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Articoli filtrati per data: Saturday, 31 Ottobre 2020

Da quando domenica 25 ottobre il Premier spagnolo Pedro Sanchez ha annunciato il coprifuoco e nuove misure restrittive su scala nazionale, nel paese spagnolo, come in Italia, sono partite proteste eterogenee dove complottismo irrazionale no mask e proteste dei commercianti si mescolano alle manifestazioni per il finanziamento alla sanità e ad assalti giovanili ai grandi marchi degli sfarzosi centri cittadini.

Ieri notte, 30 ottobre, a Barcellona c’era un po' di tutto questo. La città catalana vive un coprifuoco dalle 10 alle 5 e, per la terza volta in una settimana, questa restrizione è stata sfidata da un concentramento di centinaia di persone in Plaza de Sant Jaume (barrio gotico) sede del Palau de la generalitat del governo catalano.

Le cariche dei mossos de esquadra hanno disperso i manifestanti, ma da quel momento sono iniziati ore di confronto con le forze dell’ordine per tutto il centro cittadino.

I giornali catalani parlano di negazionisti e fascisti, voci da Barcellona raccontano invece una composizione più composita, come sembrano testimoniare queste immagini dell’assalto al Decatlhon del quartiere Gotico.

Nell’attesa di ricevere valutazioni più esaustive da chi vive quotidianamente la capitale catalana, è in dubbio che anche dall’altra parte del tirreno il tentativo governativo di mantenere lo status quo in tempi di pandemia incontri la rabbia della Barcellona ‘bassa’, quella fuori dai circuiti del turismo cinque stelle, quella martoriata da gentrificazione e bolle immobiliari, quella che nel terrore di un altro lockdown non si accontenta di una patrimoniale ma infrange una vetrina di decathlon.

 

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In un’importante operazione di polizia in tutta la Catalogna, gli agenti della Guardia Civil spagnola hanno arrestato 21 persone che, a loro avviso, avrebbero preso parte al dirottamento di fondi pubblici verso il Belgio, in un caso che sarebbe anche collegato alla piattaforma di protesta pro-indipendenza Tsunami Democràtic. Fonti della polizia hanno detto che tra gli arrestati ieri, per presunto uso improprio di fondi pubblici, abuso d’ufficio e riciclaggio di denaro, ci sono diversi titolari di cariche presenti o ex nei partiti politici catalani CDC ed ERC: David Madí, Xavier Vendrell e Oriol Soler. Un altro arrestato è stato Josep Lluís Alay, capo dell’ufficio di Carles Puigdemont in Belgio, che è già stato rilasciato. 

Secondo l’Alta corte catalana, sono state effettuate 31 perquisizioni in otto distretti giudiziari in tutta la Catalogna. A parte i reati legati alla corruzione, il tribunale segnala che vi sono presunti reati di disordine pubblico, il che potrebbe implicare un collegamento dell’intera operazione con la piattaforma di protesta Tsunami Democràtic che ha operato alla fine del 2019. A differenza di altre maxi operazioni di polizia e casi diretti al processo di indipendenza, tuttavia, questa volta i reati di terrorismo non sono inclusi nelle accuse. Le denunce di tali crimini causerebbero automaticamente l’escalation del caso al tribunale delle udienze nazionali con sede a Madrid.

La presunta rete oggetto di indagine riguarda l’appropriazione indebita di fondi da parte dell’ente provinciale di Barcellona, ​​la Diputació, affermando, appunto, l’esistenza di una rete che collega il finanziamento del processo di indipendenza tramite fondi pubblici, il gruppo Tsunami, i rapporti con la Russia e un presunta operazione di vendita di proprietà. Gli arrestati sono uomini d’affari catalani legati agli ex governi della Catalogna, ai partiti politici ERC e CDC (Convergència Democràtica, predecessore dell’attuale JxCat), o legati a leader indipendentisti, in particolare con il presidente in esilio  Carles Puigdemont.

Gli arrestati oggi dovrebbero comparire in tribunale domani. Tra quelli indicati come indagati dall’operazione ci sono Xavier Vinyals Capdepon, presidente di un gruppo di promozione repubblicana che sostiene la creazione delle squadre sportive nazionali catalane; David Madi Cendros, ex segretario alle comunicazioni sotto il presidente catalano Jordi Pujol, e anche vicino al presidente Artur Mas; Xavier Vendrell Segura, ex ministro degli interni catalano e politico di Esquerra Republicana de Catalunya (ERC); Oriol Soler Castanys, un imprenditore dei media legato all’ERC; Antonio Fuste Piñol e Roc Aguilera Vaques, della società Events; Pilar Contreras Llanas, una figura importante del ministero catalano dell’istruzione; Marta Molina Alvarez, insegnante e capo delle politiche pro-gay e lesbiche del governo catalano dal 2008 al 2010; Jordi Mir, sindaco della città costiera di Cabrera de Mar; e Jordi Serra, ex alto commissario del governo catalano.

