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Articoli filtrati per data: Friday, 09 Ottobre 2020

Dopo sei mesi di silenzio e di auto isolamento e chiusura dei caracoles per proteggersi dalla diffusione del coronavirus, gli zapatisti riprendono parola attraverso un comunicato del Subcomandante Moisés, nel quale, oltre a dare la propria visione del mondo al tempo della pandemia lanciano un nuovo progetto ambizioso: il giro del mondo per andare a «incontrare ciò che ci rende uguali».

Il viaggio inizierà in aprile e il primo continente sarà quello europeo con appuntamento il 13 agosto a Madrid, nel 500° anniversario della conquista spagnola del Messico, per parlare al popolo spagnolo e dire «che non ci hanno conquistato. Che continuiamo nella resistenza e nella ribellione».

Di seguito il comunicato completo tradotto in italiano dal Comitato Chiapas Maribel.

COMUNICATO DEL COMITATO CLANDESTINO RIVOLUZIONARIO INDIGENO-COMANDANCIA GENERALE DELL’ESERCITO ZAPATISTA DI LIBERAZIONE NAZIONALE.

MESSICO.

5 OTTOBRE 2020

Al Congresso Nazionale Indigeno-Consiglio Indigeno di Governo:

Alla Sexta Nazionale e Internazionale:

Alle Reti di Resistenza e Disubbidienza:

Alle persone oneste che resistono in tutti gli angoli del pianeta:

Sorelle, fratelli, hermanoas:

Compagne, compagni y compañeroas:

  I popoli originari di radice maya e zapatisti vi salutiamo e vi diciamo quello che è arrivato nel nostro pensiero comune, secondo quanto vediamo, ascoltiamo e sentiamo.

Primo. – Osserviamo e ascoltiamo un mondo malato nella sua vita sociale, frammentato in milioni di persone estranee tra loro, impegnate nella propria sopravvivenza individuale, ma unite sotto l’oppressione di un sistema pronto a tutto pur di placare la sua sete di profitto, anche quando è chiaro che il suo percorso va contro l’esistenza del pianeta Terra.

  L’aberrazione del sistema e la sua stolta difesa del «progresso» e della «modernità» si scontra con una realtà criminale: i femminicidi. L’omicidio delle donne non ha colore né nazionalità, è mondiale. Se è assurdo e irragionevole che qualcuno venga perseguitato, fatto sparire, ucciso a causa del colore della sua pelle, della sua razza, della sua cultura, delle sue convinzioni, non si può credere che essere donna equivalga a una condanna all’emarginazione e alla morte.

  In una prevedibile escalation (molestie, violenza fisica, mutilazioni e omicidi), con l’avallo dell’impunità strutturale («se lo meritava», «aveva dei tatuaggi», «cosa ci faceva in quel posto a quell’ora?», » con quei vestiti, c’era da aspettarselo”), gli omicidi delle donne non hanno logica criminale se non quella del sistema. Di diversi strati sociali, razze diverse, età che vanno dalla prima infanzia alla vecchiaia e in aree geografiche distanti tra loro, il genere è l’unica costante. E il sistema non è in grado di spiegare perché questo vada di pari passo con il suo «sviluppo» e «progresso». Nella indignante statistica delle morti, più una società è «sviluppata», maggiore è il numero di vittime in questa autentica guerra di genere.

  E la “civiltà” sembra dire ai popoli indigeni: “la prova del tuo sottosviluppo è nel tuo basso tasso di femminicidi. Prendete i vostri megaprogetti, i vostri treni, le vostre centrali termoelettriche, le vostre miniere, le vostre dighe, i vostri centri commerciali, i vostri negozi di elettrodomestici – con un canale televisivo compreso -, e imparate a consumare. Siate come noi. Per saldare il debito di questo aiuto progressista, non bastano le vostre terre, le vostre acque, le vostre culture, le vostre dignità. Dovete completare con la vita delle donne».

Secondo. – Guardiamo ed ascoltiamo la natura ferita a morte, e che, nella sua agonia, avverte l’umanità che il peggio deve ancora venire. Ogni catastrofe «naturale» annuncia la seguente e dimentica, convenientemente, che è l’azione di un sistema umano a provocarla.

  La morte e la distruzione non sono più una cosa lontana, che si limita ai confini, rispetta i costumi e le convenzioni internazionali. La distruzione in ogni angolo del mondo si ripercuote sull’intero pianeta.

