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Articoli filtrati per data: Wednesday, 28 Ottobre 2020

Il Tribunale di sorveglianza di Torino ha bocciato la richiesta di sospensiva della carcerazione di Dana, presentata dai suoi legali, che hanno contestato accuratamente le motivazioni che hanno portato lo stesso tribunale a scegliere l’esecuzione della pena in carcere, bocciando qualsiasi forma alternativa, nonostante vi fossero tutte le condizioni. E’ l’ennesimo fatto grave ed ingiusto nei confronti di Dana, che risulta quindi l’unica, ad oggi, del gruppo dei 12 condannati ad essere stata mandata in carcere. 

LEGGI: Abbiamo analizzato i tre gradi di sentenza del processo che ha portato Dana in carcere

La giusta opposizione che i legali hanno mosso nei confronti della scelta del tribunale, ha preso in considerazione tutti gli aspetti più illogici di questa vicenda, che vedono “premiare” le segnalazioni della Digos rispetto a tutti i presupposti per scontare in altre forme, come ad esempio la posizione lavorativa, la relazione dei servizi sociali, il reato di per sè.

La Digos ha minuziosamente ricostruito ogni partecipazione di Dana alle iniziative degli ultimi 10 anni, e il tribunale ha dato lo stesso peso ad alcune segnalazioni come se fossero condanne definitive di un processo, con il fatto che…la maggior parte di esse non hanno visto nemmeno un processo aprirsi nel merito ed altre si trovano nello stato di condanne di primo grado.

Sono inquietanti le motivazioni che spingono il tribunale a sostenere la detenzione in carcere come “urgenza di un trattamento rieducativo” nei confronti di Dana, che non “merita” le misure alternative non solo per “la gravita dei delitti di cui la condanna” (parlava ad un megafono!) ma anche perché la sua attività politica, è sintomatica di “una contrapposizione all’ordine democratico e alle sue istituzioni .

Insomma in barba al diritto di dissenso, alla dialettica politica, alla tanto decantata democrazia che i tribunali si ergono a difendere, partendo da un reato irrisorio arrivano a sostenere la pericolosità di Dana e delle sue/nostre idee, che quindi meritano la rieducazione in carcere.

 Non solo, nel bocciare la richiesta vi è un ennesimo fatto gravissimo: viene annotata dal tribunale, nel difendere la sentenza precedente emessa: “cui per inciso seguite reazioni scomposte e gravi atti di intimidazione”

 Questo significa che il collegio ha preso in considerazione, nel bocciare la richiesta di sospensiva, dei fatti che non possono essere imputati a Dana (quelli delle solite buste di proiettili che qualcuno in cerca di visibilità si diverte a mandare in giro da tempo), ma che nella fattispecie ricadono su di lei e sulla sua posizione.

Questo ci sembra inaudito! Dana è in carcere per aver parlato ad un megafono durante una manifestazione, per questo fatto ha subito una condanna spropositata a 2 anni. Poi viene mandata in carcere con motivazioni più che discutibili ed ora queste, non vengono prese in considerazione perché “sono seguite reazioni composte e fatti gravi” non imputabili in nessun modo a lei o ai notav.

E’ palese la forzatura in atto che vuole Dana in carcere (per essere rieducata bene, scrivono i magistrati, e solo il carcere può farlo e non gli arresti domiciliari!) per chi è, per quello che rappresenta e non per quello che ha fatto.

Inoltre ci sembra molto chiaro che il tribunale di sorveglianza non sia nella condizione di giudicare “serenamente” e “imparzialmente” perché, visto che lo scrive nero su bianco, si lascia influenzare da fatti esterni al processo.

Evidentemente il tribunale soffre la pressione che gli viene fatta da più parti, con la Digos che, in cerca di visibilità e prospettive di carriera per i suoi dirigenti, fornisce dossier e faldoni ogni giorno, rappresentando ogni forma di protesta come la più pericolosa dal secolo, e la Procura che continua a percorrere la strada tracciata da Caselli/Padalino/Rinaudo che hanno trasformato in un vera e propria crociata, l’attività giudiziaria contro i notav.

Quindi è chiaro che non vi siano le condizioni per giudicare Dana e i notav, serenamente e imparzialmente, ed è ora di prenderne atto.

Ogni giorno che Dana passa in carcere è un giorno in più che alimenta un’ingiustizia palese, una vendetta nei suoi confronti e nei confronti di un movimento che non ha mai abbassato la testa, del quale Dana è stata la voce tante volte, con coraggio e con la determinazione che ci ha sempre contraddistinto.

Da notav.info 

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Lunedì pomeriggio un uomo afroamericano di 27 anni, Walter Wallace, è stato ucciso dalla polizia a Philadelphia. Il padre si chiede perchè “non hanno usato il taser” invece di sparare al figlio, in cura, perchè con problemi di salute mentale. Immediatamente la risposta della comunità afroamericana è stata forte e determinata, sostenuta anche da Black Lives Matters, scatenando una notte di proteste per le strade di Philadelphia, saccheggi di negozi, auto date alle fiamme e scontri con la polizia. 

A quanto pare gli agenti si difendono sostenendo che Wallace stesse brandendo un coltello per strada e che siano intervenuti a seguito di una segnalazione. Sta di fatto che l’uomo è stato ucciso con dieci colpi di pistola davanti ai suoi famigliari. Il sindaco ha espresso vicinanza dopo aver visto il video del “tragico incidente” e che è stata aperta un’inchiesta. L’avvocato per i diritti civili Ben Crump, che rappresenta la famiglia di George Floyd, ha ritwittato il video commentando così “I poliziotti di Philadelphia hanno sparato a Walter Wallace Jr. Oggi, sparandogli più di 10 volte mentre si trovava ad almeno 10 metri di distanza. Presumibilmente aveva un coltello, ma i poliziotti non hanno fatto alcun tentativo di contenere la situazione in questo video. Sono andati dritti ad uccidere Wallace davanti ai suoi cari!”.

Incidenti, difesa, sono tutti concetti che abitualmente vengono utilizzati dalle forze di polizia, dalle istituzioni che le proteggono e dai tribunali per giustificare questi cosiddetti “episodi” che sono l’espressione di una violenza razzista strutturale di cui lo stato americano, come quello francese e molti altri, danno prova di riprodurre da decenni. A questa violenza la risposta delle persone non si fa attendere, è dura consapevolezza di dover ribadire ogni volta che le proprie vite valgono. Centinaia di manifestanti hanno marciato per i quartieri di Philadelphia Ovest la notte del 27 ottobre, seconda notte di rabbia consecutiva. Un manifestante afferma “Abbiamo un uomo che è morto, e mi sento come se dovessi essere qui per riconoscere che un uomo sia morto.”

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Il 25 ottobre 2020 in Piazza Castello a Torino, c'è stata una manifestazione in solidarietà al popolo Nigeriano che nell'arco di questo mese sta protestando contro il governo di Buhari e la corruzione sistemica presente all'interno di ogni apparato istituzionale, tra cui le forze dell'ordine. Le manifestazioni hanno contato molte vittime perchè l'esercito ha sparato sulla folla.

La manifestazione ha visto, nei momenti di più alta partecipazione, attorno alle 2000 persone. Quasi tutti immigrati dall' Africa, principalmente nigeriani. L'età dei partecipanti era assolutamente eterogenea, ma va sottolineato che erano presenti moltissimi giovani, nati o cresciti qua con genitori nigeriani.

Di seguito un brevissimo riepilogo di quanto sta succedendo in Nigeria e un racconto soggettivo della piazza Torinese, in dialogo con alcune interviste rilasciate durante la manifestazione.

COSA SUCCEDE IN NIGERIA?

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Dal 7 ottobre in tutta la Nigeria migliaia di persone sono scese in strada per chiedere l'abolizione del reparto SARS della polizia.

Cos'è la SARS?
La sigla significa Special Anti-Robbery Squad, un reparto antirapina che dalla sua nascita nel 1992 viene accusato dalla popolazione di essere uno tra i più corrotti.
Da anni infatti si sono ripetute le proteste contro gli omicidi, gli stupri e i sequestri della SARS.

