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Articoli filtrati per data: Sunday, 25 Ottobre 2020

Ieri sera i riders torinesi si sono riuniti ancora una volta davanti al Mac Donalds di Piazza Castello per informare i colleghi e i passanti a proposito del contratto Ugl/Assodelivery. Un contratto fuffa che viene venduto come se avesse accolto le richieste dei riders ma contro il quale già erano stati organizzati scioperi davanti a vari ristoranti della città.

Di seguito pubblichiamo il comunicato di Deliverance Project dalla pagine fb https://www.facebook.com/1251882561499034/posts/3644165818937351 

La nostra immagine è stata "usata" negli anni da figure politiche che avevano come unico scopo quello di raccogliere voti e consensi.

Le poche vittorie strappate alle aziende sono frutto della nostra lotta.

Solo nel 2019 c'è stato un timido tentativo da parte del governo di regolarizzare la posizione dei rider con il tanto pubblicizzato "Decreto rider" in cui viene vietato il pagamento a consegna e previste una serie di tutele minime (ma minime davvero!).

Lo stesso decreto però prevede la possibilità per aziende e sindacati di fare degli accordi alternativi. Le aziende, unitesi nell'associazione di categoria Assodelivery, ne hanno approfittato per costruirsi ad hoc la controparte sindacale: ANAR (Associazione Nazionale Autonoma Rider, nata direttamente negli uffici di Glovo) poi associatosi a UGL, sindacato più attento alle dirigenze che ai lavoratori.

Assodelivery e ANAR, il 15 settembre hanno firmato il loro accordo, impropriamente chiamato #CCNL rider, che oltre a peggiorare notevolmente le nostre condizioni, conferma l'autonomia e il pagamento a consegna.

Questo accordo inoltre mette a rischio tutte quelle categorie già nel limbo tra l’autonomia e la subordinazione.

Questo è un lavoro, e noi non vogliamo essere lavoratori di serie b, quindi vogliamo avere garanzie e tutele concrete come la possibilità di rinnovare il permesso di soggiorno, l'eliminazione della soglia dei 5000 euro e di qualunque tipo di #ranking, oltre che un monte ore garantito.

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Deliverance Project e usando #supporttheriders

"NON SIAMO SOLI NÉ SOLO LAVORATORI"

#ridersrulesletsfight

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Ripubblichiamo un articolo apparso sul sito Comitato Carlos Fonseca di Raul Zibechi e Berta Camprubì.

“Guardia, Guardia. Forza, Forza”, ripetono in coro migliaia di giovani sollevando i loro bastoni di legno (di palma chonta), mostrando la decisone dei popoli originari, neri e contadini di difendere la vita e il territorio, durante la Minga che domenica notte è giunta a Bogotà. Sono 8 mila volontari che hanno percorso 450 chilometri da Cali fino alla capitale, con 500 veicoli, moltissime chivas (autobus aperti delle regioni rurali) e camminando in modo ordinato, fiancheggiati dalla Guardia Indigena. 

 

Rompere l’accerchiamento tessendo con le uguali

È l’unica mobilitazione organizzata con obiettivi precisi, capace di mettere in movimento la società colombiana. Prova di questo è che tutti i media, anche quelli più di destra, stanno coprendo la Minga (riunione, lavoro comune, ndt), e che l’ultradestra del Centro Democratico, l’uribismo (seguaci dell’ex presidente Álvaro Uribe), ha presentato una denuncia perché, dicono, “la mobilitazione sta violando i protocolli di biosicurezza e mettendo a rischio la cittadinanza” (Infobae, 17 ottobre 2020). La cosa certa è che l’arrivo a Bogotà di migliaia di indigeni, afro e contadini ha mobilitato buona parte della capitale, dove è stata ricevuta dai giovani che hanno conquistato le strade nel novembre passato, durante lo sciopero nazionale, e le hanno occupate nuovamente il 9 e il 10 settembre in risposta all’assassinio di un avvocato da parte della polizia. Le chivas multicolori circolavano traboccanti al suono di fischietti e tamburi Il municipio di Bogotà, di centro-sinistra e oppositore dell’uribismo, guidato dal Claudia López, ha predisposto il Palazo degli Sport affinché migliaia di marcianti potessero alloggiare  in buone condizioni, qualcosa che hanno negato sindaci di destra quando è passata la Minga. Intanto, il presidente Iván Duque mantiene il suo rifiuto a dialogare direttamente.

