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Articoli filtrati per data: Saturday, 14 Novembre 2020

In netto contrasto con il raccoglimento in chiave depressiva determinato dalla pandemia, dalle politiche pubbliche e dall'atmosfera mediatica, il movimento antifascista di Madrid ha mostrato un segnale importante di vitalità in un campo dove c'è poco spazio per i malintesi : le strade. 

L'11 novembre 2007, Josué Estébanez de la Hija, un militare neonazista, ha pugnalato il giovane Carlos Palomino in un vagone della metropolitana alla stazione di Legazpi, causandone la morte. Carlos e altri attivisti intendevano boicottare una manifestazione razzista promossa dal partito di estrema destra della Democracìa Nacional di cui l'assassino era membro, condannato poi a 26 anni di carcere per il reato. Dalla scorsa settimana, gruppi antifascisti hanno organizzato una serie di eventi commemorativi nella città di Madrid, culminati in una grande manifestazione di circa un migliaio di persone - per lo più giovani - che hanno marciato ieri sera lungo il Paseo de Las Delicias, da Atocha a Legazpi.

Disposti in fila, tenendosi a distanza l'uno dall'altro e indossando le mascherine, i manifestanti sono partiti alle 19.30 preceduti da uno striscione che recitava “Carlos vive, la lotta continua, il miglior omaggio è continuare la lotta” e sul fondo, la data del suo assassinio: 11/11/2007. Durante la marcia molti erano gli slogan che venivano cantati : La lotta è l'unica via, Madrid sarà la tomba del fascismo, Fuori i fascisti dei nostri quartieri, Ecco gli antifascisti, Da nord a sud, da est a ovest, la lotta continua ad ogni costo. I più cantati erano quelli che si riferivano al militante antifascista: "Carlos vive, la lotta continua", "Carlos, fratello, noi non dimentichiamo", tra gli altri.

I collettivi antifascisti hanno voluto mostrare la loro determinazione con azioni di diverso tenore, svoltesi nell'arco di diversi giorni. Così, al Centro Sociale Occupato La Traba, giovedì 5, è stato proiettato - tutto esaurito - il film La Mort de Guillem, che evoca il ricordo di Guillem Agulló, un giovane valenciano assassinato nel 1993 da un gruppo di estrema destra. Si è parlato anche di Richard, un attivista di Alcorcón che fu assassinato da un gruppo di neonazisti e che divenne uno dei primi simboli della lotta antifascista a Madrid. Successivamente, nella notte di lunedì 9, alcuni gruppi di giovani particolarmente organizzati hanno svolto una commovente iniziativa in memoria di Carlos nella metropolitana di Legazpi, in cui hanno lasciato un poster commemorativo, circondato da fiori attaccati sulle pareti della stazione. Infine, martedì 10, sempre la sera, dimostrando abilità e destrezza, hanno srotolato uno striscione sulla Gran Vía di Madrid, davanti alla piazza Callao, per rivendicare la memoria del giovane, dove hanno letto “Sempre con te, Carlos”, accompagnato dall'ormai classica immagine del volto del ragazzo con il suo cappellino. Nel comunicato che convocava la manifestazione di ieri sera [11 novembre ndr], i collettivi hanno voluto sottolineare come i due aspetti, di evocazione e al tempo stesso lotta, andassero tenuti insieme per mettere in luce l’immagine dell'attivista assassinato.

Allo stesso tempo, il testo mette in evidenza la sua impronta irriducibilmente anticapitalista e antirazzista: "Può sembrare che molto sia cambiato da allora nella società, perché in tredici anni grandi eventi hanno scosso le nostre vite, ma ci sono cose che rimangono identiche a quegli anni. Mentre i giovani della classe operaia si organizzano per rifiutare ogni accenno di odio tra la gente che vive nei loro quartieri, nelle trincee della borghesia, convivono sottomessi all'élite finanziaria e alla polizia, ai militanti di estrema destra, ai media e alle istituzioni, lo slogan è chiaro: la legge è lì perchè bisogna obbedire e vale tutto contro chiunque la metta in discussione, la critichi o la combatta, per quanto ingiusta possa essere", dichiara.

Il testo denuncia anche "il degrado dei servizi pubblici, la mancanza di opportunità e la crescente miseria che affliggono i nostri quartieri danno terreno fertile alla criminalità e al degrado". E, nell'evocare le circostanze dell'assassinio di Carlos, non risparmia le critiche al Partito socialista che accusano di permissività di fronte al fascismo, riferendosi al delegato del governo dell'epoca, Soledad Mestre, disvelandone la facciata internazionalista e antirazzista.