Dopo la diffusione della notizia dell'ennesima esecuzione da parte dei polizziotti le persone hanno iniziato a moblitarsi per chiederne l'abolizione, è stato forte il protagonismo delle donne nigeriane stanche degli abusi subiti.
Dalla prima fase le proteste hanno coinvolto migliaia di persone in tutto lo stato, in tutto il mondo personaggi famosi hanno dato il proprio appoggio alla popolazione, i calciatori Victor Osimhen e Nwanko Simy dopo aver segnato un gol hanno mostrato una maglietta con scritto #endpolicebrutalityinnigeria.
Fin da subito il presidente Buhari ha represso con violenza le manifestazioni che comunque non hanno smesso di crescere.

Il 20 Ottobre durante il blocco del casello autostradale di Lekki a Lagos l'esercito ha sparato sulla manifestazione uccidendo divere persone e ferendone centinaia.
La popolazione non ha interrotto le manifestazioni ma anzi con ancora più rabbia ha ripreso le strade, allargando le proprie rivendicazioni contro il presidente Buhari.
La solidarietà alla Nigeria in questi giorno arriva da tutto il mondo, come è successo a Torino ieri moltissime piazze si riempiono in favore della popolazione nigeriana.

LA PIAZZA A TORINO

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Dalle tre di pomeriggio Piazza Castello comincia a riempirsi di gente e il via vai continua a crescere senza fermarsi oltre il tramonto fino a quasi le sette di sera.

Nei momenti di massima partecipazione si arriva a toccare la partecipazione di 2000 persone.

Sventola la bandiera della Nigeria, ci sono tante facce dipinte. Le persone che animano la piazza sono tutti Neri. Una maggioranza più che schiacciante. Dei pochissimi bianchi che ci sono non si capisce se sono solidali, curiosi o gente che passa di li per caso. Sono moltissimi i nigeriani, ma sono presenti anche molte persone provenienti da altri stati dell'Africa. Si tratta di immigrati di prima e di seconda generazione. Ognuno scende in piazza con sue modalità diverse e creative, portando qualcosa: bandiere, cartelli, carretti, bici cargo. La quantità di casse blutu è indescrivibile. Al centro della piazza c'è un palco improvvisato (non si capisce se con un carretto o altro) su cui decine e decine di persone si danno il cambio per tenere discorsi, raccontare la situazione in Nigeria, riportare la testimonianza di un parente lontano fisicamente ma vicino con il cuore, lanciare slogan o intonare canzoni. L'epicentro della manifestazione è quello ma l'aria intorno è elettrica, eccitata e dinamica.
Non parte un corteo per la città, ma in compenso le persone che partecipano al presidio continuano a muoversi facendo cortei in giro per la piazza. I comizi si moltiplicano: qualcuno sale su una panchina o anche rimane fermo esponendo un cartello e comincia a parlare. Subito viene circondato da decine telefoni che riprendono. A parlare le persone si danno il cambio continuamente. Alcuni ballano e suonano, per poi farsi seri per spiegare ai passanti che centinaia di persone in Nigeria stanno morendo per mano della polizia e per la mala gestione di un pessimo governo.

Si parla in pidgin english, o in inglese, qualcuno parla anche in italiano. Ci sono signore e signori anziani, di mezza età, giovani adulti, ma anche moltissimi/e ragazzi/e giovanissimi/e, che pur essendo nati in Italia (o arrivatici giovanissimi/e) sentono di scendere in piazza per qualcosa che li riguarda.

La manifestazione era chiamata per esprimere la solidarietà al popolo Nigeriano che sta protestando per chiedere le dimissioni del presidente e la fine di un' organizzazione dello stato basata sulla corruzione a tutti i livelli. Ma la piazza che si è vista non era solamente un'attestato di solidarietà al popolo Nigeriano, ma ERA il popolo Nigeriano. Gli interventi dal palco erano tutti in prima persona, diretti contro Buhari e contro la SARS. La lingua che si sentiva parlare era principalmente peegee english.

Probabilmente nella storia di Torino, Piazza Castello non aveva mai visto così tanti nigeriani tutti assieme. Qualcuno scherzando diceva “Piazza Castello is the New Nigeria”.

Già da un primo colpo d'occhio si capiva quindi che non si trattava di una manifestazione di solidarietà a qualcosa di lontano, ma una manifestazione che riguarda in prima persona tutti/e i/le partecipanti. Sicuramente la vicinanza è dovuta innanzitutto a una questione di appartenenza e vicinanza emotiva: molti conoscenti, partenti amici di chi si trova in Piazza Castello stanno prendendo parte alle proteste.

Ma non è solo quello: la forza propulsiva delle proteste, la voglia di far saltare il governo e di costruire un paese migliore per la prima volta rappresenta il barlume un'alternativa tra restare nel proprio paese, che si ama, tra i propri affetti e radici ma con prospettive di vita difficili, o emigrare e sperare di accedere a un futuro migliore, se non per se stessi almeno per i propri figli.

“Noi chiediamo i nostri diritti, siamo qui per manifestare, perchè abbiamo un cattivo governo. I cittadini non sono trattati bene nel nostro paese. Il governo non si comporta nel modo in cui dovrebbe. E' molto meno preoccupato dei suoi cittadini che delle proprie tasche. Pensano solo a se stessi. Siamo qui anche per chiedere aiuto per costruire una Nigeria migliore.

[..] Uno dei grandi problemi della nigeria è che c'è un gap troppo alto tra chi è ricchissimo e chi è molto povero. C'è una pessima distribuzione delle risorse, non esiste nemmeno una classe media a cui è possibile accedere. I poveri diventano sempre più poveri ogni giorno, i ricchi diventano sempre più ricchi ogni giorno. Questa è una cosa molto grave. E' questo il motivo per cui molta gente va via.”

[Intervista a donna attorno ai 40 anni, rilasciata in inglese e successivamente tradotta]

A partire dallo slogan “STOP SARS” il tema si allarga a quello del mal governo e mala gestione dello stato della Nigeria, come molti altri stati in Africa. Un governo corrotto, che invece di guardare agli interessi dei cittadini nigeriani, si è impegnato per anni solo a svendere le risorse dell'Africa ad altri stati.

Questa gestione malata ha portato all'impoversi sempre maggiore della popolazione e all'impossibilità ad aspirare a una vita dignitoasa. Ciò rappresenta una delle principali cause dell'emigrazione verso l'Europa.

Le proteste di questi giorni trasmettono la voglia di una cambiamento totale e radicale. Le parole che si sentono in Piazza Castello sono piene di entusiasmo e di energia, traspare l'orgoglio per il proprio popolo che si ribella a un governo oppressivo e corrotto. Si sente la speranza di una vita dignitosa in Africa per la gente comune. Traspare la voglia di partecipare e prendere parte in prima persona a quello che sta accadendo.

“In Nigeria we says END. End Sars, end police brutality, end bad governament, end Buhari, end bad leaders in Nigeria, we don't need it anymore. We want to grow up. We are the soul of Nigeria. We want go back to Nigeria to take care of our country. We are coming back to take care our country. Buhari trembels.”

Traduzione:

In Nigeria noi diciamo BASTA. Basta Sars, basta alla brutalità della polizia, basta cattivi governi, basta Buhari, basta cattivi leades in Nigeria, non abbiamo bisogno di loro mai più. Vogliamo crescere. Siamo noi l'anima della Nigeria. Vogliamo tornare in Nigeria e occuparci del nostro paese. Stiamo tornando in Nigeria per avere cura del nostro paese. Buhari trema.

[estrapolato di uno dei tanti comizi spontanei dentro la Piazza]

Una delle istanze che si impone in maniera forte è quella dell'istruzione come diritto fondamentale. E' uno dei problemi più gravi, che spinge molte persone a emigrare per se stessi (in caso di ragazzi molto giovani) o per i propri figli.

“ We are here to protest about bad leaders. We, nigerians, we don't have good right, we don' have good root, no good education. My country is not good. The leaders take their children to London, to Europe to have a good education but we, the nigerians, the common people, they don't care about us, they don't care about our education.

[..] We have to protest against the governament who oppres us. “

Traduzione


Siamo qui per una protesta contro i nostri leader. Abbiamo un pessimo governo e noi in Nigeria non abbiamo buoni diritti, non abbiamo una buona educazione. I figli dei leades, vengono mandati in Europa , a Londra per avere una buona educazione. Però noi, la gente comune, a loro di noi non interessa nulla, della nostra educazione.