Josep Lluís Alay, capo dell’ufficio di Puigdemont a Waterloo, è stato rilasciato dopo essere stato accusato di abuso di fondi pubblici. Parlando alla stazione radio RAC1 dopo il suo rilascio, ha detto che era sereno e quando gli è stato chiesto del crimine di cui era accusato, ha parlato “di solita solfa” spagnola. Alay ha denunciato l’operazione come una “persecuzione della causa indipendentista”.

La Guardia Civil ha arrestato un totale di 21 persone in 31 perquisizioni a Barcellona, ​​Sant Quirze del Vallès, Sant Joan Despí, Vilafranca del Penedès, Cabrera de Mar, Igualada, Montcada i Reixac e Girona.

L’indagine, diretta dal tribunale di istruzione numero 1 di Barcellona, ​​fa parte di un caso aperto nel 2016 e fino ad oggi mantenuto riservato. Il caso originale era relativo a presunti crimini di corruzione nell’autorità provinciale della Diputació de Barcelona.

Lo scorso febbraio, un rapporto preparato dalla Guardia Civil ha chiesto di indagare su altre 48 persone in relazione al processo di indipendenza catalana. Il rapporto, che sintetizzava le ricerche effettuate dall’organo paramilitare statale nel maggio 2018, affermava che tra il 2012 e il 2015 erano stati assegnati contratti e sovvenzioni concesse in modo irregolare dalla Diputació de Barcelona, ​​per un totale di un milione di euro.

Una parte di questi fondi, circa 180.000 euro, è andata a due fondazioni con legami con partiti politici, CATmón e Ingman, secondo il rapporto. L’inchiesta afferma che questo denaro è stato utilizzato per “pagare le bollette per il processo di indipendenza”. CATmón e Ingman sono stati collegati tramite l’ex funzionario della Convergència Víctor Terradellas, arrestato durante l’operazione nel 2018.

La Guardia Civil sospetta anche irregolarità nei sussidi del governo catalano e del consiglio comunale di Barcellona, ​​quando CDC era al potere nel periodo 2011-15, alle due fondazioni, ma in questo caso non ci sono prove.

Tra le 48 persone che la Guardia Civil chiedeva in quel momento ai magistrati di indagare ci sono funzionari dell’organo provinciale e membri degli organi che hanno ricevuto sussidi, come Francesc de Dalmases, ex presidente di Ingman e un attuale membro del parlamento per JxCat.

Seguendo la scia delle indagini, la polizia avrebbe trovato l’origine della piattaforma di protesta Tsunami Democràtic che è apparsa, in questo periodo, lo scorso anno in coincidenza con l’enorme reazione pubblica in Catalogna alle sentenze di sedizione per i nove prigionieri politici pro-indipendenza. Il caso riguardava anche presunte irregolarità nella pianificazione urbana nella città di Cabrera de Mar, con Xavier Vendrell che ha affermato di essere coinvolto.

da  https://www.lesenfantsterribles.org/askatasuna-aurrera/maxi-operazione-della-guardia-civil-in-catalogna/

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Ieri sera decine di migliaia di manifestanti si sono riversate nelle strade di Varsavia, rappresentando la più grande manifestazione nella città da quelle degli ultimi anni 80. 

Negli scorsi giorni le proteste contro la decisione della Corte Costituzionale di vietare l’aborto in caso di malformazione del feto sono state molteplici e determinate. Contro la Chiesa, istituzione forte e radicata nel Paese, le manifestanti si sono introdotte nella cattedrale per interrompere le celebrazioni. In tutta risposta il primo ministro ha fatto scendere per le strade l’esercito per provare a sedare la rivolta. L’attuale legge per l’interruzione di gravidanza in Polonia è già di per sé una delle più restrittive d’Europa, risale al 1993 e implica la possibilità di abortire soltanto in tre casi: con alta probabilità che il feto abbia un danno grave e irreversibile o una malattia incurabile potenzialmente letale, in caso di stupro, in caso di rischio vitale per la donna. Secondo le statistiche del governo il 97% delle donne che hanno effettuato l’aborto era proprio a causa di malattia irreversibile del feto. Ciò significa che se la condizione embriopatologica viene abolita non potranno più abortire la maggior parte delle donne, vietando di fatto l’aborto. Inoltre, bisogna considerare le cifre degli aborti effettuati all’estero o clandestinamente, pratiche che in una situazione di pandemia globale diventano sicuramente più difficili da perseguire. Non solo, molto spesso le procedure legali per abortire sono molto lunghe, a volte vengono addirittura allungate di proposito da parte di chi dovrebbe occuparsene, rendendo l’aborto impossibile perchè oltre i limiti di tempo.

