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Articoli filtrati per data: Tuesday, 17 Novembre 2020

Quindici paesi dell’Asia e dell’area dell’Oceano Pacifico hanno firmato il più grande accordo di libero scambio al mondo, finalizzato a superare le barriere commerciali in un’area in cui vive un terzo della popolazione mondiale e che rappresenta, da sola, il 30% del Pil globale.

Dopo otto anni di negoziati, il Regional Comprehensive Economic Partnership (RCEP) è stato siglato ad Hanoi e include le 10 economie dell’Associazione delle Nazioni del Sud-est asiatico (ASEAN) oltre a Cina, Giappone, Corea del Sud, Nuova Zelanda e Australia. L’assenza più vistosa è quella dell’India, che si è ritirata dalle trattative nel 2019.

Cos’è il Regional Comprehensive Economic Partnership? Quale la sua storia e i processi economici che hanno portato a questo nuovo accordo regionale? Quali potrebbero essere le sue conseguenze sul piano regionale e globale?

Ne abbiamo parlato con Dario Di Conzo, dottorando presso la Scuola Normale Superiore di Pisa dove si occupa di political economy della Cina. Ascolta o scarica

Da Radio Onda d'Urto

 

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In seguito ad un’operazione militare lanciata dal Marocco in Sahara Occidentale, il Fronte Polisario ha dichiarato la guerra e la ripresa della lotta per la propria autodeterminazione.

Lo scorso 13 novembre ha avuto inizio una nuova fase del conflitto che oppone il Marocco alla Repubblica Araba Sahrawi Democratica (RASD), 29 anni dopo il cessate il fuoco raggiunto tra le parti in conflitto. Il Fronte Polisario (Frente Popular de Liberación de Saguía el Hamra y Río de Oro) ha infatti dichiarato guerra al Marocco in risposta ad un’incursione dell’esercito marocchino che ha attaccato i manifestanti civili sahrawi a Guerguerat.

L’agenzia di stampa marocchina MAP ha a sua volta confermato che il Marocco ha inviato un’offensiva militare nell’area di Guerguerat per porre fine alla manifestazione dei civili sahrawi che dallo scorso 21 ottobre hanno bloccato pacificamente il valico di frontiera. Il Fronte Polisario accusa invece il Marocco di aver “flagrantemente” violato il cessate il fuoco entrando nel territorio sahrawi e attaccando i civili.

In seguito a questi avvenimenti, la segreteria nazionale del Fronte Polisario ha tenuto una riunione di emergenza, nella quale è stato dichiarato che “l’esercito marocchino ha rotto il cessate il fuoco a Guerguerat” ed ha dichiarato guerra al Marocco: “Il Fronte risponderà in un modo adeguato e conforme a quanto precedentemente promesso“, si legge nel documento ufficiale. I leader sahrawi hanno poi annunciato alla popolazione che “è iniziata la grande battaglia e con essa la Grande Guerra per la liberazione di tutto il popolo“. Il Fronte Polisario ha chiamato “tutto il popolo a prepararsi per rispondere alla brutale aggressione e per la nuova e decisiva tappa nella lotta per la libertà, la dignità e la sovranità“.

Il presidente della Repubblica Sahrawi e segretario generale del Fronte Polisario, Brahim Ghali, ha inviato nella stessa giornata una lettera al segretario generale delle Nazioni Unite, il portoghese António Guterres, e alla presidente del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, Inga Ronda King (rappresentante di Saint Vincent e Grenadine), denunciando l’aggressione marocchina: “È con grande urgenza e preoccupazione che le scrivo per informarla che le forze militari marocchine hanno lanciato un brutale attacco contro civili sahrawi disarmati che hanno manifestato pacificamente a Guerguerat, nel sud-ovest del Sahara occidentale“, si legge nella lettera.

Il segretario generale del Fronte Polisario ha poi denunciato che “l’operazione delle forze marocchine contro i civili saharawi è un atto di aggressione e una flagrante violazione del cessate il fuoco che le Nazioni Unite e il Consiglio di sicurezza devono condannare“. “Di fronte a questo atto di aggressione, le forze militari del Fronte Polisario sono state costrette a confrontarsi con le forze marocchine in legittima difesa e protezione della popolazione civile. Riteniamo (…) lo Stato occupante marocchino responsabile delle conseguenze della sua operazione militare“, ha aggiunto. “Avviando questa operazione militare (…) lo Stato marocchino occupante ha seriamente minato non solo il cessate il fuoco e i relativi accordi militari, ma anche ogni possibilità di raggiungere una soluzione pacifica e duratura“, ha concluso Ghali.