[..]Stiamo protestando contro il governo che ci sta opprimendo.

[Intervista a un ragazzo attorno ai 20 anni, in Inglese]

“Mi chiamo X e ho 13 anni, io voglio protestare per il mio paese, la Nigeria, e per tutta l'Africa. Perchè sta succedendo questa cosa in tutta l'Africa, ma specialmente in Nigeria, che i poliziotti stanno diventando sempre più aggressivi e uccidono le persone. E' successa questa cosa perchè hanno iniziato a protestare per cambiare il presidente. [..] Sta succedendo questa cosa in Africa, vedo molte persone che non conoscono questa cosa, ma per favore se ci volete aiutare, tutta l'Africa, tutti i Neri, dite END SARS. Vi prego aiutateci, per cambiare tutta l'Africa. Come sapete c'è molta povertà , nessuno ha cibo, i bambini della mia età non possono più andare a scuola a studiare... sapere questo mi fa molto male... Io ho 13 anni e dico end sars.. i stand with my country.. “

[Intervista a una ragazza di 13 anni, in Italiano]

In queste interviste esce in maniera evidete come le proteste per le dimissioni del governatore della Nigeria Buhari e la questione dell'immigrazione siano due facce della stessa medaglia: l'accesso a una vita dignitosa in Africa per le persone comuni.

LE SECONDE GENERAZIONI DENTRO LA PIAZZA

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Un dato molto interessante della piazza di domenica è la presenza di moltissimi/e ragazzi/e di seconda generazione. Anche per loro questa protesta è la LORO protesta. Per il LORO paese. Rilasciano le interviste in italiano, ma parlano tra di loro in inglese. Passano da una lingua all'altra. Molti sono nati e/o cresciuti qua, e vi hanno frequentato le scuole. Ma in quella piazza non ci sono dubbi su qual'è la loro appartenenza: il popolo nigeriano. Il popolo nigeriano che si ribella e protesta contro il presidente, contro la polizia corrotta e violenta, per condizioni di vita migliori e per l'istruzione. E' una protesta che tocca i loro parenti, vicini e lontani. I loro coetanei. Sanno che se i loro genitori non avessero fatto la scelta coraggiosa e difficile di partire e cambiare stato loro sarebbero li, in quella protesta a pretendere esattamente quelle cose.

E' ovvio: quella non è la loro unica appartenenza. L'identità di un/una ragazzo/a di seconda generazione è qualcosa di molto complesso, delicato, a volte doloroso. La ricerca di un identità se sei nato in Europa e i tuoi genitori sono Africani ti mette di fronte a uno scontro di culture, spesso provoca una repulsione per entrambe, oltre che una doppia appartenenza.

I/le ragazzi/e di seconda generazione parlano in prima persona, della loro gente, del loro paese, dei loro diritti. Anche se è un paese in cui hanno passato poco tempo, non ci sono nati, non ci hanno frequentato la scuola.

Anche se apparentemente può sembrare strano, questo è un dato che restituisce la complessità e l'intensità di quello che vuol dire essere un/una ragazzo/a di seconda generazione.

In casi come questi esse ragazzi/e di seconda generazione è una forza. Quella di essere un ponte, un veicolo di comunicazione tra mondi che sembrano lontani, ma sono collegati a filo stretto da rapporti economici neocoloniali e dalla questione dellemigrazioni.

Nel cuore di questi/e ragazzi/e questi due mondi sono vicinissimi, e la forza della loro voce, dei loro racconti in prima persona è in grado di spiegare con un' immediatezza unica i temi e le proteste che sono importantissimi per la Nigeria e le ripercussioni che hanno in Italia.

“Come dicevo in non sono nato li. Sono nato e cresciuto qui in Europa, ma per un ragazzo con genitori Nigeriani, quella è casa anche se magari ci sei stato poco. La Nigeria ti lascia qualcosa dentro, un senso di appertenenza troppo profondo. Il legame che ho è forte perchè gran parte della mia famiglia è li, conosco la lingua, il cibo, le tradizioni...

Sento che la Nigeria ha bisogno di nuovi spiriti e nuove menti, giovani, pronte a cambiare. Sono orgoglioso della nuova generazione che vuole cambiare le cose. Sento una spinta emotiva a “tornare” li, congiungermi con la mia famiglia, e far parte di questa nuova generazione che vuole un cambiamento.

[...]Io come figlio di immigrati cresciuto in Italia sento di avere uno sguardo sia interno che esterno rispetto alla Nigeria, è strano...

[..]Trovo assurdo che a 60 anni di distanza dall'indipendenza, in Nigeria non c'era ancora stata una rivolta. “

 

[intervista a un ragazzo attorno ai 25 anni, cresciuto in Italia da genitori nigeriani, che ha avuto i suoi primi documenti a 17 anni]

Il dato importantissimo che ci restituisce questa piazza italiana è che, in questo mondo globalizzato, dove le migrazioni sono uno dei fenomeni di mutamento sociale e trasformazione principale, se qualcosa succede lontano da noi, ci riguarda comunque da vicino.

 

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In Polonia è da più di cinque giorni che proseguono importanti manifestazioni contro la decisione della Corte Costituzionale di vietare l’aborto anche in caso di grave malformazione e malattia irreversibile del feto.

Il premier polacco Mateusz Morawiecki ha convocato l’esercito per soffocare le proteste e nonostante le tensioni anche all’interno del Parlamento la decisione scellerata della Corte potrebbe a giorni diventare legge. Nel teatrino di poteri occupa un posto in prima fila la Chiesa e l’episcopato che a seguito dell’irruzione all’interno del duomo delle giovani manifestanti ha fatto intervenire la polizia all’interno della cattedrale.

La legge che regola l’interruzione di gravidanza risale al 1993, un compromesso che rendeva possibile l’aborto solo in tre casi: stupro, pericolo di vita per la madre o grave malformazione del feto. Già nel 2016 e nel 2018 vi era stato un tentativo simile di limitazione ai casi consentiti, ma era stato bloccato grazie alle proteste di migliaia di donne sostenute dai movimenti femministi di tutto il mondo. Oggi è significativo che questa mossa avvenga proprio nel bel mezzo di una pandemia globale, ciò implica che per le donne sia ancora più difficile trovare strategie per riuscire ad abortire, impossibilitate negli spostamenti il rischio reale è che non possa esserci alternativa.  

Ripubblichiamo un contributo apparso sul sito di Radio Blackout che racconta attraverso le parole di un compagno che abita a Cracovia cosa sta accandendo.

https://cdn.radioblackout.org/wp-content/uploads/2020/10/2020-10-27-marco-polonia-1.mp3 

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di Cesare Battisti

Marco scende dal letto ogni mattina come dalla scaletta di un’astronave. A ogni passo sul suolo alieno copre distanze interplanetarie. L’inerzia lo aiuta ad avanzare. Non finisce mai di sorprendersi, per la sua capacità di respirare. Davanti a un giorno senza tempo. Per compagnia i gemiti di chi l’ha preceduto. Marco si ritrae. Confonde le ombre della notte con suoni di feste alcolizzate, i profumi esotici, orge di ricordi altrui. Pensieri che non dicono più niente. Ci fosse qualcuno a chi dire basta. Alzare le braccia, arrendersi o morire. Trovasse almeno una parola da sparare al cuore. Un blues, una samba di radice da svenire. Una storia d’amore finita bene. Marco respira, per attingere incolume il calare della sera. Nel silenzio formicolante di puntini, s’insinua il pianto di un bambino. Dolcezza amara, immagini che si addensano nel cielo. Goccioloni di pioggia passeggera cadono sulla paura del futuro. Vaporizzati sul presente. Fino alla fine, fino alla fine della luce. Prima di andare a letto ogni sera, Mario stacca le foto di famiglia appese al muro.