Il comunicato si è concluso ribadendo l’intenzione di mobilitazione e auto-organizzazione, di matrice antifascista: "Siamo stati, siamo e saremo nelle strade e ovunque sia necessario combattere chi vuole imporre l'impero del terrore e dell'avidità. Oggi, come ieri, non c’è spazio per il fascismo.

La manifestazione si è conclusa senza incidenti alla stazione della metropolitana di Legazpi, dove è stata posta una corona di fiori nel luogo in cui è stato ucciso Carlos Palomino.

Da https://www.elsaltodiario.com/antifascismo/el-movimiento-antifascista-exhibe-su-pulso-en-las-calles-de-madrid-

Alberto Azcárate

Álvaro Minguito

Dani Gago

Laura Carrasco Ortíz

 

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Dopo le violenze a Cancún sentiamo una compagna del Conversatorio Feminista Cancún:

Come rete femminista di Quintana Roo denunciamo e ripudiamo gli atti di violenza sessuale contro le nostre compagne, detenute dalle forze dell’ordine lo scorso lunedì, 9 novembre. Di fronte alle risposte politiche e civili alle nostre lotte, mettiamo in chiaro che non lasceremo che la nostra lotta si istituzionalizzi, e che persone esterne ad essa approfittino di questa circostanza storica. Esigiamo più azioni contundenti e meno farse per proteggere i diritti di tutte le donne.

Da Radio Blackout

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Torniamo a occuparci di Eddi, compagna e già volontaria Ypj in Siria del Nord. Ieri, presso il Tribunale di Torino, si è l’udienza di appello contro la misura repressiva della sorveglianza speciale che la sta colpendo ormai dal marzo scorso in merito alla quale la Corte si è riservata di decidere nei prossimi giorni.

Meno di 24 ore dopo l’udienza, i profili social di Eddi, da dove era stato annunciato un video per spiegare come fosse andata la giornata, sono stati oscurati, per non meglio specificate…violazioni.

Eddi, privata in questi mesi della possibilità di parlare in pubblico, ha potuto continuare a fare informazione sulla Rivoluzione Confederale in Siria del nord-est, a cui ha preso parte tra le fila dell’Unità di difesa delle donne (YPJ) , e far conoscere la sua vicenda soltanto tramite i social network, denunciando l’assurdità della misura a cui è sottoposta, e ribadendo l’importanza di lottare per la libertà da ogni forma di oppressione e per un mondo in cui la libertà delle donne e la difesa e l’autonomia dei territori sono centrali.

Ma, nonostante l’oscuramento, Eddi ha comunque realizzato un video, chiedendo di condividerlo a profili e pagine solidali, come quelli di Radio Onda d’Urto, dove trovate il suo intervento.

In solidarietà ad Eddi, i comitati torinesi in soldiarietà con la rivoluzione confederale del Rojava, gli stesssi che ieri avevano organizzato il presidio all’esterno del tribunale hanno lanciato una iniziativa che presentiamo con Jacopo, compagno torinese Ascolta o scarica

Da Radio Onda d'Urto

 

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in varie

È stata appena notificato l’avviso di chiusura indagini sulla “cricca dei favori” capitanata dal PM anti-notav, Andrea Padalino. Le carte riferiscono di cene gratis in ristornati di lusso e weekend graziosamente offerti al magistrato e consorte nonché operazioni e visite mediche ottenute a titolo di bustarelle.

Il filone principale riguarda gli scambi di cortesie con l’ufficiale della guardia di finanza Fabio Pettinicchio. Tutto comincia quando, con altri 13 colleghi, Pettinicchio è stato condannato a 5 anni per sfruttamento della prostituzione. Gli “angeli in divisa” assicuravano protezione a una serie di locali a luci rosse sul Lago maggiore in cambio di consumazioni gratis e prestazione sessuali. Pettinicchio, dopo il processo in primo grado, ha chiesto aiuto al PM Padalino per preparare la difesa e farla franca. Fondamentale per la cricca il contributo dell’avv. Bertolino (oggi deceduto), altra figura ben conosciuta dai notav perché costantemente nominato per difendere i propri interessi dai poliziotti che si costituiscono parte civile contro i manifestanti valsusini nonché referente del sindacato di polizia salviniano SAP. Il sostegno del PM Padalino all’ufficiale Pettinicchio si sarebbe spinto fino al prestito dell’auto con scorta assegnata al magistrato perché il finanziare potesse tornare con più agio in Piemonte da un viaggio di affari a Roma in cui si preparava la difesa per il processo di appello. Pettinicchio ovviamente non ha mai mancato di restituire le attenzioni dell’uomo di legge con favori e regali. Cena al bistrot Canavacciuolo, diversi soggiorni a costo zero all’Hotel San Rocco di Orta San Giulio.

