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Articoli filtrati per data: Thursday, 08 Ottobre 2020

Il presidente di Confindustria Carlo Bonomi, torna a strigliare il governo e a chiedere di allargare i cordoni della borsa, ovviamente a favore dei padroni stessi: ‘Il dialogo tra le istituzioni non è invitarci su una passerella rossa agli Stati generali o a bere un caffè al ministero. O il confronto è vero sui fatti e ci ascoltano, o non funziona niente’, ha detto il leader degli industriali all’assemblea annuale di Confindustria Toscana ad Arezzo.

Intanto rotte le trattative tra Federmeccanica e sindacati delle tute blu sul rinnovo del contratto: deciso dai sindacati confederali della metalmeccanica lo stato di agitazione e 4 ore di sciopero il 5 novembre in tutti gli stabilimenti, oltre a 2 due ore per le assemblee.

Sempre per la rottura padronale sul contratto, 4 ore di sciopero domani, venerdì 9 ottobre, pure per lavoratori e lavoratrici dell’industria agroalimentare.

E’ poi già sciopero oggi, giovedì 8 ottobre, per 8 ore, per i 4mila addetti impiegati a Fincantieri Ancona, dopo l’aumento dei contagi da Covid e le risposte – non risposte da parte dell’azienda. L’astensione dal lavoro riguarda operai, impiegati e ditte di appalto. “All’interno dello stabilimento dorico si sta assistendo ad un forte aumento di contagi da Covid-19 e le risposte date dall’azienda non ci sembrano sufficienti” spiegano i sindacati in una nota, sottolineando che “in Fincantieri lavorano 4mila persone, spesso in aeree ristrette ed è quindi chiaro come il rischio dal punto di vista sanitario sia molto elevato. Chiediamo all’azienda ed alle istituzioni preposte di ampliare l’attuale protocollo sulla prevenzione e sicurezza per Covid attraverso test sierologici a tutti i dipendenti diretti, indiretti e ditte di appalto; una comunicazione tempestiva dei casi, oltre ai componenti del comitato covid, anche ai dipendenti delle aree in cui i casi si verificano; il ripristino delle turnazioni, per evitare la sovrapposizione dei lavoratori in entrata ed in uscita; un incremento dei mezzi di trasporto pubblico dei lavoratori, per evitare il sovraffollamento a bordo” “Riteniamo – chiudono Fim, Fiom e UIlm – che questo sciopero sia anche un’assunzione di responsabilità nei confronti di tutta la città viste le ripercussioni che potrebbero esserci sui cittadini a causa di focolai che potrebbero partire proprio dal cantiere navale”. Da Ancona con noi Massimiliano Anastasi, responsabile RLS Fiom Cgil a Fincantieri. Ascolta o scarica

Da Radio Onda d'Urto

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di Alberto Molinari e Gioacchino Toni da Carmilla

Dopo il cortometraggio Il potere deve essere bianconero, poi confluito in una più ampio documentario audiovisivo sulle curve della Juventus e del Torino intitolato Ragazzi di stadio (1978) e nell’omonima produzione editoriale riportante interviste e fotografie, con Ragazzi di stadio, quarant’anni dopo (2018), film presentato nel corso del 36° Torino Film Festival, Daniele Segre torna a indagare il mondo degli ultras.

I pionieristici lavori sui tifosi realizzati dal documentarista torinese sul finire degli anni Settanta, hanno concesso ai giovani ultras, per la prima volta in Italia, la possibilità di presentarsi direttamente: è infatti la voce degli intervistati a restituire il senso della loro esperienza collettiva e a far emergere le molteplici sfaccettature sociali, politiche, simboliche della sottocultura del tifo.

