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Articoli filtrati per data: Saturday, 24 Ottobre 2020

Di Claudio Novaro per volerelaluna

Il 13 febbraio si teneva a Torino, al Campus Einaudi, il convegno «Fascismo-Colonialismo-Foibe. L’uso politico della memoria per la manipolazione delle verità storiche», promosso, tra gli altri, dall’ANPI. Un volantinaggio di critica al convegno effettuato nel cortile del Campus dai giovani del FUAN (il movimento universitario legato a Fratelli d’Italia), scortati e accompagnati da un considerevole numero di esponenti delle forze dell’ordine, provocava la protesta di molte decine di studenti che, prima, tentavano di contestare il volantinaggio, poi, si opponevano all’arresto di due tra loro e, infine, in due distinte occasioni, entravano nell’aula concessa dall’università al FUAN, dove danneggiavano gli arredi e scrivevano sui muri slogan antifascisti. A seguito di tali fatti il giudice per le indagini preliminari di Torino ha disposto, in prossimità dell’inizio delle ferie giudiziarie, 19 misure cautelari (3 arresti domiciliari, 7 divieti di dimora dal comune di Torino, 9 obblighi di presentazione quotidiana alla polizia giudiziaria), due delle quali eseguite solo all’inizio di ottobre, nei confronti di altrettanti manifestanti (cfr. https://volerelaluna.it/materiali/2020/02/20/torino-reato-di-antifascismo/ e https://volerelaluna.it/territori/2020/10/16/torino-la-repressione-continua/).

Vale la pena di ragionare su alcuni aspetti dell’ordinanza applicativa (confermata a inizio settembre, con alcuni modesti ritocchi, dal tribunale del riesame) perché consentono di aggiungere qualche ulteriore tassello al modello di repressione giudiziaria dei movimenti sperimentato da anni a Torino (https://volerelaluna.it/talpe/2019/08/13/repressione-giudiziaria-e-movimenti/).

Nell’ordinanza e, ancora prima nella richiesta del PM e nelle annotazioni di polizia giudiziaria, i fatti sono ricostruiti in modo fortemente sovradimensionato e con modalità unidirezionali, che hanno consentito di trasformare delle proteste quasi solo verbali in altrettanti episodi di resistenza collettiva e i tentativi di non fare portare via dalla polizia due studenti, realizzati con il posizionamento di qualche cassonetto sul sedime stradale, in feroci agguati alle forze dell’ordine. Ma ci sono due ulteriori aspetti che merita evidenziare.

1.

Una delle criticità più evidenti dell’ordinanza riguarda la scelta di applicare con grande disinvoltura la misura del divieto di dimora nel Comune di residenza degli indagati.
L’allontanamento dalla propria città degli oppositori politici è una strategia repressiva che attraversa la storia giudiziaria italiana, con apposite misure, dal periodo liberale al fascismo. Oggi la repubblica democratica e la legislazione processuale penalistica hanno adottato un terminologia diversa e gli istituti incentrati sull’allontanamento dal comune di residenza, nella loro applicazione concreta, non hanno la ferocia repressiva del fascismo; ne condividono, però l’assoluto disinteresse verso l’esistenza di chi li subisce. Il principale strumento usato in questi anni è stato il foglio di via obbligatorio, una misura di prevenzione emessa dal questore, elargita con larghezza in tutte le situazioni di conflitto (in Val di Susa se ne contano numerose decine) con modalità che rivelano una predilezione a dilatare gli ambiti della discrezionalità amministrativa, senza curarsi troppo dei presìdi costituzionali in tema di libertà persona e di libertà di circolazione sul territorio nazionale. Sul piano più strettamente penale, si colloca il divieto di soggiorno, una misura di prevenzione, depurata nel corso degli anni degli aspetti più incostituzionali, applicata inizialmente agli indiziati di appartenere ad associazioni mafiose (legge 31 maggio 1965, n. 575), poi allargata, con la legge Reale del 1975, anche a forme di pericolosità politica e, infine, estesa a tutti i possibili destinatari della misura della sorveglianza speciale. Con la riforma del codice di procedura penale del 1988, è stato, poi, inserito nel novero delle misure coercitive, accanto a quelle custodiali, il divieto di dimora. Originariamente, la possibilità per il giudice di dotarsi di una gamma estesa di misure di natura cautelare, diverse tra loro e adattabili alle diverse situazioni concrete, rispondeva a un’esigenza di maggior articolazione del sistema, con la possibilità di applicare misure diverse dal carcere per far fronte ai casi di minor gravità. Nei fatti si è determinata, invece, una sorta di espansione ipertrofica che ha dilatato a dismisura il loro campo di applicazione e, così, le misure non restrittive vengono spesso emesse anche laddove, in passato, nessuna misura sarebbe stata utilizzata.
Nel procedimento in esame sono state applicate ben sette misure del divieto di dimora a Torino ad altrettanti indagati, la maggioranza dei quali nati e cresciuti in città. L’oculatezza della valutazione del giudice è plasticamente rappresentata dal caso di R., studentessa universitaria di 22 anni, nata a Torino, dove ha sempre abitato e dove viveva, al momento dell’esecuzione della misura, con il padre e due fratelli più piccoli.
R. è incensurata e priva di carichi pendenti. Di punto in bianco si trova a esser allontanata dalla sua città (senza che la famiglia abbia risorse economiche sufficienti per pagarle un affitto e mantenerla fuori Torino) e si vede privata della possibilità di studiare, di frequentare i propri familiari e le proprie relazioni affettive ed amicali. La sua vicenda sembra una delle tante misure applicate verso gli antagonisti politici e, invece, in breve tempo assume un aspetto ben più drammatico. Dopo pochi giorni, infatti, suo padre muore d’infarto e R. si trova improvvisamente da sola con due fratelli più piccoli. Il difensore presenta immediatamente una richiesta di revoca della misura alla luce della nuova angosciante condizione dell’indagata che, come è evidente, ha la necessità di ricongiungersi urgentemente con i suoi cari, sia per potersi reciprocamente sostenere dal punto di vista affettivo, sia per occuparsi di tutte le tristi incombenze che seguono al decesso del padre. Nonostante il parere favorevole alla revoca dato dalla Procura inquirente, l’istanza viene respinta. Dietro consunte formule di stile, il vero nucleo forte del pensiero del giudice, che definisce la misura applicata «presidio minimo per fronteggiare le esigenze cautelari», rimanda alla pericolosità dell’indagata per le gravi condotte tenute. La logica di fondo sembra essere questa: hai protestato, hai creato disordine sociale e allora paghi sino in fondo la tua scelta (e tutto ciò che ne deriva sul piano dell’organizzazione della vita personale e familiare), nonostante tu sia incensurata. È una giustizia che non arretra rispetto alla scelta fatta, che mostra la sua faccia di indifferenza e noncuranza del dolore altrui.
Ora, anche a volere miseramente restare sul piano del diritto, non si può non rilevare che vi è una norma nella Costituzione che impone che la pena (ma anche, secondo quella che è l’interpretazione condivisa, la misura cautelare) non sia contraria al senso di umanità. E che, nel nostro codice di rito, l’applicazione delle misure cautelari è regolata dai principi di adeguatezza e proporzionalità, che devono guidare l’esercizio della discrezionalità del giudice e gli impongono di parametrare la misura alla natura e al grado delle esigenze cautelari da tutelare, in riferimento alla situazione soggettiva dell’indagato (e la morte del padre per una ragazza di 20 anni è un evento talmente straordinario e drammatico che richiede un ripensamento del concreto bilanciamento dei valori che vengono in rilievo in sede cautelare, imponendo, nella scelta del tipo di misura da applicare, il minor sacrificio possibile degli spazi di libertà e dei diritti fondamentali della persona). Non solo, ma l’art. 8 della Convenzione EDU «salvaguarda l’unità familiare, intesa quale vincolo tra genitori e figli o tra parenti legati da consanguineità e convivenza effettiva» e «impone allo Stato di contenere le limitazioni all’esercizio del diritto alla famiglia e ai rapporti familiari» (così, Cassazione penale, sez. I, 29 settembre 2015, n. 48684). Come si vede la decisione del giudice si colloca in un contesto normativo che avrebbe imposto scelte diverse. Racconta però, meglio di tante analisi fatte nel corso degli ultimi anni sui processi di criminalizzazione dei movimenti, i rigidi meccanismi su cui si fondano le valutazioni cautelari per reati legati al conflitto sociale.

