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Articoli filtrati per data: Sunday, 01 Novembre 2020

Il primo nu­me­ro di “Lotta Con­ti­nua” esce a Mi­la­no il 1° no­vem­bre 1969; 12 pa­gi­ne a ro­to­cal­co, molte foto, fu­met­ti di Gian­car­lo Buon­fi­no; ti­ra­tu­ra: 65.000 copie dif­fu­se con la “ven­di­ta mi­li­tan­te”. Di­ret­to­re re­spon­sa­bi­le è Pier­gior­gio Bel­loc­chio.

“L’i­dea di que­sto gior­na­le – è scrit­to nella pre­sen­ta­zio­ne – è quel­la di tro­va­re i nessi per sal­da­re le lotte ope­ra­ie con quel­le degli stu­den­ti, dei tec­ni­ci, dei pro­le­ta­ri più in ge­ne­ra­le, in una pro­spet­ti­va ri­vo­lu­zio­na­ria”. Il punto di ri­fe­ri­men­to è la lotta au­to­no­ma della Fiat, l’o­biet­ti­vo è quel­lo di crea­re “uno stru­men­to di in­ter­ven­to ge­ne­ra­le nella lotta di clas­se, che rap­pre­sen­ti un ele­men­to di con­ti­nui­tà nel­l’al­ter­nar­si delle varie fasi della lotta”, at­tra­ver­so “l’u­ni­fi­ca­zio­ne di tutti i grup­pi che oggi in Ita­lia fanno la­vo­ro di base”.  Non si na­scon­do­no gli osta­co­li che il pro­get­to ha in­con­tra­to, ma si af­fer­ma che è ne­ces­sa­rio “com­bat­te­re le idee sba­glia­te” in seno al pro­le­ta­ria­to, con la con­vin­zio­ne che l’ul­ti­ma pa­ro­la sta nella “ve­ri­fi­ca e nella cri­ti­ca delle masse e della lotta di clas­se”.

Il tes­su­to or­ga­niz­za­ti­vo che sta die­tro al gior­na­le copre un’a­rea ri­stret­ta al Cen­tro-Nord: To­ri­no, Mi­la­no e Pavia, Tren­to, Ve­ne­zia e Porto Mar­ghe­ra, le città del li­to­ra­le to­sca­no, qual­che grup­po a Ge­no­va e Bo­lo­gna; un nu­cleo a La­ti­na dove al­cu­ni com­pa­gni del mo­vi­men­to stu­den­te­sco ro­ma­no hanno aper­to un in­ter­ven­to di fab­bri­ca. Nel Sud c’è solo un pic­co­lo grup­po a Ba­gno­li (Na­po­li) dove Ce­sa­re Mo­re­no ha ini­zia­to a or­ga­niz­za­re l’in­ter­ven­to al­l’I­tal­si­der.

Il gior­na­le na­zio­na­le fun­zio­ne­rà, tut­ta­via, da ele­men­to di at­tra­zio­ne per molti grup­pi stu­den­te­schi e ope­rai che ten­de­ran­no a ve­de­re in Lotta Con­ti­nua la pro­se­cu­zio­ne del di­scor­so ra­di­ca­le av­via­to nel 68, unito alla di­spo­ni­bi­li­tà più ampia senza pre­clu­sio­ni ideo­lo­gi­che, verso il mo­vi­men­to.

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Continuiamo a riprendere contributi al dibattito sulle piazze di questi giorni apparsi in rete. Buona lettura!

di Sandro Moiso, Maurice Chevalier e Jack Orlando da Carmilla

 “L’unico attore sociale che ancora mancava nella crisi più clamorosa della modernità è dunque arrivato in scena, presentandosi a Napoli: è il ribellismo che scende in piazza […] contro tutto, la Regione, il governo, le regole, la prudenza, la paura, in quanto è fuori dal sistema, alla deriva in un luogo sconosciuto della politica dove anche il contratto tra lo Stato e i cittadini pare non avere più valore […] Come Napoli ha anticipato, qualcuno fa i conti con il costo di questa emergenza infinita, questa precarietà permanente, questa instabilità costante, scopre che il costo è alto almeno quanto il rischi del contagio, e presenta il saldo al potere. Ognuno ha il suo conto privato da protestare sul tavolo del governo, non c’è al momento una cambiale nazionale da far scadere in piazza, dunque non c’è un disegno unitario capace di raccogliere i diversi reclami, trasformandoli in una ‘causa generale, quindi in un’occasione politica. […] Così i ragazzi che pedalano sulle biciclette delle consegne a domicilio si trovano accanto in piazza i pizzaioli che temono la chiusura, i disoccupati dei Bassi, le badanti, i venditori di souvenir a cui hanno chiuso i banchetti nei vicoli: ognuno con una rabbia distinta di categoria, con una rivendicazione peculiare di mestiere, con un credito di lavoro specifico, in una collezione di risentimenti separati uniti soltanto dal momento della ribellione. […]
Un elemento unificante in realtà esiste, ed è la delusione generale per i buchi che ognuno scopre ogni giorno nella copertura sanitaria di base […], oltre ai mezzi pubblici sovraffollati che trasportano infezione. La sensazione è quella dell’abbandono per il cittadino lasciato solo, […] mentre il potere pubblico – Stato e Regioni – ha sprecato l’estate in uno scaricabarile di responsabilità che è un’altra conferma della scomposizione del Paese, a partire dal potere pubblico”.

Chi è a scrivere queste parole? Un estremista esponente dei centri sociali o dell’ultradestra? Un camorrista interessato a diffondere l’ordine criminale sui territori? No, è l’ex-direttore del quotidiano la Repubblica, sulle pagine dello stesso, nell’editoriale di lunedì 26 ottobre: Il virus della ribellione. Un articolo che manifesta in maniera piuttosto esplicita il timore dell’establishment nei confronti di una rivolta generalizzata, come ha già ventilato la ministra degli interni Lamorgese e come il governo ha già cercato di anticipare non solo con l’uso delle forze dell’ordine distribuite sulle piazze, certo non soltanto per impedire la movida (vista la chiusura anticipata dei bar dei locali di ritrovo alle ore 18), ma anche con ciò che il Dpcm del 25 ottobre prevede in tema di manifestazioni pubbliche: ovvero il permesso per le manifestazioni statiche (sit-in) e il divieto per tutte quelle mobili (cortei).

