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Articoli filtrati per data: Tuesday, 27 Ottobre 2020

Manifestazioni di protesta si diffondono in tutta Italia contro la gestione dell’emergenza sanitaria e il nuovo dpcm in vigore. Migliaia in piazza a Napoli, un migliaio a Torino, centinaia a Milano. Manifestazioni anche a Palermo e Catania. A Torino e Milano scontri con la Polizia.

28 le persone portate in Questura a Milano e denunciate in seguito alle proteste contro i provvedimenti per il contenimento del Covid. Circa 400 i presenti, che si sono mossi in zone centrali della città, come corso Buenos Aires. Il corteo è poi arrivato sotto la Regione Lombardia, dove ha trovato davanti a sè la polizia, che ha sparato diversi lacrimogeni per allontanare i presenti.

In piazza a Milano c’erano anche attiviste e attivisti del centro sociale Lambretta. “Anche noi – scrive lo spazio sociale – stiamo perdendo lavoro, reddito e stabilità. Le persone che incontriamo ogni giorno nei quartieri ci raccontano sempre di più la loro disperazione ed è sempre più difficile rispondere alle esigenze di tutti. Chi ci governa e chiude tutte le attivitá economiche deve garantire un reddito. A Milano abbiamo visto tante e tanti giovani, tante lingue diverse, e un’esasperazione che scaturisce da una crisi sistemica. Non é un caso che la manifestazione si é conclusa sotto il palazzo della regione Lombardia. Fontana e Gallera sono i principali responsabili della distruzione della sanitá pubblica nella nostra regione”.

Abbiamo intervistato Ilaria, compagna del centro sociale Lambretta. Ascolta o scarica.

 

Sempre sulla manifestazione spontanea milanese Roberto Maggioni, giornalista di Radio Popolare. Ascolta o scarica.

 

Cinque arresti a Torino, dove sono state due le piazze: i commercianti in piazza Vittorio, mentre in piazza Castello si sono ritrovate le componenti più giovanili: un migliaio le persone scese in strada, con scontri nel centro cittadino e alcuni negozi di lusso – come Gucci – che si sono ritrovati le vetrine sfondate. Sulla piazza torinese Umberto, della redazione torinese di Infoaut. Ascolta o scarica.

 

Sempre su quanto accaduto nel capoluogo piemontese, il sociologo e politologo Marco Revelli. Ascolta o scarica.

A Napoli in migliaia hanno raggiunto la Regione dietro lo striscione “reddito e salute per tutti: la crisi la paghino i ricchi”. Molto chiare le richieste scandite a De Luca e a Conte: “Servono reddito di emergenza, medici, tamponi, proroga della cassa integrazione e blocco dei licenziamenti”. Da Napoli Salvatore, dell’Ex-opg Je so pazzo. Ascolta o scarica.

Da Radio Onda d'Urto

 

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Da diversi giorni ormai, imponenti cortei, scioperi di massa e violenti scontri di piazza stanno paralizzando il paese che, con oltre 270 milioni di abitanti, figura come il quarto più popoloso al mondo. Ma cosa sta accadendo esattamente?

Nonostante fosse rimasto una semplice bozza per svariati mesi, il governo ed il parlamento Indonesiano hanno deciso improvvisamente di approvare il pacchetto di riforme denominato Undang-Undang Cipta Kerja (UU CiptaKer), la “Legge Crea-Lavoro”. Finalizzandolo durante il fine settimana per poi approvarlo e convertirlo in legge dopo la mezzanotte di lunedì 5 ottobre, l’intenzione del governo era quella di cogliere di sorpresa le forze che si opponevano da mesi a questa proposta e di impedire qualsiasi forma di discussione attorno alla versione finale del disegno di legge.

Le riforme andranno a toccare più di 1200 articoli, contenuti in 79 leggi appartenenti ai più svariati ambiti legislativi. Ma il comune denominatore di questo pacchetto è chiaramente intellegibile dal suo stesso nome.

Già a partire dal 2019, il governo si era ripetutamente espresso sulla necessità di “creare lavoro” nel paese e aveva presentato alcune bozze di legge. Ma è con l’arrivo della pandemia da COVID-19 che la necessità di attirare investimenti esteri, per contrastare gli effetti della crisi economica imminente, si è affermata sempre più tra la classe dirigente Indonesiana, così come l’importanza di accelerare su queste riforme.