2.

Il secondo aspetto che merita di essere segnalato riguarda, ancora una volta, l’indiscusso protagonismo della polizia (che, come sempre, si accompagna a un notevole attivismo sul piano mediatico). È la polizia, e più in particolare la Digos, a definire cosa è reato e cosa non lo è, a qualificare giuridicamente le condotte di rilievo penale, a selezionare la platea degli indagati.
Sotto il primo profilo, particolarmente significativo è il travaso, anche terminologico, che connota la ricostruzione dei fatti. Ad esempio, la prima fase della vicenda è connotata da modeste proteste verbali proferite da un ristretto gruppo di studenti che si limita a lanciare degli slogan uditi in centinaia di manifestazioni («Via via fascisti e polizia»). Tali proteste vengono inopinatamente descritte come tentativi di aggressione e arbitrariamente sussunte nell’ambito di un reato concorsuale di resistenza a pubblico ufficiale. È sufficiente guardare le immagini acquisite agli atti del procedimento per comprendere come si tratti di ben altro. Eppure le descrizioni, che transitano senza soluzione di continuità dalle annotazioni di polizia alla richiesta di misura cautelare del PM e, infine, alle ordinanze emesse dal gip e dal tribunale del riesame, parlano esplicitamente di «tentativi di sfondare il cordone dei poliziotti».
Ma è, soprattutto, il sapere della polizia, accumulato in anni di osservazioni, monitoraggi, schedature, che costituisce il presupposto per l’applicazione delle misure e la valutazione delle esigenze cautelari, il linguaggio e l’argomentazione di cui si dotano gli altri protagonisti istituzionali del procedimento.
La Procura (o, meglio, il pool di magistrati che si occupa del conflitto sociale e che ha la curiosa denominazione di «Terrorismo ed eversione dell’ordine democratico. Reati in occasione di manifestazioni pubbliche», con una suggestiva equiparazione tra le due locuzioni) appare come una sorta di esecutrice materiale delle indicazioni ricevute dalla Digos, la sua longa manus che veicola all’interno del processo le istanze repressive e preventive che dalla stessa provengono, con un curioso ribaltamento dell’impianto codicistico che la vedrebbe, invece, protagonista delle indagini e che assegna un ruolo funzionalmente subordinato alla polizia. Emblematica sotto tali profili è l’istanza formulata dal PM, su indicazione della Digos, poi non accolta dal giudice, di estendere i proposti divieti di dimora oltre il Comune di Torino. Il PM ha, infatti, richiesto che il divieto di dimora da imporre ad alcuni tra gli indagati ricomprenda anche alcuni Comuni della Val di Susa, posto che, secondo le annotazioni di polizia, gli stessi risultavano attivi nel movimento No Tav. È una logica, questa, che trasforma la misura cautelare da strumento focalizzato sul processo ‒ funzionale ad evitare che il trascorrere del tempo possa provocare un pericolo per l’accertamento giudiziario o possa determinare l’aggravamento delle conseguenze del reato o l’agevolazione di altri reati ‒ a grimaldello di prevenzione generale, destinato alla neutralizzazione delle attività politiche dell’indagato.
Parimenti, per il giudice prevale una logica di affidamento quasi integrale all’impianto tracciato dalla polizia giudiziaria E ‒ si badi bene ‒ si tratta di affidamento che riguarda non solo la ricostruzione storica della vicenda (fondata esclusivamente su video-riprese effettuate dalla polizia scientifica montate a uso e consumo dell’ipotesi d’accusa) ma la stessa valutazione cautelare. In particolare, nel momento in cui ha dovuto valutare la sussistenza di specifiche e attuali esigenze cautelari e i rischi di commissione di reati della stessa specie, il giudice si è interamente affidato non ai certificati penale e a quelli dei carichi pendenti (quasi tutti privi di iscrizioni), ma alle cosiddette schede della Digos, in cui sono annotate anche le denunce riportate dai singoli indagati, senza che venga data notizia dei successive verifiche da parte dell’autorità giudiziaria.
Tutto ciò comporta, come è evidente, il rischio di clamorosi fraintendimenti ed errori. Ad esempio, l’ordinanza in esame dà atto che uno degli indagati, A., «è già stato sottoposto a misura cautelare per fatti della medesima indole di quelli per cui si procede e, ciononostante, ha dato prova di non averne percepito l’effetto deterrente. Trattasi invero di soggetti – la C. come l’A. ‒ indifferenti alle regole della civile convivenza, convinti che le loro battaglie sociali o politiche possano essere condotte con l’uso della violenza o, comunque, che le stesse costituiscano giustificazione per qualunque condotta essi ritengano di tenere». Peccato che per quella vicenda A. fosse stato assolto dal tribunale per non aver commesso il fatto e, dunque, al più era la misura in allora imposta (della durata di una settimana di carcere e di qualche settimana di arresti domiciliari) ad essere risultata incongrua e ingiustificata e non l’indagato refrattario a fare i conti con precedenti esperienze giudiziarie.