Sin dal primo lavoro audiovisivo di fine anni Settanta emerge chiaramente quanto l’immaginario dell’epoca dei giovanissimi supporter risulti permeato dal clima politico dei tempi: le immagini del corteo degli ultras diretto allo stadio mostra passamontagna calati sul volto, mani levate mimando la P38, cori e scritte sui muri che riprendono l’antagonismo sociale dell’epoca. Le inchieste sul mondo del tifo di fine anni Settanta tratteggiano una generazione di tifosi che vivono con spontaneità e allegria l’avventura ultrà, tanto che le stesse discussioni all’interno dei rispettivi gruppi, durante i preparativi in vista del derby, risultano genuine e informali, ben lontane dalle maniacali gerarchie e dalla militarizzazione che caratterizzeranno il tifo di quarant’anni dopo.

stadio copia

Uno degli indiscussi meriti dei pionieristici lavori di Segre sul mondo ultras è quello di aver saputo presentare i giovani tifosi all’interno di un contesto sociale più allargato rispetto alle gradinate dello stadio. Una sequenza de Ragazzi di stadio, ad esempio, mostra un giovane operaio al lavoro in officina con la macchina da presa che indugia sulla ripetuta oscillazione del capo del ragazzo intento a seguire il movimento del macchinario non lasciando dubbi sul carattere alienante della sua attività lavorativa. Dismessa la tuta da lavoro il giovane si sistema in abiti civili per lasciare la sua vita d’officina e le immagini, con lui, passano alla sua alla sua esistenza fuori dalla fabbrica ed è qui che il mondo del tifo si rivela come una spasmodica ricerca di vita oltre la routine della fabbrica.

Dai racconti dei giovani emergono le forme organizzative dei gruppi, le modalità dell’autofinaziamento e, nel caso degli “Ultras Granata”, anche il ruolo della componente femminile all’interno del tifo organizzato. Nonostante nelle curve siano presenti anche giovani di area neofascista, entrambe le tifoserie torinesi risultano in maggioranza orientate a sinistra, soprattutto estrema, dalla quale, non a caso, riprendono molti slogan. Gli attriti tra le diverse impostazioni politiche sono attenuati dalla comune “fede” calcistica che suggerisce di “lasciare la politica al di fuori dello stadio”.

Daniele Segre dalla serie Ragazzi da stadio 1977 79

Da parte loro i tifosi granata manifestano nei confronti della Juventus un odio da loro definito “classista” mentre i supporter juventini non avvertono contraddizione tra tifare per la squadra di Agnelli e dirsi di sinistra. Al di là delle appartenenze politiche a valere è soprattutto, come detto, la “fede” calcistica, fondamento del legame di gruppo, e la curva come spazio di socializzazione nel quale stringere amicizie, vivere un’esperienza disinteressata, creare un’unità che può nascere anche dagli scontri con la polizia e con gli ultras delle altre squadre.

Cosa resta, a distanza di tanto tempo, del mondo ultrà di fine anni Settanta? Cosa è sopravvissuto e cosa è invece decisamente cambiato? È anche per rispondere a tali interrogativi che Segre realizza Ragazzi di stadio, quarant’anni dopo. Il nuovo lavoro è incentrato sul gruppo juventino dei “Drughi” che conta di una componente di tifosi di lungo corso e una di giovani. Nel corso del film si alternano in modo incalzante immagini di cortei, coreografie, interviste a camera fissa registrate nella sede del gruppo, immagini tratte dai primi lavori di Segre accostate a riprese recenti, come a suggerire possibili confronti. Nelle prime sequenze di questa nuova realizzazione, la macchina da presa conduce all’interno della sede del gruppo inquadrando i murales sulle pareti d’ingresso e la foto di Mussolini che campeggia tra i vessilli bianconeri, per poi mostrare diversi tifosi in buona parte costretti a seguire la partita alla televisione a causa delle diffide che vietano loro l’accesso allo stadio.

A differenza di quanto avvenuto nei documentari precedenti, ora i tifosi sembrano abituati a fare i conti con la macchina da presa, tanto che frequentemente si atteggiano in studiate “pose da duri”, come a voler sfruttare l’occasione offerta dalla vetrina del documentario. Nel nuovo film Segre non palesa mai la sua presenza né nelle immagini né attraverso la “voce off” e, probabilmente, ciò è dovuto anche alla maggior propensione dei tifosi di oggi ad autorappresentarsi.