In effetti, secondo l’Accordo Militare Numero 1, firmato dall’ONU separatamente con il Marocco e il Fronte Polisario, nella striscia di Guerguerat, al confine tra i territori controllati dalle due parti, non può esserci la presenza di uomini armati né del Marocco né del Polisario. L’operazione lanciata dalle forze militari marocchine, dunque, rappresenterebbe una flagrante violazione di tale accordo. Il cessate il fuoco, firmato tra marocchini e sahrawi sotto gli auspici delle Nazioni Unite nel 1991, “appartiene al passato“, ha affermato al riguardo Ould Salek, ministro degli affari esteri sahrawi. Il Fronte Polisario ritiene infatti che l’attacco sferrato venerdì dal Marocco rappresenti la rottura di tale accordo.

In risposta, il portavoce del segretario generale delle Nazioni Unite, il francese Stéphane Dujarric, ha espresso la preoccupazione dell’ONU per i recenti eventi nel Sahara occidentale, ed ha trasmesso alle parti coinvolte nel conflitto l’esortazione del segretario generale delle Nazioni Unite a fornire piena libertà di movimento alla missione ONU in quel territorio per adempiere al proprio mandato.

Sulla vicenda è intervenuto anche il governo dell’Algeria, che storicamente sostiene le rivendicazioni del popolo Sahrawi contro il Marocco. Attraverso un comunicato del Ministero degli Affari Esteri, il Paese limitrofo si è fortemente rammaricato per le “gravi violazioni” perpetrate da Rabat. Il governo algerino ha chiesto l’immediata cessazione di queste operazioni militari, “le cui conseguenze probabilmente influenzeranno la stabilità in tutta la regione“. Preoccupazione è stata espressa anche da parte del governo della Mauritania.

Nella giornata di sabato 14 novembre, fonti provenienti dal Fronte Polisario hanno affermato che gli scontri stavano ancora avendo luogo. Le forze armate del Fronte hanno infatti rivelato che gli attacchi contro le postazioni dell’esercito marocchino sono iniziati venerdì sera e sono proseguiti fino alle prime ore di questo sabato. I sahrawi hanno affermato di aver dato vita a varie incursioni nel muro di difesa marocchino e a bombardamenti di artiglieria nella regione occupata di Auserd e Mahbes. Secondo il Ministero della Difesa della RASD, le forze sahrawi hanno effettuato “massicci attacchi” lungo il muro di difesa marocchino nelle aree di Mahbes, Hauza, Auserd e Farsia, provocando “danni umani e materiali al nemico“.

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Giulio Chinappi – World Politics Blog

Da Ancora fischia il ventoAncora fischia il vento

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Riceviamo e pubblichiamo volentieri...

 

A Lima manifestiamo da una settimana. Nella mia vita non mi è mai capitato di assistere a tanta violenza e brutalità da parte della polizia peruviana. Usano sui manifestanti inermi lacrimogeni, petardi e perdigones, pistole a pallottole che dovrebbero essere di gomma, ma caricate con piombo e vetro. Chi esce di casa si scrive sulla pelle il proprio nome, cognome e gruppo sanguigno, per non rimanere non identificato in caso di morte o per ricevere assistenza medica. Io l’ho scritto vicino all’ombelico.

Da lunedì abbiamo protestato pacificamente contro l’insediamento di Manuel Merino come presidente di un governo di transizione. Sapendo che ci sarebbe stato molto dissenso, una delle prime mosse politiche di Merino è stata introdurre una legge per dare alla polizia la facoltà di uccidere praticamente senza ripercussioni. Certo, formalmente ci sono ancora delle restrizioni riguardo all’uso della forza, ma è evidente come a queste persone non ne importi nulla. Anche nei confronti di chi manifesta in modo pacifico.

Martedì vado con delle mie compagne a Plaza San Martín per manifestare, arriviamo alle 16, la polizia restringe le persone in ingresso, riusciamo a entrare in piazza alle 17. La polizia ha blocca le persone nella piazza per molte ore. A un certo punto imbocchiamo Jiron Nicolás de Pierola, marciamo per due o tre isolati, all’arrivo ci aspetta un convoglio armato che lancia lacrimogeni, usa bombe sonore e perdigones. Non le sparano a terra, mirano al petto delle persone. Ci allontaniamo e alle 19 siamo in via Tacna. Vediamo dei protestanti pacifici che cercano di tenere a bada chi vuole usare delle bombolette spray o sembra voler manifestare in modo violento. Sappiamo cosa può succedere nel caso in cui scoppi una rissa o una rivolta, sappiamo che siamo vulnerabili e cerchiamo di proteggerci. Ma non serve a nulla: la polizia ci circonda arrivando da vie diverse, io e altre tre donne scappiamo insieme, nel giro di dieci secondi esplodono intorno a noi almeno quattro lacrimogeni e altrettante bombe sonore, li vediamo mentre prendono la mira per spararci.