Due esempi soltanto. Tessere di un mosaico che danno il segno di come funziona la giustizia a Torino, almeno in sede cautelare, quando di mezzo c’è il conflitto sociale.

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Abbiamo scritto a caldo nella notte su quanto stava succedendo a Napoli su facebook: "La piazza di questa notte a Napoli forse è stata di pancia, contraddittoria, ambigua, stratificata come la società in cui viviamo, come il suo rovescio. Ma a Napoli stanotte si è rotta l'ipocrisia dietro cui si nasconde l'incapacità di chi ci governa, il fallimento di questo modello economico di fronte al virus, la violenza che per mesi chi è stato lasciato indietro ha dovuto subire."

Come previsto la canea mediatica contro chi è sceso in piazza si è scatenata immediatamente. Ancora non si era abbassato il fumo dei lacrimogeni che già i commentatori politici ipotizzavano eterodirezioni della camorra e dei fascisti, proponevano il solito feticcio degli ultras colpevoli di tutto il male del mondo, associavano le proteste di ieri a quelle No Mask, nonostante il messaggio portato in piazza fosse totalmente diverso. E molta della sinistra educata di questo paese si è accoccolata in questa comoda narrazione razzista e coloniale. Una narrazione lineare che senza cogliere tensioni, contraddizioni e istanze della protesta sotto sotto intende dire: in fondo sono i soliti napoletani. Esorcizzare la ribellione. Il problema è che ogni volta che si dà un fenomeno autonomo di conflittualità sociale allargata in questi tempi, che siano i Forconi, o i Gilet Gialli, questo emerge in forme spurie, ambivalenti e contraddittorie. Spesso si trovano nelle piazze persone che almeno in linea teorica avrebbero interessi contrapposti e ancora più spesso queste contrapposizioni è proprio nelle piazze che si consumano. Quindi è molto più facile connotarli come fenomeni fascisti solo perché Roberto Fiore prova ad intestarsene la paternità con un tweet dalla sua comoda poltrona a Roma, o come azioni coordinate dalla Camorra (non si capisce con quale obbiettivo), che provare a comprenderli e a prendervi parte per contribuire alla loro evoluzione.

Come qualcuno notava giustamente su facebook la narrazione mainstream è del tutto simile a quella che ci fu alcuni anni addietro di fronte all'emergenza rifiuti. La responsabilità della crisi viene scaricata sulla popolazione che preoccupata per la propria salute si ribella, invece che sulla inettitudine e corruzione delle istituzioni e delle imprese private (vedi sanità) e infine magicamente appaiono le infiltrazioni della criminalità organizzata nelle proteste per delegittimarle e ridurle a fenomeno delinquenziale. Un copione già visto che si replica ogni qual volta la gente non si adegua alla gestione dell'emergenza dall'alto.

Sì perché sono mesi che sentiamo ripetere con gergo militaresco che "siamo in guerra contro il Covid". Ma si sa, la guerra è la più ipocrita delle attività umane. Colonnelli in cerca di facile consenso gridano a spron battuto attraverso gli schermi che è colpa nostra se il contagio continua a diffondersi. Intanto i "soldati" di questa guerra continuano ad essere mandati in prima linea con le scarpe di cartone e uno schioppo ogni due. Una guerra ipocrita come dicevamo in cui il problema sarebbe quello che la gente fa tra le 23 di notte e le 5 di mattina (per lo più dormire) e non il fatto che ci si ammala sul lavoro, sui mezzi di trasporto, a scuola, in ospedale e persino nelle code per fare i tamponi. Quindi il coprifuoco, ennesima parola da stato d'assedio, rientrata nel linguaggio comune in poche settimane, ennesima misura ad hoc per non perdere la faccia di fronte all'aumento dei contagi e contemporaneamente non rompere le uova nel paniere ai veri corresponsabili di questa situazione, quelli che per mesi hanno chiesto di riaprire tutto ad ogni costo, quelli che adesso vogliono licenziare ad ogni costo: i padroni di Confindustria e quella marmaglia di banditi che nel nostro paese vengono chiamati imprenditori.