Come quarant’anni prima, il film restituisce l’esperienza totalizzante del tifo vissuto in una dimensione comunitaria e la dedizione assoluta e continua alla propria causa è considerata il segno distintivo dell’autentico tifoso che si differenzia così dai tiepidi e detestati spettatori della tribuna. Alcuni supporter raccontano dei problemi che l’appartenenza al gruppo ha comportato in famiglia e sul lavoro e, in diverse circostanze, emerge come, più che la partita, ai giovani interessi conquistarsi spazi di protagonismo.

Il nuovo lavoro di Segre consente di cogliere alcune trasformazioni avvenute nel mondo degli ultras in relazione ai mutamenti sociali e politici. Se i vecchi “Fighters” bianconeri ritratti dall’autore a fine anni Settanta si presentavano come un gruppo relativamente informale e spontaneo, i nuovi gruppi hanno costruito nel tempo un preciso assetto organizzativo. I “Drughi” sollecitano la partecipazione e nello stesso tempo la incanalano e la inquadrano in un sistema di ruoli e di regole, di ordine e di disciplina interna. La struttura fa capo a un direttivo guidato da leader carismatici che si sono conquistati “sul campo” un primato indiscutibile e ribadito ogni domenica nei rituali della curva. Esiste una precisa divisione dei compiti che deve essere rigorosamente rispettata: il “lanciacori”, gli “striscionisti”, l’addetto alla “logistica” che si occupa del reperimento dei biglietti e dell’organizzazione delle trasferte e persino il “capoguerra”, colui che decide se ci si deve o meno scontrare, e con quali modalità, con i gruppi avversari.

Anche dal punto di vista politico il cambiamento è netto. Afferma risoluto un “anziano” intervistato: «la nostra è una curva che segue ideali di destra e ne siamo orgogliosi», poi aggiunge perentorio che l’ideologia politica non deve però mai prevaricare gli interessi della curva. Un altro ultras di vecchia data spiega: «non c’è democrazia allo stadio… altrimenti ognuno fa quel che vuole… un po’ di dittatura ci deve essere per forza». Un esponente storico della curva si sente in dovere di precisare che «non c’è razzismo. Il razzismo per me è un’altra cosa, non è cantare “Vesuvio lavali col fuoco” o “’Firenze in fiamme”… oppure urlare contro il giocatore “negro”… quello non è razzismo è uno sfottò… ci diverte cantare queste canzoni ma non è razzismo».

La leadership del gruppo, esclusivamente maschile, è costituita soprattutto dagli “anziani”, in alcuni casi reduci dei vecchi “Fighters”, che si autorappresentano come custodi della memoria e demiurghi del tifo juventino. Dalle loro interviste emerge la classica logica binaria che struttura l’immaginario collettivo degli ultras – fedeltà/tradimento; onore/disonore; ardimento nello scontro fisico/ignavia -, l’orgoglio per le battaglie combattute che li ha portati a essere sottoposti al divieto di partecipare agli incontri sportivi, la concezione della violenza, con i relativi codice di onore, inglobati nell’ideologia della curva che fanno assoluto divieto di denunciare i nemici. Non senza contraddizioni afferma un tifoso: «Il mondo ultras è fatto di forti, di vincitori e di vinti, di violenza verbale, anche di violenza fisica così come il mondo che ci circonda, violenza verbale la troviamo tutti i giorni, in televisione, sui giornali, al cinema, la violenza è ormai qualcosa che innaturalmente è entrata a far parte della nostra esistenza, noi l’abbiamo sempre vissuta, nel bene e nel male, per cui non è un qualche cosa che vediamo contro natura, è qualche cosa che ci appartiene, appartiene al mondo ultras storicamente».

drughiAnche lo spazio della curva risulta ora sottoposto a una rigida regolamentazione costruita sui “meriti” acquisiti nel tempo e viene rivendicata con orgoglio la specificità della curva rispetto agli altri settori dello stadio. Alcuni ricordano anche come l’eroina nei primi anni Ottanta abbia falcidiato la tifoseria e come il ricambio generazionale abbia, in alcuni casi, provveduto ad allontanare alcuni “vecchi” perché legati a un mondo che a loro non apparteneva.