Cercare il presidente o i popoli?

Il nome completo della mobilitazione è “Minga Sociale e Comunitaria per la Difesa della Vita, del Territorio, della Democrazia e della Pace”, e si svolge ogni volta che i popoli si sentono profondamente aggrediti. Ci sono state molte minghe dalla Costituzione del 1991 che ha incorporato i diritti collettivi dei popoli indigeni e afrodiscendenti. Perché nonostante il riconoscimento dei loro territori e di un approccio differente in termini di salute, di educazione o di giustizia proprie, i popoli originari hanno bisogno di garanzie, hanno bisogno di un certo livello di equilibrio e armonia territoriale per poter portare avanti questi diritti. Queste grandi marce partono quasi sempre dal sud ovest del paese, soprattutto dalle 84 riserve degli 8 popoli indigeni del dipartimento del Cauca, motore ribelle e storico scenario di processi di trasformazione sociale in Colombia. L’epicentro della diversità delle comunità di solito si incontra a Santander de Quilichao (Cauca) o a Cali (Valle del Cauca), come è successo questa volta.

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La legittimità sociale e politica delle mingas, formate intorno al soggetto collettivo indigeno, con una rilevante partecipazione del popolo nasa e del Consiglio Regionale Indigeno del Cauca (CRIC), è così ampia, che nessun governo le respinge frontalmente. Durante il percorso di quattro giorni, migliaia di persone l’hanno circondata d’affetto e solidarietà. Perfino una gruppo di Hare Christmas le ha consegnato alimenti e acqua al suo arrivo a Bogotà, mentre famiglie e venditori ambulanti le fornivano spontaneamente acqua e gassose. Le mingas sogliono presentare richieste allo stato colombiano, che dalle riforme costituzionali del 1991 apporta ingenti risorse ai consigli indigeni. Nonostante ciò, la principale richiesta in questa occasione è per la vita, contro la repressione e i permanenti massacri che dissanguano la Colombia. “Facciamo un appello a sollevarci pacificamente, affinché smettiamo di essere calpestati, non ignorare più il popolo!”, gridava il portavoce del Consiglio Regionale Indigeno del Dipartimento del Caldas al suo arrivo a Plaza Bolívar, nella capitale. Durante questo anno, nel Cauca ci sono stati nove massacri con 36 vittime, cifra che aumenta a 67 in tutto il paese. “Il governo colombiano sta attentando alla sopravvivenza dei popoli indigeni del Putumayo con l’implementazione delle politiche estrattiviste”, affermava il portavoce dei popoli indigeni del Putumayo. “Abbiamo un governo che non governa, abbiamo un governo che ci massacra, ci fa sparire”, affermava la portavoce dell’organizzazione di Città in Movimento. I territori indigeni, neri e contadini sono ambiti dalle grandi multinazionali minerarie e dal narcotraffico, che cercano di sbarazzarsi delle popolazioni per prendersi le terre per sfruttare le risorse. Questa è la causa ultima della violenza, la medesima che ha provocato una guerra di cinque decenni che gli Accordi di Pace tra il governo e le FARC non sono riusciti a fermare. La risposta indigena è stata negoziare affinché lo stato aumenti le risorse che passa, che in questa occasione il governo di Duque (erede di Uribe), promette saranno fino a 10 miliardi di pesos solo per gli indigeni (circa 2.600 milioni di dollari). Di fronte a simile legittimità sociale della Minga, il governo una volta di più dice di essere disposto al dialogo, ma tutti i governi dicono la stessa cosa e dopo non rispettano quanto firmato.