Terzo. – Osserviamo e ascoltiamo i potenti che si ritirano e si nascondono nei cosiddetti Stati nazionali e nelle loro mura. E, in quell’impossibile balzo indietro, rinascono nazionalismi fascisti, ridicoli sciovinismi e assordanti chiacchiericci. In questo avvertiamo le guerre a venire, quelle che si nutrono di storie false, vuote, menzognere e che traducono nazionalità e razze in supremazia che si imporranno attraverso la morte e la distruzione. In diversi paesi c’è una disputa tra i capoccia e coloro che aspirano a succederli, nascondendo che il capo, il padrone, è lo stesso e non ha altra nazionalità se non quella del denaro. Nel frattempo, le organizzazioni internazionali languono e diventano solo nomi, come pezzi da museo … o nemmeno questo.

  Nell’oscurità e nella confusione che precedono queste guerre, ascoltiamo e vediamo l’attacco, l’assedio e la persecuzione di ogni accenno di creatività, intelligenza e razionalità. Di fronte al pensiero critico i potenti chiedono, esigono e impongono il proprio fanatismo. La morte che progettano, coltivano e raccolgono non è solo fisica; include anche l’estinzione dell’universalità propria dell’umanità – l’intelligenza -, i suoi progressi e le sue conquiste. Nuove correnti esoteriche rinascono o vengono create, laiche e no, mascherate da mode intellettuali o pseudo scienze, e le arti e le scienze cercano di essere sottomesse alla militanza politica.

Quarto. – La pandemia di COVID 19 non solo ha mostrato le vulnerabilità dell’essere umano, ma anche l’avidità e la stupidità dei diversi governi nazionali e le loro presunte opposizioni. Le misure di più elementare buon senso venivano disprezzate, scommettendo sempre che la Pandemia sarebbe stata di breve durata. Quando il passaggio della malattia si è sempre più prolungato, i numeri hanno cominciato a sostituire le tragedie. La morte è diventata così un numero che si perde quotidianamente tra scandali e dichiarazioni. Un cupo confronto tra ridicoli nazionalismi. La percentuale di battute e punti guadagnati che determina quale squadra, o nazione, è migliore o peggiore.

  Come dettagliato in uno dei testi precedenti, nei territori zapatisti abbiamo optato per la prevenzione e l’applicazione di misure sanitarie che, all’epoca, sono state confrontate con scienziat@ che ci hanno guidato e offerto, senza esitazione, il loro aiuto. I popoli zapatisti sono loro grati ed è così che abbiamo voluto dimostrarlo. Dopo 6 mesi dall’attuazione di queste misure (mascherine o equivalenti, distanza tra le persone, chiusura dei contatti personali diretti con aree urbane, quarantena di 15 giorni per chi fosse entrato in contatto con persone infette, lavaggio frequente con acqua e sapone), lamentiamo la morte di 3 compagni che hanno presentato due o più sintomi associati al Covid 19 e che hanno avuto contatti diretti con contagiati.

  Altri 8 compagni e una compagna, morti in quel periodo, presentavano uno dei sintomi. Poiché non abbiamo la possibilità di test, presumiamo che tutti i 12 compagn@ siano morti a causa del cosiddetto Coronavirus (gli scienziati ci hanno consigliato di presumere che qualsiasi difficoltà respiratoria potrebbe essere Covid 19). Queste 12 assenze sono nostra responsabilità. Non sono colpa della 4T o dell’opposizione, dei neoliberisti o dei neo-conservatori, degli attivisti da tastiera o snob, delle cospirazioni o complotti. Pensiamo che avremmo dovuto prendere ancora più precauzioni.

  Attualmente, a costo della mancanza di questi 12 compagn@, abbiamo migliorato le misure di prevenzione in tutte le comunità, ora con il supporto di Organizzazioni Non Governative e scienziati che, individualmente o collettivamente, ci guidano nella maniera di affrontare con più forza una possibile recrudescenza. Decine di migliaia di mascherine (progettate appositamente per impedire ad un possibile portatore di infettare altre persone, economiche, riutilizzabili e adattate alle circostanze) sono state distribuite in tutte le comunità. Altre decine di migliaia vengono prodotte nei laboratori di ricamo degli insurgent@s e nei villaggi. L’uso massiccio di mascherine, le due settimane di quarantena per chi potrebbe essere contagiato, la distanza e il lavaggio continuo di mani e viso con acqua e sapone, ed evitando il più possibile di andare in città, sono le misure consigliate anche per i fratelli dei partiti politici per contenere la diffusione dei contagi e consentire il mantenimento della vita comunitaria.