L’ex-direttore del quotidiano nazionale non viene poi meno al suo ruolo insinuando, anche contraddittoriamente, che le proteste sono «sfruttate dalla camorra che nel declino dell’economia ufficiale vede crescere la sua economia parallela e il mercato dell’usura».
Rimuovendo così il fatto che è proprio nella povertà e nella miseria estrema, che i farlocchi provvedimenti anti-virus potrebbero provocare, che questa potrebbe prosperare molto meglio che contribuendo a rinvigorire le proteste. Ma sono ormai abituali le rimozioni del mondo reale dal discorso mediatico, mentre il solito Roberto Saviano, pur parlando di Napoli come esempio della «disperazione del Sud che sta scoppiando», non rinuncia comunque a sottolineare gli interessi criminali che potrebbero stare alle spalle delle proteste.

Non stupisce che Saviano, l’informazione e i media istituzionalizzati, le forze politiche parlamentari tornino a rispolverare le tesi sugli infiltrati, la criminalità e l’estremismo senza volto, insieme a quella sinistra che, in quasi tutte le sue smorte gradazioni di opinione e colore (dal rosa pallido al rosso spento), assume lo stesso atteggiamento, sventolando il pericolo rappresentato dagli utili idioti di Casa Pound e Forza Nuova (utili tanto alla Destra che alla Sinistra per poter urlare al lupo) indicandone il presumibile coinvolgimento nelle manifestazioni, per allontanare da sé lo spettro della rivolta (che ancora una volta si aggira per l’Italia e per l’Europa) e poter continuare a dormire sugli allori delle sconfitte passate e non doversi assumere alcuna responsabilità politica.

Stupisce invece come anche all’interno dei movimenti, tra tante singole soggettività che pure proprio per le esperienze vissute non dovrebbero avere dubbi sul solito schema dei buoni e cattivi, si sia aperto un dibattito particolarmente presente in rete, come già avvenuto con i “gilet jaunes”, che fa propria la propaganda mediatica e delle anime belle della sinistra, che ripropone la solita minestra riscaldata sulla violenza o si scandalizza perché i giovani hanno attaccato e si sono impadroniti delle merci, come a Torino, di Gucci, dell’Apple Store e del negozio Geo e non dei beni di prima necessità, come ha dichiarato un noto intellettuale torinese in un intervista al quotidiano La Stampa : «Rappresenta una novità per una città che ha conosciuto grandi momenti di rivolta, ma mai con l’accaparramento di merce di lusso. Sarebbe una corruzione della storia».

Nelle rivolte, la composizione delle piazze e delle lotte non la si può certo definire a tavolino: non lo si poteva fare negli anni ’70, quando l’organizzazione di cui lo stesso intellettuale faceva parte fu invece tra le prime a cogliere la novità delle rivolte di Reggio Calabria, nelle carceri oppure per la casa e le occupazioni di massa che ne seguirono1, e non lo si può fare oggi quando i fermati e gli arrestai minorenni, di Milano soprattutto, ci parlano in maniera meno formale e forbita del livore delle periferie.

 Periferie che da Torino, città con uno dei tassi più alti di povertà in Italia, a Milano, fino a Parigi e a Filadelfia, ci raccontano oggi la medesima storia: l’impossibilità di rappresentarne il disagio reale per tutte le forze politiche tradizionali e l’inevitabile esplosione che ne consegue. L’emarginazione economica e sociale delle aree suburbane, nonostante le belle parole spese, è molto più fuori controllo del virus2 e questo fa davvero paura perché le manifestazioni di questi giorni sono probabilmente soltanto l’antefatto di quelle che verranno, quando la “vera classe operaia”, di cui molto si ostinano a parlare senza più conoscerla, sarà risvegliata dal suo torpore dalla fine dei fondi destinati alla cassa integrazione (il 31 gennaio 2021) e del blocco dei licenziamenti. Forse è per prevenire questo che il governo e tutti gli apparati dello Stato e dell’informazione stanno già cercando di giocare d’anticipo criminalizzando il dissenso, nelle teste e nelle piazze. Anche se è chiaro ormai per tutti che il problema sociale è ormai globalizzato. Specialmente in Europa, dove il presidente del Consiglio europeo, Charles Michel, in un’intervista, sempre a La Stampa, alla vigilia del vertice in videoconferenza fra i 27, ha potuto affermare che : “La Ue deve agire compatta per evitare disordini e rivolte sociali”.

L’ineffabile direttore di un Tg serale, martedì 27 ottobre, ha avuto almeno il merito di dire ciò che tutto questo mondo di benpensanti, così compassionevoli con i migranti quando non si ribellano oppure affogano in silenzio e con i poveri quando mendicano un lavoro qualsiasi o un tozzo di pane, pensa realmente di ciò che sta avvenendo e del protagonismo giovanile, spesso di immigrati di seconda generazione, nella ribellione delle periferie: si tratta della “schiuma”, ha detto rivolgendosi ai telespettatori per introdurre le notizie riguardanti le proteste. Separando, naturalmente, quelle pacifiche dei tassisti e dei proprietari dei bar e dei ristoranti da quelle dei disoccupati e dei lavoratori impiegati nelle stesse aziende che, a differenza dei loro datori di lavoro, non potranno certo godere dei ristori promessi dal governo.

Ma vediamo insieme cosa sta avvenendo. Come nella prima fase3, anche ora è proprio da Napoli che è iniziata la lotta, con la manifestazione serale di venerdì 23 ottobre in cui è esplosa la rabbia della città.
Il giorno dopo, nel pomeriggio, sempre a Napoli, c’erano cassaintegrati, disoccupati, operai degli stabilimenti di Pomigliano e della Whirlpool e molti altri, giovani o meno, pesantemente toccati e danneggiati dalla crisi e dai provvedimenti governativi. Che tutto ciò faccia paura al Governo, a Confindustria, ai media asserviti così come anche alle confederazioni sindacali della Triplice è nel normale gioco delle cose. Soprattutto la mancanza di una rappresentanza unica collettiva con cui sia possibile trattare e mediare, ma per caso non è che anche alla sinistra zombificata faccia altrettanto paura?

I giorni successivi hanno visto una mobilitazione dal sud al nord di tutto il paese e le manifestazioni di Torino e Milano, dove la rivolta è esplosa con una forte presenza di giovani, in particolare delle periferie urbane senza futuro, con pratiche di riappropriazione delle merci in Via Roma, la via del lusso torinese, e con la determinazione di attaccare i simboli della politica come a Milano il grattacielo della regione Lombardia.

