve accettare verso e oltre il 25 novembre è reagire a questa violenza sistemica che fa continuo riferimento alla leva maternale e all’indole di cura delle donne. Lo hanno detto anche a noi, ci ripetevano che era necessaria «abnegazione». A colpi di Dpcm hanno riscritto il nostro bioritmo. Noi dobbiamo sapere che questa violenza che subiamo sul lavoro in varie forme si unisce e si aggiunge a quella che molte di noi vivono all’interno delle proprie case, non hai idea di quanti casi ci sono tra le mie colleghe! Ed è tutto collegato, dobbiamo saperlo e visibilizzare proprio questa connessione perché è fortissima. Noi non siamo sempre forti, noi siamo sature, punto! Quando una donna lotta è perché davvero non ce la fa più, la misura è colma. Questo 25 novembre sarà complesso, ma penso sia importante partire dai luoghi in cui siamo ed è la sfida che ci pone anche la pandemia, bisogna capire quali sono le lotte praticabili in questo momento. Forse, quello che è mancato un po’ all’interno del movimento femminista è stata la capacità di lettura dei riassetti che i Dpcm e la gestione dell’emergenza stanno dando alla vita delle donne. Questo non possiamo perdercelo e deve essere fondamentale non solo per la contingenza.  Anche all’interno di Non Una di Meno dobbiamo sempre tener presente che si scrive sempre prima in basso e poi si va verso l’alto. Noi non dobbiamo rispondere punto per punto ai Dpcm, ma capire da quelli quali sono le nostre battaglie future. Sappiamo che i licenziamenti di massa si abbatteranno sulle donne, che sono sempre le prime colpite, sono le donne ad avere le pensioni sotto i 700€, sono le donne a subire queste condizioni. Il 25 novembre non è solo violenza di genere, ma violenza in varie forme e il lavoro è centrale in questo. Quelli di Confindustria, quando abbiamo scioperato, ci hanno definite «la servette che ci fanno i conti in tasca». Certo che noi gli facciamo i conti in tasca, ci mancherebbe! Ci vorrebbero silenziose e remissive. Ma noi non stiamo zitte e questa cosa gli è andata di traverso quando siamo state riprese da tutte le testate dei giornali con la nostra lotta. Ed è potentissimo perché lì siamo tutte le donne, tutte. Perché la lotta del settore multiservizi è una lotta di classe, perché siamo le ultime, ma noi i conti in tasca li sappiamo fare e non abbiamo intenzione di fermarci.

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Il 18 novembre 1978 a Jonestown, nella Guyana ex colonia inglese situata nell’America meridionale, morirono 918 persone, compresi 219 bambini, in quello che è ricordato come “il suicidio di massa di Jonestown”. Jonestown non era una città ma era una colonia comunitaria agricola del “Tempio del popolo”, un movimento religioso statunitense fondato dal pastore Jim Jones. Jim Jones era dell’Indiana, lo Stato americano che da sempre sforna predicatori per ogni tipo di setta religiosa. Si laureò in sociologia e giovanissimo si innamora di Stalin e del socialismo. Ma poi cambia idea e da uomo religioso quale è si dedica alla predicazione creando una propria setta che mescola il credo dei Discepoli di Cristo alla dottrina collettivista. Per questo fonda il “Tempio del Popolo” che predica l’uguaglianza da viversi nella vita in comunità.

Rapidamente, anche grazie all’appoggio ricevuto dal Partito Democratico per il quale Jones si batté per far eleggere George Moscone sindaco di San Francisco, la setta religiosa si radicò in molte città americane. Ma lì era difficile trovare gli spazi per praticare la “comunità” che il reverendo Jim Jones voleva, diventò un fervido ammiratore di PolPot. Trovò l’occasione per realizzare il suo progetto di socialismo pentecostal quando ebbe la piena disponibilità di un terreno nella Guyana che precedentemente aveva acquisito in virtù di un progetto agricolo. Si trasferì in quei luoghi della giungla caraibica per fondare la sua città, appunto Jonestown, che secondo le sue intenzioni doveva essere il paradiso in terra dove tutti potevano vivere come fratelli e, in una concezione millenaristica della fine dei tempi. Gli abitanti della città non potevano abbandonarla pena l’essere dichiarati disertori della fede e per questo venne istituita una specie di polizia con il compito di ostacolare le diserzioni. Quando alcuni parenti degli “abitanti” di Jonestown si rivolsero alle autorità chiedendo il loro intervento perché non avevano più notizie dei loro congiunti, il Congresso americano decise di inviare sul luogo una delegazione guidata dal deputato democratico Leo Ryan e composta da alcuni giornalisti oltre che da alcuni parenti degli “internati” di Jonestown. La delegazione non arrivò mai nel “paradiso” del reverendo Jim Jones perché al decollo dall’aeroporto di Port Kaituma fu falcidiata dalle armi della milizia di Jones e cinque membri tra cui il deputato Ryan persero la vita. E’ a questo punto che avviene l’impensabile. Jim Jones avvisato di quanto era successo nel vicino aeroporto, convocò tutti i suoi seguaci e, registrando su nastro il suo intervento, salì sull’altare e ordinò ai fedeli “il supremo sacrificio per la religione e il comunismo” …per “difendersi dall’imminente invasione delle forze del Male”. Centinaia di persone bevvero un cocktail al cianuro, facendo la fila davanti a un enorme bidone pieno di cianuro. Jones aspettò che tutti esalassero il loro ultimo respiro e, unitamente alla moglie, si sparò un colpo di pistola alla tempia: attorno a lui rimasero i cadaveri di 917 persone, il più grande suicidio di massa nella storia.

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