  I dettagli di quella che è stata ed è la nostra strategia potranno essere consultati a tempo debito. Per ora diciamo, con la vita che batte nei nostri corpi, che, secondo la nostra valutazione (che potrebbe essere sbagliata), affrontando la minaccia come comunità, non come una questione individuale, e indirizzando il nostro sforzo principale alla prevenzione, ci permettiamo di dire, come popoli zapatisti: noi siamo qui, resistiamo, viviamo, combattiamo.

  E ora, in tutto il mondo, il grande capitale vuole che si torni nelle strade in modo che le persone possano riprendere il loro status di consumatori. Perché a preoccuparlo sono i problemi del Mercato: il letargo nel consumo delle merci.

  Bisogna riprendere le strade, sì, ma per lottare. Perché, come abbiamo detto prima, la vita, la lotta per la vita, non è una questione individuale, ma collettiva. Ora si vede che non è neppure una questione di nazionalità, è mondiale.

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  Osserviamo ed ascoltiamo molte di queste cose. E ci pensiamo molto.  Ma non solo…

Quinto. – Ascoltiamo e vediamo anche le resistenze e le ribellioni che, non perché tenute sotto silenzio o dimenticate, cessano di essere chiave, indizi di un’umanità che rifiuta di seguire il sistema nella sua veloce corsa al collasso: il treno mortale del progresso che avanza, superbo e impeccabile , verso il precipizio. Mentre il macchinista dimentica di essere solo un altro impiegato e crede, ingenuamente, di decidere il percorso, quando non fa altro che seguire la prigione dei binari verso l’abisso.

  Resistenze e ribellioni che, senza dimenticare il pianto per le assenze, insistono a lottare – chi lo direbbe – per la cosa più sovversiva che c’è in questi mondi divisi tra neoliberisti e neo-conservatori: la vita.

  Ribellioni e resistenze che capiscono, ognuna a suo modo, il proprio tempo e la propria geografia, che le soluzioni non si basano sulla fede nei governi nazionali, che non si sviluppano protette da confini né vestono bandiere e lingue diverse.

  Resistenze e ribellioni che insegnano a noi zapatist@, che le soluzioni potrebbero essere sotto, negli scantinati e negli angoli del mondo. Non nei palazzi governativi. Non negli uffici delle grandi aziende.

  Ribellioni e resistenze che ci dimostrano che, se quelli in alto rompono i ponti e chiudono i confini, non resta che navigare fiumi e mari per ritrovarsi. Che la cura, se c’è, è mondiale, e ha il colore della terra, del lavoro che vive e muore nelle strade e nei quartieri, nei mari e nei cieli, nelle montagne e nelle sue viscere. Che, come il mais originario, molti sono i suoi colori, le sue sfumature e suoni.

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  Tutto questo e altro ancora, guardiamo e ascoltiamo. E ci guardiamo e ci ascoltiamo per quello che siamo: un numero che non conta. Perché la vita non importa, non vende, non fa notizia, non entra nelle statistiche, non compete nei sondaggi, non ha rating sui social, non provoca, non rappresenta capitale politico, bandiera di partito, scandalo alla moda. A chi importa che un piccolo, minuscolo gruppo di nativi, di indigeni, viva, cioè combattano?

  Perché risulta che viviamo. Che nonostante paramilitari, pandemie, megaprogetti, bugie, calunnie e oblii, viviamo. Cioè, lottiamo.

  Questo è ciò a cui pensiamo: che continuiamo a lottare. Cioè, continuiamo a vivere. E pensiamo che durante tutti questi anni abbiamo ricevuto l’abbraccio fraterno di persone del nostro paese e del mondo. E pensiamo che se la vita qui resiste e, non senza difficoltà, fiorisce, è grazie a queste persone che hanno sfidato distanze, procedure, frontiere e differenze culturali e linguistiche. Grazie a tutti e tutte loro – ma soprattutto a tutte loro – che hanno sfidato e sconfitto calendari e geografie.