 I manifestanti di Milano, definiti come “uno sciame di vespe che pungeva dove capitava” da un investigatore di lungo corso4 costituiscono forse il più chiaro esempio di ciò che sta avvenendo ai margini della narrazione del mondo ufficiale. Tra i 28 fermati ci sono infatti 18 italiani e 10 stranieri, di cui 13 minorenni. Tutti provenienti dalla periferia di via Padova, via Porpora o dall’hinterland fin da Cernusco sul Naviglio. Più che chiedersi chi ha organizzato o infiltrato quelle centinaia di ragazzi e ragazzini, lo Stato e i suoi apparati dovrebbero forse chiedersi cosa ribolle nella pentola sociale di cui si finge di ignorare, o forse proprio si ignorano, le necessità e i bisogni. Non risolvibili soltanto sul piano della cultura con cui, troppo spesso, politici ed intellettuali si sciacquano la bocca non sapendo cos’altro proporre oppure non riuscendo nemmeno ad immaginare altre soluzioni che non siano quelle legate alla repressione e all’emarginazione economica e sociale.

A rafforzare questa ipotesi c’è il fatto che su Tik Tok, Instagram e altri social tipicamente giovanili stanno rimbalzando le immagini degli scontri di Torino e Milano, con l’indicazione a replicarli ovunque. Indicazione che non arriva da qualche soggetto politicizzato, ma proprio da quei giovani che tanto i cosiddetti boomer quanto i compagni, attribuivano paternalisticamente ad una gioventù disinteressata, passiva e irrecuperabile, mentre invece questi hanno colto il dato assolutamente politico di quei riot e si sono identificati nei loro simili. Inizia così ad emergere un nuovo soggetto politico, i cui contorni sono ancora invisibili, anche se probabilmente saranno ben più radicali; non perché fanno gli scontri e i saccheggi, ma perché sono i veri figli della catastrofe neoliberista e non possono nemmeno rivendicare la delusione del futuro negato. Non lo hanno mai avuto il futuro e il loro presente è assai più crudo di quello che le generazioni precedenti dei trentenni e quarantenni hanno vissuto.

 Nelle piazze di Napoli, e in tutte le altre, c’è tutto e il contrario di tutto, le istanze sono reazionarie e comuniste allo stesso tempo, le distinzioni di destra e sinistra nello sguardo comune sono azzerate (certo, se uno si presenta esplicitamente facendo saluti romani e dicendo di essere di Forza nuova, la distinzione si fa un po’ troppo palese e il gioco non dura), così come le divisioni di classe: abbiamo fianco a fianco imprenditori (piccoli, medi o grandi non è qui importante) con lavoratori subordinati. E’ ovvio che le condizioni e le istanze siano differenti per ciascuno e siano in contraddizione, nonché pongano un serio problema: ovvero quello dell’egemonia piccolo borghese (come mentalità non come classe) che spinge in direzione di un orizzonte di immaginario e rivendicazione assolutamente lavorista e corporativista. Questo è per ora un pericolo da scongiurare, ma non per questo ci si può esimere dal comprendere come una delle novità del movimento attuale sia proprio costituita dalla convivenza tra soggetti e rivendicazioni del tutto incompatibili fino a ieri.

L’antagonismo, nella maggioranza dei casi, è arrivato in ritardo al suo appuntamento con la storia (o forse non ci è arrivato proprio), non perché non ha chiamato per primo alle piazze, né perché non ha saputo rispondere al lockdown di marzo, ma perché sono vent’anni almeno che ha smesso di accarezzare il sogno dell’assalto al cielo e della resa dei conti con il nemico storico.
Si tratta quindi, per chi vuole comprendere il presente andando oltre i limiti del Novecento, di essere attenti a queste lotte, a questa tendenziale rivolta generalizzata con cui i discorsi liberal progressisti, il neo-togliattismo, le camarille politiche non hanno più nulla a che spartire, per poter affrontare una questione urgente e profonda: quella della ricomposizione di un soggetto sociale e politico, nemico del presente, che non può più essere riassunto soltanto in facili formule sociologiche e politiche.

 Questo possibile movimento non uscirà vincitore conquistando un palazzo d’inverno ormai ridotto a rudere, ma soltanto quando sarà emersa una nuova generazione di ribelli e rivoluzionari, una nuova modalità della politica che abbia al suo centro non la vittimità, ma la volontà di potenza collettiva.
Forse è vero che a manifestare in maniera più radicale il proprio scontento e disagio sia oggi la schiuma, ma non quella immaginata dai benpensanti dell’informazione e della politica, ma piuttosto quella della Grande onda di Kanagawa dipinta da Katsushika Hokusai nel 1831.
Quella di uno tsunami che potrebbe travolgere il modo di produzione vigente, perché, proprio come per i veri tsunami, ha origini telluriche profonde nei movimenti della tettonica a zolle sociale, che nessun congiurato o infiltrato potrà mai davvero mettere da solo in movimento e che mai nessuna barriera di contenimento o repressiva potrà mai definitivamente impedire.

1) Era l’epoca dello slogan, lanciato da Lotta Continua nell’autunno del 1970, Prendiamoci la città! 

2) Come anche il magnifico film I miserabili di Ladj Ly (qui https://www.carmillaonline.com/2020/08/26/i-dont-live-today-2-la-guerra-nelle-periferie/ ) dovrebbe aver insegnato anche ai ciechi intellettuali che pur si riempiono la bocca delle parole cultura e cinema 

3) Fu proprio a Pomigliano che, il 10 marzo scorso, iniziarono quelle agitazioni operaie e quei blocchi della produzione che costrinsero, almeno formalmente, il Governo a dichiarare un fermo di tutte le attività produttive. E fu proprio da Pomigliano che iniziarono le ribellioni e gli scioperi spontanei che poi si diffusero al resto delle fabbriche d’Italia, soprattutto in Piemonte e Lombardia 

4) I. Carra, Milano scopre i suoi ragazzi della banlieue. “Uno sciame di vespe”, la Repubblica Milano, 28 ottobre 2020 

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in NOTES

Termina dopo 50 giorni ed un ricovero in ospedale lo sciopero della fame di Inaki Bilbao, prigioniero politico basco. 