In un momento di crisi come il presente, l’unico metodo previsto per stimolare gli investimenti è ovviamente quello di rendere più sfruttabili i lavoratori e le risorse naturali del paese, così da riuscire (forse e temporaneamente) ad avanzare di qualche metro nell’eterna corsa al ribasso che il capitalismo impone ai popoli della terra.

Così, per citare solo alcune delle misure in questione, la UU CiptaKer andrà ad incrementare l’orario massimo di lavoro settimanale e le ore di straordinari giornalieri consentiti per legge, ridurrà (o eliminerà in certi casi) le indennità di licenziamento e i congedi (parentali, di matrimonio etc.) retribuiti, rimuoverà ogni limite all’uso di lavoro in appalto e contratti a tempo determinato. Aziende di svariati settori considerati strategici e/o particolarmente sensibili alla crisi saranno inoltre esentate dal rispettare i salari minimi regionali – già ampiamente peggiorati negli ultimi anni e criticati per la loro insufficienza – e potranno così scendere fino alla soglia di povertà, che al momento oscilla (in base allo standard utilizzato) tra 0.8$ e 2$ al giornoi.

Inoltre saranno fortemente rilassati gli standard ambientali così da rendere più facile ottenere delle concessioni per attività minerarie e di deforestazione. Tutto ciò in un paese che soffre già da decenni un intensissimo processo di spoliazione delle sue ricchezze naturali da parte di pochi enormi monopoli. Insomma, il nuovo pacchetto di leggi andrà a peggiorare ulteriormente la situazione dove fenomeni quali il land-grabbing, la devastazione ambientale, la concentrazione della terra in sempre meno mani e l’iper-sfruttamento delle risorse naturali sono già una tragedia concreta e sensibile per milioni di contadini, membri delle comunità indigene e per le classi popolari delle aree rurali del paese.

Poche ore dopo l’approvazione a sorpresa della UU CiptaKer, diversi sindacati hanno proclamato lo sciopero generale. Ad essi si sono subito aggiunte svariate organizzazioni che hanno un orientamento di classe, e già nel pomeriggio di lunedì 5 si sono verificate importanti mobilitazioni in tutto il paese. La rivendicazione portata avanti è chiara: cancellare immediatamente il pacchetto di riforme. Già a partire da martedì 6 la mobilitazione ha raggiunto un carattere di massa, quando nelle principali città del paese sono scese in strada centinaia di migliaia di persone.

La risposta del governo è stata quella di reprimere violentemente le proteste, mobilitando polizia ed esercito per le strade, facendo ampio uso di lacrimogeni, blindati, cannoni ad acqua e manganelli, arrestando centinaia di manifestanti ogni giorno, spesso commettendo abusi e violenze sui dimostranti così detenuti e impedendo loro di accedere ai regolari canali legaliii. Ciò nonostante la protesta continua imperterrita tutt’oggi.

Le difficoltà della lotta

Occorre però fare ora un piccolo passo indietro per capire fino in fondo l’importanza di questi eventi.

Tra il 1965-6, l’Indonesia fu attraversata da alcuni dei più tragici eventi dal secondo dopoguerra. Dopo aver massacrato più di 1 milione di comunisti e presunti tali, il generale Suharto instaurò una stabile e duratura dittatura militare, fortemente appoggiata dagli USA, che lo mantenne al potere fino al 1998iii. Durante questi 32 anni la repressione più violenta si abbatté su ogni forma di politica con orientamento di classe, e lo stato si impegnò attivamente a mantenere le masse al di fuori di qualsiasi tipo di partecipazione alla vita politica.

Nonostante Suharto fosse riuscito efficacemente a neutralizzare qualsiasi conflitto sociale e a dare forza ad una nascente borghesia nazionale, tra il 1997-8 una pesante crisi economica colpì l’Indonesia e nel giro di pochi mesi il generale venne abbandonato dalle classi dominanti – stanche ormai della corruzione endemica così come della sua incapacità di gestire la crisi. Ciò, unitamente alle imponenti mobilitazioni di massa che si risvegliarono da un lungo letargo, costrinse Suharto a ritirarsi dalla vita politica e spinse il paese verso un processo di “riforma” e “democratizzazione”.