  Nelle montagne del sud-est messicano, tutti i mondi del mondo hanno trovato, e trovano, ascolto nei nostri cuori. La loro parola e azione sono state cibo per la resistenza e la ribellione, che non sono altro che la continuazione di quelle dei nostri predecessori.

  Persone con le scienze e le arti come loro strada, hanno trovato il modo di abbracciarci e incoraggiarci, anche a distanza. Giornalisti, snob e non, che hanno raccontato la miseria e la morte prima, la dignità e la vita sempre. Persone di tutte le professioni e mestieri che, molto per noi, forse un po’ per loro, sono state qua, e ci sono.

  E abbiamo pensato a tutto questo nel nostro cuore collettivo, e abbiamo pensato che ora è tempo per noi, le/gli zapatisti, di corrispondere all’ascolto, alla parola e alla presenza di quei mondi. Vicini e lontani nella geografia.

Sesto. – E così abbiamo deciso:

  Che è di nuovo tempo che i cuori danzino e che la loro musica e i loro passi non siano quelli del rimpianto e della rassegnazione.

  Che diverse delegazioni zapatiste, uomini, donne e otroas del colore della nostra terra, viaggeremo nel mondo, cammineremo o navigheremo verso suoli, mari e cieli remoti, cercando non la differenza, non la superiorità, non lo scontro, tanto meno il perdono e la pietà.

  Andremo a incontrare ciò che ci rende uguali.

  Non solo l’umanità che anima le nostre diverse pelli, i nostri diversi modi, i nostri diversi linguaggi e colori. Anche e soprattutto, il sogno comune che, come specie, condividiamo da quando, in un’Africa che sembra lontana, abbiamo iniziato a camminare dal grembo della prima donna: la ricerca della libertà che ha animato quel primo passo … e che continua a camminare.

  Che la prima destinazione di questo viaggio planetario sarà il continente europeo.

  Che navigheremo verso le terre europee. Che partiremo e che salperemo dalle terre messicane, nel mese di aprile dell’anno 2021.

  Che, dopo aver attraversato vari angoli d’Europa in basso e a sinistra, arriveremo a Madrid, la capitale spagnola, il 13 agosto 2021 – 500 anni dopo la presunta conquista di quello che oggi è il Messico. E che, subito dopo, proseguiremo il percorso.

  Che parleremo al popolo spagnolo. Non per minacciare, rimproverare, insultare o chiedere. Non per domandare di chiederci perdono. Non per servirlo o per servirci .

  Diremo al popolo spagnolo due semplici cose:

  Uno: Che non ci hanno conquistato. Che continuiamo nella resistenza e nella ribellione.

  Due: Che non devono chiederci di perdonarli di nulla. Basta giocare con il lontano passato per giustificare, con demagogia e ipocrisia, i crimini attuali e in corso: l’omicidio di attivisti sociali, come il fratello Samir Flores Soberanes, i genocidi nascosti dietro megaprogetti, concepiti e realizzati per la felicità dei potenti – cosa che flagella ogni angolo del pianeta -, il supporto economico e l’impunità per i paramilitari, il mercanteggiamento di coscienze e dignità con 30 denari.

  Noi zapatiste e zapatisti NON vogliamo tornare a quel passato, non da soli, tanto meno per mano di chi vuole seminare risentimento razziale e intende alimentare il proprio antiquato nazionalismo con il presunto splendore di un impero, quello azteco, che crebbe a costo del sangue dei loro simili, e che vuole convincerci che, con la caduta di quell’impero i popoli originari di quelle terre furono sconfitti.

  Né lo Stato Spagnolo né la Chiesa Cattolica devono chiederci perdono di nulla. Non ci faremo eco dei commedianti che cavalcano sul nostro sangue e così nascondono le mani che ne sono macchiate.

  Di cosa si scuserà la Spagna? Di aver partorito Cervantes? José Espronceda? León Felipe? Federico García Lorca? Manuel Vázquez Montalbán? Miguel Hernández? Pedro Salinas? Antonio Machado? Lope de Vega? Bécquer? Almudena Grandes? Panchito Varona, Ana Belén, Sabina, Serrat, Ibáñez, Llach, Amparanoia, Miguel Ríos, Paco de Lucía, Víctor Manuel, Aute siempre? Buñuel, Almodóvar e Agrado, Saura, Fernán Gómez, Fernando León, Bardem? Dalí, Miró, Goya, Picasso, el Greco e Velázquez? Alcuni dei migliori pensieri critici mondiali contrassegnati dalla «A» libertaria? La repubblica? L’esilio? Il fratello maya Gonzalo Guerrero?