Dopo esser stato trasferito dall'Hospital de Puerto, dove lo hanno trattenuto contro la sua volontà con l'obiettivo di porre fine alla sua lotta, dall'infermeria di Puerto-III,  il prigioniero politico basco Iñaki Bilbao, meglio noto come "Txikito", ha sospeso lo sciopero della fame e delle comunicazioni che porta avanti da 50 giorni. Il militante basco è in prigione da 36 anni e non è la prima volta che compie questa protesta così estrema, puntualmente messa a tacere e criminalizzata dai media di potere. 

 

"Txikito"  era stato portato in ospedale il 19 ottobre, dove è stato ricoverato contro la sua volontà e forse indotto ad assumere cibo tramite sonda. Nel momento in cui lo sciopero è terminato “Txikito" ha riferito di aver ricevuto uno yogurt e una zuppa. I suoi parenti hanno indicato che era in buone condizioni e che la sua voce, anche se debole, si sentiva forte e lucida. Ha detto loro che la lotta che stava conducendo non era finita nonostante la sospensione dello sciopero della fame e di comunicazione che ha mantenuto fino a ieri.

Queste sono le informazioni che il Movimento per l'Amnistia e contro la Repressione è riuscito ad ottenere, e le ha rese immediatamente pubbliche.

 

 

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Ieri pomeriggio in una piazza Castello gremita di persone si è tenuto il presidio organizzato dalla rete transfemminista Non Una Di Meno contro la circolare anti-aborto della Regione Piemonte. 

In un momento in cui la pandemia e le misure anticovid impognono restrizioni importanti all’agibilità politica delle piazze, l’appuntamento di questo sabato ha saputo interrompere il ritmo di una quotidianità di numeri e lavoro. Tantissime le donne presenti, giovani e meno giovani, provenienti da tutta la regione, di fronte a un palazzo muto, ovviamente difeso da numerose forze di polizia. Durante la giornata vi sono state numerose prese di parola, per ribadire quanto la circolare dell’assessore Maurizio Marrone sia indecente e da ritirare immediatamente, ma soprattutto ciò che si vuole esprimere è che i diritti delle donne per i quali lottare sono #MoltoPiùDi194. Il noto assessore di FdI ha confermato la sua idiozia e arroganza controbattendo sul Corriere.it che la manifestazione di ieri fosse solo “Retorica, ideologia e ignoranza”. Decisamente si commenta da solo.

È fondamentale nella lotta per la libertà di scelta e di autodeterminazione per le donne inquadrare un contesto sociale e istituzionale in cui questi diritti sono già di per sé limitati e non sufficienti. L’accesso alla salute, in particolare in una fase come questa, diventa centrale soprattutto per le donne e per tutte le persone che vedono la propria autodeterminazione non riconosciuta o minata alla base dalle condizioni materiali in cui si vive. È dunque indissolubile il legame che si instaura tra accesso al welfare, ai servizi, ai documenti per chi è migrante, alla residenza e la possibilità di scelta sul proprio corpo. I medici obiettori nelle strutture pubbliche sono in continuo aumento, l’aborto è già una possibilità a rischio e limitata. È un percorso a ostacoli che dipende tutto dalle possibilità materiali, economiche, di rete sociale di ciascuna rendendolo di fatto un privilegio. In piazza dunque si è manifestato perchè si vuole molto di più di questo.

Ancora una volta le istituzioni non dimostrano alcuna capacità di mettersi in ascolto e di scostarsi dall’immagine di sé stesse, irremovibili, retoriche, incapaci. L’opposizione a questa circolare, tanto sbandierata da chi si autodefinisce a difesa dell’emancipazione e della libertà delle donne, non pare abbia portato ad alcun risultato. Solo la lotta, quotidiana, potrà davvero portare a un cambiamento.

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Cosa è successo?

Dopo Napoli, prima della tempesta.

Venerdì 23 ottobre 2020, è sera tardi,  in rete e in tv iniziano a circolare le immagini  della rivolta di Napoli. Le proporzioni enormi di quello che sta succedendo sono chiare a chiunque le guardi, e sono alla base di quanto successo a Torino e nel resto del paese tre giorni dopo, lunedì 26.

tre giorni, in cui sui profili social della gente si moltiplicano gli appelli a fare altrettanto, “facciamo come a Napoli” recitano numerosi meme che circolano tra Telegram e WhatsApp. Molti riprendono le immagini della rivolta, gli striscioni, “tu ci chiudi tu ci paghi”, “ la salute è a primma cosa.”

Se ne parla nei bar, sui mezzi pubblici strapieni, nei capannelli che si trovano in giro per strada.

Molti hanno l’impressione che succederà qualcosa di grosso, dalle periferie in tanti si muoveranno, nelle curve circolano appelli a scendere in piazza.

I media autoalimentano la paranoia e la paura della polizia che la rivolta di Napoli si possa replicare anche a Torino. I servizi giornalistici allarmistici, non fanno che rinforzare il senso di necessità di scendere in piazza, nei gruppi Facebook e Telegram, in tanti dicono “guardate neanche abbiamo fatto niente che ne parlano già tutti”.

 I concentramenti sono due: uno in piazza Vittorio Veneto autorizzato dalla Questura e uno in piazza Castello, sotto il palazzo della Regione Piemonte. Soprattutto quest’ultimo, rievoca le giornate del movimento dei forconi del 2013, quando in migliaia per giorni diedero vita alla più grande rivolta proletaria di Torino degli ultimi 20 anni.

Nessuno sa bene chi abbia lanciato questo appuntamento, ma probabilmente nella spontaneità della convocazione in molti ne hanno riconosciuto la centralità.

È subito rivolta.

Piazza Castello, inizia a riempirsi dalle 8, il concentramento è lanciato per le 8 e mezza.

In piazza Piazza Vittorio l’affluenza comincia leggermente dopo perché l’appuntamento è alle 9.

Le prime cariche incominciano alle 8 e un quarto in Piazza Castello, ma prima di continuare è necessario fare una piccola digressione su come si sono disposte le forze dell’ordine all’interno del centro, per capire le dinamiche di quello che accadrà nelle ore seguenti.