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A questo punto, la mobilitazione indigena oscilla tra due variabili: esigere un dibattito politico con il governo che ponga il diritto alla vita e ad un territorio in pace o stabilire un dialogo con i popoli e i settori sociali, in particolare urbani, per tessere una rete di alleanze contro il modello neoliberale estrattivo. Non sono contraddittorie, possono anche essere complementari, ma il dibattito si centra sulle priorità. Ma in questa occasione è differente, l’unica richiesta è per la vita. La dirigente Blanca Andrade del programma Donne del CRIC, riassume il dibattito a modo suo: “Usciremo perché c’è molta violenza, molta indegnità, la gente non può più circolare tranquilla nelle comunità. Noi popoli abbiamo dignità e non possono passare su quanto è nostro. Uno vede come uccidono contadini, settori urbani e non succede nulla. Non c’è una giustizia che faccia rispettare i diritti dei popoli e i settori sociali, e dobbiamo uscire a dirlo”. Denuncia il terrorismo del governo e afferma che “questo governo è stato il più terrorista e sta violando il patto di pace, ma chiama terroristi noi popoli”. E qui viene il punto: “Noi vogliamo vederlo per dirgli questo. Non per quanto riguarda l’economico, perché lavoriamo per risolverlo. Non viviamo del denaro che ci danno ma della tranquillità della vita. Per me non è importante andare a Bogotà, è uno schermo e là non serve andare. Accompagnare gli altri settori e riunirci con loro è più importante che vedere il presidente. Quando vogliamo parlare con il governo lì si ingarbuglia (mescola) l’autonomia”. Un autorità maschile della riserva di Corinto, aggiunge: “La Minga va a Bogotà perché il governo non vuole dialogare. Ma la cosa fondamentale non è incontrarci con il governo ma con i settori sociali, è una direzione politica perché ci stanno uccidendo”.

La potenza delle comunità

Mobilitare tra le otto e le diecimila persone per cinque giorni, tra l’attesa iniziale di Iván Duque a Cali, il percorso fino alla capitale e dopo l’accampamento di fronte allo sciopero generale di mercoledì 21, dove si aspetta una mobilitazione di massa e massiccia, richiede una forza di base che nessun settore della società è capace di mostrare. La forza indigena si concentra nei contrafforti andini del Cauca, nelle loro favolose valli dove le comunità mantengono con incredibile tenacia la differenza delle proprie culture e cosmovisioni.

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Sarebbe ingiusto dire che gli indigeni caucani riproducono la propria cultura, senza aggiungere altro. La stanno anche modificando, con un esercizio spirituale e collettivo di attualizzazione. Il ruolo delle donne, per esempio, non è più lo stesso di cinque decenni addietro, quando fu fondato il CRIC. Loro hanno incarichi nelle comunità e nelle riserve, nei mezzi di comunicazione, nella Guardia Indigena e in tutti gli spazi, anche se con minore intensità nelle cupole che, zero novità, tendono ad essere maschili. Anche il modo di eleggere le autorità, sta mutando. Dalla modalità “elettorale”, in sintonia con la cultura politica egemonica, stanno passando a modi più comunitari di elezione, legati alle proprie cosmovisioni, che implica eleggere per la qualità dei valori e delle condotte, più che per la facilità di parola della persona. La forza delle comunità può misurarsi in due direzioni. La prima, più diretta, come sostegno della vita materiale, della quotidianità, nella quale la diversità di coltivazioni, i mercati del baratto, i rituali di armonizzazione, la medicina e la stessa giustizia, sono alcune delle sue manifestazioni più potenti. Durante la pandemia hanno moltiplicato le forme tradizionali di scambio, come il baratto senza denaro ma anche senza equivalenze (un chilo per un chilo), ma in base alle necessità di ogni famiglia. Queste pratiche non capitaliste sostengono un’autonomia reale, potente nelle basi territoriali e più sfumata nella misura in cui si “sale” nella struttura. A mio modo di vedere, la Guardia Indigena è la chiave di volta dell’autonomia del movimento, in generale, ed esprime la potenza delle sue comunità, in particolare. Ma c’è una seconda dimensione di questa forza collettiva. È relativa alla capacità di influenzare altri e altre che non sono indigeni, come succede ora nella Minga. La cultura della resistenza, non è più la stessa del 1971, anno di fondazione del CRIC. Cinque decenni sono un tempo sufficiente per valutare l’influenza dei popoli originari nella cultura politica di quelli in basso. Le loro esperienze si espandono orizzontalmente, come macchie d’olio.