Durante i cinque di mandato il Pis (Partito di destra di ispirazione clericale), ha eliminato la possibilità di accedere alla contraccezione d’emergenza e ha sostituito il programma statale di rimborso con la naprotecnologia, riducendola a una pratica di “preghiere” per la fertilità. Già nel 2017 le proteste delle donne in Polonia scongiurarono i tentativi di inasprimento della legge anti-aborto.

Ieri sera polizia, militari, supportati da milizie neonazi, si sono disposti a difesa delle chiese cercando di silenziare la protesta. Ma la folla ha letteralmente invaso le piazze, ha assediato la residenza del premier polacco, e ha mostrato tutta la sua rabbia e opposizione netta a questo cambiamento della legge.

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Sono le nove, e chi si avvicina a piazza della Signoria trova una piazza blindata, sigillata dai reparti antisommossa. Tutto attorno ci sono le vetrine dei negozi del lusso barricati da pannelli di legno per l'occasione. E' da tre giorni che sui giorni non si fa che parlare dell'incubo incidenti e vetrine rotte. Come a Napoli, come a Torino, come a Milano. Come a “Gucci”. Questa volta dall'alto non ci sono gli appelli alla protesta civile e pacifica: la manifestazione è stata dichiarata direttamente “illegale” dopo la riunione del comitato per l'ordine pubblico in Prefettura. Gli appelli che vengono dalla politica e dalle istituzioni è di stare a casa: “sarà tollerenza zero”.

Il prequel è noto: l'appello a scendere in piazza è girato freneticamente su whatsapp dalle prime ore successive agli scontri di Torino, bucando tutte le “bolle” e i perimetri del socialnetwork. Il messaggio è arrivato a tutti, e tutti ne parlano. Nel messaggio si parla di una “protesta pacifica”, ma poco importa. Il messaggio è anonimo. La manifestazione non è comunicata alla Questura. Non ci sono “responsabili”, né “referenti”. E bastava entrare in un bar per capire che in tanti volevano esserci.

Paura. Si leggeva questo nelle parole delle istituzioni di questi giorni. La paura che anche qui la realtà di una società in tensione si svelasse nelle strade. Ma non è stato solo questo. E' stato anche (e forse soprattutto) la scelta di scommettere sulla criminalizzazione e la perimetrazione preventiva dell'evento con narrazioni preconfezionate fatte di fascisti, violenza e devastazioni “che nulla hanno a che fare con la legittima protesta delle categorie colpite da questa crisi”.

Scommessa persa. E questo è il primo, straordinario fatto. La gente in strada è scesa, e tanta. Sicuramente “troppa” per chi aveva scommesso in quel senso. L'impressione, al contrario, è che questa scommessa da molti sia stata vissuta come un sfida. Una sfida da accettare.

Di chi stiamo parlando? In strada ci sono tante persone diverse. Lo si vede da subito nei capannelli che iniziano a ronzare intorno agli sbarramenti di piazza della Signoria. Ci sono i commercianti che hanno riempito il pavimento del loggiato del porcellino di cartelli fatti a pennarello. Tanti passano ma pochi se ne interessano. Il dresscode di chi è in strada va dal ceto medio alla periferia e passa per lo studente universitario di sinistra. Ci sono i ragazzi del parchino, gli studenti del professionale e pure quelli del liceo del centro, le facce un po' invecchiate dell'onda, i bottegai del centro, la gente dello stadio, un po' di quarantenni che potrebbero essere usciti da una cena al ristorante dopo lo shopping se non fosse tutto chiuso.

Gira la voce che in tanti si stanno concentrando in piazza Duomo. Una donna con un piccolo megafono prova a unire appelli all'unità con appelli alla calma. Viene contestata. Il piccolo megafono passa in mano di un uomo, destinato alla stessa sorte. In realtà, è quasi impossibile capire cosa provano a dire. I cartelli si contano sulle dita di una mano. Su uno, un po' più grande degli altri, c'è scritto “non vogliamo la carità dello stato, vogliamo lavorare”. Chi lo tiene in mano viene contestato da un capannello: “ma cosa dici? devono cacciare i soldi”.