Nel documentario viene mostrata anche una riunione del “Direttivo” ove, tra i presenti, si intravedono anche alcune ragazze. Un “anziano” ricorda come molti della vecchia guardia siano diffidati e come ci si adoperi per aiutare i gruppi “più meritevoli”. A dare il senso della stretta gerarchia che contraddistingue la curva, un giovane tifoso, durante la riunione prende la parola solo per dire con orgoglio ai “vecchi”: «noi siamo qui non per dire la nostra ma per metterci a disposizione».

Alcuni intervistati approfondiscono la “logica ultrà” spiegando cosa significa stare “in prima linea” evitando di scappare durante gli scontri. C’è anche chi tiene a ricordare che «non abbiamo mai toccato i bambini e le famiglie… come facciamo a riconoscerci allora? Dall’odore! Quello puzza come te». Un “anziano” ricorda: «tanti anni fa esistevano anche delle regole; ci si trovava a mani nude, magari con qualche mazza di piccone ma niente di particolare. Il codice fondamentalmente doveva essere quello ma poi, col passare del tempo, sono successe tante cose brutte che hanno portato anche a vedere armi, coltelli e pistole nei vari gruppi ultras». Alcuni tifosi si soffermano anche sulle esperienza dell’arresto, della detenzione, delle pene subite, del sostegno legale e della rete di solidarietà in carcere.

Pur mostrando diversi elementi di continuità con le analoghe esperienze delle passate generazioni, il mondo ultras contemporaneo che emerge da Ragazzi di stadio, quarant’anni dopo, palesa diversi e profondi mutamenti a testimonianza delle grandi trasformazioni che hanno caratterizzato la società italiana e il suo immaginario. Al di là delle curiosità per un’esperienza che, tra mille contraddizioni, in risposta ad un desiderio di partecipazione e ad un bisogno di socialità, ha saputo coinvolgere in Italia decine di migliaia di individui, il lavoro di Segre, come ha spiegato lui stesso nel corso della presentazione al Torino Film Festival, si propone come spunto per «per raccontare la realtà del tempo presente e il calcio probabilmente è solo una scusa per raccontare qualcos’altro che avrebbe senso approfondire e scavare».

Negli ultimi tempi alcune tra le maggiori curve italiane sono state investite da inchieste giudiziarie che hanno fatto emergere gravi contiguità di alcuni gruppi del tifo con la malavita organizzata e con l’estrema destra. È questo un fenomeno che merita di essere indagato con attenzione al fine di comprendere quanto sia estesa tale deriva. La stessa tifoseria juventina è stata al centro di una recente inchiesta della procura di Torino coinvolgendo diversi dei protagonisti del recente film di Segre.
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Per una trattazione più articolata a proposito del lavoro di Segre sul mondo del tifo si rinvia alla pubblicazione: Alberto Molinari, Gioacchino Toni, “I ragazzi di stadio”. Il viaggio di Daniele Segre nel mondo degli ultras, in “Clionet. Per un senso del tempo e dei luoghi”, 3 (2019) [03-11-2019]. [Link]

 

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Abbiamo fatto una chiacchierata con un abitante del biellese, territorio che lo scorso venerdì è stato sconvolto da un’ondata di maltempo e alluvioni. È chiaro come i disastri come questo non siano frutto del caso o della natura, bensì siano il risultato materiale di una serie di scelte politiche ed economiche che hanno come priorità tutto fuorché la messa in sicurezza dei territori, la manutenzione, la costruzione di piccole opere necessarie. Anzi, se da un lato tutto questo non viene fatto, dall’altro lato la sovraproduzione, l’industria agroalimentare, lo sfruttamento del suolo e delle risorse moltiplicano le occasioni di calamità naturali che diventano ingestibili se affrontate nell’emergenza, portando alcuni contesti particolarmente fragili a subire danni e morti senza nemmeno qualcuno contro cui prendersela.