No non siamo diventati "agambeniani" in una notte, crediamo ancora, anzi ancora di più di fronte a quanto è successo che questa non sia una semplice influenza, che il primo compito che ci spetta è quello di prenderci cura di noi stessi e degli altri perché il contagio non si diffonda. Crediamo che questo vada fatto non per obbedienza al potere costituito, ma per amore degli ultimi, di chi è lasciato indietro, di chi soffre nella battaglia contro il virus. Perché sappiamo bene che siamo noi, quelli che stanno in basso a pagare di più in questa crisi provocata dall'economia globalizzata, dalle privatizzazioni, dalla devastazione ambientale, dalla trasformazione della salute in una merce. Ma prendersi cura di noi stessi e degli altri vuol dire non ignorare con un gesto egoistico chi in questa crisi ha perso il lavoro, chi è con l'acqua alla gola, chi rischia di perdere la casa e i propri affetti. Vuol dire lottare al loro fianco, perché finché la gestione dell'emergenza sarà in mano unicamente alla politica, finché gli unici a fare la voce grossa saranno gli industriali allora saremo noi a contare tra le nostre fila morti ed ammalati che sia di Covid o di fame. E' il momento di tornare ad affermare che la salute è un fatto sociale complessivo e che la ribellione è il sintomo che qualcosa deve cambiare.

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Avrete sentito parlare di Andrew Maximov, un tecnologo bielorusso residente a Los Angeles che ha pubblicato su YouTube un video che mostra come la tecnica del riconoscimento facciale possa essere utilizzata per rimuovere digitalmente le maschere dai volti degli agenti di polizia.Il video è stato visto più di un milione di volte.

 

Negli Stati Uniti, un numero crescente di attivisti sta sviluppando strumenti di riconoscimento facciale in grado di identificare gli agenti di polizia che nascondono la loro identità durante la repressione delle manifestazioni. Uno dei progetti è l'iniziativa del programmatore autodidatta Christopher Howell. Howell ha utilizzato una piattaforma fornita da Google, TensorFlow, che aiuta le persone a costruire modelli di autoapprendimento. Howell ha raccolto migliaia di immagini di agenti di polizia di Portland da articoli di giornale e social media dopo aver trovato i loro nomi sui siti web della città. Ha preso di mira gli agenti di polizia di Portland, in Oregon, perché gli è stato permesso di coprire i loro nomi mentre reprimevano le proteste della scorsa estate.


A Hong Kong, è stato Colin Cheung a sviluppare uno strumento per identificare gli agenti di polizia utilizzando le foto di questi ultimi recuperate da Internet. Mentre Hong Kong era in preda a settimane di proteste, le autorità stavano rintracciando i leader delle proteste online e sequestrando i loro telefoni. Dopo aver postato un video sul suo progetto su Facebook, Cheung è stato arrestato e ha dovuto rinunciare al lavoro.

Un altro progetto di questo tipo era in corso questo mese in Francia. Paolo Cirio, artista e hacktivist, ha pubblicato online le foto di 4.000 volti di agenti di polizia francesi per una mostra intitolata "Capture", che ha descritto come il primo passo nello sviluppo di un'applicazione di riconoscimento facciale. Ha raccolto i volti di 1.000 foto che aveva raccolto da Internet e da fotografi che avevano partecipato a manifestazioni in Francia. Ma Cirio ha ritirato le foto dopo che il ministro degli Interni francese ha minacciato di intraprendere un'azione legale contro di lui. Il sito web di Cirio fa ora riferimento a una petizione che chiede il divieto del riconoscimento facciale in Europa.

Quando le parti si scambiano.. vedremo se questi lavori potranno essere utili per chi normalmente si trova nella condizione di essere costantemente riconosciuto, filmato, osservato sin nei minimi dettagli della propria vita e del proprio corpo. 

 

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Ripubblichiamo questo pezzo apparso sul sito OsservatorioRepressione che tratteggia alcuni duri aspetti della vita in carcere.

Invece di liberalizzare le telefonate e consentire i colloqui riservati delle persone detenute con i propri familiari, come già avviene in molti Paesi, il legislatore italiano ha creato un nuovo reato, ma chi è quel prigioniero che non rischierà quattro anni di carcere per sentire la voce dei propri figli? Con la nuova legge, una telefonata che fuori costa pochi centesimi in carcere potrebbe costare quatto anni di carcere: in questo modo i nostri legislatori pensano di evitare che i telefoni entrino in carcere. Non sanno quanto si sbagliano, rischiano solo di riempire le carceri, perché quando sei murato in una cella, solo e disperato, una telefonata con la donna che ami o con una persona cara, ti salva la vita.

Si parla spesso di responsabilizzazione dei detenuti, ma è difficile che un detenuto si senta responsabile quando ti impediscono di relazionarti con le persone che ami. È difficile pentirsi del male fatto quando una volta in carcere, in nome del popolo italiano, ti limitano di parlare al telefono con i tuoi genitori anziani, ti proibiscono di dare, o ricevere, un bacio o una carezza in intimità con la propria compagna o con i propri figli. In questo modo, con il passare degli anni, in carcere smarrisci la forza e la voglia di amare. E la cosa più tremenda è che non ti accorgi neppure di perderla e col tempo “l’Assassino dei Sogni” (come chiamo io il carcere) ti mangia tutto l’amore che avevi prima di entrare in galera. Alla lunga il carcere divora l’amore di chi sta fuori e uccide l’amore di chi sta dentro. E l’amore in carcere quando finisce non fa rumore, ti spezza solo il cuore.

Credo che nessuna pena, nessuna legge, dovrebbe impedire di comunicare, di amare, di dare un bacio, una carezza alle persone che ami, neppure in nome della sicurezza sociale. Eppure nelle nostre Patrie Galere accade anche questo. Sembra che l’Assassino dei Sogni odi l’amore e usi le sbarre, i blindati e i cancelli per non farlo entrare, neppure per telefono. Credo che in fondo i detenuti italiani non chiedano molto, neppure la luna, chiedono solo, come accade in molti Paesi del mondo, di continuare a rimanere umani per potere amare ed essere amati, anche per telefono. Alcuni professionisti dell’antimafia si giustificheranno sostenendo che gli altri Paesi possono liberalizzare le telefonate perché non hanno detenuti mafiosi, ma questa è una bugia, perché le telefonate si possono registrare e ascoltare.