Questo breve racconto di Cesare Battisti (breve perché non gli danno i mezzi per scrivere) era accompagnato da un messaggio, in cui denuncia la sua drammatica condizione:

Dal mio rifiuto di integrarmi nel reparto AS2-ISIS, sono diventato il bersaglio di una pioggia di rapporti disciplinari, al ritmo inaudito di due al giorno. Le motivazioni di questi rapporti, ognuno dei quali comporta dai dieci ai quindici giorni di punizione, sono le più inverosimili e fantasiose. Del tipo: “comunicazione telefonica fraudolenta”, “comunicazione altamente offensiva” (si riferiscono forse ai miei reclami sulle numerose illegalità commesse da questa infelice direzione?), seguono altre assurdità. Per esempio ieri, 15  ottobre, dopo aver chiesto notizie su fotocopie di alcune notifiche di censura di corrispondenza, lettere o in francese o perché citano il protagonista del mio romanzo in corso, alla legittima richiesta inoltrata con regolare domandina, la risposta di un responsabile specialmente incaricato a trattare con il sottoscritto, è stata di un nuovo provvedimento disciplinare, secondo il quale, e questa volta si sono superati, io avrei insultato il censore per interposta persona. Persecuzioni simili pensavo che esistessero solo in quei film di serie B dove il capo aguzzino martirizza il malcapitato. Inutile trattenersi oltre sulle nefandezze che in questo istituto sembrano essere consuetudine. Soprattutto quando si tratta di Cesare Battisti, colpevole di non essersi piegato alle ambizioni carrieristiche di qualcuno. La situazione creatasi a Guantanamo Calabro illustra esaustivamente come sia in corso una strategia di provocazione tesa a criminalizzare il percorso trattamentale, oltre a ispessire la trama del “mostro” ex novo.

Vorrei pubblicamente dichiarare che, pur soffrendo ogni sorta di intimidazione, qualsiasi cosa succeda non è mia intenzione lasciarmi spingere a commettere atti inconsulti, né cogito assolutamente di attentare alla mia integrità fisica

Notizie aggiornate su Battisti nel sito La vendetta dello Stato.

Da Carmilla

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in varie

Il carattere globale della pandemia Covid-19 ha imposto sfide simili a tutte le popolazioni del pianeta. Con tempistiche ed intensità diverse il virus ha sconvolto la quotidianità di miliardi di persone innescando una crisi sociale con pochi precedenti dalla fine del secondo dopo guerra.

Tuttavia ogni società ha sia elaborato modalità di gestione differenti sia sviluppato un livello più o meno alto di rigidità alle contromisure messe in campo per placare la diffusione del virus.

Purtroppo, una caratteristica comune sembra essere la capacità delle classi dirigenti di ogni nazione di scaricare i costi sociali, economici e psicologici della crisi Covid-19 sui segmenti di società strutturalmente più sottoposti a sfruttamento e alienazione di diritti fondamentali.

L’articolo qui tradotto ci restituisce un report interessante di quanto avvenuto in Cina nei primi cinque mesi del 2020, questa analisi elaborata dal collettivo cinese Workers Study Room e tradotta in inglese dal blog Chuangcn.orgChuangcn.org ci fornisce un punto di vista genuino, umile nel descrivere tutti i limiti dell’attuale conflittualità sociale in Cina.

Parlare di Cina, come singola entità è sempre parziale, infatti questo articolo si concentra su una precisa area geografica, la Provincia del Guangdong, l’area del delta del fiume delle perle, forse il luogo più emblematico per descrivere le tante trasformazioni avvenute in Cina negli ultimi decenni.

Questa Provincia situata di fronte all’isola di Hong Kong è il cuore della ‘fabbrica del mondo’, avanguardia delle zone economiche speciali dove catena di montaggio fordista, fabbriche dormitorio e sfruttamento si sono mescolate a poli hi-tech, neonati mercati finanziari e bolle del mercato immobiliare.

Questo racconto delle (non) mobilitazioni operaie durante la pandemia in Cina ci racconta tanto di quello che abbiamo vissuto in Italia, dal tema dei rider alle retoriche governative, dagli strumenti offerti dal web al comportamento degli avidi industriali.

Se si conoscono le forti mobilitazioni del lavoro cinese delle ultime decadi, questa breve inchiesta lascia l’amaro in bocca, solleva dubbi e pone domande sul perché nella prima parte del 2020 la parola dei lavoratori sia stata assente nel dibattito pubblico cinese.

Tuttavia i giovani di Workers Study Room offrono anche spiegazioni, risposte e prospettive dalla e per la classe lavoratrice cinese che, forte dei suoi numeri continentali, può rappresentare un ‘problema di sistema’ non solo per il regime autoritario di Xi Jinping ma per il sistema-mondo capitalista nel suo complesso.

Buona lettura.

 

NB: l’articolo comincia con una postilla di aggiornamento allo stesso data luglio 2020, mentre il testo originale è stato pubblicato in cinese a maggio 2020.

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Le forme organizzative dei lavoratori nella pandemia a cura di Workers Study Room. Aggiornamenti del 17 luglio.

A due mesi dalla pubblicazione di questo articolo, la pandemia globale continua a diffondersi impetuosamente. In Cina, sino a questo momento, gli stretti controlli ed un efficace contact tracing hanno permesso di prevenire una seconda diffusione su larga scala. Anche quando si dà una recrudescenza in un’area, questa è rapidamente tenuta sotto controllo.

Nel frattempo, la rabbia popolare contro l’iniziale negazionismo governativo è svanita ed è stata ridirezionata su singoli ufficiali di Partito (comunista s’intende) di Wuhan.

Da marzo, il discontento si attenuato con il miglioramento delle condizioni pandemiche interne al paese e il peggioramento delle stesse su scala globale.

Dalla rabbia si è passati alla gratitudine verso il governo per aver avuto successo nel gestire la pandemia meglio degli altri. Inoltre, la crociata internazionale guidata dagli USA ha innescato un rinnovato patriottismo.

Se si escludono le proteste e il dibattito, rapidamente represso, che seguì la morte del medico Li Wenliang, la Cina non ha vissuto episodi di resistenza collettiva su larga scala nel primo semestre pandemico del 2020. Rispetto ad altri, il nostro paese di 1.4 miliardi di abitanti è rimasto completamente sopito.

Settori come la sanità o il delivery, che sono stati al centro di proteste in molti paesi esteri negli ultimi mesi, non hanno vissuto periodi di intensa e permanente mobilitazione.

Tra fine gennaio e i primi di febbraio, durante le prime settimane del lockdown a Wuhan e in altre città dell’Hubei, gli operatori sanitari e i medici hanno espresso animosamente la loro ansia circa lo stato di panico generale, i troppo lunghi orari di lavoro, i rischi di salute legati alla loro attività e le carenze di personale e materiale.

Tuttavia, la messa sotto controllo della pandemia e l’accesso a materiale e personale medico ha posto fine a queste rimostranze. La maggior parte del personale medico cinese è stato trasferito nelle aree più colpite diminuendo la pressione sui lavoratori della sanità della provincia dell’Hubei.

L’arrivo di personale e materiale combinato alla retorica degli ‘eroi nazionali contro la pandemia’ ha ribaltato gli effetti psicologici negativi vissuti dagli operatori sanitari in prima linea.

Molti medici partiti volontari verso l’Hubei hanno invece espresso il loro orgoglio nel poter svolgere il loro lavoro nel contesto pandemico, poiché le storture derivanti dalla mercificazione della sanità, come la valutazione delle perfomance e il legame tra pazienti curati e profittabilità, sono scomparse nel momento pandemico. I medici hanno potuto curare le persone adeguatamente ed essere anche ampiamente rispettati per il loro lavoro.

In Cina lo scoppio della pandemia ha coinciso con il periodo festivo del capodanno, motivo per il quale le famiglie avevano accumulato scorte di cibo da godersi a casa nelle settimane festive, durante le quali, come di norma, il numero degli ordini di cibo d’asporto è diminuito sensibilmente rispetto ad altri periodi dell’anno.

Allo stesso modo però, anche molti dei fattorini erano in vacanza, fatto che ha causato un forte carenza di lavoratori. In risposta le piattaforme digitali hanno alzato i pagamenti per consegna.

I fattorini hanno raccontato che le loro interazioni con i clienti non sono mai state così armoniose come nella pandemia, oltre a guadagnare più soldi percepivano il rispetto e la gratitudine degli utenti.

Le zone della Cina che hanno vissuto lockdown più stringenti conseguenti alla diffusione del Covid hanno adibito personale governativo al coordinamento del lavoro dei fattorini.

Nei complessi residenziali in quarantena la consegna del cibo casa per casa veniva svolta dalle autorità locali permettendo ai fattorini di accorciare gli spostamenti e tutelarsi maggiormente dal contagio.