 

sul territorio biellese ci sono state negli ultimi anni altre alluvioni / frane?

Sul territorio biellese fenomeni di dissesto e allagamenti si verificano in continuazione. Particolari eventi di dissesto si verificano spesso in autunno ma anche in estate o in primavera. Ogni anno qualche strada crolla, un versante frana o un fiume esonda: allargando progressivamente la distanza tra gli insediamenti vallivi e collinari con la città di Biella e le principali arterie viarie del territorio. Eventi con un'entità paragonabile, da un punto di vista idrologico, a quello che si è verificato la notte di Venerdì 2 Ottobre ci sono stati nel 2002, nel 1993 e forse nel 1968. La stessa Arpa afferma che l’evento che si è verificato avrebbe normalmente un tempo di ritorno di 200 anni: dato che ci conferma come questi eventi si facciano via via meno eccezionali a causa dei cambiamenti climatici. Fortunatamente nel Biellese non ci sono state le morti e i danni verificatisi nell’evento tragico del 1968. Al di là degli eventi eccezionali le valli biellesi sono estremamente fragili e lo dimostrano i lavori di monitoraggio fatti dall’Arpa in cui si fa riferimento a una forte franosità, rischio esondazione ed fenomeni di erosione. Un elemento particolarmente critico è legato al trasporto solido, ossia al fatto che il corso d’acqua finisce spesso per riempirsi di materiale che frana al suo interno come alberi e pietrame. Ciò è quasi sempre dovuto ad una scarsa manutenzione del territorio come la rimozione di alberi caduti o a rischio, la pulizia dei fossi e dei torrenti spesso ingombrati da tronchi, ecc…

sono stati fatti dei lavori di messa in sicurezza? Cosa andrebbe fatto?

Negli ultimi anni sono stati fatti alcuni interventi di messa in sicurezza di versanti soggetti a frane o crolli, in certi casi è stata svolta la pulizia degli alvei di fiumi, ma è evidente che questi interventi non sono bastati. Ci sembra necessaria un cambio di paradigma che crei presupposti per la manutenzione dei versanti volta a ridurre l’apporto di materiale nei torrenti, su questo è chiaro che risulta centrale un modo differente di abitare la montagna. Se si guardano i documenti dell’arpa da tempo viene data indicazione di interventi che siano orientati al controllo dei fenomeni di erosione delle sponde specialmente in prossimità di infrastrutture viarie; come anche il miglioramento della capacità di deflusso in piena attraverso la rimozione di ostacoli ed impedimenti lungo l’asse del torrente.

In ogni caso il problema del dissesto idrogeologico è un tema di giustizia ambientale, nonché sociale, questi eventi rendono evidenti la necessità di lotte territoriali che spingano per un modo diverso di abitare le montagne: che non sia solo uno sfruttamento turistico, ma che metta in moto processi di cura necessari non solo per chi abita nelle aree interne, ma anche per chi abita nelle città a valle. Il compito futuro dei comitati e dei gruppi, tra cui il nostro, che hanno a cuore questi temi, sarà quello di rendere evidente questo approccio usa e getta delle montagne da parte di istituzioni e capitalisti: usate per divertimento durante l’estate e poi abbandonate al dissesto durante il resto dell’anno. Sarà quindi compito nostro nel futuro togliere spazio alla retorica della “coesione territoriale”[1] rendendo evidenti le sue ambiguità, per aprire una stagione di lotta che coinvolga le aree più fragili del nostro territorio, rendendo evidenti disuguaglianze ambientali che non si potranno risolvere con qualche passerella del politico di turno.

quali sono le cause di quest'ultimo disastro alluvionale? E che danni sono stati provocati?