Piazza Vittorio, che rimane proprio sopra il Po, il quale da il nome alla via porticata che la collega direttamente a Piazza Castello, è pesantemente blindata. Si contano 4 -5 camionette che ne presidiano l’ingresso dal lato di via Po, e diversi mezzi, defender jeep e auto in borghese sparse nel resto della Piazza. Gli uomini dei reparti celere e dei carabinieri sono a terra e impediscono l’accesso e l’uscita lasciando però liberi i portici. Intanto diversi scooteroni e moto della Digos pattugliano via Po. Risalendo verso l’altra piazza non ci sono presidi nelle vie laterali e fino all’imbocco di piazza Castello la strada viene lasciata libera.

Qui la polizia è schierata con almeno 3-4 camionette sotto la prefettura e con alcuni mezzi sotto il Teatro Regio. Superando palazzo Madama, altre camionette con reparti a terra sono su entrambi i lati della piazza, ma con una preponderanza di forze schierata sotto la Regione. Rimane sgombro l’accesso al Palazzo Reale.

Sul lato di via Pietro Micca ci sono altre camionette e reparti dietro i quali sembra idealmente situata la retrovia per l’affluenza di rinforzi.  l’accesso al centro vero e proprio non è sbarrato, infatti Via Roma, Via Accademia delle Scienze e Via Carlo Alberto, non sono presidiate.

riot torino 3

L’intenzione palese di un dispositivo di questo genere è quello della difesa dei palazzi istituzionali e dello sbarramento fra le due piazze, in previsione di bloccare ipotetici cortei sia da piazza Vittorio verso Piazza Castello che viceversa.

Come già dicevamo sotto la regione l’affluenza è molta e inizia ben prima dell’orario della convocazione. Alle 8 e 15 ci sono già dalle 300 alle 500 persone. Non ci sono impianti audio ne striscioni che delimitino un inizio e una fine. A piccoli gruppi tutti si accalcano sotto la regione. Si improvvisano comizi davanti ai giornalisti. I discorsi sono contro Conte e il governo. Contro il coprifuoco e la chiusura delle 18, la rabbia è tanta e si scaglia anche contro gli stessi giornalisti. Questo atteggiamento verso i cronisti determinerà una loro completa assenza nelle fasi successive all’interno della rivolta che ne segue, e rimarranno relegati ai cordoni delle forze dell’ordine.

Molte persone sono coperte, dopo qualche coro, iniziano a partire bottiglie e qualche bomba carta verso la Regione. La polizia carica immediatamente attraversando la piazza verso via Po. Tutto ciò succede mentre la piazza si sta ancora riempendo e sono ancora molti quelli che devono arrivare. Alcuni riescono a entrare in piazza, altri sono costretti ad unirsi a chi è stato respinto in via Po. Si crea un flusso di persone che entra in piazza Vittorio dai portici ingrossando la presenza del secondo concentramento. Qui inizia il comizio dei commercianti e ristoratori nella zona più vicina ai Murazzi, mentre in centinaia, anche qui molti coperti, si accalcano davanti ai cordoni dei carabinieri. Non ci sono cariche però.

Torniamo a Piazza Castello. Qui la polizia è ritornata alle posizioni originali e a questo punto la Piazza si è  riempita sia dal lato della Regione, che dal lato di via Accademia delle Scienze. I reparti a difesa di via Pietro Micca iniziano a sparare lacrimogeni e si accende una e vera propria battaglia. Dopo poco c’è una carica che da Piazza Castello spinge centinaia di persone giù per via Roma, lasciando un piccolo contingente all’incrocio fra la via e la piazza.

La scelta di non chiudere le vie di accesso al centro si rivela un vero e proprio disastro nella gestione della piazza. Le forze dell’ordine si trovano obbligate a rimanere a presidiare i palazzi istituzionali, e i reparti che vengono spediti giù per via Roma vengono continuamente accerchiati dai manifestanti usando via Accademia, Piazza Carignano, via Carlo Allberto, e le perpendicolari via Cesare Battisti e principe Amedeo.

A questo punto iniziano i primi saccheggi in via Roma e le barricate, Apple e altri negozi sono colpiti nelle vetrine, la via con diversi cantieri offre molto materiale alla rivolta e la polizia deve affrontare centinaia di persone che scagliano sanpietrini e bombe carta. Solo l’uso dei lacrimogeni, massicci e sparati ad altezza uomo, gli permette di scendere giù per via Roma e piazzarsi all’angolo con via Principe Amedeo. Intanto in piazza si riaccende lo scontro e vengono sparati altri lacrimogeni.

Piazza Carignano e Carlo Alberto per un'ora e mezza sono basi inespugnabili della rivolta. Da lì in gruppi di centinaia si spostano sia cercando di riprendere via Roma sia verso la Regione. Le pensiline della piazza diventano la linea di scontro fra polizia e manifestanti che costruiscono barricate rudimentali con cestini e monopattini. La polizia avanza e il grosso è spinto nuovamente verso via Po, qui alcuni svuotano il cantiere lasciato incautamente incustodito all’imbocco della via. Viene costruita una barricata e incendiata verso la prefettura, i materiali del cantiere vengono usati contro la polizia, che a questo punto è costretta ad avanzare, ma non prima dell’arrivo dell’idrante in supporto. Salgono anche i reparti di carabinieri da piazza Vittorio e i manifestanti, fiutando la trappola, riparano su via Carlo Alberto costruendo barricate e sciamando nei dintorni del primo parlamento italiano. Alcuni tornano su via Roma, ora indifesa, verso piazza San Carlo ed è lì che viene saccheggiata la vetrina di Gucci. Contemporaneamente a tutto questo qualcuno dal lato di via Pietro Micca spara fuochi d’artificio alle spalle della polizia.

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Sono le 10 di sera, il centro di Torino ha cambiato faccia, ovunque ci sono cassonetti e dehor usati come barricate, il selciato è divelto in molti punti, cocci di bottiglia e cartucce lacrimogene. Le bombe carta esplodono con regolarità ad ogni avanzata della polizia o dei manifestanti, si respira un aria surreale. La dinamica è fatta di una miriade di gruppetti che insieme danno forma ad una rivolta informe e spontanea, la rabbia si respira a pieni polmoni con il gas, è la forma che ha preso l’odio per le condizioni di vita in cui le persone vivono l’anno 0 della pandemia da corona virus. Un vero e proprio riot come molte volte si sono visti in Francia o negli Stati Uniti, ora brucia nel cuore della vecchia Motor City in decadenza.