Come spesso accade tuttavia, la transizione verso una democrazia borghese fu particolarmente “morbida” e caratterizzata da una forte continuità col passato. Certo, dal 1998 in Indonesia si svolgono regolarmente elezioni, e le libertà democratiche basilari sono formalmente garantite. Ma è al contempo innegabile che fino al giorno d’oggi gli stessi oligarchi del passato tengono fermamente in mano l’economia del paese, gli stessi generali coinvolti in crimini e atrocità sono oggi figure di spicco nella vita politica locale e più in generale lo stesso sistema socio-economico rimane alla base della società Indonesiana.

Ma non solo. Tutt’oggi “comunismo” e “marxismo-leninismo” sono espressamente vietati – dal punto di vista organizzativo e ideologico – e perseguibili penalmente. L’esercito e la polizia ereditati dal periodo della dittatura rimangono istituzioni estremamente reazionarie. Lo squadrismo di organizzazioni para-fasciste e il gangsterismo dei criminali locali sono spesso collusi con le forze dell’ordine e lasciati agire impunemente quando vengono assoldati dai padroni per spezzare picchetti, intimidire lavoratori in sciopero, interrompere riunioni sindacali.

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Pemuda Pancasila, una delle più importanti organizzazioni paramilitari del paese, spesso svolge azioni tipiche dello squadrismo.

In essenza è necessario comprendere fino in fondo le difficoltà oggettive che vi sono in Indonesia, sapere che le organizzazioni marxiste-leniniste sono costrette a lottare nella semi-clandestinità, i sindacati di classe devono subire la repressione dello stato e delle milizie reazionarie al soldo dei padroni. Più in generale, bisogna ricordarsi della difficoltà della lotta in una società che non si è mai realmente sbarazzata dei rimasugli della dittatura militare, in una società intrisa fino al midollo di anti-comunismo a livello ideologico-culturaleiv.

Questo excursus storico ci serve per capire come le condizioni soggettive nel paese siano tutt’oggi estremamente arretrate. Certo, qualcosa si è mosso negli ultimi 20 anni. Soprattutto a livello sindacale le organizzazioni con orientamento di classe – quali ad esempio il KASBI, importante sindacato e membro della Federazione Sindacale Mondialev – riescono a mobilitare molti lavoratori e a radicarsi. Anche a livello politico ci sono molte piccole organizzazioni che svolgono un ottimo lavoro, specialmente tra gli studenti e i giovani lavoratori – in entrambi i casi terreno più fertile, in quanto membri di una generazione meno intossicata dalla propaganda anti-comunista del periodo della dittatura militare. In ogni caso la situazione è oggi particolarmente frammentata e difficile.

Mobilitazioni di massa dal 1998

Ciò nonostante il popolo Indonesiano non è certamente a corto di esperienza con imponenti mobilitazioni simili a quelle di questi giorni. Negli ultimi 20 anni le strade e le piazze del paese sono state più volte riempite da folle oceaniche di dimostranti. Eppure, raramente tali masse si mobilitavano per rivendicazioni con un forte carattere di classe. Spesso queste mobilitazioni avevano un carattere inter-classista, ben compatibili con piccole riforme all’interno del capitalismo. O addirittura erano caratterizzate da una natura apertamente reazionaria.

Un esempio di ciò è quando, a cavallo tra 2016 e 2017, diversi gruppi islamisti chiesero le dimissioni di Basuki Tjahaja Purnama (detto Ahok), sindaco della capitale Jakarta. Accusato di blasfemia in pubblico, ed essendo parte della minoranza di origine Cinese e cristiana, Ahok divenne il bersaglio di pesanti accuse con sfondo razziale e settario da parte di quella fetta ultra-conservatrice della società Indonesiana che si mobilitò, appunto, in grandi numeri. Queste mobilitazioni riuscirono infine a spostare l’opinione pubblica e portarono ad una vittoria di queste rivendicazioni in quanto Ahok venne infine condannato a due anni di reclusione per blasfemia.