Le forti piogge hanno aumentato la forza dei corsi d’acqua portandoli ad erodere le loro sponde e causando diversi crolli. L’acquedotto di Chiavazza è stato danneggiato, in più diverse condotte sono state rotte: alcune prese d’acqua sono state distrutte (per cui alcune parti del territorio sono senza acqua o con acqua non potabile), ma anche alcuni scarichi ora riversano sul torrente in attesa di essere sistemati. Diverse strade sono crollate (in particolare in valle Cervo, rimasta parzialmente isolata), oltre ad alcuni ponti, come anche diversi manufatti storici a cui gli abitanti erano legati in maniera particolare. Uno di questi era lo spazio Hydro[2], dove spesso trovava casa il Coordinamento Biella Antifascista, e dove Domenica avrebbe dovuto esserci un pranzo benefit per i/le compagnx antifascistx torinesi.

esistono dei comitati/gruppi che si occupano di questi temi? Che iniziative vengono messe in campo?

Nel biellese, nonostante sia un territorio abbastanza assopito dal punto di vista del conflitto  sociale, ci sono sempre state delle realtà che si sono occupati di ambiente: a partire dal comitato contro l’inceneritore “Fenice” a Donato, per arrivare al recente Comitato Salussola Ambiente è Futuro[3] contro la discarica di amianto a Salussola, riuscendo sempre ad avere un discreto coinvolgimento in termini numerici. Purtroppo invece Fridays For Future Biella ha avuto un ottimo esordio, ma da più di un anno è in una fase latente, speriamo che i giovani del territorio si ri-attivino, anche se è difficile visto che moltx, finite le scuole superiori, lasciano il biellese. Legambiente[4] e il comitato Tutela Fiumi di Biella sono sicuramente le realtà più attive nel monitoraggio e nella denuncia sul territorio, specialmente se parliamo di tematiche ambientali relative al dissesto e alla cura del paesaggio biellese.

quali sono i principali problemi legati all'ambiente, alla sicurezza e alla salute nel territorio biellese?

Oltre al discorso legato al dissesto, che entra a far parte del dibattito pubblico ogni qual volta frana una strada, i temi più sentiti che mi vengono in mente al momento sono qiuattro:

Nella bassa biellese, nel comune di Salussola, la Regione vuole realizzare una discarica di amianto, questo progetto è fortemente ostacolato dal comitato Salussola Ambiente è Futuro che ha portato già a forti rallentamenti, e con ogni probabilità il progetto verrà abbandonato del tutto, anche se l’allerta rimane alta. Da molto tempo si discute della gestione delle acque, in particolare del rifacimento di una diga in valsessera per soddisfare il bisogno idrico in pianura, fortemente legato alle attività risicole. Legato al tema delle gestione delle acque vi è anche quello dell’installazione di centraline idroelettriche che avrebbero conseguenze molto gravi sulla fauna ittica dei torrenti. Un altro problema, che abbiamo recentemente ripreso, è quello dello sfruttamento della Baraggia. Questa regione che si sviluppa dalla bassa biellese fino al vercellese è scenario da molti anni di esercitazioni militari, specialmente durante il periodo estivo, con l’impiego di mezzi pesanti e armi causando danni ambientali indelebili sia su fauna che vegetazione. Ovviamente la lotta per la salvaguardia della baraggia si intreccia da molti anni con l’antimilitarismo.[5] Infine periodicamente vengono presentati sul territorio progetti per impianti di smaltimento rifiuti o bruciatori (spesso pirogassificatori) sovradimensionati, spesso spacciati per economia circolare, in realtà sono operazioni che richiedono di essere alimentate da quantità di materiale molto maggiore rispetto a quello prelevabile sul territorio. Risulta evidente come queste attività nocive si vadano sempre più a concentrare in aree del territorio nazionale in declino a più tentativi nella speranza di non incontrare un’opposizione locale: per questo un lavoro di continuo monitoraggio è fondamentale.

 

[1]https://www.agenziacoesione.gov.it/strategia-nazionale-aree-interne/

[2]https://www.facebook.com/spaziohydro

[3]https://www.facebook.com/comitatosalussola.ambienteefuturo.5/

[4]https://www.facebook.com/LegambienteBiella

[5]https://radioblackout.org/2020/07/biella-iniziativa-antimilitarista-contro-le-esercitazioni-dellesercito/

 

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Negli scorsi giorni sono stati pubblicati gli appalti per quanto riguarda il comparto di sicurezza di una delle opere accessorie alla Torino-Lione che Telt dovrebbe portare a termine prima di iniziare lo scavo del tunnel di base. Questi appalti riguardano lo spostamento dell’autoporto da Susa a San Didero, un paese della bassa valle.