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Tra i 102 popoli originari della Colombia, riuniti nell’ONIC (Organizzazione Nazionale Indigena della Colombia), già sono 70 mila le guardie organizzate. Sono state create anche le Guardias Cimarronas (Guardie di Schiavi datisi alla macchia, ndt) tra i popoli neri, la prima nel 2009 a Palenque, e le Guardie Contadine stanno facendo i loro primi passi dal 2014, recuperando le “guardie civiche” della lotta per la riforma agraria del 1974. Dal 2018, si realizzano incontri interetnici e interculturali tra le guardie, indigena, contadina e cimarrona. Tra le sfide che si propongono questi incontri, figurano l’articolazione zonale, regionale e nazionale delle guardie, la formazione politica e operativa, con l’obiettivo di rafforzare il controllo territoriale per difendere l’autonomia. Nel Cauca, culla e nucleo del movimento resistente, il Processo della Liberazione della Madre Terra è probabilmente la punta di lancia dell’azione diretta collettiva. Negli ultimi cinque anni hanno recuperato dodici proprietà terriere dell’agronegozio della canna, circa quattromila ettari, la cui “liberazione” è costata vite e carcere, ma marchia a fuoco  gli obiettivi del movimento. Per ora, nonostante tutte le difficoltà esterne e le tensioni interne, i popoli indigeni, neri e contadini della Colombia possono festeggiare: Bogotà li ha ricevuti a braccia aperte, dialogano con la popolazione e confluiscono con le centrali sindacali in una enorme giornata di lotta. Hanno rotto l’accerchiamento militare, paramilitare e mediatico, che non è poco in tempi di guerra contro i popoli.

20 ottobre 2020

Desinformémonos

Traduzione a cura di Comitato Carlos Fonseca

Foto di Luis Gutierrez 

 

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Pubblichiamo questa interessante riflessione di NapoliMonitor che ritorna sulle due giornate di mobilitazione appena trascorse e su cosa è emerso dalle piazze. Una ricostruzione un po' più allargata delle premesse che hanno portato agli scontri di venerdì sera e uno sguardo prospettico sui giorni a venire. Al fondo alleghiamo anche gli audio delle interviste che Radio Onda d'Urto ha fatto ad alcuni compagni presenti nelle mobilitazioni del venerdì. Buona lettura!

“La miglior difesa è l’attacco”, la tattica del presidente della regione è ormai chiara. Più utilizza un lessico violento, più attinge al suo sarcasmo da comico di bassa lega, più minaccia, offende, insulta e più rivela tutta la sua paura di non riuscire a gestire una situazione sempre più complessa.

A dispetto dei proclami, nei mesi tra giugno e ottobre l’opera di De Luca si è caratterizzata per un sostanziale immobilismo. L’obiettivo primario era assicurarsi nelle elezioni di settembre altri cinque anni di mandato. Il governatore ha saputo volgere a suo favore l’andamento del Covid nella scorsa primavera, enfatizzando con ignobili teatrini le chiusure decise dal governo ed elargendo a pioggia sussidi che gli sono tornati più che utili per la rielezione. Certo, De Luca (e con lui i cittadini campani) è stato fortunato, perché da queste parti, fino all’autunno, il virus non ha avuto un impatto devastante come in altre regioni. Subito dopo le elezioni però è arrivato il momento di pagare dazio. E questi lunghi mesi di immobilismo ora costano cari a De Luca, ma soprattutto a tutti noi.