La storia agitata dai giornali delle infiltrazioni di estremisti di destra e di sinistra, in piazza duomo va in scena solo nella forma del grottesco. A destra un gruppo di fascisti cerca con quale coro di dare le sue parole alla protesta. A sinistra i militanti di uno dei tanti microscopici partiti comunisti fa la stessa cosa. Nessuno espone simboli né bandiere, ma la cosa è chiara a tutti. Il ronzio in piazza si può riassumere così: “eccoli... ora fanno a gara tra destra e sinistra”. E' una scena che viene vissuta tra l'imbarazzo e la seccatura dai più. Quando un altro gruppo di fascisti si palesa con uno striscione tricolore viene gentilmente allontanato dalla piazza.

Colpisce il fatto che neanche il grido “libertà! libertà!” appassiona molti. Lo si sentirà poche volte e debole. La piazza per lo più non canta in coro, ronza. Non lancia invettive e non produce nemmeno comizi improvvisati davanti alle telecamere in diretta. A fare rumore è il ronzio dei capannelli, che altro non sono che i gruppi di amici che hanno scelto di scendere insieme in piazza. Si discute, si commenta, ci si chiede cosa fare. Se si ascolta lì dentro, si scopre che le parole ci sono e sono parole di rabbia che svelano quanto meno la convinzione di subire ingiustizie incredibili di cui non si vuole più essere vittime... e che stasera deve succedere qualcosa.

Alla fine l'empasse lo rompe un gruppo di ragazzi intorno ai sedici anni, dicendo l'unica cosa che la maggioranza di quella piazza avrebbe voluto dire: andiamo in Signoria. Loro fanno il primo passo e tutti li seguono. La maggioranza di loro sono figli di immigrati.

Duecento metri e partono i primi scontri su via Calzaioli, dove i reparti bloccano l'ingresso alla piazza. Il breve corteo, intanto, ha raccolto molti dei capannelli che continuavano ad essere dispersi tra le varie strade che collegano duomo e signoria. Sono più di mille, forse duemila. Sono tanti, riconoscibili, i gruppi di ragazzi venuti aspettando questo momento, si vedono sbucare da tutte le vie. Quando parte la prima carica, la testa che si ricompone è una testa giovane e giovanissima con il marchio delle periferie e una forte presenza di accenti e colori della pelle delle seconde e prime generazioni di migranti. Africani, maghrebini, latinos, albanesi, bengalesi. La polizia carica e spara i lacrimogeni. La piazza risponde lanciando di tutto. Via Calzaioli, Piazza della Repubblica, Piazza Strozzi, Santa Maria Novella. E da molte altre parte che è difficile dirle tutte. E' un lungo scontro, un tumulto, che prende piede nelle piazza e nelle reti di vie e viuzze del centro storico. Lanci, cariche, lacrimogeni. Si va indietro e poi si torna avanti verso i reparti. I nemici per la piazza sono loro.

Non era mai successo. E' come se in questa crisi covid, in una notte, Firenze abbia scoperto di essere diventata perfino lei una piccola Parigi. L'umanità della periferia che coglie l'occasione per farsi spazio nel centro dei ricchi, delle vetrine di lusso, dei ristoranti costosi, degli alberghi per gli stranieri con i soldi. Lo fa a modo suo, con una naturalezza che dà l'idea che sia l'ennesima volta. E' una rivolta, tutto sommato, ordinata e serena: non sembra esserci l'idea di star facendo qualcosa di incredibile, ma semplicemente di partecipare a ciò che è natura, legittimo e scontato che in questo momento avvenga. Come se un istinto di rivolta si fosse attrezzato di alcuni saperi impianti nel dna sociale di questo proletariato metropolitano. Invece è la prima volta che Firenze fa i conti con le sue periferie sociali, con i suoi figli bastardi senza cittadinanza e i loro amici. Forse anche stavolta, come dopo Torino, il meglio che si troverà sulle righe dei giornali ci parlerà di una disagio “esistenziale” da distinguere dalle ragioni sociali della protesta. Come se non fosse l'intera esistenza anche di questi ragazzi tutta segnata da un appartenenza di classe. La scuola che boccia, la vita in case piccole nelle periferie, i lavori di merda dove si deve dare troppo per troppo poco, l'assenza di soldi, la disoccupazione, la polizia come problema costante, i documenti. Per altri è il lavoro perso con cui a fatica ci si pagava la stanza in affitto o ci si pagava gli studi in università. Per altri è il peso dell'indebitamento. E la varietà della piazza non ci permette di esplorare tutte le sue biografie.

Fatto sta che anche a Firenze questo giovane proletariato metropolitano non ha perso l'occasione di tuffarsi nello spazio aperto dalla spinta dei piccoli esercenti ridotti al lastrico dall'emergenza. Quello che accomuna tutti è una profonda sfiducia verso le istituzioni e un senso di estraneità verso di queste.