Altre importanti mobilitazioni degli ultimi anni comprendono, ad esempio, proteste contro l’indebolimento della Commissione Anti-Corruzione; contro un’ulteriore stretta conservatrice sulla legge che regolava il matrimonio, atti “osceni” in pubblico e l’uso di contraccettivi; contro un inasprimento delle pene per “diffamazione della bandiera”, “diffamazione del presidente” e “tradimento della Repubblica”; contro la cancellazione di sussidi pubblici sul prezzo dei carburanti. Molte di queste rivendicazioni furono importanti e anche giuste, ma spesso hanno avuto un carattere inter-classista, in grado di mobilitare ampi settori della società senza però mai riuscire ad intensificare la lotta di classe e senza essere in grado di spostare i rapporti di forza a favore delle classi popolari e dei lavoratori.

Gli scioperi e le manifestazioni contro precedenti leggi anti-popolari, simili a quelle oggi oggetto di discussione, non sono mai mancati. Ma raramente, o forse mai, hanno assunto una tale estensione da colpire la maggior parte dei principali centri abitati del paese, ne tanto meno con tale partecipazione di massa.vi

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Il significato delle proteste di oggi

Appare quindi, a parere di chi scrive, estremamente positivo ciò che sta accadendo in questi giorni in Indonesia. Ci si può forse azzardare a dire che siano pochi altri i casi nella recente storia Indonesiana in cui delle rivendicazioni con un carattere così chiaramente di classe venissero fatte proprie da masse così consistenti e combattive. La mobilitazione contro il pacchetto di riforme ha un chiaro segno di classe: il rifiuto del ricatto padronale “se volete lavorare in questi tempi di crisi, allora lasciateci liberi di sfruttare ancora di più voi e le risorse di questo paese”.

Certo, in questi giorni svariate forze borghesi stanno cercando di intestarsi parte delle mobilitazioni. È il caso di alcuni partiti dell’opposizione – che cercano di racimolare qualche tornaconto elettorale – così come di svariate istituzioni religiose e persino alcuni rappresentanti di interessi economici che non si sentono particolarmente rappresentati in queste riforme. Ciò non toglie nulla alla considerazione di fondo: oggi, in Indonesia, milioni di lavoratori e membri delle classi popolari stanno rispondendo alla chiamata delle organizzazioni di classe, e stanno portando avanti con forza e determinazione delle rivendicazioni che hanno un chiaro carattere di classe.

Tanto è ancora incerto, e molto dipenderà dalla capacità delle forze politiche e sindacali che hanno un orientamento di classe di continuare nella lotta e indirizzarla verso la giusta direzione. Per il momento non può che dare fiducia ad ogni sincero comunista il vedere che, anche dove le condizioni sono estremamente difficili, dove le organizzazioni di classe soffrono ogni giorno la repressione delle lotte, è possibile lottare.

Se le mobilitazioni porteranno il governo a compiere un passo indietro, la classe operaia indonesiana sarà riuscita a vincere un importantissima battaglia. Ma, anche nel caso ciò non avvenisse, la mobilitazione di questi giorni potrà essere un importante passo in avanti, un punto di partenza per risvegliare il conflitto di classe in Indonesia. Anche un eventuale sconfitta delle rivendicazioni immediate non può infatti distrarci dal fatto che “di tanto in tanto gli operai vincono, ma solo temporaneamente. L’autentico risultato delle loro lotte non è il successo immediato, ma l’unione sempre più vasta dei lavoratori”vii.

Di Giacomo Canetta da L'Ordine Nuovo

Fonti:
i) https://majalahsedane.org/omnibus-law-cipta-kerja-sesajen-bagi-pemodal/
ii) https://www.theguardian.com/world/2020/oct/07/indonesia-police-use-water-cannon-and-teargas-to-disperse-labour-law-protests
iii) Per un approfondimento sulla storia dei comunisti in Indonesia: http://www.senzatregua.it/2020/05/23/per-una-storia-critica-del-partito-comunista-indonesiano-a-100-anni-dalla-nascita/?fbclid=IwAR2JQGQVN2UMkKvi4ZDDT4BTlYN0miRIZF_YdNVvirvrJVcvVDsg0jwTDQQhttp://www.senzatregua.it/2020/05/23/per-una-storia-critica-del-partito-comunista-indonesiano-a-100-anni-dalla-nascita/?fbclid=IwAR2JQGQVN2UMkKvi4ZDDT4BTlYN0miRIZF_YdNVvirvrJVcvVDsg0jwTDQQ
iv) Per avere un idea di come la società Indonesiana sia tutt’oggi attraversata da questi fenomeni si consiglia vivamente la visione dei due documentari realizzati dal regista Joshua Oppenheimer: The Act of Killing (2012) (parte 1: https://www.dailymotion.com/video/x2jsxle parte 2: https://www.dailymotion.com/video/x2jsxk2) e The Look of Silence (2014) (https://www.videotecadiclasse.co/the-look-of-silence-documentario-streaming-ind-sub-ita/). O in alternativa questa sua lunga intervista realizzata nel 2014: https://www.youtube.com/watch?v=9ibGiP_9Jd8&ab_channel=VICE
v) https://kasbi.or.id/2020/10/06/pernyataan-sikap-3/
vi) Si consiglia ad esempio la visione di questo documentario (https://www.youtube.com/watch?v=dUmGr-sXGZQ&app=desktop&ab_channel=LIPSSedane) che descrive la stagione di lotte che tra il 2011 e 2013 ha fermentato il distretto industriale di Bekasi.
vii) Dal Manifesto del Partito Comunista.