L’assenza di interventi incisivi su scuola e trasporti hanno portato a chiusure frettolose e irrazionali, contestate in piazza fin dal primo giorno sia dalle categorie danneggiate dai provvedimenti che da un comitato di genitori e insegnanti che è stato finora tra i pochi soggetti capaci di porre questioni politiche e non solo corporative. Le condizioni della sanità pubblica, dopo anni di tagli, commissariamenti e inefficienze, alimentano la paura di un aumento dei contagi, tanto che anche in questo settore sono state decise restrizioni come il blocco dei ricoveri programmati e delle prestazioni ambulatoriali. Il tutto, mentre le strutture messe in piedi per gestire i picchi autunnali della pandemia sono risultate pressoché inutili quando non coinvolte in inchieste della magistratura.

Uno scenario del genere ha messo in apprensione il governatore, tanto da costringerlo a difendersi, ancora una volta, attaccando. Ieri, nella sua diretta social (una conferenza stampa è un’altra cosa), De Luca ha utilizzato parole e modi ancora più estremi, accostando in modo del tutto pretestuoso cartelle cliniche e immagini di vita quotidiana, attaccando con toni spregevoli e minacciosi chi lo ha contestato nei giorni scorsi, e soprattutto annunciando una chiusura totale della regione. A questo punto – finalmente – c’è stata una reazione, che in parte era in preparazione già dopo l’annuncio del “coprifuoco”.

Venerdì sera sono partiti due cortei dal centro storico di Napoli in direzione della sede regionale a Santa Lucia. Uno era organizzato da giorni in opposizione al lockdown notturno, promosso da commercianti, imprenditori dei servizi, lavoratori della notte, tutte categorie già al loro interno estremamente variegate, che sarebbe superficiale liquidare come “di destra”. “Tu chiudi, tu paghi”, diceva lo striscione. L’altro, più spontaneo e messo in piedi perlopiù nella giornata di venerdì, si è concentrato nella piazza antistante l’università Orientale. “‘A salute è ‘a primma cosa, ma senza sorde nun se cantano messe”, diceva lo striscione. Nessuna delle due manifestazioni, tuttavia, avrebbe avuto la forza di portare così tanta gente in strada se non ci fosse stato l’autogol di De Luca, che con la minaccia di chiusura e una violenza verbale indigeribile da una popolazione stanca e preoccupata, ha contribuito a far degenerare la situazione. Centinaia di persone si sono unite ai due cortei grazie al passaparola via social, condividendo appena o ignorando del tutto le piattaforme delle manifestazioni. Sono scese in strada semplicemente per rabbia e paura del futuro, come dimostra la piega da riot urbano presa dalla parte finale delle proteste.

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(foto di francesco neto ciliberti)

Inutile soffermarsi qui sulle reazioni dei media ufficiali, piccoli e grandi, che qualche ora prima non avevano esitato a utilizzare l’ultima esternazione di De Luca per rincarare le dosi di terrore e confusione che vomitano da mesi sui malcapitati lettori. Il refrain delle infiltrazioni camorriste è uno strumento pronto all’uso ogni volta che a Napoli la piazza si muove per davvero, esattamente come un tempo non lontano lo spauracchio del black block. Ultras, estremisti rossi e neri sono ormai ingredienti di contorno. Con la camorra invece si va sul sicuro. Editorialisti e ministri hanno impiegato la giornata di oggi a rassicurarci che l’anomalia partenopea è unicamente da imputarsi a questo malefico influsso. A noi interessa invece, e naturalmente non ci sorprende, essendo lo specchio abbastanza fedele della città precaria, l’eterogeneità della mobilitazione. E auspichiamo che crescano le occasioni, e la voglia reciproca, tra segmenti sociali solo apparentemente distanti, di ritrovarsi, confrontarsi e agire con obiettivi sempre meglio definiti e di più ampio respiro.  