Fino a mezzanotte gli scontri proseguono ininterrotti. Fatta eccezione per qualche coro contro la polizia, la piazza è un grido senza parole. Perchè le parole questa rabbia non le ha trovate ancora. Ma non avere parole, e tanto meno comuni, non vuol dire non avere ragioni. E le ragioni basta leggerle sulle facce che fanno avanti e indietro per affrontare la polizia, e ascoltarle sulle labbra di chi resta a riprendersi dai gas nelle retrovie.

La realtà è che non c'è slogan che riesca a rappresentare questo magma in ebollizione. Non è la piazza di “libertà, libertà”, che ha dato voce alla protesta anti-lockdown con venature negazioniste a fronte dell'emergenza sanitaria. Non è neanche la piazza del “tu ci chiudi, tu ci paghi”, perchè la complessità della composizione della piazza fortemente eccedente quella dei piccoli esercenti non può farla propria. Chi ha provato a parlare sopra alla piazza, portando ad appiccicarci sopra le proprie parole dall'esterno, ha avuto prova della sua irrilevanza e fatto raccolta di antipatie. La realtà è che solo per questi l'assenza di parole è un problema da piegare in occasione per la coltivazione di ambizioni politiche costruite tutte nell'estraneità a ciò che si sta mettendo in movimento. Più che un problema, invece, questa resta semplicemente una realtà. Una realtà che non ci parla di un vuoto (di “contenuti”, di “rivendicazioni” ecc), ma di una ricchezza, di una profondità e anche della varietà delle fratture sociali che si stanno dispiegando nella seconda ondata di crisi covid. Per chi è sceso in piazza la sensazione è che l'importante ad oggi sia far sentire un grido, anche e soprattutto con il linguaggio dei comportamenti. Non c'è fretta, dopo tutto è solo l'inizio. E l'importante è iniziare.

E ai nostri occhi la rivolta di Firenze restituisce l'immagine di una società in tensione, dove sempre più fratture attraversano contesti, mondi e composizioni diverse. Alcune (ma non tutte!) di queste fratture si sono condensate nella forma della rivolta anche a Firenze. Ma più che di una fotografia, per osservare e renderci conto della realtà di una società in tensione, probabilmente abbiamo bisogno di provare a guardarne tante tutte insieme. Un puzzle? Forse, ma tenendo conto che nella realtà i singoli tasselli non si appiccicano tra loro se noi dall'esterno facciamo forza su alcuni punti di congiuntura. La ricomposizione può essere solo un fatto processuale, che passa da lotte e movimenti e non una precondizione. Ad ogni modo possiamo già così osservare per un attimo lo spettacolo di una riproduzione capitalistica in crisi: la rabbia delle periferie, la violenta proletarizzazione degli esercenti, le contraddizioni esplose nel lavoro di cura e ospedaliero, le tensioni nel mondo produttivo tra ristrutturazioni violente alle porte e prime spinte al conflitto e agli scioperi, le scuole, le famiglie, le case.

Sul tram durante il ritorno verso casa un ragazzo nero parla con il suo amico. “Il fatto è che chi è ricco non è che ce l'ha fatta. E' nato ricco. Loro sono come le ostriche. Sai? Le ostriche non fanno nulla. Stano lì e prendono tutto dal mare. Noi ci possiamo fare il culo tutta la vita ma non abbiamo niente”.

Le parole sono qui. Sul bus, nel parchino, a lavoro, a scuola, in casa. Bisogna scendere in questi abissi della quotidianità di questo magma metropolitano per scoprire che quello che è accaduto sta già continuando dispiegando un infinità di parole impregnate dell'esigenza di lottare. E' solo a partire da questa profondità, dentro questi abissi, che questa esigenza può organizzarsi.

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Ebbene sì alla fine la Whirpool chiude, le promesse di Di Maio non sono state mantenute… “Nessuna chiusura, nessun disimpegno, piena occupazione dei lavoratori coinvolti” assicurava il ministro solo un anno fa. “Non chiuderemo Napoli”. Infatti l’epilogo della vicenda è che una settimana fa l’amministratore delegato si presenta al tavolo del Governo e dice che tra sette giorni la produzione si ferma.  