Anche dopo la fine del lockdown, le piattaforme hanno continuato a monitorare la salute dei propri fattorini al fine di fornire al cliente rassicurazioni sullo stato di salute del rider.

Queste precauzioni nei confronti dei fattorini delle piattaforme sembrano essere tra gli aspetti centrali che hanno temperato le rimostranze che abbiamo visto in tanti paesi esteri.

Tuttavia sul fronte economico più complessivo, sia la fase pandemica sia il post hanno visto diverse forme di opposizione sociale. A maggio gli operatori sanitari di Xuzhou (Provincia dello Jiangsu) hanno convocato uno sciopero contro la privatizzazione degli ospedali cittadini. Scioperi e blocchi si sono dati anche tra i riders quando hanno visto meno tutele e salari tagliati.

A giugno e luglio le dispute sia nel manifatturiero sia nei servizi hanno visto un leggere aumento, ma nonostante ciò non si può parlare di azioni collettive di massa, probabilmente perché il rallentamento economico ha reso tutti pessimisti circa le possibilità di vittoria, anche alla luce della costante repressione statale che ha colpito le mobilitazioni nate.

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Le forme organizzative dei lavoratori nella pandemia a cura di Worker Study Room, maggio 2020.

Questo articolo si focalizza sulle forme organizzative e le azioni portate avanti dai lavoratori cinesi durane la pandemia, in particolare nell’area del delta del fiume delle perle (Provincia del Guangdong, Pearl River Delta, d’ora in avanti PRD). L’obiettivo è quello di fornire informazioni e proporre un principio di analisi su quanto avvenuto.

Auto-organizzaione tra persone ordinarie:

La crisi sanitaria senza precedenti legata al Covid-19 ha visto la rapida diffusione di iniziative autorganizzate di sostegno tra abitanti e studenti in molte province cinesi, tra queste spiccano le iniziative messe in campo da e per gli abitanti di Wuhan.

Diversi gruppi di studenti si sono organizzati nel fornire ai lavoratori dei servizi pubblici essenziali il materiale necessario alla prevenzione del contagio come guanti e mascherine.

La formazione di questi gruppi giovanili intenti a fornire di dispositivi di sicurezza è avvenuta in molte province senza una coordinazione precedente ma organizzandosi spontaneamente online.

L’ossatura di questi gruppi è stata diversa da luogo a luogo, gruppi studenteschi attivi nel sociale o veri e propri collettivi della sinistra cinese hanno avvicinato molti giovani che per la prima volta si sperimentavano in iniziative collettive.

Le pratiche organizzative di questi gruppi sono state relativamente aperte, senza gerarchie prestabilite si è discusso democraticamente e in maniera egalitaria di come portare avanti le iniziative attraverso dibattiti e discussioni.

Questi gruppi hanno operato principalmente online, l’intero processo organizzativo è stato aperto e trasparente. La loro politicità non è stata intrinsecamente antigovernativa, anzi in qualche modo non recitando una parte direttamente antagonista nei confronti del partito hanno aiutato le autorità nel promuovere una narrazione positiva della gestione pandemica.

Questi gruppi hanno adottato un approccio molto cauto al fine di evitare ripercussioni, ad esempio le loro attività di raccolta fondi si sono attenute precisamente alle prescrizioni legislative della legge sulla carità (Charity Law), legandosi spesso a fondazioni che rispettavano le normative.

La coscienza diffusa circa la situazione politica interna ha portato ‘gli attivisti’ ad evitare rischi non necessari. Nonostante la stretta sorveglianza da parte delle autorità, la loro postura non direttamente antagonista gli ha permesso di portare avanti le proprie attività.

 

L’organizzazione attraverso il web.

L’impossibilità di comunicare di persona durante la pandemia ha fatto emergere un ampio uso del web come strumento per costruire iniziativa ed autorganizzazione.

Stando alle nostre osservazioni, molti gruppi online si sono occupati di questioni relative al lavoro. Tra questi vi sono alcuni che hanno condotto sondaggi online per spingere il governo ad estendere il periodo festivo di primavera (Spring Festival Holiday); gruppi che si sono formati per supportare i diritti dei lavoratori nella fase post lockdown, altri gruppi invece hanno condiviso informazioni sull’evoluzione della pandemia e le misure di prevenzione necessarie.

I primi promotori di questi gruppi online erano principalmente composti da attivisti di ‘sinistra’ o comunque appartenenti a gruppi già attivi su questioni sociali, mentre i lavoratori presenti su questi gruppi appartenevano a diverse fabbriche e località, e difficilmente si conoscevano in precedenza.

La mobilitazione per l’estensione delle festività primaverili ha avuto molto successo perché gli obiettivi e il periodo della richiesta erano chiari e non c’era bisogno di stabilire connessioni profonde tra coloro che vi aderivano.

Invece i gruppi che si sono dedicati alle tematiche connesse al lavoro si sono dovuti sperimentare con le difficoltà materiali dei posti di lavoro stessi una volta riesumate le attività produttive.

Mobilitazioni online su queste tematiche, tra partecipanti con poca o nessuna familiarità, sono difficili da trasformare in azioni ‘reali’ significative.

Inoltre queste attività telematiche mettono in evidenza tutte le difficoltà legate alla vita in uno stato di continua sorveglianza. Di conseguenza il miglior contributo fornito da questi gruppi online sui diritti dei lavoratori è stato in termini di consigli, evidenziando le contraddizioni della ripresa produttiva nel contesto pandemico e fornendo uno spazio di comunicazione per i lavoratori.

Senz’altro questi gruppi sono stati importanti nel far circolare analisi su quanto stava succedendo.

Le condizioni della pandemia hanno spinto I lavoratori ad andare oltre le questioni legate al reddito e al salario. La catastrofe pandemica ha comportato l’esplosione di contraddizioni preesistenti che hanno reso più facilmente leggibili le retoriche del Partito Comunista e della wealthy class cinese.

Se in genere i lavoratori tendono ad evitare di pensare all’impatto della pandemia sulle loro vite, è impossibile non considerare l’impatto della stessa sulla società e su ognuno che la vive.

Ad esempio, sempre più persone si interrogano su domande come queste: da dove è scoppiata la pandemia e come si è diffusa? Nel frattempo, le persone iniziano a contemplare l’importanza della previdenza e sicurezza sociale e a chiedersi quanto sarà sicuro tornare al lavoro.

 

Attività nel delta del fiume delle perle (PRD) durante la pandemia.

Al fine di rendere chiaro il testo, l’analisi (scritta nel maggio 2020) viene divisa in tre periodi, che corrispondo più o meno alle differenti fasi della pandemia in Cina.

1: Inizio della pandemia, da fine gennaio (23) ai primi di febbraio.

2: Prima fase del ritorno a lavoro, da metà febbraio ai primi di marzo.

3: Seconda fase del ritorno a lavoro, da metà marzo a maggio.

 

1: L’inizio della pandemia: da fine gennaio ai primi di febbraio.

I lavoratori industriali nel PRD sono apparsi calmi durante le operazioni di soccorso all’inizio della pandemia.

In quel momento i lavoratori avevano già lasciato i luoghi di lavoro per le feste primaverili del capodanno per fare ritorno alle proprie province di origine (si tenga a mente che in Cina ci sono circa 290 milioni di lavoratori migranti interni).

Questi lavoratori si sono quindi ritrovati ad essere monitorati nei propri quartieri o paesi di origine attraverso i programmi di prevenzione incentrati sulle singole famiglie. Le difficoltà dei lavoratori nel coordinarsi efficacemente sono state acuite dalla loro dispersione su scala nazionale nel periodo festivo.

Inoltre, molti lavoratori ordinari hanno trovato notevoli difficoltà nell’ottenere una profilassi medica adeguata attraverso gli strumenti online. Non c’è quindi da sorprendersi se i lavoratori in generale sono apparsi passivi e silenti.

Gli operatori sanitari, che sono stati ovviamente al centro dell’attenzione pubblica durante la pandemia, non hanno intrapreso significative rimostranze collettive.

Anche in settori con una storica tradizione conflittuale non ci sono state iniziative importanti, lavoratori delle pulizie e dei trasporti, compresa la logistica, e fattorini hanno fatto poco per richiedere i dispositivi di protezione necessari alla tutela della salute nel contesto pandemico.