Oggi (ieri ndr) pomeriggio intanto ha avuto luogo un’altra manifestazione. Anche questa era già organizzata – da una piattaforma nazionale anticapitalista che è scesa in piazza in diverse città –, e anche questa si è giovata di una partecipazione probabilmente più numerosa del previsto, a causa degli eventi che si sono susseguiti dal pomeriggio di ieri. In piazza c’erano circa trecento persone, appartenenti a organizzazioni sindacali di base, movimenti di disoccupati e gruppi della sinistra antagonista. Il presidio è rimasto per quasi due ore a piazza dei Martiri. A un certo punto è stata lanciata vernice rossa contro il portone di Confindustria. Rispetto a ieri (venerdì ndr) le rivendicazioni hanno ribadito in maniera più esplicita una linea: se chiusura deve essere, che ci siano garanzie economiche per le fasce più deboli della popolazione.

Dopo il lancio di vernice, quando i manifestanti hanno provato a spostarsi in corteo, hanno trovato per due volte la strada sbarrata dalla polizia, finché sul lato nord della piazza i due schieramenti sono arrivati allo scontro. Archiviati i tafferugli, il corteo è continuato in maniera abbastanza tranquilla fino a piazza Amedeo, mentre nella piazza dei leoni i tuttofare del palazzo nobiliare che ospita Confindustria rimuovevano le tracce del passaggio dei manifestanti.

Stasera (ieri ndr) qualcuno potrebbe provare a violare nuovamente il coprifuoco, mentre per domani (oggi ndr) è stata convocata dai movimenti un’assemblea telematica per le 18:00. La gestione della pandemia, naturalmente non solo a livello regionale, può diventare spunto per rivendicazioni che abbiano come obiettivo un intervento sulle criticità del paese. Al di là di misure come i sussidi, le casse integrazioni straordinarie (alcune delle quali attendono ancora di essere pagate), il blocco dei licenziamenti e iniziative come i bonus sull’edilizia, pochissimo è stato fatto per promuovere riforme di ampio respiro, e d’altronde sarebbe difficile aspettarsele da queste forze politiche. La richiesta di garanzie per affrontare un’altra chiusura è sacrosanta, ma è indispensabile ora alzare il tiro per chiedere risposte sui bisogni primari: investimenti su casa, scuola e welfare di base, lavoro e sanità, un impegno che intervenga su prospettive di vita che vanno al di là dei semplici consumi. 

Il caos di questi due giorni in città può essere un primo passo. Creare connessioni, senza autocensure o snobismi, tra organizzazioni, movimenti e persone che sono scese in strada, diventa prioritario. In caso contrario, quel che è accaduto potrà essere rapidamente derubricato come un semplice sfogo di rabbia e frustrazione. (napolimonitor)

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La perquisizione con mezzi blindati avvenuta lo scorso martedì al Centro Sociale Rivolta di Porto Marghera si è palesata come un chiaro attacco ai movimenti climatici. In particolare viene attaccato Rise Up 4 Climate Justice, spazio politico costituitosi all'interno dell'esperienza del Venice Climate Camp e del Climate Meeting dello scorso settembre.

Il sanzionamento della raffineria ENI a Porto Marghera, avvenuto in quei giorni, ha visto infatti la partecipazione di attivisti e attiviste provenienti da tutta Italia e diverse parti d'Europa.

L'attacco repressivo subito dal Centro Sociale Rivolta è un dunque un tentativo di frenare chi quotidianamente rivendica giustizia climatica, denunciando quel sistema estrattivista, predatorio e neocolonialista di cui Eni è l'esempio più calzante.