Insomma una storia che si ripete, accordi, investimenti con i soldi pubblici, sindacati confederali che fanno da assistenti ai governi o alle aziende, a seconda delle situazioni.  
Andiamo un po’ indietro nel tempo: nel 2015 era stato presentato un “piano industriale” in seguito all’annunciata crisi aziendale, piano che fu disatteso. Infatti a maggio 2018, l’azienda ne presentava  l’andamento:  “nonostante la realizzazione di tutti gli impegni previsti non è stato possibile raggiungere gli obiettivi di crescita previsti dal piano stesso”, poi prepara un piano 2019-2021 per portare a compimento quello precedente. Ecco allora che interviene il Governo, che raggiunge un nuovo accordo: la produzione in tutti gli stabilimenti italiani, quindi anche a Napoli, va avanti con grandi rassicurazioni e un traguardo temporale fissato al 2021, non come termine ultimo della produzione, ma solo come termine del piano triennale. Insomma nessun riferimento a un possibile addio, nonostante fossero palesi le intenzioni dell’azienda. Si mettono nero su bianco 250 milioni di investimenti per il triennio. 
Sei mesi dopo arriva l’annuncio di Whirlpool: voler «cedere a terzi» lo stabilimento. Così Di Maio inserisce lo stabilimento di Napoli nel “decreto salva imprese”, stanziando altri 16,9 milioni di euro in due anni per convincere Whirlpool a rimanere nella città partenopea.  
Ma ad aprile Di Maio si ritrova una lettera sulla scrivania. Whirpool scrive di voler vendere lo stabilimento. Così a settembre 2019 l’amministratore delegato La Morgia, annuncia al ministero dello sviluppo economico che all’indomani sarebbe scattato il procedimento di cessione del ramo d’azienda per la sede di Napoli. Però - rassicura - il nuovo partner Prs riconvertirà la produzione e tutti i lavoratori non perderanno il posto. Il piano di Di Maio è già saltato. Partono le proteste degli operai. Passano tredici giorni e il 30 settembre Patuanelli, nuovo ministro dello sviluppo economico, annuncia su Facebook il dietrofront dell’azienda che però, poco dopo, con un comunicato stampa dichiara: “Va cercata una soluzione condivisa, a fronte di una situazione di mercato che rende insostenibile il sito e che necessita di una soluzione a lungo termine”. Una frase che mette ben in luce la debolezza dell’impegno. Dopo due mesi Whirpool annuncia che andrà via da Napoli il 31 ottobre. E siamo arrivati ad oggi senza nessuna soluzione. Le lavoratrici e i lavoratori, a cui va tutta la nostra solidarietà, sono scesi in strada con un blocco stradale e scioperando, così come avevano già fatto la altre volte,  in cui però purtroppo sono sempre stati “sedati” dagli stessi sindacati e dal governo, convincendoli/e a tornare nei ranghi e abbandonare la lotta, perché tutto si sarebbe risolto ai famosi “tavoli”.


Di Maio, Patuanelli e company hanno cercato di mettere le toppe, a spese delle famiglie, nella speranza di recuperare consensi. Di Maio aveva annunciato che avrebbe impedito le delocalizzazioni che invece continuano come prima in tutta Italia. Gli accordi sindacali non vengono rispettato e i padroni fanno ciò che vogliono accaparrandosi milioni di euro di soldi pubblici.  
Insomma, nulla di nuovo, la Whirlpool si comporta come centinaia di aziende con la complicità di governi e sindacati confederali. In tutto intasca circa 27 milioni di risorse pubbliche, pagate dai lavoratori, poi straccia gli accordi pattuiti e mette sulla strada 400 famiglie, l’ennesimo dramma sociale in una città che già sta pagando fortemente le conseguenze della gestione della pandemia.

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Per continuare il dibattito su quanto sta succedendo in questi giorni in molte piazze d'Italia riprendiamo l'editoriale di Brigate Volontarie per l'emergenza, la rete di squadre volontarie che a Milano si muove dall'inizio della pandemia per supportare la popolazione in difficoltà.

In questi giorni stiamo assistendo al solito, insopportabile circo mediatico che mistifica la rabbia sociale accesasi a fiammate, da nord a sud, nelle città e in provincia, dopo l'entrata in vigore del nuovo DPCM. Per esorcizzare lo spettro della rivolta, la canea si sofferma morbosamente su folk devils e trame oscure cercando di screditare la legittimità della protesta. La camorra, gli ultras, i fascisti, i centri sociali, le seconde generazioni, la gioventù nichilista. Ok.

Non siamo qui per sbandierare grandi verità sociologiche sulle tante piazze che stanno spuntando con risultati più o meno significativi. Quel che ci interessa, più pragmaticamente, è provare a capirci qualcosa di più rispetto al loro significato per provare ad agire consapevolmente in questo contesto. Guardare e giudicare da lontano non è un atteggiamento che ci appartiene. Un certo Antonio Gramsci scriveva che "trascurare e peggio disprezzare i movimenti cosiddetti spontanei può avere spesso conseguenze molto gravi e serie".