Molti Paesi del nord Europa trattano meglio i loro prigionieri perché si dicono che “Il detenuto di oggi sarà il mio vicino di casa domani” invece in Italia, nella maggioranza dei casi, la detenzione è molto più illegale e stupida del crimine che uno ha commesso. E spesso non serve a nulla. In molti casi serve solo a far incattivire e a far diventare più delinquente chi la subisce.

In carcere in Italia, il tuo reato sembra ti faccia perdere anche tutta la tua umanità. In fondo i prigionieri chiedono solo una vita più umana e un po’ d’amore. È già difficile essere dei buoni padri (e nonni) fuori, immaginatevi dentro, con solo poche ore all’anno di colloqui, che, oltretutto, se sei sbattuto in carceri lontani da casa non riesci neanche a fare. E allora ti tocca fare il padre (e il nonno) per telefono anche se rischi quattro anni di carcere, ma spesso i prigionieri si tengono in vita solo per amore.

di Carmelo Musumeci

link all'articolo http://www.osservatoriorepressione.info/spesso-prigionieri-si-tengono-vita-telefono/http://www.osservatoriorepressione.info/spesso-prigionieri-si-tengono-vita-telefono/

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Ammutinamento e diserzione di massa dei soldati italiani avvenuta sul fronte di Caporetto il 24 ottobre 1917.

A un secolo di distanza sono risultate abbondanti le ricostruzioni militari e apparentemente oggettive della vicenda, riducendola quasi sempre ad una mera disfatta militare. Operando una scelta uguale e specularmente rovesciata rispetto a quella fatta per ricordare gli eventi russi dello stesso anno.

Nel caso della Rivoluzione tutti i commentatori hanno ormai data per scontata la tragedia pagata dal popolo russo a causa dell’azione bolscevica, mentre per Caporetto si è fatto finta di ristabilire democraticamente una verità rimossa, quella delle colpe delle gerarchie e delle insufficienti contromisure prese da queste nei confronti della controffensiva austriaca di quei giorni.Talvolta ricollegandola, nella peggior tradizione delle narrazioni tossiche, ad un armistizio di Brest Litovsk non ancora avvenuto all’epoca.

In entrambe, però, la vera menzogna è stata quella di rimuovere coscientemente l‘azione delle masse diseredate dalla scena della Storia. Soprattutto quando questa azione indica un colossale rifiuto delle condizioni stabilite dalle classi dominanti e dalle loro, apparentemente, immutabili leggi e regole di comportamento. E sostituendo, sul piano della ricerca e della ricostruzione, l’attenzione per il clima sociale e politico che si respira, spesso a livello sovranazionale, in un dato momento storico con ricerche specialistiche che, riducendo il campo di indagine, permettono agli storici, apparentemente così seri ed oggettivi, di selezionare le informazioni, i documenti e le testimonianze utilizzate al fine di falsificare completamente gli avvenimenti e le loro spiegazioni. Alla faccia della sempre presunta e mai raggiunta obiettività.

Affermando, come si è fatto in alcuni testi, che non si svolse alcuno sciopero dei soldati nei giorni di Caporetto si finge di ribaltare il discorso principalmente portato avanti da Cadorna, comandante delle forze armate italiane fino a quella data, e dal suo Stato Maggiore ristabilendo la verità storica e riscattare la memoria dei soldati caduti eroicamente per difendere la patria.

Ora, pur tralasciando il fatto che già all’epoca tale ribaltamento delle giustificazioni cadorniane servì per sostituire il passato comando con quello di un nuovo macellaio, Armando Diaz (il cui nome metaforicamente adornava la scuola di Genova che nel 2001 fu testimone di un altro macello operato dalle forze del disordine), che poco si distinse dal precedente in termini di umanità e di abilità tattica e che, anzi, si distinse per la mancata promessa fatta ai soldati contadini di ripagare la loro fedeltà alla Patria con la ridistribuzione delle terre demaniali ed ex-irredente, occorre considerare che nel corso del primo macello imperialista pochissimi furono i generali di qualsiasi schieramento a tenere in considerazione parametri tattici e strategici che non fossero quelli del massimo volume di fuoco ottenibile dal proprio retroterra economico e industriale e l’utilizzo delle fanterie e, in genere di tutte le truppe impegnate al fronte, come autentica carne da cannone. In una guerra imperialista che risolse il problema della disoccupazione maschile più che con l’aumento della produzione, che ricadde in gran parte sulle spalle di coloro che già erano impegnati nelle officine e a cui si affiancarono in maniera significativa le donne, ancor più con la macellazione diretta nelle trincee e nelle terre di nessuno di milioni di giovani impegnati nel conflitto.

Quel primo e immondo conflitto imperialista causò sui vari fronti tra i dieci e i quindici milioni di morti e dispersi e rispedì verso casa almeno venti milioni di feriti e mutilati.

Basterebbero questi semplici e drammatici numeri a far comprendere che non era forse necessario alcuno sciopero organizzato dei soldati a far sì che le truppe fossero stanche di combattere e che a casa le famiglie dei soldati non volessero altro che la fine della guerra e il loro ritorno a casa. Famiglie proletarie e ancor più spesso contadine che con i giovani figli e mariti avevano spesso perso non solo degli affetti, ma anche un contributo importante all’interno dell’economia, spesso di sopravvivenza, famigliare.

Donne e famiglie che già agli albori del conflitto si erano impegnate nella lotta contro la mobilitazione generale e la guerra e classi sociali che, soprattutto in Italia, avevano seguito una via ben diversa, e maggioritaria, rispetto a quella intrapresa dai nazionalisti e dagli interventisti di ogni colore. Una mobilitazione così vasta che aveva costretto il Partito Socialista Italiano, unico tra quelli aderenti alla Seconda Internazionale e grazie anche alle ambiguità e contraddizioni delle classi dirigenti italiane indecise tra Triplice Intesa e Triplice Alleanza di cui pure l’Italia faceva parte, ad accontentarsi di una parola d’ordine apparentemente poco militarista, ma sicuramente rappresentativa dei timori socialisti, come Né aderire, né sabotare. Parola d’ordine che sarà duramente pagata dai proletari, dai contadini e dalle donne italiane proprio quando, come a Caporetto, raggiungeranno il culmine della disperazione e dell’odio per le classi dirigenti.