Mentre ENI viene inquisita per una tangente da un miliardo di dollari pagata al governo nigeriano e continua impunemente a inquinare e devastare territori sparsi per tutto il mondo, l'apparato statale impiega le sue forze nel perseguire gli attivisti climatici.

La repressione, gli straordinari numeri di forze dell'ordine mobilitate per l'operazione sono la risposta di un sistema che, a braccetto con le multinazionali della devastazione, si sente attaccato e messo alle strette da centinaia di attivisti e attiviste che lottano, si organizzano e si mobilitano per il futuro della vita su questo pianeta.

Vengono spesi migliaia di euro per intimidazioni di questa portata, mentre siamo nel pieno della seconda ondata di Covid-19. A distanza di mesi dall'inizio della pandemia non sono state prese misure per implementare trasporti, sanità, istruzione e welfare, perché si è scelto di far ricadere tutto sulle responsabilità individuali. Proprio in questi giorni si profilano nuove forme delle limitazioni delle libertà, mentre migliaia di persone che hanno difficoltà ad arrivare a fine mese rimangono lasciate a loro stesse.

Le rivolte di ieri sera a Napoli dimostrano che questa gestione della crisi sanitaria ed economica non regge più.

Crediamo sia fondamentale denunciare tutto questo, rispettando le misure di cura collettiva necessarie, e lo facciamo sotto la sede di Eni a Metanopoli, a Milano, nel cuore della regione dove è più evidente la scelta politica di salvaguardare l'economia a discapito della vita di migliaia di persone.

La conferenza stampa di oggi, alla quale stanno partecipando tutte le realtà che nei giorni scorso si sono prontamente mobilitate in solidarietà al Rivolta, vuole innanzitutto dimostrare che la lotta climatica non si ferma ed è più determinata che mai.

Oggi lanciamo pubblicamente UN'ASSEMBLEA GENERALE DI RISE UP, che si terrà ONLINE GIOVEDÌ 5 NOVEMBRE.

Annunciamo anche che saremo di nuovo qui a Metanopoli il prossimo maggio, per bloccare l'Assemblea degli azionisti di Eni.

Infine, cogliamo questa occasione per sostenere la mobilitazione contro la devastazione delle Alpi Apuane, altro scempio dell’estrattivismo italiano, che si sta tenendo in queste ore.

L'intimidazione subita non ci fermerà. Il capitalismo va fermato ora, è tempo di rivoluzione.

Da Rise Up 4 Climate Justice

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Dario Cagno nasce a Torino l’11 agosto 1899. Trascorre l’infanzia nella città natale, si trasferisce appena quattordicenne a Genova dove si imbarca su una nave mercantile, in qualità di panettiere, peregrinando per l’Europa e gli Stati Uniti.