  Di cosa si scuserà la Chiesa cattolica? Del passo di Bartolomé de las Casas? Di Don Samuel Ruiz García? Di Arturo Lona? Di Sergio Méndez Arceo? Dalla sorella Chapis? Dei passi dei sacerdoti, delle religiose e delle suore laiche che hanno camminato al fianco dei popoli originari senza dirigerli o soppiantarli? Di chi rischia la libertà e la vita per difendere i diritti umani?

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  Il 2021 segnerà il 20° anniversario della Marcia del Colore della Terra, che portiamo avanti, insieme ai popoli fratelli del Congresso Nazionale Indigeno, per rivendicare un posto in questa Nazione che si sta sgretolando.

  20 anni dopo navigheremo e cammineremo per dire al pianeta che, nel mondo che sentiamo nel nostro cuore collettivo, c’è spazio per tutti, tutte, todoas. Molto semplicemente perché quel mondo è possibile solo se tutti, tutte, todoas, lottiamo per risollevarlo.

  Le delegazioni zapatiste saranno composte principalmente da donne. Non solo perché intendono ricambiare l’abbraccio ricevuto nei precedenti incontri internazionali. Anche e soprattutto perché noi uomini zapatisti sappiamo bene che siamo quello che siamo, e non siamo, grazie a loro, per loro e con loro.

  Invitiamo il CNI-CIG a formare una delegazione che ci accompagni e che così sia più ricca la nostra parola per l’altro che combatte lontano. Invitiamo in particolare una delegazione dei popoli che innalzano il nome, l’immagine e il sangue del fratello Samir Flores Soberanes, affinché il suo dolore, la sua rabbia, la sua lotta e resistenza arrivino più lontano.

  Invitiamo coloro che hanno come vocazione, impegno e orizzonte, le arti e le scienze, ad accompagnare, a distanza, le nostre navigazioni e passi. E così ci aiutano a diffondere che nelle scienze e nelle arti c’è la possibilità non solo della sopravvivenza dell’umanità, ma anche di un nuovo mondo.

Insomma: partiremo per l’Europa nell’aprile del 2021. La data e l’ora? Non lo sappiamo … ancora.

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Compagne, compagni, compañeroas:

Sorelle, fratelli e hermanoas:

  Questo è il nostro impegno:

  Di fronte ai potenti treni, le nostre canoe.

  Di fronte alle centrali termoelettriche, le lucine che gli zapatisti hanno affidato in custodia alle donne che combattono nel mondo.

  Di fronte a muri e frontiere, la nostra navigazione collettiva.

  Di fronte al grande capitale, una milpa comune.

  Di fronte alla distruzione del pianeta, una montagna che naviga nell’alba.

  Siamo zapatisti, portator@ del virus della resistenza e della ribellione. In quanto tali, andremo nei 5 continenti.

È tutto… per ora.

Dalle montagne del Sudest Messicano.

A nome delle donne, uomini e otroas zapatisti.

Subcomandante Insurgente Moisés.
Messico, ottobre 2020

P.S. Sì, è la sesta parte e, come il viaggio, proseguirà nella direzione opposta. Cioè, seguirà la quinta parte, poi la quarta, poi la terza, continuerà nella seconda e finirà con la prima.

Il comunicato originale in spagnolo lo trovate su Enlace ZapatistaEnlace Zapatista

Da yabastaedibese

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Il risveglio sociale in Kurdistan e il suo appello per un mondo di giustizia sociale affascinano le persone di tutto il mondo che desiderano una democrazia radicale, la liberazione della donna e l’ecologia. Tuttavia, questa culla della speranza continua ad essere esposta ad attacchi: che si tratti della guerra di aggressione e occupazione della Turchia in Rojava / Siria settentrionale, la guerra contro il popolo del Kurdistan settentrionale e la guerra spietata contro l’opposizione democratica in Turchia da parte del regime dell’AKP, così come l’operazione militare in corso nel Kurdistan meridionale / Iraq settentrionale. Questa politica è tacitamente sostenuta dal governo tedesco e dall’Unione Europea.