La piana di San Didero su cui dovrebbe sorgere il nuovo autoporto è un territorio molto sensibile in quanto vi sussiste un bosco, unico polmone verde della pianura in bassa valle, e il terreno è ricco di pcb e altri inquinanti pericolosi. Dunque una volta smossa la terra questi inquinanti verrebbero liberati nell’aria portando ad un aumento significativo delle malattie respiratorie, che in tempo di pandemia sappiamo bene cosa significherebbe. Suona simile a quanto sta succedendo a Salbertrand (vedi Grosso guaio a Salbertrand)? Ma su questo ci torneremo più ampiamente in futuro.

Ciò che colpisce ulteriormente di questi appalti è la cifra prevista per la security del cantiere. Stiamo parlando di 5 156 953.00 €. Avete capito bene, cinque milioni centocinquantasei mila novecentocinquantatre euro. Per capirci il risparmio per le casse dello stato per quanto riguarda il taglio dei parlamentari appena sancito dal referendum sarebbe di 53 milioni: in sostanza per la sicurezza del cantiere di San Didero se ne spenderebbero almeno un decimo. Per fare un altro paragone d’attualità in media la costruzione di un edificio scolastico costerebbe intorno ai due milioni di €.

San didero 5

In cosa consisterebbero questi lavori? Nella recinzione perimetrale della zona del cantiere con tanto di concertina militare e impianto di videosorveglianza, opere di supporto alle forze dell’ordine, dispositivi di illuminazione e idranti. Un fortino a tutti gli effetti in piena bassa valle. Ma per difendere il cantiere da cosa vengono spesi tutti questi soldi? Un’invasione aliena? Un’apocalisse zombie?

san didero 2

Telt lo scrive a suo modo nelle prime righe della relazione: Tutto questo si rende necessario in quanto l’area sul quale sorgerà il nuovo Autoporto di San Didero si trova in una zona fortemente soggetta a rappresaglie da parte di gruppo politici ostili (NO TAV).” In sostanza per Telt i “gruppi politici ostili” sarebbero i cittadini della bassa valle che non vogliono morire di tumore. Un gergo militaresco che ripercorre tutta la relazione e che dimostra in sostanza come i promotori dell’opera intendano portare avanti i lavori: a suon di manganello e lacrimogeni.

 San Didero 1

Di fronte alla crisi epocale che stiamo vivendo spendere 5 milioni di euro per difendere un cantiere nocivo dai cittadini è una vergogna oltre ogni senso del pudore. I lavori dovrebbero cominciare entro il 31 dicembre 2020, ma se pensano di spaventare il movimento con queste cifre si sbagliano di grosso, alla moda nostra, con il cuore e la determinazione gliela faremo trovare lunga.

 Da notav.info

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È il 1969, l’autunno è esploso. In realtà dalla primavera gli scioperi erano iniziati. Siamo a fine settembre e le trattative per il rinnovo del contratto vanno al rilento. I punti di opposizione padronali alle richieste operaie sono incentrate sul non voler sganciare il salario dalla produttività.

Tra i settori più combattivi della classe operaia si afferma l’idea, già sperimentata negli scioperi di primavera (in particolare all’officina 32 della Fiat Mirafiori), degli scioperi a scacchiera, con fermate improvvise e articolate, con presenza dentro le officine, con cortei interni e occupazioni momentanee. L’assemblea operai-studenti, che si ingrossava via via, appoggiava gli scioperi a scacchiera.

Così gli ultimi giorni di settembre ’69 in numerose officine di Mirafiori partono scioperi spontanei.