Come mai?

Alcune possibili risposte potrebbero essere le seguenti: quando Wuhan è entrata in lockdown, la maggior parte della popolazione non aveva contezza della gravità della pandemia.

In seguito, l’aumento delle informazioni sia sui canali ufficiali sia su quelli privati, accompagnate dal rafforzamento delle misure di prevenzione su scala nazionale, hanno permesso che il virus rimanesse principalmente localizzato nella Provincia dell’Hubei.

Molti lavoratori delle altre province hanno continuato a lavorare senza sentirsi particolarmente minacciati dal virus.

Mentre le notizie che ci giungono dall’Europa e dagli Usa ci rivelano che durante la diffusione della pandemia molti lavoratori industriali hanno proclamato o minacciato scioperi per ottenere i dispositivi di protezioni o in generale la tutela della propria salute.

Andando oltre il contesto pandemico, i lavoratori delle pulizie dovevano affrontare problematiche legate alla loro salute e alla sicurezza dei posti di lavoro a causa della mancanza di dispositivi protettivi adeguati alle loro mansioni.

Questi problemi preesistenti si sono solo intensificati con lo scoppio del contagio, la cui gravità gli ha permesso di ottenere maggiore visibilità e di ottenere dispositivi protettivi grazie al contributo dei volontari sopracitati.

Ovviamente un tema centrale nelle lotte portate avanti dai lavoratori delle pulizie negli ultimi anni è quello dei salari. Prima del Covid, il tema della salute veniva lasciato da parte e i lavoratori avevano un atteggiamento indolente al riguardo affidandosi alla fortuna.

I temi della salute e della sicurezza sul posto di lavoro sono più complessi rispetto alle rivendicazioni salariali ed esigono una maggiore raccolta di informazioni da parte dei lavoratori.

Questo è uno dei motivi per il quale è fondamentale organizzare sistematicamente momenti di sensibilizzazione che permettano ai lavoratori di ampliare le loro richieste in termini di diritti sul posto di lavoro.

In questo senso il lavoro portato avanti dai gruppi di volontari che fornivano mascherine ed altri dispositivi protettivi è stato fondamentale sia per gli studenti sia per i lavoratori. I primi sono usciti dal loro contesto strettamente scolastico ed hanno impattato con problematiche e gruppi sociali molto differenti dal loro contesto di origine, i secondi sono stati fortemente sensibilizzati sulla minaccia rappresentata dall’assenza di sicurezza sul posto di lavoro.

Tuttavia siamo ancora lontani dal riscontare un forte attivismo da parte dei lavoratori su queste tematiche.

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Un piccolo numero di azioni spontanee.

Un caporeparto di un’azienda privata di Shenzhen (Guangdong), che aveva già vissuto la crisi SARS nel 2003-04, non appena aveva preso notizia del Covid nei primi di gennaio, memore dell’esperienza passata ha fatto ampie scorte di mascherine per tutelare la salute dei colleghi.

Poiché i vertici dell’azienda erano restii ad intervenire rapidamente nelle dotazioni di sicurezza, il caporeparto ha creato un gruppo per sensibilizzare i colleghi e i sottoposti sulla gravità della situazione iniziando autonomamente ad accumulare mascherine ed altro materiale necessario.

Quando l’azienda, dopo il blocco delle attività, ha ‘invitato’ i lavoratori a tornare a lavorare, questo gruppo ha rivendicato la necessità di continuare le attività in smart working.

Questo capo reparto ha tenuto dei veri e propri comizi rivolti ai giovani nei quali affermava che:

“il nostro presente è il loro futuro, il denaro è l’unica cosa che interessa ai vertici dell’azienda che della salute dei lavoratori non si preoccupa minimamente. Per noi invece è questione di vita o di morte. “

Questi gruppi inter-aziendali si sono rivelati molto utili per condividere informazioni di varia natura, dall’andamento epidemico ai luoghi dove acquistare a basso costo i dispositivi protettivi.

Andando oltre questa singola esperienza, se ci affidiamo ai dati di China Labour Bulletin notiamo che le proteste per migliori salari sono state molte poche nella prima fase pandemica.

 

2: Prima fase del ritorno a lavoro, da metà febbraio ai primi di marzo.

Per vari motivi, il Consiglio di Stato ha esteso le vacanze primaverili al 2 febbraio, dando la possibilità a ciascuna provincia di stabilire autonomamente il giorno esatto di ripresa delle attività produttive.

Molte province non hanno ripreso le attività prima del 10 febbraio, alcune hanno posposto la riapertura del settore edile ed altre industrie anche nei giorni successivi.

L’allungamento delle festività è stato imposto dal governo e annunciato tramite i dipartimenti ministeriali ma tutto il processo decisionale è stato poco trasparente.

Tuttavia questa politica ha consentito che il rientro a lavoro di buona parte della popolazione avvenisse in un momento in cui la pandemia era in fase discendente riducendo la paura tra i lavoratori di essere contagiati, politiche che, come già menzionato in precedenza, hanno permesso al governo di evitare azioni collettive di massa sui posti di lavoro.

Con la riapertura le aziende per riprendere le attività hanno dovuto adottare misure protettive subendo controlli da parte dei governi locali. In caso di contagi nell’azienda la direttiva era quella di chiudere o isolare l’intero comparto.

In caso di positività o contatti con positivi le aziende hanno imposto severe quarantene ai lavoratori.

Le aziende con dormitori hanno spesso imposto ai lavoratori di non abbandonarli, creando un regime di lavoro e isolamento.

Le mense sono state attrezzate con divisori mentre le aziende che non ne disponevano hanno costretto i lavoratori a portarsi i pasti da casa consumandoli distanziati all’aperto. Questo insieme di iniziative ha fornito ai lavoratori una certa tranquillità nel riprendere le attività.

Le pene per le aziende che violavano i regolamenti anti-Covid sono stati da subito severe, i lavoratori sono stati invitati a segnalare le irregolarità agli uffici distrettuali del lavoro.

Ci sono state notizie occasionali sui media di aziende che hanno ripreso le attività prima del dovuto e gli amministratori sono stati messi in ‘detenzione amministrativa’. Sia il governo centrale sia quelli locali hanno adottato misure stringenti al fine di prevenire una nuova ampia diffusione del virus e sono stati attività molti canali di denuncia per riportare le irregolarità nelle varie sfere della vita produttiva e riproduttiva.

La App WeChat ha attività sezioni apposite per riportare deficienze legate alla gestione della pandemia.

A differenza del passato, la pandemia ha offerto diversi canali ai lavoratori per comunicare alle autorità il mancato rispetto delle leggi da parte delle aziende. Questi nuovi canali sono stati efficaci nel prevenire azioni collettive di protesta. In questo periodo, i conflitti principali si sono dati nella necessità simultanea di controllare la pandemia e far ripartire le attività produttive. Infatti, solo una piccola parte delle imprese è stata realmente in grado di realizzare le norme previste per tornare al lavoro regolarmente.

Un problema esterno alle imprese è stato quello del trasporto pubblico, il cui blocco in province come Hubei, Henan, Liaoning, Shandong ed Hebei ha ostacolato il rientro a lavoro di milioni di lavoratori.

In molte città e province, nonostante la fine dei lockdown, le imprese hanno ugualmente imposto ulteriori due settimane di quarantena ai propri dipendenti provenienti da aree ad alta diffusione del Covid. Su queste decisioni ha inciso il rifiuto di molti lavoratori di rischiare lunghi viaggi interregionali su mezzi di trasporto affollati.

L’impossibilità di riattivare la produzione anche laddove consentito dallo stato centrale ha costretto le imprese ad organizzare trasporti privati per i propri lavoratori dalle loro province di origine fino al Guangdong.  

La carenza di lavoratori ha inoltre comportato campagne di assunzione da parte delle grandi aziende, un caso su tutte è quello della Foxconn (famoso assemblatore e fornitore di Apple) di Shenzhen. La campagna ‘Io voglio assumere’ forniva incentivi salariali (7,110 yuan circa 1000 dollari) ai lavoratori che si fossero candidati entro il 31 marzo a cominciare il nuovo lavoro.

 

3: Seconda fase del ritorno a lavoro, da metà marzo a maggio.