Se è vero che nel solo 1916 più di un milione e mezzo di soldati russi avevano abbandonato le trincee occidentali e l’esercito zarista, iniziando quella rivoluzione fatta con i piedi ovvero con l’allontanamento dai luoghi degli scontri per fare ritorno a casa, è anche vero che proprio in quell’anno, sul fronte italiano e a poco più di due anni dall’inizio dell’intervento a fianco dell’Intesa, il testo di una canzone come Gorizia tu sei maledetta, poi ripresa anche in tedesco e in slavo, segnalava dal basso una stanchezza e una voglia di rivincita inedita nei confronti delle classi dominanti e dei vertici dell’esercito. Nel giro di pochi giorni, per la conquista della città, nel mese di agosto 1916 erano caduti almeno 21.000 soldati italiani e almeno 10.000 austriaci.

La canzone era figlia di quei giorni, prodotta dal momento come lo è tutta la musica autenticamente popolare o folk. Ma come tale non sembra ancora accettata come documento dell’immaginario collettivo prodotto dal basso. Tanto è vero che costituì a lungo motivo di scandalo e non solo negli anni più vicini al conflitto mondiale, ma anche più tardi come quando fu eseguita nel 1964 dal Nuovo Canzoniere Italiano in occasione del Festival dei Due Mondi di Spoleto all’interno dello spettacolo “Bella ciao”: suscitando l’ira dei benpensanti. Quando Michele L. Straniero e Fausto Amodei iniziarono a cantare “Gorizia” avvennero incidenti in sala; la destra cercò di impedire le rappresentazioni; Straniero, Leydi, Crivelli e Bosio furono denunciati per vilipendio delle forze armate.

 

I versi della canzone sembrerebbero in sé già piuttosto espliciti:

 

O vigliacchi che voi ve ne state

con le mogli sui letti di lana,

schernitori di noi carne umana,

questa guerra ci insegna a punir.

Voi chiamate il campo d’onore

questa terra di là dei confini;

qui si muore gridando: assassini!

Maledetti sarete un dì.

 

Ma basterebbe dare un’occhiata più attenta a un altro tipo di documenti, le lettere inviate dai soldati a casa e censurate dagli organismi militari preposti, per comprendere ancora di più lo stato d’animo che serpeggiava nelle trincee dal 1916.

Ne propongo qui di seguito alcune scelte a caso tra le tante.

Porco Dio, fanno bene a dare il pane ammuffito così finirà presto la guerra! Ed io ho piacere, popolo cornuto e bastonato, vuoi continuare a fare la guerra? Ma ribellatevi, uccidete tutti gli ufficiali e che sia finita!

 

Oppure:

 

Io sono un ufficiale per forza, e non ho voluto la guerra e ho quasi fatto a cazzotti prima della guerra con gli studenti che facevano le manifestazioni interventiste. La guerra è stata voluta da due o tre gruppi di mascalzoni.

Due tra le tante si diceva. Ma se ancora non bastassero le lettere proviamo a rivolgerci ad altre fonti, anche di testimoni non di parte come soldati o anarchici e socialisti contrari alla guerra.

Il fenomeno di Caporetto è un fenomeno schiettamente sociale.

E’ una rivoluzione.

E’ la rivolta di una classe, di una mentalità, di uno stato d’animo, contro un’altra classe. Un’altra mentalità, un altro stato d’animo.

E’ una forma di lotta di classe. I sintomi che l’hanno preceduto e accompagnato sono quelli di un perturbamento sociale: sono gli stessi che hanno preceduto e accompagnato tutti i perturbamenti sociali.

La fanteria, nell’annata 1917, era grandemente «demoralizzata». Non credeva più a nulla, non aveva più fiducia in nessuno. Voleva la pace, a qualunque costo.

Le Brigate che si rifiutavano di combattere, i soldati che prolungavano, motu proprio, le licenze, gli ufficiali che si lagnavano pubblicamente, tutto ciò era monito e minaccia. […]

L’offensiva di maggio aveva fiaccato la resistenza dei fanti, quella di Agosto. Condotta brutalmente e a forza dai carabinieri, aveva messo a nudo le piaghe di cui soffriva il popolo delle trincee.

Gli atti di insubordinazione divenivano ogni giorno più gravi. La caccia ai carabinieri diventava sempre più feroce. L’odio dei soldati si manifestava in atti di natura prettamente sociale. […]

I casi di rivolta contro gli ufficiali erano rarissimi: i fanti apprezzavano e rispettavano i superiori diretti, quelli che dividevano con loro la paglia, il pane e la buca merdosa. E’ vero che, talvolta, li uccidevano a fucilate nella schiena: ma non per malvagità o per spirito d delinquenza. Per vendetta. La vendetta presuppone un torto. In ogni ufficiale ucciso dai propri soldati vi era un colpevole. […] Il fante non uccideva i carabinieri, non sparava contro le automobili dei generali, contro le colonne di camion, contro le baracche dei campi di aviazione, contro le finestre illuminate degli Alti Comandi, il fante non commetteva questi atti di indisciplina per «insofferenza della disciplina», o per istinti criminali, bensì per ragioni profondamente umane e sociali. […] In tutti coloro che soffiavano sul fuoco, predicavano la necessità del sacrificio, declamavano concioni patriottiche, sventolavano bandiere nelle comode vie delle comodissime città dell’interno, in tutti coloro che spingevano alla guerra senza farla e senza capirla, il fante vedeva un nemico.

Un altro testimone di Caporetto fu l’americano Ernest Hemingway che proprio nel suo romanzo Addio alle armi, pubblicato nel1929, parzialmente basato su esperienze personali dello scrittore che negli ultimi mesi della grande guerra aveva prestato servizio come conducente di ambulanza, racconta una storia che si svolge in Italia prima, durante e dopo la battaglia di Caporetto.