Rappresentante politico e portatore di speranza

In nessun luogo l’isolamento è più concreto che sull’isola prigione turca di Imrali. Qui il fondatore e mente del Partito dei lavoratori del Kurdistan (PKK), Abdullah Ocalan, è stato tenuto in detenzione dal 15 febbraio 1999. È stato l’unico prigioniero lì per oltre dieci anni. Nonostante le condizioni indescrivibili della sua prigionia, non ha mai smesso di sperare in una soluzione pacifica ai conflitti in Medio Oriente, soprattutto alla questione curda. Per diversi anni il governo turco ha negoziato con Öcalan per trovare una soluzione al conflitto. Inoltre, la stragrande maggioranza dei curdi è con Öcalan. 3,5 milioni di curdi lo hanno sottoscritto come loro rappresentante politico nel 2005/2006.

La soluzione della questione curda è bloccata

Allo stato attuale, lo stato turco sta ancora una volta sottoponendo Öcalan a una politica di isolamento senza precedenti. Ogni visita del suo gruppo di avvocati o dei suoi familiari a Imrali è il risultato di lunghe lotte sociali. Così, migliaia di persone dentro e fuori le carceri turche hanno rotto l’isolamento di Imrali nel maggio 2019 con uno sciopero della fame che è durato per mesi. Dopo anni di diniego da parte delle autorità turche, hanno reso nuovamente possibili consultazioni legali presso Öcalan per un breve periodo di tempo. Tuttavia, dal 7 agosto 2019, il gruppo di difesa e Abdullah Öcalan sono nuovamente fuori contatto. La Procura della Repubblica non reagisce né positivamente né negativamente alle richieste settimanali di visite. Il governo turco blocca così ogni possibilità di negoziazione e una soluzione pacifica alla guerra in Kurdistan e in Medio Oriente.

L’isolamento non riguarda solo una persona

Su Imrali, lo Stato turco non punta solo a isolare la persona di Öcalan. Le conquiste democratiche in Kurdistan e in tutto il Medio Oriente, che si basano sulle idee di Öcalan, sono ovunque l’obiettivo dell’attacco dello Stato turco e dei suoi partner. Öcalan è il pioniere ideologico del confederalismo democratico, un concetto di società democratico di base, liberato dal genere ed ecologico che rappresenta un contro-modello al modello di stato-nazione in crisi in Medio Oriente. Ha posto le basi teoriche e pratiche per il risveglio sociale nel nord della Siria, la liberazione dei curdi yazidi a Shengal e il progetto del Partito Democratico dei Popoli (HDP) in Turchia.

Nonostante le mura della prigione e le opportunità limitate, ha ispirato milioni di persone in tutto il mondo.L’isolamento su Imrali è quindi strettamente legato alla guerra contro il movimento democratico curdo e al suo modello di soluzione, il confederalismo democratico. Per questo motivo, la lotta per la pace e la democrazia nella regione può essere pensata solo insieme alla lotta contro l’isolamento di Öcalan.

Indicatore per la società curda

Il 9 ottobre segna l’anniversario dell’inizio della cospirazione internazionale contro il leader curdo. Öcalan ha dovuto lasciare la Siria 22 anni fa il 9 ottobre 1998, sotto la pressione internazionale della Turchia e della NATO, e ha intrapreso un’odissea per un processo di pace che alla fine ha portato al suo rapimento dall’ambasciata greca a Nairobi da un’operazione di intelligence internazionale in Turchia. . Questo giorno è un giorno di protesta, perché la situazione di Öcalan è considerata anche un metro per la situazione della società curda.

Chiediamo quindi una giornata d’azione decentralizzata contro l’isolamento di Abdullah Öcalan sabato 10 ottobre. Mobilitiamoci insieme per porre fine al sistema Imrali, chiediamo la libertà di Öcalan e rompiamo l’isolamento della sua persona e delle sue idee. !