Il dato che dalla confusione emerge con chiarezza è un popolo stanco e insofferente, ridotto quasi allo stremo dall'incedere della pandemia e profondamente frustrato delle mancanze governative in relazione alla tutela della salute, al welfare e le politiche sociali. I moti contro il DPCM, partecipati da una composizione spuria e spesso contraddittoria, esprimono un malessere diffuso e trasversale, che anche durante le nostre attività sui territori percepiamo in rapida espansione. Ci azzardiamo a ipotizzare che ciò che si è visto in strada sia solo la punta di un enorme iceberg di malcontento popolare. Il patto sociale tra cittadini e istituzioni non gode neanch’esso di buona salute, la fiducia nello Stato diminuisce a mano a mano che si manifesta il suo fallimento nel proteggere la popolazione.

Il nuovo decreto chiude tutte le attività sociali ricreative mentre impone al popolo il martirio programmato in nome della produzione economica. Produci consuma (online) crepa, wow. La traslazione della responsabilità dal governo all'individuo fa sì che chiunque, nel tempo libero, diventi un untore che invece, nel tempo di lavoro, deve responsabilmente continuare ad essere ingranaggio della macchina produttiva. Per mantenere questo ordine, a molti governanti non rest che comportarsi alla stregua di sceriffi e, a suon di ordinanze e per mano della polizia, prendono prepotentemente il controllo delle nostre vite, mistificando e reprimendo la legittima rabbia contro il covid.

La terminologia che collega rabbia e covid non è casuale. Sprigionare energie contro il covid, contro questo orribile fatto sociale totale che è la pandemia, è il paradigma primario in questa seconda ondata di contagi. Reagire reagire reagire. Del resto, non paiono esserci molti altri modi per cambiare le cose – o anche solo qualcosa - se non mettendosi in gioco in prima persona, unendo le forze in un noi, diventando popolo che afferma una e molteplici volontà. Si tratta, da un lato, di svelare l'ipocrisia delle norme di sicurezza imposte, votate a preservare la salute dei profitti dei grandi gruppi economici sacrificando la vita sociale della gente comune. Dall'altro, di pretendere sostegno economico incondizionato e investimenti massicci nella salute pubblica, per tutti e tutte e per tutto il tempo che sarà necessario. Queste istanze già ribollono nel magma confuso delle proteste. Ci auspichiamo che possano diventare dei claim di massa.

Lottare contro il virus significa dunque lottare contro la gestione dell'emergenza, contro questa specifica gestione che mira a disciplinarci affinché tutto possa restare com’è. Badate bene, molte delle precauzioni sanitarie sono imprescindibili e con queste dovremmo convivere per molto tempo, fino a quando la pandemia non sarà superata. Non ci stancheremo mai di ripeterlo: ci sono misure necessarie per proteggere noi stessi e le persone più fragili, rispettiamole. Detto ciò, è inaccettabile che a fare sacrifici sia sempre e soltanto la gente comune. "La crisi la paghino i ricchi", abbiamo letto su degli striscioni qua e là. Ci sembra davvero un ottimo programma minimo, che sbloccherebbe immediatamente le risorse necessarie per affrontare al meglio questo stanco tempo pandemico. Del resto è una semplice questione di giustizia sociale: non si può chiedere tanto a chi a poco e poco a chi ha tanto. Si trovi il coraggio per mettere le mani dove i soldi non mancano.

Combattere perché il profitto resti un privilegio da mantenere è in totale antitesi con ciò che siamo e costruiamo.

Combattere per dichiarare la presunta inesistenza del virus è un inganno fatale.

Combattere tollerando gli intolleranti non dovrebbe nemmeno essere preso in considerazione.

Combattere la paura, costruire anticorpi ed essere motore di rivolta consapevole è la strada che vorremmo percorre, assieme a tanti altri.

Sono stati spesi fiumi di parole su come attraversare questi tempi, a noi piace credere e praticare svariate modalità di lotta intersezionale. La materialità di ciò possiamo fare ogni giorno per sfogare la nostra straripante rabbia è cruciale per trasformare il presente.

Accogliere la rabbia, condividerla e non lasciarla agli speculatori del caso. Trasformaci insieme ad essa perché, che a qualcuno piaccia o no, siamo parte di quella stessa rabbia.

Ci saranno altre piazze, ci saranno altri momenti e ci saranno ancora molte altre persone che dimostreranno di non avere più voglia di ammalarsi per colpa del sistema, di covid o di miseria. Questo è semplicemente il dato che vogliamo cogliere per ribadire, ancora una volta, che solo il popolo può salvare il popolo, cantando a squarciagola “rage against covid”.