Ci premiamo contro la porta principale di una casa, abbiamo visto altri manifestanti essere accolti dalle persone che abitano nella via per ripararsi, ma la polizia vede che ho indosso la bandiera nazionale del Perù e prende di mira me e le mie amiche, ci strattonano e ci spingono di nuovo nella folla. Quando finalmente riusciamo ad allontanarci dal caos, un poliziotto ci schernisce, mentre sta per lanciare un lacrimogeno “Tornatevene a casa, siete solo delle ragazzine”, e ci indica una una strada dove delle persone sono già in fuga, incalzate da altri lacrimogeni della polizia. Veniamo condotte verso Plaza Dos de Mayo, riusciamo a tornare a casa.

Giovedì c’è stato l’attacco di Jiron Abancay. Le persone manifestano, gruppi di musicisti animano la proteste suonando e cantando. Dopo che arriviamo a Jiron Abancay, la polizia inizia a sparare alla folla pacifica, come gli altri giorni. Ma giovedì ho visto con i miei occhi degli infiltrati della polizia che cercavano di causare disordini tra noi manifestanti. Probabilmente sono del Grupo Terna, una squadra speciale della polizia che ormai molte persone ha visto infiltrarsi per causare violenze, anche se il governo si ostina a negarlo. Ho visto coi miei occhi un poliziotto della Terna accoltellare un ragazzo per tentare di causare una rissa. Un altro poliziotto infiltrato correva urlando a delle ragazze minorenni: “C’è una bomba ragazze, seguitemi! Dobbiamo protestare! Dobbiamo ribellarci!”, noi le abbiamo avvisate di non seguirlo perché era evidentemente una trappola, lui si è defilato e, guarda caso, non lo abbiamo più visto. Abbiamo visto un altro poliziotto infiltrato aprire il cranio a un anziano per causare una rissa. Quel giorno ci hanno sparato ancora, mirando al corpo dei manifestanti con i perdigones. Ci hanno sparato anche quando eravamo vicine all’ospedale di emergenza gestito da volontari della Croce Rossa. I giornalisti vengono censurati, non possono pubblicare le notizie riguardo ai morti e ai feriti nelle testate locali e nazionali.

Venerdì non abbiamo partecipato alle proteste, ma sappiamo che la polizia ha trattenuto le persone fuori casa fino a notte fonda, oltre il coprifuoco delle 23, solo per poter arrestare i manifestanti con una scusa valida.

Sabato è stato il giorno peggiore. Scendiamo per Jiron Nicolás de Pierola, veniamo attaccate dalla polizia che si era appostata in cima a un edificio governativo. I manifestanti che sanno disinnescare i lacrimogeni si mettono davanti, ma noi non sappiamo come difenderci e scappiamo verso il Parco Universitario, dove vengono portati i morti e i feriti e dove viene offerto un primo soccorso da parte degli studenti dell’Università. Cerchiamo di dare una mano, ma la polizia ci spara da così vicino che riusciamo a vedere la luce provenire dalle pistole. Ci allontaniamo come possiamo tornando verso Plaza San Martín, dove vediamo altri feriti o morti. Noi riusciamo a scappare prima che la polizia torni violenta e continui la repressione della folla.

Domenica, verso le 2 o 3 del mattino, dopo aver passato la notte fuori, i manifestanti arrivano finalmente di fronte al Congresso, obiettivo della marcia. Gli agenti della polizia stringono loro le mani, rassicurandoli sul fatto che non ci saranno violenze se la situazione rimane pacifica. Alcuni manifestanti addirittura si siedono per terra. Allora la polizia dà fuoco ad alcuni bidoni dell’immondizia per attirare l’attenzione di fotografi e giornalisti, e approfitta di questo momento di distrazione mediatica per attaccare i manifestanti seduti.

So che, non ufficialmente, sabato ci sono stati almeno 120 feriti e 7 morti, e una sessantina di dispersi in tutta la settimana. Lo Stato ha mandato ordini di censura ai giornalisti, molti infatti si stanno dimettendo. I poliziotti del Grupo Terna si infiltrano per incitare alla violenza e mettere negli zaini delle persone pistole, droghe e coltelli per farle arrestare. Ci stanno letteralmente uccidendo, e quasi nessuno ne sta parlando. Anche ora, dopo le dimissioni di Merino, noi continuiamo a protestare contro un governo corrotto, che sta mettendo in ginocchio le prospettive del Paese, che non si è minimamente occupato della gestione dell’emergenza sanitaria causata dalla pandemia, che sta distruggendo le prospettive dei giovani che vogliono continuare a studiare con politiche mafiose e di favoreggiamento dei potenti. Ma noi siamo unite, siamo uniti e continueremo a protestare fino a che le cose non cambieranno.

 

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