Rimpatriato coattivamente durante gli anni della Grande Guerra va a vivere a Roma. Nel 1918, viene condannato a tre anni di reclusione per reati contro la proprietà. Amnistiato nel 1919, l’anno successivo subisce una seconda condanna a tre anni di reclusione per diserzione e furto. Rientra a Torino alla Fiat, ma dura poco viene licenziato a causa del suo temperamento ribelle e refrattario a ogni forma di disciplina, decide di arruolarsi nella legione straniera in Francia, però abbandona dopo solo un anno. Nel 1925, entra in relazione con importanti esponenti dell’emigrazione antifascista – quali Sandro Pertini, Filiberto Smorti, Francesco Cicciotti e Alceste de Ambris – e del fuoriuscitismo libertario, assumendosi l’incarico di fungere da corriere tra l’Italia e la Francia per mantenere i collegamenti tra i militanti attivi all’interno e quelli all’estero. Nel 1932 viene fermato a Ventimiglia da agenti della milizia confinaria e deferito in stato di arresto perché rimpatriato sprovvisto di passaporto. Dalla prefettura di Torino il Cagno risulta essere: “ozioso, vagabondo, proclive a commettere reati contro la proprietà, capace per i suoi sentimenti politici a commettere atti inconsulti, individuo socialmente pericoloso”. Per tutto l’anno entra e esce dalla galera cercando di espatriare. Rientra in Italia nel 1933 e viene subito arrestato. Durante questo periodo di detenzione viene denunciato da un compagno di cella che lo accusa di avergli confidato di essere venuto in Italia su incarico della Concentrazione antifascista, per preparare un attentato al Duce. Viene rilasciato nel marzo del 1934. Tradotto a Torino, è denunciato alla Commissione Provinciale che lo condanna per attività sovversiva a tre anni di confino da scontarsi a Ponza. Nel febbraio del 1935, è tra quei confinati che restituiscono la carta obbligatoria di permanenza per protestare contro i nuovi provvedimenti restrittivi adottati dalla direzione. Arrestato e denunciato al Tribunale di Napoli, viene condannato a 10 mesi di detenzione per essersi reso responsabile di contravvenzione agli obblighi di confino. La sua persistente insubordinazione e la sua ostinata tendenza ad associarsi agli elementi peggiori della Colonia, ne comportano un prolungamento del confino per altri cinque anni. Nell’ottobre del 1942 viene amnistiato. Con lo scoccare dell’8 settembre del 1943, Cagno è tra i primi a impegnarsi nell’organizzazione della lotta armata contro i nazifascisti. Sono infatti proprio lui e il giovane militante comunista Ateo Garemi fondatori del nucleo originario dei GAP torinesi, che la mattina del 25 ottobre 1943 procedono all’esecuzione di un maggiore della MVSN (milizia volontaria per la sicurezza nazionale o camice nere) freddandolo in pieno centro cittadino a colpi di rivoltella. Arrestato dopo due giorni in seguito a delazione, insieme a Garemi i due vengono processati dalla sezione di Torino del Tribunale Speciale per la difesa dello Stato, che condanna entrambi alla pena capitale quali responsabili del reato di omicidio doppiamente aggravato. All’alba del 22 dicembre nel cortile della caserma Monte Grappa, Dario Cagno e Ateo Garemi vengono fucilati da un reparto della guardia nazionale confinaria.

Domenico Giardina era un seniore (non un console) della Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale.

Chi, e perché, uccise il seniore e quale ruolo ricopriva Giardina nel fascio repubblicano torinese per meritargli l’attenzione dei resistenti? Dalle fonti disponibili si apprende che Domenico Giardina era nato nel 1898 in provincia di Palermo, era reduce della Grande Guerra, della campagna d’Etiopia e del fronte greco-albanese, svolgeva una mansione burocratica (era a capo dell’Ufficio matricola e arruolamento) e fu ammazzato la mattina del 25 ottobre da tre colpi di rivoltella, in via Carlo Alberto, mentre si recava al Comando della Milizia. Gli esecutori dell’agguato risultarono essere due partigiani di spicco dei GAP (i Gruppi di Azione Patriottica) del capoluogo piemontese: il torinese Dario Cagno (un ex confinato ed espatriato durante il Ventennio) e il genovese Ateo Tommaso Garemi (già volontario nelle Brigate Internazionali in Spagna e con un passato nelle file del maquis francese), entrambi poi arrestati e condannati a morte dal Tribunale speciale. Sulle ragioni della scelta di Domenico Giardina come obiettivo vi è nonostante la mansione d’ufficio che svolgeva, il fatto che era "uno dei più crudeli tra i venduti all’oppressore tedesco" e alla volontà di disarticolare il rinascente fascio locale.

Viene messo in evidenza il ruolo avuto dai comunisti nell’imprimere un “salto di qualità” alla lotta resistenziale, organizzando «squadre di sabotaggio e di terrore» (i GAP) che iniziarono a colpire dai primi giorni di ottobre del'43.

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