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Foto di Giuseppe Riccardi

Tu ci chiudi, tu ci paghi. Questa la parola d’ordine della manifestazione indetta tramite reti sociali a Napoli, in piazza del Plebiscito, alle ore 18 di lunedì 26 ottobre 2020. L’iniziativa segue le mobilitazioni che, in diverse modalità, hanno visto come protagonista una nebulosa sociale composita e sfuggente ma anche originale e complessa. Una configurazione irriducibile agli schemi e alle riduttive categorie interpretative rimbalzate sui media nello scorso fine settimana.

Fin dal primo pomeriggio il centro della città si riempie di camionette e reparti mobili di celere, carabinieri e guardia di finanza. Quattro idranti antisommossa sono parcheggiati ai lati della piazza scelta dai manifestanti per il raduno, mentre almeno quindici blindati sono disposti lungo il tracciato del possibile corteo, tra piazza Trieste e Trento e via Santa Lucia. Arrivando sul posto è difficile decifrare la collocazione dei diversi protagonisti collettivi. Più semplice districarne la geografia partendo da incontri individuali. Nel Plebiscito illuminato dalle sirene dei mezzi delle forze dell’ordine si incontrano baristi e bariste, danzatrici/tori, il gestore di locale, cameriere/i, spedizionieri, attrici e attori, teatranti, tecnici del suono, facchini, laureati impiegati a progetto, gestori e operatori di fitness center, animatori di feste per bambini, musicisti (dai raffinati agli strumentisti da matrimonio), videomaker, operatori dei servizi audiovisuali, ma anche badanti, babysitter, disoccupati, operai tessili o della logistica, cassiere/i, proiezionisti di sala così come gruppetti di tifosi organizzati, parcheggiatori abusivi, magliari, piccoli pusher e altre figure, in modo diverso, accomunate dalla precarietà economica e sociale. Donne e uomini che, per la prima volta, condividono un momento di conflitto collettivo motivato dall’incombere di un nuovo confinamento. In grande maggioranza lavoratrici e lavoratori che per anni hanno accettato impieghi a nero e rinunziato a contributi e altri diritti in nome del guadagno maledetto e immediato. Lavoratrici e lavoratori costretti a non rivendicare la legittimità della propria posizione, della propria specializzazione, del proprio ruolo nel mercato del lavoro. Lavoratrici e lavoratori che hanno sentito l’intollerabilità della propria condizione quando la pandemia ha reso nudo il re.

Qual è il cuore del raduno? Non c’è. Ci sono gli striscioni che testimoniano le presenze collettive e provano ad amplificare il senso di parole d’ordine più articolate ma anche difficili da diffondere. L’amplificazione, quella elettronica, insufficiente ma necessaria, è megafono di interventi spontanei, slabbrati ma anche, finalmente, appropriati. Un nutrito gruppo di solidali si addensa intorno ai militanti di Casa Pound inducendoli a sloggiare dalla piazza. Intanto il corteo comincia a premere sul cordone di forze dell’ordine che sigilla l’accesso a Santa Lucia. Poco più indietro, un gruppo di barmen (in maggioranza maschi), danno vita a un mantra ossessivo suonato da shaker pieni di biglie agitati in modo compulsivo.
Da piazza Trieste e Trento si posiziona, alle spalle dell’assembramento, un ulteriore idrante coadiuvato da un reparto di celere schierato. La prima linea del corteo spinge. Le camionette si muovono. Lo spazio si allarga. Non si sfonda. Si procede per concessione.