Il 1° ottobre contro gli straordinari all’Officina 54, i giorni seguenti seguono altre officine e anche alla Lancia. La novità è che i sindacati torinesi non si contrappongono inizialmente a questi scioperi (come faranno in seguito), ma “coprono” questi scioperi spontanei chiamando i delegati a raccogliere questa tensione e rilanciarla. Sperano così di riprendere il controllo della situazione ormai sfuggita di mano. Il 3 ottobre l’assemblea di delegati e dirigenti sindacali alla Camera del lavoro accetta (non poteva fare altrimenti) la lotta articolata e il 5 ottobre anche le direzioni nazionali dei sindacati metalmeccanici proclamano in tutte le fabbriche italiane lo sciopero con queste modalità articolate.

È l’8 ottobre, 4 ore di sciopero per ogni turno. Durante lo sciopero non si esce dalla fabbrica (gli operai non volevano più uscire: che senso ha –dicevano- starsene a casa o al bar per contrastare il padrone?) ma si tengono assemblee per decidere le forme successive di queste nuove forme di lotta e si eleggono i delegati di squadra (per controllare i ritmi di lavoro) che vanno ad affiancare e a volte a sostituire quelli di officina. Le idee diventano immediatamente pratica: sciopero articolato ma in ogni reparto a orari diversi e con cortei interni, quelli che spazzano i reparti e raggiungono le palazzine degli uffici, facendo uscire impiegati e funzionari recalcitranti. Il 9 e il 10 ottobre scioperi e cortei interni sempre più duri proseguono.

Venerdì 10 ottobre: alle sei del mattino inizia il primo sciopero. Assemblee volanti e cortei spazza-reparto e uffici e anche gli schieramenti di guardioni che vogliono fermarli, alla testa del corteo bandiere rosse, cartelli e fischietti. Alle 16 secondo turno di sciopero. Arriva polizia e carabinieri, lo scontro e durissimo, lacrimogeni e cariche, pietre e bulloni dall’altra parte. Alcuni operai vengono arrestati e rinchiusi nei cellulari sopraggiunti. Gruppi di operai escono aprono il furgone e liberano gli arrestati. La palazzina degli uffici è devastata, numerosi guardioni avranno bisogno di cure per contusioni multiple. A gran voce si chiede assemblea e occupazione e prolungamento dello sciopero, mentre molte macchine di dirigenti si ribaltano. Corre voce che l’Unione industriali minaccia una serrata e accusa la polizia di “passività”; come risposta alcune migliaia di operai decidono di occupare.

I sindacati iniziano a prendere la distanza da uno scontro che diventava ingovernabile da loro: «…ogni fatto che possa dar modo al padrone di assumere iniziative per spostare i termini e gli obiettivi della lotta, così come gli atteggiamenti di quei gruppi, come ad esempio “Lotta Continua” le cui indicazioni di fatto collimano con gli intendimenti provocatori della Fiat, devono essere isolati e respinti con la massima decisione…». Ma questo linea di lotta nel frattempo si era espansa in tutte le fabbriche torinesi: Lancia, Carello, Pininfarina, Westinghouse, perfino alla Olivetti di Ivrea (fiore all’occhiello del padronato paternalista) la palazzina uffici viene circondata dagli operai e impedito la loro uscita, così alla Spa Stura, a Rivalta, ecc.

Anche tra alcuni compagni/e dell’Assemblea ci sono dubbi sull’innalzamento dello scontro ritenuto eccessivo e non organizzato.

Poi, il fatto che mette fine alla fruttuosa ed efficace azione dell’Assemblea operai-studenti, sarà non tanto le valutazioni anche non omogenee e le visioni diverse sullo sviluppo della lotta … quanto un fatto organizzativista: la nascita del giornale “Lotta Continua” (la cui pubblicazione settimanale inizia nel novembre 1969) che si appropria di un motto, di una sigla che caratterizzava l’azione di tutte e tutti i partecipanti a quell’organismo assembleare.

La lotta non si fermò certamente, continuò con le stesse caratteristiche: PRIMO fermare la produzione ovunque; SECONDO non si abbandona la fabbrica, la lotta non si fa a casa; TERZO si impone la volontà operaia a tutti gli altri gruppi di lavoratori........

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