Una grossa barricata difende l’ingresso di via Carlo Alberto, nonostante l’idrante, la celere non riesce a passare, il lancio di pietre e fittissimo e i gas sono talmente densi da impedire il passaggio della polizia. È l’ultimo atto di una serata che segnerà nel bene o nel male la storia di Torino. Nonostante il pezzo finale della via sia un tappeto di sanpietrini per quasi mezz’ora la polizia non avanza. Solo dopo l’aiuto di un reparto che scende da via Cesare Battisti, riescono a prendere piazza Carlo Alberto.

La rivolta a questo punto intono alle 22 e trenta si va placando e velocemente si disperde nelle vie del centro. Anche piazza Vittorio si svuota in fretta. Ne segue una caccia all’uomo delle volanti della digos e della polizia che riescono a fermare una decina di persone. Molti sono giovanissimi.

 

Chi c'era in quelle piazze?

Lo abbiamo già scritto, le piazze di lunedì erano estremamente composite e stratificate, fino ad arrivare quasi all'estraneità tra le diverse composizioni partecipanti.

Al primo impatto quello che si notava era la differenza di età tra le due piazze: in piazza Vittorio l'età media di chi partecipava al comizio era tra i trentacinque e i cinquantanni, mentre in piazza Castello a prevalere erano i giovani e giovanissimi. L'altro dato che balzava immediatamente all'occhio è che entrambe le piazze erano prevalentemente maschili, anche se in piazza Castello, con l'abbassarsi dell'età media, era più facile incontrare giovani donne insieme alla loro compagnia di amici.

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In piazza Vittorio pareva ad una prima occhiata esserci una composizione più omogenea: commercianti, localari, lavoratori autonomi, partite iva, alcuni lavoratori dipendenti scesi in piazza a fianco dei propri datori di lavoro. Per lo più si tratta di un ceto medio che si è caricato il rischio di impresa e adesso vede in discussione la possibilità di mantenere in piedi la propria attività. Lo spettro che sembra aleggiare un po' per tutti è quello della chiusura o dell'indebitamento, a seconda delle disponibilità finanziarie e il conseguente impoverimento, tanto in termini di reddito quanto in termini di posizione sociale. Si tratta in qualche modo di una resistenza alla proletarizzazione che si dà, anche in termini ideologici come fiducia, ancora, nel libero mercato e nella possibilità di realizzarsi e salvarsi in esso. Ma dentro la crisi anche la stratificazione di questi settori è molto più marcata di prima. In controluce si notano le tensioni interne tra chi è un imprenditore a tutti gli effetti e chi magari ha un'attività a gestione familiare oppure una piccola partita IVA. Se a farla da padrone dunque sono le voci che chiedono la "libertà di lavorare" e quindi di un ritorno alla "normalità" in cui riprendere le forme di accumulazione classica della piccola e media impresa, non mancano le voci che dicono: "Ok, chiudiamo perché è necessario, ma ci dovete pagare il lockdown". Alcuni interventi poi spostano la contraddizione un po' più avanti, rompendo parzialmente la narrazione ideologica, indicano il neoliberismo come problema, le multinazionali dell'e-comerce come controparte, in poche parole il grande capitale. Ma sono episodi sparuti in una piazza che per lo più sembra riproporre la propria coesione corporativa. Rispetto alla rivolta dei forconi del 2013 sono quasi completamente assenti i mercatari, che in quel caso in qualche forma rivestirono allora il ruolo di avanguardia delle proteste.

Alcune parole vanno anche spese sui lavoratori dipendenti che partecipano al comizio. Sono lavoratori che vedono i propri destini inevitabilmente incrociati a quelli delle piccole imprese dove lavorano, che trovano una comunanza d'interessi con i padroni perché il loro reddito dipende direttamente dalla sopravvivenza delle aziende. Sono lavoratori per lo più sfruttati e malpagati, ma di fronte al rischio di rimanere disoccupati, e magari anche su pressione del "capo" scendono in piazza per chiedere di poter lavorare. Sono dinamiche in qualche modo già viste, a volte incoraggiate dai sindacati, anche nel lavoro operaio. Su questa base materiale si stratifica la cosiddetta "identificazione nell'azienda" dei lavoratori tra gli anni '80 e '90 che allo stesso tempo si fa "ideologia dominante".

Piazza Vittorio è comunque la piazza "politica" (in termini di indirizzi) della serata di lunedì. E' la piazza dove ci sono obbiettivi e controparti chiare: la continuità produttiva da un lato, il Governo Conte e i DPCM dall'altro. Chi sta in quella piazza ha chiaro quali sono le sue rivendicazioni e sa come tradurle in istanze. Non a caso dall'inizio alla fine della manifestazione si susseguiranno senza interruzione dal gazebo gli interventi dei partecipanti. E' una piazza che ha una voce, una coesione, una chiarezza di intenti.

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Piazza Castello è invece più difficile da inquadrare in una dinamica classica, la composizione è estremamente magmatica e di parole ce ne sono poche, più che altro mutuate dall'altra piazza. E' un fluido collage di un proletariato urbano impoverito, centinaia di giovani e meno giovani che dalle periferie sono giunti nel centro cittadino. Ci sono i figli e i nipoti della Torino operaia, cresciuti tra le case popolari e la disoccupazione imperante, nati tra anni novanta e i primi anni dieci del duemila, quando già era quasi compiuta del tutto la deindustrializzazione della Detroit italiana e ci sono le seconde e terze generazioni di migranti che risiedono tra Porta Palazzo, Aurora e Barriera. Le compagnie di amici scese in piazza sono miste: italiani, figli di gente proveniente dall'est Europa o dal Maghreb. Alcuni lavorano da iperprecari e con salari da fame nella ristorazione o comunque nel terziario basso. Sono quelli che vivono in cinque in una casa popolare minuscola, magari con un solo stipendio, magari con amici e parenti con malattie croniche a carico, quelli che se in età scolare non hanno i mezzi per la didattica a distanza, quelli che più di tutti hanno sofferto e sopportato il primo lockdown senza quasi alcun aiuto da parte della dimensione istituzionale. E' una generazione completamente integrata nel consumo, ma totalmente esclusa dall'accesso alla ricchezza sociale. In questa contraddizione si muove, filmandosi con lo smartphone durante gli scontri, assaltando le vetrine del centro non in quanto simbolo del capitale, ma per accedere a un po' di quella ricchezza, di quel lusso vietato che ad ogni ora appare sulle bacheche dei social. Scendono in piazza senza rivendicazioni precise, senza piattaforme (almeno per adesso), e vogliono aumentare il loro costo sociale, dire "siamo qui anche noi, esistiamo e siamo arrabbiati". Sono attirati in piazza da un misto di immaginari: i racconti dei più grandi in quartiere sulla rivolta dei Forconi, Black lives matter, Napoli, la banlieue.