Partecipa alla giornata di mobilitazione con iniziative creative nelle tue città! Sollevati contro l’isolamento! “

Sabato 10 ottobre ore 15 Piazza Barberini Roma

Segnala l’iniziativa nella tua città a: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. , Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Ufficio di informazione del Kurdistan in Italia
Rete Kurdistan Italia

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È di questi giorni la notizia che la Giunta Regionale Piemontese ha deciso di emanare una circolare che mette in grave pericolo la possibilità, già di per sé complicata tra obiettori di coscienza e medici antiabortisti, di effettuare l’aborto farmacologico. Ritorniamo sul dibattito politico che si è acceso da quest’estate sulla questione, dibattito che mette in campo tutto lo schifo di uomini che decidono sui corpi delle donne, dichiarazioni da conservatori cattolici, una sedicente sinistra “attenta ai diritti delle donne” (sic!) totalmente inesistente. È chiaro come solo una pronta risposta dal basso possa essere incisiva, necessaria e di attacco nei confronti di un teatrino decisamente rivoltante.

A giugno la governatrice leghista dell’Umbria Donatella Tesei, cancella la delibera regionale che permetteva l’aborto tramite Ru486 senza ricovero in ospedale, a suo dire per “tutelare la salute dei pazienti”, sostenendo di seguire le linee guida sull’aborto farmacologico. Il ministro Speranza, che in questi ultimi mesi di emergenza sanitaria ha dimostrato di avere qualche carenza nella tutela della salute pubblica, chiede un parere all’Istituto Superiore di Sanità annunciando l’aggiornamento delle direttive: la pillola Ru486 si può assumere in day hospital fino alla nona settimana di gravidanza. E fin qui.

Pochi giorni fa Roberto Cirio decide che la Regione Piemonte non seguirà le linee guida dell’Istituto di Sanità, emanando una circolare in cui viene vietato l’aborto farmacologico nei consultori e prevede che la decisione sulle modalità del ricovero avvengano da parte della direzione sanitaria, con la possibilità da parte di associazioni pro-vita e di aiuto alla maternità di effettuare valutazioni sull’interruzione della gravidanza. Un’idea questa che risale a metà settembre quando Maurizio Marrone, assessore regionale di Fratelli d’Italia, con una delibera propone di vietare l’aborto farmacologico negli ambulatori e suggerisce di attivare progetti di sostegno alle maternità difficili – alias, mettiamo in mani antiabortiste donne che vorrebbero affrontare un percorso di interruzione di gravidanza. Marrone non viene preso sul serio da nessuno, d’altronde uno che ha fatto carriera facendosi scortare dalla polizia in università per volantinare contenuti fascisti, omofobi, sessisti e razzisti, si era capito quanto ridicolo fosse. Ciò non assolve chi si sarebbe dovuto mettere un po’ più di traverso, dimostrando discutibili doti di previsione politica di chi ora si indigna. Così, la sindaca Appendino relega a “becera propaganda” la proposta di Marrone, Silvio Viale, ex consigliere comunale del Pd e ginecologo dell’ospedale Sant’Anna di Torino, si mostra sicuro che non cambierà nulla, che si tratta di “un bluff di un assessore di FdI che non ha la minima idea di che cosa stia parlando”. E arrivederci e grazie.

Ad oggi il M5S annuncia che farà ricorso al Tar e il Pd assicura che si batterà contro la circolare, l’assessore piemontese alla Sanità, Luigi Icardi, altro incompetente che ha dimostrato i suoi “meriti” durante la gestione covid, si impegna a valutare la proposta. Il presidente dell’ordine dei medici intanto ha scritto una lettera indirizzata al presidente della regione per esternare disappunto nei confronti di questa linea. Non solo in Piemonte si gioca una battaglia importante, nel Lazio sono troppi i primari che provengono dalle università cattoliche rendendo impossibile di fatto l’aborto, per esempio a Rieti, Frosinone, Latina, Viterbo, per non parlare dell’abominevole assurdità del cimitero dei feti a Roma. In provincia di Brescia l’amministrazione vuole versare un contributo mensile a chi rinuncia all’interruzione volontaria di gravidanza.

Insomma, come sappiamo l’unica vera opposizione che si può costruire è quella che parte dalla lotta delle donne, che esplode nei movimenti transfemministi, che non accetta un livello del dibattito politico così basso e pericoloso. Non basta difendere l’esistente, è un paradigma che si riformula quotidianamente e viene rappresentato da una politica fatta di uomini e da un sistema economico e produttivo basato sullo sfruttamento di chi deve occuparsi di riprodurre, che deve essere abbattuto.

 

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