Non si tratta di episodi isolati, lo schema corruttivo era consolidato e andava avanti da anni. Oltre a queste “consulenze”, prevedeva sostanzialmente che Padalino si facesse assegnare, grazie all’intervento di un appuntato dei carabinieri, i fascicoli “degli amici” che potevano così assicurarsi un esito favorevole dei procedimenti in cui erano coinvolti. Dalle carte emergono altri episodi, una cena da 590 euro mai pagata, operazioni chirurgiche gratis e così via.

Al di là di queste quadro vergognoso riportato dai giornali, arriviamo ora all’elefante nel corridoio di cui non vediamo traccia sui giornali visto che, per poter almeno scorgerne la proboscide, servirebbe quel coraggio che ai paladini dell’informazione italiana ha fatto difetto in 30 anni di lotta di notav e continua a fare difetto ancora oggi.

Quando parliamo del signor Padalino non stiamo parlando di un PM qualsiasi, stiamo parlando di un PM che ha fatto carriera provando a reprimere forse il più importante e duraturo movimento sociale esistito negli ultimi anni nel nostro paese. Questa inchiesta non è un fulmine a ciel sereno. L’azione profondamente corrotta della procura di Torino è stata denunciata per oltre un decennio dal movimento notav, i cui attivisti stanno tutt’ora accumulando, proprio grazie alle attenzioni del PM Padalino, centinaia di anni di carcere. Una denuncia che è stata ignorata, quando non schernita da politici e giornalisti, la cui ignavia pesa oggi come un macigno. Tutti sapevano del marcio, ma, come nel miglior schema mafioso, nessuno ha detto nulla. Nelle carte dell’inchiesta viene scritto nero su bianco che il procedimento automatico di assegnazione delle indagini, garanzia dell’imparzialità dello svolgimento processuale, veniva costantemente violato grazie all’intervento di un semplice appuntato. Questo non pone forse enormi dubbi su come sono state confidate negli anni decine e decine di inchieste sui notav “casualmente” sempre al solito PM Padalino? Ancora più importante. Dall’inchiesta non emergono singole condotte criminose ma viene fuori in maniera inequivocabile che la benzina che ha mosso negli anni il PM Padalino sono i favori. QUALI favori e da CHI ha ricevuto il procuratore torinese per portare avanti decine di procedimenti contro i notav? La domanda non è “accademica”. Stiamo parlando di processi che sono costati casa, lavora e libertà a chiunque ha osato alzare la testa contro la grande opera che s’ha da fare. Una di loro, Dana, si trova a oggi rinchiusa in carcere con una condanna a due anni per aver tenuto un megafono durante una protesta notav.

Da notav.info

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Nell’aprile del 1833, Flora Tristán si imbarcò dalla città francese di Bordeaux verso il Perù. Una traversata che durò 133 giorni in un’imbarcazione con 15 marinai e 6 passeggeri, tutti uomini. Fu una donna che viaggiò sola per tutta la sua vita rompendo pregiudizi che esistono ancora oggi.

Andò in ricerca della sua identità:“Nacqui in Francia, ma io sono del paese di mio padre”, scrisse dopo essere arrivata ad Arequipa. Dopo la morte di suo padre peruviano, all’età di 3 anni, Flora visse con sua madre francese, in un modesto quartiere operaio dalle strade sterrate, le case affollate, i mendicanti e i vagabondi. Senza educazione e senza soldi, trovò un’occupazione in un laboratorio di litografia diretto da André Chazal. Pressata dalla madre lo sposò prima dei 18 anni, dando vita così ad un matrimonio che le pesò come una condanna. Il codice napoleonico del 1804, impose alle donne sposate lo status di inferiorità, sottomettendole così all’autorità del marito. Il “dovere coniugale” divenne un obbligo e l’adulterio un delitto più grave se commesso dalle donne. Infine, nel 1816, la Restaurazione soppresse il divorzio. Nel 1825, incinta per la terza volta, Flora “desiderò solo una cosa: scappare dall’uomo che la teneva in suo potere” . Portando uno dei suoi figli con sé, fuggì a casa di sua madre. A partire da quel momento vivrà separata dal suo sposo dovendo sopportare continue vessazioni e il rifiuto sociale. La moglie separata “non è, in questa società orgogliosa del suo grado di civiltà, altro che una misera disgraziata che crede di fare un favore quando non è un insulto”, scrive. Obbligata a scappare dalla violenza di Chazal sotto falso nome, ideò un viaggio in Perù. Suo zio la ricevette e le offrì una pensione a vita, ma a Flora, essendo figlia illegittima del fratello, le venne negata la sua parte di eredità. Il viaggio fu ricco di delusioni, ma al tempo stesso fu anche un’esperienza di crescita. Durante tutto il suo viaggio registrò ciò che vide, costruì un diario. Nel luglio 1834 tornò in Europa come reporter del suo tempo.