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 Attenzione però a considerarli ingenui o ignoranti. Questi giovani si costruiscono il proprio punto di vista al di fuori dei circuiti di formazione classici, nella socializzazione fisica e virtuale. La scelta di scendere in piazza, in "quella" piazza non è casuale o eterodiretta, scelgono di essere lì perché sanno che è possibile che succeda qualcosa, che è possibile che esploda un conflitto latente. Anche per quanto riguarda il virus, come si può leggere in alcune delle interviste fatte a posteriori dai giornali ai protagonisti di quella piazza, non hanno affatto atteggiamenti negazionisti o complottisti. C'è chi dice "Fanno bene a chiudere": il punto non è la presunta dittatura sanitaria, ma le condizioni in cui è costretto a vivere l'emergenza chi non ha i mezzi e le risorse per affrontare le misure del governo.

Certo, i negazionisti del virus in piazza ci sono, in entrambe le piazze, ma appartengono per lo più al folklore dietro cui si nascondono gli interessi materiali.

L'unica dimensione un po' più solidificata in piazza Castello è quella degli Ultras di entrambe le massime squadre della città: sanno come muoversi in queste situazioni, sono variamente connessi con la composizione allargata di chi sta protestando (se non altro come codici, comportamenti e contatti), ma nonostante questo non mancano gli attriti e gli scontri con i settori che abbiamo descritto sopra. In qualche modo tutte le componenti anche blandamente organizzate della piazza vengono superate dalla spontaneità che dilaga.

In termini generazionali, nonostante come dicevamo sopra a prevalere siano i giovani e giovanissimi vi sono anche sparuti gruppi di gente con un'età più avanzata, alcuni curiosi di vedere cosa sta succedendo, altri collocati nelle schiere dei disoccupati o del terziario basso in sofferenza, oppure piccoli commercianti con molto poco da perdere.

Durante le proteste gli slogan sono pochi e la piazza non parla un linguaggio proprio, viene cantato "libertà, libertà, libertà" oppure slogan contro i celerini e i carabinieri. Non vi sono interventi, se non uno improvvisato prima che parta il marasma. L'aria che si respira in piazza è pesante e non gioiosa, si vede che i sentimenti prevalenti sono la frustrazione e la voglia di vendicarsi delle condizioni in cui si vive. Quindi poi ad uscire come discorso è soprattutto quello di Piazza Vittorio. Piazza Castello è per lo più "parlata", senza una capacità di espressione propria. In questo senso sembra che manchi un "riconoscersi", un prodursi "in autonomia", bisognerà vedere se e come questo emergerà in futuro.

 

Pandemia, rivolta ed istanze

Dicevamo, una differenza sostanziale tra le due piazze era l’avere voce per esprimere le proprie istanze oppure no. Piazza Vittorio mostra richieste precise, attraverso gli interventi al microfono: la garanzia di tornare a lavorare, di poter condurre la propria vita uguale al prima che ci avevano promesso che sarebbe tornato. Scansando l’individualismo che impone una richiesta come questa oggi, essa si può tradurre in una chiara richiesta di reddito. Il proprio lavoro equivale infatti all’unica fonte di reddito esistente. Se non si lavora non si hanno i soldi. Certo, all’interno di questa parte le ambiguità e le contraddizioni non mancano. Se la solidarietà ai commercianti, ai piccoli imprenditori, ai baristi e ai ristoratori è senso comune nel nostro Paese, essa si accompagna alla volontà di porre alcune rigidità, si legge sul web “sono con voi, tranne con il datore di lavoro di mia nipote che la pagava 3 euro cinquanta l’ora in nero al bar”. È senso comune l’idea che essere lavoratori privati implica sudore e fatica molto più che essere dipendenti pubblici e la tensione tra i due poli si acuisce in questi giorni. La facilità con la quale la narrazione mainstream mette all’angolo le proteste sottolineandone la disaffezione alla tutela sanitaria, alimenta la forbice che allontana quelli che qualche mese fa erano considerati gli eroi e chi scende in piazza contro le misure del governo. È una semplificazione anche questa, un’ulteriore scorciatoia per dividere i buoni dai cattivi e non dover rendere conto a nessuno da parte delle istituzioni.

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Gli interessi di questa parte di classe si scontrano ma si incontrano con quelli dell’altra parte, differente per generazione e per reddito. Vogliamo tutto, vogliamo anche Gucci. Ci insegnano i Gilet Gialli sugli Champs Elysées che lo sfregio per il lusso è insieme la smania di accedervi, di integrarsi, di potere. Quello che si esprime in piazza lunedì sera è rabbia legittima ed esasperazione, non è una piazza vivace e spensierata. Si susseguono ore di sfogo, di rivalsa, di tentativo di vendetta. Questa vita non è più nemmeno quella che c’era prima, che già di per sé non è che fosse il massimo. In molti studiosi, universitari, antropologi si sono spesi nell’analisi della composizione, delle sue richieste e di come interpretarle, utilizzando categorie che rimandano ad altri contesti urbani e sociali, come le periferie francesi. Che qua sia tutto diverso e se siamo di fronte o no a una “rivolta delle banlieues” non è particolarmente interessante di per sé, ma una cosa è vera. Quando nel 2005 scoppiarono le emeutes, adolescenti per strada bruciavano le scuole e gli ospedali e i centri di aggregazione giovanile. E c’era chi diceva, ottusamente “perchè bruciate ciò che non potete avere, ma di cui avete bisogno?”. Il motivo era evidente. Perchè era l’emblema dell’impossibilità, dell’inaccettabilità di una condizione. Erano i simboli ben concreti della violenza del razzismo strutturale dello Stato e di tutte le sue articolazioni, della differenza tra chi aveva i soldi e chi no, tra chi veniva trattato con paternalismo per essere “integrato” e chi no. Oggi vale ancora. Ma oggi si aggiunge un elemento, la pandemia, ciò che si rischia non è solo di vivere una vita di sfruttamento e di dominazione di razza e classe, si rischia la vita.