Caschi blu avanti, caschi blu dietro. In mezzo una folla che prova a determinarsi sorvegliata da ogni lato dalla celere. La lezione del venerdì selvaggio è servita alla questura per organizzarsi. Non c’è via d’uscita. Dietro le testuggini i falchi sono schierati su moto armati di manganelli, mentre dal corteo fuoriescono le decine di agenti in borghese che fino a quel momento si erano aggirati in piazza, da veri “infiltrati”. Arrivati sotto il palazzo (vuoto) della Regione l’assembramento canta Napule è mille culure… Interventi gridati al megafono, cori. Nessun disordine è possibile, solo un inevitabile defluire, con una auto-convocazione a un nuovo presidio per oggi, ore 18, fuori la Regione.

Risalendo a ritroso lungo il percorso appare sempre più chiaro che sarebbe bastato poco per dar vita a un’altra sommossa, stavolta consapevole. Rivendicare un ristoro non è la stessa cosa che pretendere diritti che vanno oltre l’emergenza, così come superare le generiche richieste di reddito universale per rivendicare percorsi di emancipazione e cura che abbiano come protagonisti coloro che sono costretti, loro malgrado, nella marginalità. Se da un lato è importante riuscire a mantenere questa eterogeneità in un unico contenitore, dall’altro diventa urgente creare una piattaforma che si fondi su rivendicazioni articolate e unificanti. Il tempo stringe, sia perché non è facile mobilitare così tante persone in piazza per tanto tempo, e ancor più in epoca di pandemia e coprifuoco; ma anche perché la piazza di questi giorni è facilmente frammentabile, le spinte corporative che la sostengono potrebbero divergere e affievolirsi con l’arrivo dei prossimi provvedimenti economici. È il momento di parlare di diritto alla casa, alla salute, alla mobilità, a un lavoro tutelato, a città non mercificate ed escludenti, altrimenti c’è il rischio che a breve in piazza restino solo gli invisibili, che come sempre saranno esclusi da ogni misura e dovranno arrangiarsi da soli, senza il supporto di chi l’acqua ce l’ha appena qualche centimetro più in basso della gola. (napolimonitor)

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La nottata appena trascorsa ha visto un livello di mobilitazione e conflitto diffuso su tutto il territorio dello stivale come non si vedeva da diverso tempo.

Da Milano a Napoli, da Torino a Trieste, da Cosenza a Terni migliaia di persone sono scese in piazza in risposta ai provvedimenti del nuovo DPCM. Piazze estremamente composite e ricche di contraddizioni che hanno dato l'impressione che un tappo sia saltato, una mediazione si sia consumata. La mediazione era quella di accettare le imposizioni del primo lockdown di fronte ad un bene superiore e cioè la salute collettiva della società. Privarsi giustamente di parte delle libertà individuali (e anche di una significativa parte del proprio reddito) per difendere la propria salute e quella altrui. Questa mediazione ha retto finché non si è affacciata la seconda ondata e si è scoperto improvvisamente (nonostante i diversi segnali) che nulla era cambiato da quel lockdown. Che quel “niente sarà come prima” che per mesi era stato sbandierato in TV e sui giornali in realtà è stato una menzogna. Tutto è rimasto uguale, gli unici interessi tutelati sono stati quelli di Confindustria, mentre poco e niente veniva fatto per i disoccupati, i lavoratori, la prima linea impegnata nella battaglia negli ospedali e molte altre categorie che nella crisi hanno visto peggiorare la propria condizione economica e sociale. In questo scarto, in questo “nulla è andato bene” è maturata una grande rabbia piena di contraddizioni e ambiguità.

Questa rabbia è esplosa come una pentola a pressione senza sfoghi. La mancanza di supporti al reddito, di adeguate tutele nella crisi è stato il detonatore.

A Torino sono state due le piazze che hanno espresso questa rabbia, a loro modo differenti. Da un lato piazza Vittorio dove si sono concentrati commercianti e ristoratori, dall'altro piazza Castello dove si è trovata una composizione molto più mista: ultras, giovani proletari metropolitani delle periferie, seconde generazioni, lavoratori dipendenti della ristorazione e dello spettacolo.