Il governo di Thiers in Francia applicò leggi repressive contro le proteste operaie, come ad esempio contro la ribellione dei Canut, gli operai della seta, di Lione nel 1831. Socialisti utopistici, riformatori sociali, artisti e poeti, intensificarono gli incontri a Parigi. Flora Tristán si integrò in quell’ambiente e scambiò la corrispondenza con l’utopista Fourier. Parafrasando, egli scrive: “Si può ben osservare che il grado di civiltà che le diverse società hanno raggiunto è sempre stato proporzionale al grado di indipendenza di cui hanno goduto le donne”. Ma mentre Flora Tristán, si stava guadagnando un nome come donna e scrittrice un uomo pieno di rancore stava accrescendo il suo odio. Andrè Chazal pianificò nel tempo l’assassinio della sua ex moglie: comprò due pistole e le tenne in carica. Diverse persone lo videro frequentare un bar di fronte alla casa di Flora: la stava molestando e spiando. Alla fine, il 10 settembre del 1838, Flora lo vide avvicinarsi a lei lungo la strada. Gli si avvicinò, le sparò e Flora subito cadde. Chazal venne in seguito arrestato e condannato a diversi anni di prigione. Flora scrisse: “Finalmente sono libera”.

Un viaggio a Londra nel 1839 proiettò Flora verso la questione sociale. Un impatto con le due città dipinte da Dickens: i quartieri ricchi dell’elite e le baraccopoli dei lavoratori. Avvenne una nuova trasformazione dove la scrittrice non solo volle vedere tutto con i propri occhi, ma volle anche trasformare la realtà. Con un mix di idealismo e utopismo , si vide come una “profetessa”, “sorella dell’umanità” e dei lavoratori. Flora conobbe così le tre grandi tendenze utopistiche senza però autodefinirsi né sansimoniana, né fourierista, né oweniana. A differenza di quelli che prefigurarono società egualitarie che vedevano la partecipazione di lavoratori e datori di lavoro, Flora portò una novità. La classe operaia è la classe più numerosa e la più utile, e i lavoratori devono unirsi per proprio conto. Ispirandosi alle società di “compagnoni” (società che vedevano riuniti tutti gli artigiani) ella cercò in realtà una sorta di unione per tutti gli operai. “La creazione di questa unione potrebbe creare a sua volta il partito dei lavoratori” disse con preoccupazione un politico liberale. Flora fu doppiamente precorritrice. Dedicò un capitolo intero del suo libro L’unione operaia a “metà del genere umano”. “Gli ultimi schiavi che restano nella società francese: le donne. Sono i proletari dei proletari. Classe e genere si incontrano: Flora Tristán inaugurò così la tradizione del femminismo socialista. Durante cinque mesi visitò più di venti città, partecipò a riunioni e conferenze, pubblicò opuscoli. Il giro della Francia mostrò momenti di frustrazione, ma anche momenti d’ispirazione. A Lione, la città dei Canut, Flora vi rimase due mesi interi, gli operai della seta la accolsero nei loro laboratori, accolsero le folle venute per ascoltare quella donna affascinante. Flora era “stanca morta” ma felice. Con il passare dei giorni notò che il suo corpo non le rispondeva come voleva. In alcune occasioni fu costretta a fermare il tour, estenuata, e a passare ore con la febbre. Ma una volta recuperato continuò. Consumò così tutte le sue energie ignara della malattia che la stava perseguitando. Nel settembre del 1844 assistette per l’ultima volta ad un concerto di Franz Liszt. Quando tornò a casa, si addormentò e non riuscì più a risvegliarsi. Fu febbre di tifo. Il 14 di novembre, a 41 anni, morì accompagnata da alcuni amici e amiche. I lavoratori a turno portarono la sua bara. Flora non ebbe così l’onore di vedere le rivoluzioni del 48 e nemmeno la Comune di Parigi. Ma il suo nome risuonò da allora con forza nelle organizzazioni dei lavoratori e nei movimenti femminili. La sua vita fu breve e luminosa: “C’è mai stata una vita più varia della mia? In questi quarant’anni ho vissuto molti secoli!”.

 

 

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