Brigate Volontarie per l'Emergenza, 30 ottobre 2020

 

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Pubblico di seguito l’ultima lettera di Holger Meins (nomi di battaglia Starbuck), scritta dal carcere di Wittlich, dove Meins era detenuto dal 1 giugno 1972 con l’accusa di «terrorismo», la lettera fu scritta il 31 ottobre1974, 9 giorni prima di morire a causa del nutrimento forzato durante uno sciopero della fame contro le condizioni annientanti dei detenuti politici. Holger Meins era un artista, si occupava di pittura, fotografia e cinema, ma soprattutto era un guerrigliero ed un rivoluzionario e tale restò per tutta la vita. Era un bel ragazzo, alto più di un metro e novanta, al momento della sua morte (nell’immediato spacciata per un suicidio determinato dalle condizioni inumane in cui i detenuti politici erano costretti a vivere) pesava meno di 45 kg. Lo stato tedesco assassino non permise a nessun medico al di fuori del carcere di intervenire a controllare le sue condizioni, nonostante le ripetute richieste del suo avvocato, il quale già durante la prima conferenza stampa parlò senza mezzi termini di assassinio, documentando le sue affermazioni con esempi concreti, tra i quali la decisione sulla scia dell’insegnamento nazista del Ministro regionale della giustizia, Martin, di ordinare il blocco della distribuzione dell’acqua a coloro che facevano lo sciopero della fame, dichiarando che “chi non voleva mangiare non aveva diritto a bere” (decisione che provocò la cecità ad alcuni detenuti) e di ordinare il nutrimento forzato dei detenuti, per effettuare il quale il medico incaricato si servì infatti di una canula di dimensioni pari a quelle di un tubo digerente, che provocò agli imputati lesioni interne inguaribili. Fu un assassinio, così come furono assassinii le morti di Ulrike Meinhof (il 9 maggio 1974) e di Andreas Baader, Gudrun Ensslin e Jan-Carl Raspe (il 18 ottobre 1977) nel carcere speciale di Stammheim-Stoccarda, e la responsabilità di questi delitti è della socialdemocrazia di Willy Brandt e Helmut Schmidt, cancellieri dal 1969 al 1982.

“L’unica cosa che conta è la lotta – ora, oggi, domani, che tu abbia mangiato o no. Ciò che conta è quello che tu ne fai: un balzo in avanti. Migliorare. Imparare dalle esperienze. È proprio questo che bisogna fare. Tutto il resto è merda.

La lotta continua. Ogni nuova lotta, ogni azione, ogni combattimento porta con sé espe-rienze nuove e sconosciute, ed è così che la lotta si sviluppa. Anzi si sviluppa soltanto così.

Il lato soggettivo della dialettica rivoluzione/controrivoluzione: «La cosa decisiva è saper imparare».

Attraverso la lotta per la lotta. Dalle vittorie, ma più ancora dagli errori, dagli sbanda-menti, dalle sconfitte…

Lottare, soccombere, ancora combattere, di nuovo soccombere, nuovamente combattere, e così fino alla vittoria finale – questa è la logica del popolo. (Dice il vecchio).

«Materia»: l’uomo non è altro che materia come tutte le cose. Tutto l’uomo, ciò che egli è, la sua libertà, è che la coscienza domina la materia – sé stesso e la natura esterna e soprattutto il proprio essere. La pagina di Engels: chiarissima. Ma il guerrigliero si ma-terializza nella lotta – nell’azione rivoluzionaria, e cioè: senza fine – la lotta fino alla morte e naturalmente in modo collettivo.

Ieri è passato. Un criterio, ma soprattutto una cosa concreta. Ciò che è – ora – dipende in primo luogo da te. Lo sciopero della fame è ben lontano dall’essere terminato.

E la lotta non finisce mai.

O porco o uomo

O sopravvivere ad ogni costo

O la lotta fino alla morte

O il problema o la soluzione

In mezzo non c’è nulla.

La vittoria o la morte, dicono dappertutto, ed è il linguaggio della guerriglia – anche in questa piccolissima dimensione con la vita è come con la morte: «Degli uomini (quindi noi) che si rifiutano di por fine alla lotta – o vincono o muoiono, invece di perdere o morire».

Naturalmente non so come è quando si muore o quando ne uccidono uno. Come potrei saperlo? In un attimo di verità, una mattina, un’idea mi ha attraversato la mente: allora è così (non lo sapevo ancora) e poi (davanti a un’arma puntata esattamente tra gli occhi): va bene, si tratta di questo. In ogni caso dalla parte giusta. In fin dei conti tutti muoiono. La questione è solo come, e come tu hai vissuto, e la cosa è del tutto chiara: combattendo contro i porci in quanto uomo per la liberazione dell’uomo: come rivoluzionario, nella lotta – con tutto l’amore per la vita: disprezzando la morte. Questo è per me servire il popolo – la RAF“.

 

fonte : madaleinarobinblog

 

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