Non è un caso che durante i mesi del primo lockdown l’intera popolazione stesse a guardare impotente, al massimo affacciandosi al balcone, sperando e confidando nell’operato della gestione dell’emergenza, accettando le misure restrittive in nome di una più alta tutela della salute di tutti. Oggi la mediazione, il sacrificio di stare a casa, senza lavoro e quindi senza reddito – perchè lo stato non ha messo in campo nessun’altra forma di sostegno economico alle famiglie – è bruciata in fretta, si è consumata. Innanzitutto perchè è evidente che le misure scelte non sono le più efficaci per limitare il contagio e la diffusione del virus. Il risultato è che queste colpiscono una parte ben precisa della popolazione, tutelando palesemente gli interessi di altri. È normale chiedersi cosa cambia tra un ristorante aperto e un bus stracolmo di gente. Hanno anche una conseguenza ben precisa, la limitazione dell’agire sociale umano delimitando il lavoro come l’unica terreno di relazione sociale.

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Senza voler sovrarappresentare una realtà complessa, contraddittoria e per certi versi disarmante, ciò che si può vedere in controluce è la consapevolezza di un necessario cambiamento. Tra la nostalgia di un passato irriproducibile e l’assenza di un orizzonte verso cui guardare si è stretti in un presente che fa stare male. Sapere cosa volere è una pretesa troppo alta di fronte al disastro dispiegato. Un grido di attaccamento alla vita è l’unica cosa che resta in proprio potere.

Conclusioni (necessariamente provvisorie)

Difficile trovare delle conclusioni appropriate mentre lo sviluppo di queste piazze in tutta Italia è ancora in corso e non accenna a finire. Impossibile dire se diventerà un movimento con i suoi codici e i suoi discorsi solidificati o se rimarranno esplosioni di rabbia destinate a ripetersi. Ma alcuni nodi crediamo che possano essere esplorati.

1- In primo luogo ci sembra necessario e in parte scontato dire che in quelle piazze ci sono anche i "nostri", anche se non solo i nostri. L'esclusione dalla ricchezza sociale assume un ulteriore significato dentro la crisi pandemica e cioè esclusione anche da alcuni aspetti della riproduzione sociale industrializzata dentro l'emergenza. La differenza di accesso ai mezzi ed al reddito crea un'ulteriore movimento di deintegrazione nella parte bassa della classe che  si vede scaricare il peso della crisi totalmente addosso e viene considerata forza lavoro superflua. Banalmente c'è chi può accedere alla didattica a distanza e chi no, c'è chi può fare lo smart working e chi no, c'è chi può pagarsi un tampone in un ospedale convenzionato e chi è costretto ad attendere nell'incertezza.

Questo movimento di "deintegrazione" si allaccia all'altro movimento generato dalla pandemia, cioè l'ulteriore concentrazione della ricchezza nelle mani della grande borghesia a scapito delle classi basse, ma anche della piccola borghesia, dei bottegai e dei lavoratori autonomi. Ma c'è un ma, se queste due dinamiche, quella di "deintegrazione" e quella di "declassamento tendenziale" sono state le prime ad esplodere e si ritrovano loro malgrado e conflittualmente nelle stesse piazze, è evidente che gli interessi materiali sono coincidenti fino a un certo punto. A Torino in questo senso pensiamo si sia manifestata in maniera confusa questa difformità. E' da capire quanto, come e in che direzione si approfondirà.

Se da un lato il governo sta dando delle parziali risposte alle piccole attività in sofferenza, dall'altro lato alle date condizioni sembra strutturalmente impossibile un tentativo di reintegrazione. Resta da vedere se questa divergenza porterà a una "fine" delle piazze in assenza di un determinato vettore politico o allo strutturarsi di qualcos'altro in alternativa.

Una delle variabili ci sembra la possibilità o meno che settori di classe più "garantiti" inizino a mobilitarsi in questo spazio aperto da altri su istanze più chiare dentro la contraddizione reddito-salute.  

2- Queste piazze hanno dimostrato un'efficacia. Rendono credibile l'assunto che dentro la crisi se si lotta, e lo si fa con una certa durezza, si ottengono dei risultati. Hanno rotto con l'idea di una comunità nazionale che viaggia tutta nella stessa direzione di fuoriuscita dall'emergenza (fatto che si è mostrato come materialmente falso proprio a causa delle scelte politiche di questi mesi) e si sono articolate secondo gli interessi contrastanti. Fino a qualche mese fa l'unico discorso di contrapposizione era quello di Confindustria, di guerra di classe dall'alto. Oggi per quanto confuse si intravedono altre istanze che potenzialmente almeno si possono sviluppare in una contesa sulla questione delle risorse e di chi deve giovarne.

3- La partita sulla questione della salute è tutt'altro che una sfida a parte. Solo uscendo da una visione che interpreta la salute come un fatto collegato unicamente alla malattia e ponendo la lente sulle determinanti sociali, economiche, ambientali e culturali che ne permettono la proliferazione, si può sperare di comprendere nella sua totalità il fenomeno della pandemia. Dunque è necessario sempre di più cercare delle strategie che superino la contraddizione salute-lavoro: quindi sì, pagateci il lockdown, ma anche troviamo delle strategie collettive dal basso per tutelarci visto che lo Stato non è in grado di farlo. Introdurre in tendenza questi temi nelle piazze, con tutte le difficoltà e le contraddizioni del caso, può essere fondamentale per provare a ipotizzare una traiettoria politica di questa emersione sociale e inserirsi nelle possibili divaricazioni.

In termini generali ci sembra che queste piazze siano il prodotto della convergenza tra quello che definiamo il secondo ciclo del neopopulismo (più sporco e senza più una vera rappresentanza coagulata) e il fenomeno pandemico, formando una tempesta perfetta in cui la vera posta in palio è il fatto che si chiariscano o meno gli interessi di classe, che si produca un "riconoscimento" tra chi vive nelle stesse condizioni e si approfondisca la frattura tra alto e basso nella società. Difficile dire se questa "chiarificazione" avverrà o meno, ma crediamo che chiunque abbia a cuore il cambiamento di questo sistema di cose esistenti debba porsi il problema di come agire in questi fenomeni.

Di seguito alleghiamo un video di lunedì sera apparso su un canale istragram molto seguito tra i giovani delle periferie torinesi che parla di più di molte parole:

 

 

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