Nel narrare le vicende l’autore ricorderà gli ufficiali fucilati dai soldati mentre cercavano di fermare la loro ritirata dal fronte e giungerà alla conclusione che i disertori non sono altro che soldati che hanno avuto il coraggio di firmare una pace separata con il nemico.

Poiché il clima sociale e politico non si era creato soltanto nelle trincee e soltanto in Italia occorre ricordare ancora alcuni altri fatti.

Nella primavera del 1917, tra aprile e giugno, migliaia di soldati francesi avevano abbandonato le trincee. La parola d’ordine era Facciamo come in Russia!, ma nessun partito la raccolse e la fece propria e così anche l’ammutinamento francese finì con fucilazioni esemplari e condanne dei militari ribelli.

A Torino, nell’agosto dello stesso anno gli operai e le operaie dello stesso anno erano scesi in sciopero e avevano preso le armi, occupato i quartieri proletari e le fabbriche, costruito barricate e coinvolto e disarmato alcuni reparti inviati per sconfiggere la rivolta. Mentre gli anarchici si diedero da fare per organizzare le sparse, e alla fine sconfitte forze proletarie, i pochi militanti del Partito Socialista presenti in città (una trentina), dopo aver invitato le maestranze a tornare al lavoro, decisero di appoggiare la protesta ma senza dare, se non generiche, indicazioni politiche. Non fecero miglior figura i futuri fondatori del PCd’I, nemmeno i più intransigenti tra di loro, che nello stesso periodo non pubblicarono un rigo sull’argomento Torino o Caporetto.

La rivoluzione però sembrava bussare alle porte e non solo in Russia dove il 7 novembre si sarebbe risolta con l’avvio del governo dei Soviet che avrebbero sostituito il governo provvisorio in carica ormai dai primi di marzo quando, grazie soprattutto all’Ordine numero 1 dettato direttamente dai rappresentanti dei soldati al Soviet di Pietrogrado, il vecchio regime zarista si era ritrovato con un esercito su cui non poteva più fare affidamento come in passato e lo zar Nicola aveva abdicato a favore del fratello che a sua volta non accettò l’incarico di reggere un paese in rivolta. Lo strumento classico della controrivoluzione nazionale e internazionale si era infatti trasformato nello strumento della rivoluzione.

Così, nonostante l’insipienza delle forze politiche italiane, soprattutto di quelle socialiste nelle loro diverse declinazioni, ma grazie alle ripetute iniziative dal basso, nelle trincee, nelle città e nelle campagne, il Governo decise di affidare al Direttore generale di pubblica sicurezza il compito di riferire con relazioni periodiche riassuntive le Condizioni dello spirito pubblico nel Regno.

La prima fu redatta in data in data 8 febbraio 1918 e portava come titolo il seguente: MOVIMENTO SOVVERSIVO ED ANTIBELLICO NEL REGNO DURANTE I MESI DI DICEMBRE 1917 E GENNAIO 1918.

Alla prima seguirono altre venti, attente relazioni, l’ultima in data 19 novembre 1918 a guerra sostanzialmente finita.9

L’iniziativa si deve collocare all’interno di quella ripresa di efficienza del potere centrale nel periodo successivo a Caporetto, che ebbe il suo fulcro nella riorganizzazione del ministero degli Interni e dei suoi organi periferici, e nel più stretto controllo del centro sulla periferia; ma essa riflette anche l’accresciuta preoccupazione delle sfere politiche nei confronti dei pericoli di moti insurrezionali, che dopo Caporetto si temeva potessero coinvolgere il paese.

Il timore era forte e perfettamente giustificato, poiché la guerra imperialista aveva suscitato un’ira implacabile nei confronti delle classi dirigenti, dei governi, delle monarchie, della borghesia e del capitalismo tout court. Non solo il dopoguerra europeo, soprattutto nei paesi “sconfitti” sarebbe stato segnato dall’azione armata di operai e soldati che erano sopravvissuti alle trincee e che intendevano far pagare ai veri responsabili le proprie inumane sofferenze, la follia che ne era derivata per un numero di combattenti che non sarebbero mai più tornati alla normalità, e le leggi draconiane applicate per la diserzione e l’autolesionismo tra i soldati che avevano cercato di sfuggire all’infernale tritacarne del conflitto o che anche soltanto avevano criticato la guerra o gli alti comandi.

Su quest’ultimo punto basti citare un singolo episodio. Durante una cena tra quattro giovani aspiranti ufficiali degli alpini, subito dopo Caporetto, uno dei quattro forse più loquace o più spregiudicato, afferma che la guerra è ingiusta, aggiungendo:

«Ho piacere che abbiano sfondato le linee (gli austriaci – NdR). Magari arrivassero a Milano, così sarebbe finita per tutti». I colleghi ammutoliscono. Si alzano e appena fuori vanno a denunciare il collega ai carabinieri. Cinque giorni dopo il Tribunale militare di guerra del XX corpo d’armata condanna per tradimento l’aspirante ufficiale alla pena di morte mediante fucilazione alla schiena. La sentenza viene eseguita nella stessa giornata.

L’Italia avrà il triste primato delle condanne a morte comminate dai tribunali militari in tempo di guerra:

Nel corso della Grande Guerra, davanti ai tribunali militari comparvero 323.527 imputati di cui 262.481 in divisa, 61.927 civili e 1.119 prigionieri di guerra. Le condanne interessarono il 60 per cento dei processi. 4.028 dibattimenti si conclusero con la pena capitale (2.967 con gli imputati contumaci). Le sentenze di morte eseguite furono 750.

Cui forse dovrebbero essere aggiunti tutti quei soldati che furono abbattuti sul posto dagli ufficiali o dai carabinieri per impedirne l’ammutinamento o anche soltanto la fuga dalla trincea.