Un incremento notevole di dispute salariali:

Il tema dei salari è centrale nella dialettica tra capitale e lavoro. Una volta riesumata la normale attività economica del paese, il calcolo del proprio salario in base alle nuove politiche governative è divenuto un punto focale.

Nonostante il Ministero delle Risorse Umane e della Sicurezza Sociale abbia immediatamente rilasciato documenti ufficiali volti a regolamentare le procedure in caso di contrazione del virus o di isolamento, questo non ha fermato le imprese dal tentare di scaricare i ‘costi pandemici’ sui lavoratori. Da marzo il numero delle dispute sui salari è ricominciato ad aumentare.

Un iniziativa interessante è stata quella di gruppi di avvocati che hanno organizzato seminari online su come calcolare il proprio compenso salariale alla luce dei regolamenti legati al Covid rilasciati dalle autorità.

Molte aziende si sono adattate alle prescrizioni governative lasciando poco spazio di manovra per le mobilitazioni, ma questo non ha fermato alcuni lavoratori dal rivendicare di più di quanto imposto dal governo.

Ad esempio, i lavoratori della Foxconn di Shenzhen hanno protestato formalmente tramite i propri rappresentati del sindacato unico (All China Federation Trade Union) contro la politica dell’azienda di considera il periodo pandemico come ferie.

Inoltre, moltissime piccole e medie imprese hanno protratto la sistemica evasione delle leggi sul lavoro, comprimendo i salari e accumulando ritardo nel pagarli.

Gli arretrati e la riduzione salariale nel periodo di isolamento sono diventati elementi sempre più centrali nelle rivendicazioni dei lavoratori.

I lavoratori migranti ufficialmente residenti nell’Hubei (la Provincia di Wuhan con 60 milioni di abitanti) sono quelli che hanno vissuto maggiori problemi nel rientrare a lavoro nelle provincie costiere. Questo perché, anche dopo la fine del lockdown, c’è stato un blocco persistente delle infrastrutture di trasporto.

Questi lavoratori oltre a sperimentare un blocco dello stipendio nel periodo festivo/pandemico si sono visti ridurre i salari anche una volta tornati al lavoro con la scusa della precedente assenza.

Molti casi di questo tipo sono stati riportati dai media in aziende di Shenzhen.

Come raccontato da un lavoratore migrante dell’Hubei: “La pandemia ha causato già tanta sofferenza alla gente dell’Hubei, questi attacchi in forma di tagli salariali stanno aggiungendo benzina sul fuoco”.

Alcune aziende non hanno proprio mandato lo stipendio ai lavoratori in quarantena nella provincia più colpita del paese, altre hanno richiesto ai lavoratori di partecipare a collette da mandare ai loro colleghi nell’Hubei al posto del salario.

Sicuramente molte imprese hanno sofferto perdite durante il lockdown ma quanto possono rifarsi sui salari dei lavoratori? Questa situazione è ben sintetizzata dalle parole di un operaio: “le aziende non hanno perso i loro profitti, ne hanno solo fatti di meno”.

Il 20 marzo i lavoratori dell’impresa di auto elettriche BYD, che ha ricevuto 2.3 miliardi di sussidi dal governo, si sono guadagnati i titoli dei giornali per aver esposto grandi striscioni di protesta fuori la fabbrica. Un operaio ha raccontato che tutti i bonus legati alla produttività sono stati tagliati così come la promessa di un aumento salariale che sarebbe dovuto entrare in vigore nel periodo pandemico.

Sebbene la BYD abbia dichiarato che queste notizie siano infondate e false, queste denunce dei lavoratori continuano ad affollare i forum online.

Nel mese di marzo, l’insoddisfazione dei lavoratori si è generalizzata a causa del ridimensionamento dei redditi, tuttavia questa insoddisfazione non ha ancora preso la forma di una protesta massiva.

Se come successo in una fabbrica di elettronica di Shenzhen migliaia di operai sono scesi in strada contro la riduzione dei salari, la maggior parte dei lavoratori si sta concentrando su vertenze legali, richieste ufficiali d’intervento del sindacato unico e denunce sui forum online.

Uno dei motivi alla base delle poche mobilitazioni potrebbe essere l’oggettiva difficoltà riscontrata da molte imprese durante la pandemia. Le aspettative dei lavoratori circa un successo delle loro rimostranze sono al minimo in questo contesto.

Inoltre, gli uffici del lavoro a tutti i livelli, dalle autorità centrali e alle dimensioni locali, sono stati molto attenti a prevenire scontri diretti tra operai e imprese.

Appena le autorità sono informate di una disputa si attivano percorsi di mediazione con l’impresa tentando di alleggerire la tensione in tutti i modi.

Questo sta spingendo I lavoratori a comportamenti di protesta individuali e ‘legali’ scoraggiandoli da prese di posizioni collettive.

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L’onda imponente della perdita dei posti di lavoro e della produzione bloccata.

La perdita di posti di lavoro iniziata a febbraio si è protratta fino a marzo. Quando il virus si è diffuso negli Usa e in Europa, i settori legati all’export maggiormente colpiti sono stati l’auto motive, il vestiario e l’elettronica di consumo.

Dapprima la pratica comune degli straordinari è diminuita sensibilmente, poi le assunzioni si sono bloccate infine la produzione si è letteralmente fermata.

Nei gruppi sui social sono iniziate a circolare voci di chiusure imposte dalle aziende fino a maggio a causa del crollo della domanda globale. Tra le varie aziende nominate c’era anche la Foxconn che ha risposto immediatamente alle voci con un comunicato ufficiale nel quale affermava che gli impianti produttivi erano regolarmente attivi e che non ci sarebbero stati licenziamenti o ferie forzate.

Come detto in precedenza, sembra che molti lavoratori migranti abbiano vissuto un regime di ferie forzate, mentre la contrazione delle assunzioni così come la fine del regime di straordinari ‘regolari’ sono realtà concrete del post Covid.  

Molte aziende cinesi hanno affrontato la crisi della domanda globale individuando metodi per tagliare i costi della forza lavoro in eccesso durante il rallentamento della produzione, tra questi vi è stato il tentativo di incoraggiare i lavoratori alle dimissioni e il blocco dei salari nel periodo improduttivo.

Un’azienda tecnologica di Guangzhou ha imposto il taglio del 15/20% in ogni segmento produttivo fino a quando gli ordini non fossero ricominciati a salire nuovamente. Nel frattempo l’azienda ha pianificato di pagare i salari dei sei mesi di blocco/riduzione con i fondi depositati nei fondi di previdenza sociale, etichettando quel periodo come ‘vacanziero’.

I lavoratori, indignati dalla privazione della previdenza e dai tagli al personale, si sono rivolti all’ufficio del lavoro locale e la risposta che hanno ricevuto è stata che l’azienda si stava muovendo all’interno della legalità.

La riduzione di personale, nonostante i minori ordini, ha ugualmente imposto ai lavoratori rimasti carichi di lavoro maggiori e assenza di giorni di riposo. Nel complesso il contesto pandemico ha permesso ai datori di lavoro di inasprire le condizioni di lavoro della classe lavoratrice cinese sotto tanti punti di vista. La massiva disoccupazione ha minato il potere contrattuale dei lavoratori in parte costruito su una recente carenza di lavoratori su scala nazionale.

Un altro elemento non menzionato sono le chiusure, tra queste l’esempio più celebre è quello della fabbrica di giocattoli ‘Fantastic Toys’ di Dongguan, il cui proprietario è sparito durante il lockdown lasciando in sospeso diverse mensilità.

Quando il proprietario è riapparso il 24 di marzo lo ha fatto per comunicare la chiusura degli stabili e la contrattazione con i lavoratori per gli stipendi arretrati, mediata dall’ufficio del lavoro locale, si è conclusa con un nulla di fatto. I lavoratori hanno convocato una manifestazione al dipartimento del lavoro di Dongguan e sono stati attaccati da soggetti sconosciuti che con tutta probabilità erano stati mandati dall’azienda.

Questo non è un caso isolato, secondo la piattaforma per le indagini sulle bancarotte d’impresa dal primo gennaio al 15 marzo ci sono stati 8,243 casi di bancarotta. Nello stesso periodo del 2019 i casi erano stati 4,895, nel 2018 appena 2,078.