Dieci minuti prima dell'inizio del concentramento ufficiale in piazza Castello già scattano i primi scontri. La questura interviene con la mano pesante da subito di fronte ai primi petardi e fumogeni. Carica spingendo i manifestanti verso via Roma e via Cernaia. Zona in cui gli scontri andranno avanti per ore crescendo di intensità e determinazione. Se inizialmente la contrapposizione sembrava porsi nei confronti della Regione di fronte alla gestione confusa della Questura gli scontri si diffondono e si focalizzano sui cordoni di polizia e carabinieri, sulle vetrine delle vie dello struscio.

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Nel frattempo dopo qualche attimo di tensione anche in una Piazza Vittorio completamente blindata dalle forze dell'ordine inizia il lungo comizio dei commercianti e dei ristoratori. Gli interventi sono variegati, ma molti insistono sulla “libertà di poter lavorare”. Qui gli interessi sono più chiari e omogenei, il discorso che va per la maggiore è quello da piccoli imprenditori in sofferenza. A parte rari interventi che pongono il problema su una scala diversa, come uno che critica apertamente il neoliberismo, il resto individuano come controparte il governo Conte e ricalcano dinamiche da bottegai che difficilmente riescono a parlare alle composizioni meno vicine a quelle maggioritarie in piazza. Il ricambio tra le due piazze è costante, chi per respirare lontano dai lacrimogeni si unisce al comizio in piazza Vittorio, chi per noia o curiosità si affaccia sull'altra piazza.

L'impressione che si ha è che i due fatti sociali si svolgano in parte indipendentemente, che in Piazza Vittorio ci sia il corpo politico della manifestazione, quello che ha chiari i suoi obbiettivi, la sua collocazione di classe e le sue rivendicazioni corporative, mentre dall'altro lato, in Piazza Castello ci sia una composizione più magmatica, variegata, senza le parole adeguate, le rivendicazioni palesi per esprimere la propria rabbia, per renderla un fatto politico. Quindi le parole sono mutuate dagli altri, quelle poche che ci sono.

Giovani delle periferie, lavoratori della ristorazione scesi in piazza con il grembiule, disoccupati e ultras che interpretano lo spazio aperto dai commercianti come un momento di possibilità per esprimere la propria rabbia, pura, senza che riesca ad articolarsi, perché poi materialmente chi ne parla, chi li parla, chi si prende la scena e le telecamere per quanto riguarda il discorso pubblico è l'altra piazza.

Il messaggio forte dei giovani di Piazza Castello emerge più propriamente nell'immagine della vetrina di Gucci spaccata, nel rovescio della realizzazione nel consumo, nell'appropriazione della ricchezza. Si manifesta in quella scena minore l'inconscia contrapposizione tra gli interessi delle diverse composizioni che stanno negli stessi luoghi, ma non marciano insieme.

E' l'alleanza di questi tempi, un'alleanza tra ostili di cui però non è ancora maturata una rottura, perché banalmente non sembrano profilarsi altre opzioni, altre possibilità che realmente colgano questa disponibilità al conflitto, che diano prospettive credibili di contrapposizione a chi vive in cinque in sessanta metri quadri, con uno stipendio quando va bene. L'alleanza tra i "non garantiti" e il ceto medio che ha investito su se stesso e adesso è in sofferenza. Dall'altro lato c'è la grande impresa, la Confindustria, c'è il grande capitale che per continuare a prosperare deve sottrarre possibilità tanto ai primi che ai secondi. Alla finestra la parte alta della classe, quei proletari che hanno ancora la “possibilità” di sperare che il terremoto all'orizzonte non sia così terribile, ma che in questi mesi hanno dato dei primi tenui segnali di insofferenza. Che fare dunque in questo contesto?

Non abbiamo risposte certe, sappiamo bene che per costruircele è necessario vivere la realtà che abbiamo davanti, conoscerne le contraddizioni e pensare a degli itinerari che materialmente sconvolgano gli assetti e i contesti presenti, nella prospettiva che la fase più generale che stiamo vivendo, quella di una pandemia che sta facendo emergere tutta la violenza di questo sistema che contrappone la salute alla possibilità del reddito chiarisca meglio i prossimi passaggi.

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