Soltanto tra il 1917 e il 1920 furono più di venti i rivolgimenti armati o i rovesciamenti violenti del potere costituito nell’area dell’Europa orientale e della Mitteleuropa, ma ciò che occorre qui sottolineare è che il grande macello ebbe fine proprio grazie alle rivolte dei soldati, dei marinai e degli operai delle industrie belliche tedesche che con la loro mobilitazione nel novembre del 1918 costrinsero il Kaiser ad abdicare, imposero la fine della guerra e la nascita della Repubblica.

Sarebbe qui troppo lungo narrare la storia di quei giorni, le contraddizioni, lo scontro tra Socialdemocrazia tedesca e forze rivoluzionarie, ma certo è che l’esempio russo di trasformazione della guerra imperialista in guerra civile e rivoluzionaria aveva dato i suoi frutti in gran parte del continente coinvolto nella guerra.

Non solo. Anche la guerra civile russa, animata dalle potenze imperialiste contro la novella repubblica dei soviet e a fianco dei generali “bianchi”, fu in gran parte debellata grazie proprio all’ammutinamento delle truppe straniere inviate sul territorio sovietico per sconfiggere la rivoluzione. I soldati inglesi e di altre nazionalità si ammutinarono a Murmansk e ad Arkhangelsk, mentre i marinai francesi inviati con la flotta nel Mar Nero si ammutinarono ad Odessa. Così, mentre i venti di rivolta spiravano anche tra le truppe americane dislocate nell’oriente siberiano, alla fine del 1919 tutte le truppe straniere dislocate sul suolo sovietico erano state ritirate dal fronte, condannando di fatto alla definitiva disfatta le raffazzonate armate bianche, in cui la diserzione già dilagava, di Kolchak, Denikin e Wrangel.

Ancora una volta per una sintetica ricostruzione dello sciopero, indetto a partire dall’autunno del ’19, dai portuali americani di Seattle per impedire l’invio di armi al fronte controrivoluzionario e del vero e proprio rifiuto dei soldati di continuare a combattere per la causa dei Bianchi, ci assiste un romanzo, scritto non a caso negli anni dell’intervento americano in Vietnam.

Gli scaricatori di Seattle ficcarono le mani nelle tasche dei loro giacconi bagnati e abbandonarono il lavoro. I marinai francesi di Odessa, atterriti dalla loro stessa audacia, si ammutinarono piuttosto che continuare a combattere i Rossi. Le forze inglesi e gli americani che prestavano sotto gli ufficiali britannici a Arcangelo e Murmansk, avevano già avuto la prova della renitenza dei soldati quando avevano ricevuto l’ordine di avanzare contro le forze dell’Armata Rossa.

Nell’aria c’era un terribile senso di resistenza.

I consulenti in materia di investimenti rabbrividirono e cominciarono a consigliare ai propri clienti di scaricare o vendere subito certe azioni che neanche tre mesi prima erano in rialzo […] Generali e statisti erano allibiti, perché il loro vocabolario tradizionale, i loro appelli al patriottismo, agli ideali, all’abnegazione e alla gloria si dimostravano inefficaci contro l’infezione della renitenza. Le truppe fresche che giungevano in linea erano non meno riluttanti di quelle che al fronte c’erano da mesi. Anzi lo erano di più […] Indifferenza, inerzia e riluttanza piovevano su tutti i fronti. Gli eserciti si muovevano qua e là con passo pesante e affaticato aspettando il caos che li liberasse.

Molti di quei soldati, giovani, arrabbiati, delusi e disoccupati al loro ritorno in patria, furono anche quelli che diedero vita alle prime formazioni armate di autodifesa e offensiva proletaria. Come accadde in Italia dove furono proprio le formazioni volontarie di ex-combattenti, quelle che poi diventarono gli Arditi del popolo, a fronteggiare più volte vittoriosamente i fascisti. Con buona pace di chi, soprattutto nel PCd’I, metteva avanti l’idea di mantenere una netta separazione tra le squadre armate del Partito e, ancora una volta, le iniziative dal basso.

La guerra imperialista trasformata in guerra civile rivoluzionaria, questo è ciò che separò allora e separerà ancora e sempre l’antimilitarismo anti-imperialista dal pacifismo generico, sempre pronto ad ammettere la necessità di una guerra nazionale difensiva. Il rovesciamento dell’esercito da strumento di repressione ad arma della Rivoluzione, è ciò che caratterizzerà sempre l’antimilitarismo rivoluzionario da quello falsamente pacifista e democratico. La ricerca della verità nei fatti e nelle testimonianze dei ceti meno abbienti e nelle loro espressioni culturali e politiche, nell’immaginario che le ha accompagnate o che ne è conseguito è ciò che differenzia una storiografia realmente antagonista da quella perbenista e giustificazionista degli studiosi che, anche indirettamente, difendono l’attuale ordine di cose presente attraverso l’obiettività, sempre presunta e mai raggiunta, dell’utilizzo delle fonti ufficiali e delle testimonianze raccolta dalle commissioni di inchiesta governative. Dando così vita ad una ricostruzione dei fatti volta soltanto a giustificare l’ingiustificabile: la guerra imperialista, i partiti borghesi ed opportunisti, gli interessi economici e “nazionali”, la vigliaccheria dei rivoluzionari da operetta.

Dove, infine, tale scelta dei soldati e dei giovani richiamati diventò importante anche senza giungere ad una vera e propria rivoluzione, come nei casi degli Stati Uniti impegnati in Vietnam e del Portogallo degli anni settanta, la scelta di disertare, ammutinarsi o uccidere i propri ufficiali sul campo si dimostrò essere sempre, oltre che inevitabile, quella migliore per il destino e la coscienza della comunità umana nel suo complesso.

Così, anche là dove l’iniziativa resta individuale o casualmente collettiva come nel caso della diserzione, occorre aver ben chiaro che di fronte all’inciviltà dei macelli imperialisti la fuga, il rifiuto di combattere e la spontanea ritirata, come avvenne a Caporetto, rappresentano ancora una scelta migliore e più civile della cieca obbedienza agli ordini superiori.

 

Fonte: Sandro Moiso (Carmilla on line)

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