Alla luce della continua evoluzione dei rapporti di produzione nei primi tre mesi del 2020, caratterizzata dalla fine degli straordinari, blocchi produttivi, licenziamenti e minor reddito per decine di milioni di cinesi, sembra che i lavoratori siano ancora in un periodo di adattamento con forme di resistenza dal carattere fortemente difensivo.

Secondo i dati raccolti da China Labour Bulletin (strikes map) le azioni collettive di protesta da gennaio ad aprile sono state meno di quella avvenute nello stesso periodo del 2019.

Questo dato può essere sia il risultato di un’incapacità di raccogliere tutte le informazioni su settori con lotte poco pubblicizzate dai media sia potrebbe testimoniare che le lotte collettive non hanno ancora preso forma.

Molti lavoratori licenziati o messi in pausa produttiva hanno cercato altri lavori temporanei o sono tornati nelle province di provenienza per tagliare i costi della vita urbana in attesa della ripresa economica.

 

Un confronto tra la crisi 2008-09 e quella odierna.

Molti sono i paragoni che possono essere fatti tra la crisi Covid-19 e quella del 2008-09.

Durante quest’ultima molte aziende hanno tagliato posti di lavoro e tentato di abbattere i costi, altre chiusero o ridussero notevolmente la produzione nell’area del PRD.

Durante quella crisi, i lavoratori in un primo momento tentarono di arrangiarsi come poterono, tuttavia appena l’economia ripartì un nuovo ciclo di lotta iniziò.

Quali sono quindi le somiglianze con l’attuale situazione? Se analizziamo le condizioni occupazionali, i salari, i prezzi dei beni ed altri elementi legati alla vita comune dei lavoratori troviamo almeno i seguenti punti in comune:

Nel 2009, quando un significativo numero di lavoratori aveva perso il lavoro ed era tornato nei propri paesi di provenienza, questi avevano un buon livello di risparmio privato.

Con gli ingenti investimenti da parte dello stato centrale (580 miliardi di dollari) si riattivò una forte domanda interna che compensò la crisi della domanda globale. Quando anchequest’ultimo elemento riprese a crescere fu facile per i lavoratori trovare nuovamente un lavoro.

Le prospettive dell’area del delta del fiume delle perle (PRD) oggi sono decisamente meno rosee.

Nel 2008-09 la Cina era ancora nel pieno di un periodo di crescita sostenuta e sviluppo, ma dal 2014 la crescita è rallentata e si è entrati in quella che il Partito ha definito una ‘nuova normalità’.

L’impatto della pandemia si inserisce quindi in un contesto diverso nel quale sarà molto più complesso affrontare la diffusione di chiusure aziendali sia piccole sia grandi.

Di conseguenza, si può affermare che disoccupazione nel PRD, ma potremmo dire su scala nazionale, sia ben più grave di una decade fa. Anche se il tasso di disoccupazione nazionale a marzo 2020 era fermo al 5.9% vi è comunque un aumento dello 0.7% rispetto al 2019.

Secondo un report della Zhengtai Securieties, in realtà il numero dei disoccupati ha superato i 70 milioni, quindi il tasso di disoccupazione sarebbe intorno al 20.5 %. Un dato che sembra molto più attinente alla situazione che stiamo vivendo.

L’attuale disoccupazione sommata all’ulteriore diffusione del precariato e del lavoro temporaneo forniscono un quadro nel quale i lavoratori impiegheranno molto tempo per ottenere nuovamente condizioni di lavoro stabili e sicure.

Questa condizione non riguarda unicamente i lavoratori comuni ma include anche i lavoratori specializzati e i manager.

Disoccupazione, salari tagliati e inflazione sui beni di consumo quotidiano stanno rendendo la vita delle persone comuni sempre più difficile, ben oltre quanto successo nel 2009.

Infatti se compariamo l’indice dei prezzi al consumo, nel corso del 2009 ci fu una deflazione costante per tutto l’anno e i salari minimi crescevano costantemente dal 2005.

Invece nel 2019 l’inflazione è stata positiva e a febbraio 2020 questa era al + 5.2% rispetto allo stesso mese dell’anno precedente.

Il prezzo del cibo è inoltre schizzato alle stelle con un + 21.9% a febbraio, + 18.9% a marzo e +14.3% ad aprile rispetto all’anno precedente.

Le nostre inchieste sugli operai manifatturieri ci dicono che i salari reali dei lavoratori non sono aumentati negli ultimi 5 anni, questo perché il numero delle ore straordinarie, sulla quale stava poggiando l’ascesa reddituale di buona parte della classe operaia, si è sensibilmente ridotto.

In conclusione, l’impatto della perdita di posti di lavoro e i redditi decrescenti dei lavoratori stanno avendo ripercussioni più profonde che in passato.

Questo peggioramento delle condizioni materiali è alla base dell’esitazione da parte dei lavoratori ad impegnarsi in proteste collettive. Tuttavia, la consapevolezza dei lavoratori che hanno lottato nell’ultima decade non è cambiata. Se analizziamo l’attuale assenza dei conflitti da un altro punto di vista si potrebbe affermare che quando le proteste ripartiranno questo prossimo ciclo di conflitti sarà caratterizzato da forme di resistenza meglio organizzate e più organiche che in passato.

 

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A SAN LORENZO NON SI PASSA. QUANDO LA GENTE DEL POPOLARE QUARTIERE ROMANO ACCOLSE A SANPIETRINI E REVOLVERATE LE CAMICIE NERE CHE ENTRAVANO NELLA CAPITALE

 

Il 28 ottobre la “Marcia su Roma” raggiungeva i suoi obiettivi.

Vittorio Emanuele III si rifiutava di dare il via allo stato d’assedio che Luigi Facta, presidente del Consiglio, gli aveva sottoposto, consegnando di fatto l’Italia in mano al fascismo.

Nei giorni precedenti quattro colonne di camicie nere si erano mosse alla volta della capitale, mentre gruppi più piccoli, in tutte le principali città, attaccavano i palazzi istituzionali e "prendevano possesso" delle regie prefetture.

Il 29 il re telegrafava al futuro duce, che invece di guidare la marcia aveva preferito attenderne gli esiti a Milano, di raggiungerlo a Roma.

Ormai fuori dalla capitale erano accampate almeno settantamila camicie nere, che attendevano solo il via libera per entrare. E il libero accesso fu dato quando Mussolini e Vittorio Emanuele III si accordarono sulla formazione del nuovo governo.

Non tutti però a Roma accolsero in silenzio l’entrata dei fascisti in città.

I primi scontri si verificarono nei pressi di Borgo Pio, già dal 29, quando i fascisti vennero accolti a lanci di pietre, tegole e qualche revolverata. Poi alcune colonne delle camicie nere decisero di passare per San Lorenzo, un quartiere fortemente popolare, nel quale si erano verificati più volte conflitti piuttosto duri tra i seguaci di Mussolini e gli antifascisti. Inizialmente per impedire gli scontri il generale Caselli, al comando dei granatieri, cercò di parlamentare con entrambi gli schieramenti, ma mentre quelli di San Lorenzo dissero che non avrebbero attaccato se non provocati, i fascisti non vollero cambiare itinerario. Alla fine la battaglia divenne inevitabile. Secondo alcuni resoconti a sparare per primi furono gli operai di San Lorenzo, secondo altri invece l’attacco arrivò dalle camicie nere. Fatto sta che inizialmente gli antifascisti ebbero la meglio. Presto però gli uomini di Mussolini tornarono più numerosi ed attaccarono parecchi edifici in tutto il quartiere uccidendo 13 persone e ferendone oltre 200. Gli scontri non finirono a San Lorenzo ma si rinnovarono al Tuscolano, sulla Prenestina e la Nomentana, dove gruppi variegati di antifascisti attaccarono diversi drappelli di camicie nere provocando morti e feriti.

La sorte di quei giorni era però segnata e le iniziative individuali e di gruppo non poterono fermare l’ingresso dei fascisti in città che raggiunse il suo apice con la sfilata davanti al Quirinale, all’epoca sede del sovrano.

Ma se la Marcia su Roma, da un lato, rappresenta il raggiungimento di un traguardo fondamentale per il fascismo, dall’altro gli episodi di aperta ostilità che si verificarono nella capitale e in molte altre città rappresentarono i primi autentici atti di Resistenza nei confronti della deriva autoritaria che il paese stava imboccando a passi sempre più rapidi.

 

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