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Articoli filtrati per data: Friday, 23 Ottobre 2020

 Abbiamo tradotto questo interessante reportage di Marcha.org che parla delle lotte contro l'inquinamento in corso nella regione di Valparaìso in Cile. Il testo è molto interessante per più motivi: intanto perchè cala nella fase della pandemia la lotta contro il modello di sviluppo estrattivista ed inquinante, in secondo luogo perchè sottolinea la capacità di questo movimento sociale di produrre uno scarto a partire dalla questione della salute in un territorio fortemente devastato e infine perchè si può leggere in controluce la connessione tra le mobilitazioni storiche sulla contraddizione salute-lavoro con la nuova sensibilità ambientale che si sta facendo avanti. Significativo, tra l'altro, come un adeguato discorso calato nella materialità delle vite delle comunità sia in grado di contrastare la logica "crescitista" che va per la maggiore in alcuni contesti istituzionali bipartisan dei cosidetti "paesi in via di sviluppo". Per alcuni versi il pensiero corre alla macroarea della Pianura Padana e ad i suoi regimi di inquinamento. Buona lettura!

di Diego Arahuetes e Pau González

Nelle comunas cilene di Puchuncaví e Quintero, l'ambiente e la salute della popolazione locale sono da anni colpiti dalla presenza di un complesso industriale altamente inquinante. Oggi la comunità, da diverse zone, si è organizzata per fermare l'inquinamento.

In Cile, nella provincia di Valparaíso, nelle comunas di Puchuncaví e Quintero, si trova il Complesso Industriale di Ventanas. Vi operano centrali termoelettriche a carbone e fonderie. Le loro operazioni, iniziate poco più di sei decenni fa, hanno inquinato il suolo, l'aria e il mare, colpendo l'industria agricola, ittica e il turismo locale.

La popolazione locale non è stata solo colpita dagli effetti economici di questo impatto, ma anche la sua salute è stata pregiudicata. Da anni soffrono di malattie respiratorie e cardiovascolari, cancro e sono soggette a frequenti avvelenamenti. Il Cile è uno dei Paesi della regione più colpiti dal Covid-19, registrando oltre 410mila contagi. Tuttavia, dall'inizio della pandemia, le industrie del Complesso di Ventanas hanno continuato le loro operazioni, causando una paura ancora maggiore negli abitanti di un avvelenamento massiccio e che il virus avrà una mortalità più elevata nelle persone con una storia clinica precedente causata dall'ambiente inquinato.

Zona di Sacrificio Ventanas

Secondo il rapporto "Matriz eléctrica y generación a carbón en Chile", preparato dall'iniziativa cittadina 'Cile sostenibile', le centrali termoelettriche a carbone che operano nel Paese generano il 91% delle emissioni totali di CO2, l'88% delle emissioni totali di particolato (PM); 97% delle emissioni totali di anidride solforosa; e il 91% delle emissioni totali di ossidi di azoto 1. Attualmente più di 15 industrie operano nei comuni costieri di Quintero e Puchuncaví, comprese le società chimiche, del cemento, dei combustibili e dell'energia. Tra queste, Codelco con la sua fonderia e raffineria di rame concentrata, e AES Gener con la sua centrale termoelettrica a carbone sono le società che emettono la maggior quantità di anidride solforosa (SO2). Nel 2017, Codelco era responsabile del 29,51% delle emissioni e AES Gener del 65,67%. Ciò premesso, un'analisi pubblicata dall'Osservatorio sulla sostenibilità del Cile nel 2018, sottolinea che "sono quindi loro che dovrebbero assumere i maggiori controlli su dette emissioni".

Il sacrificio economico

Hernán Ramírez, ricercatore presso la Terram Foundation, una ONG locale dedicata alle questioni ambientali, indica l'agricoltura, la pesca e il turismo come i tre principali settori economici colpiti dall'inquinamento generato dalle industrie. Spiega che uno dei motivi per cui il settore della pesca è stato colpito è perché "le centrali termoelettriche di Ventanas aspirano ogni ora 80mila litri cubi di acqua" e spiega che questa aspirazione trascina plancton e fitoplancton, che "genera un importante mortalità in questi organismi nella prima fase della vita ”.

Carlos Vera, attuale tesoriere del Sindacato dei Pescatori di Ventanas, spiega un altro fattore che ha devastato il settore in cui lavora: la diminuzione delle risorse marine nell'area. Lo attribuisce a due fattori: “il primo, la preferenza per l'uso portuale data [alle compagnie] nella baia, senza considerare l'esistenza di un gran numero di calette di pescatori; e il secondo, è dovuto a un fattore ambientale: i rifiuti che queste industrie buttano via da anni, senza alcun tipo di normativa e tribunali ambientali a regolamentarli."

Hernán Ramírez sottolinea inoltre che “Negli ultimi anni si sono verificati almeno 5 sversamenti [di petrolio nella baia], che hanno influito sull'attività di pesca a causa dell'impatto sugli organismi viventi e sulle vendite nella baia. Ovviamente le persone preferiscono non consumare pesce locale a causa delle concentrazioni di inquinanti nel prodotto”. Come la pesca, il settore agricolo ha sofferto. Ramírez afferma che l'agricoltura è praticamente scomparsa nel territorio "principalmente per effetto dell'anidride solforosa prodotta dalle emissioni che quando incontrano l'umidità delle coste generano acido solforico, che incide sulla produttività dei suoli". I pozzi d'acqua dolce sono contaminati. Nel 1994, il Ministero dell'Agricoltura ha dichiarato l'area circostante il Complesso industriale di Ventanas una zona satura di anidride solforosa e materiale particolato. Katta Alonso, presidente dell'organizzazione locale Women from the Sacrifice Zone in Resistencia (MUZOSARE), spiega che questi pozzi contengono “alluminio, arsenico e piombo, e la raccomandazione è che quei pozzi siano chiusi. Non servono nemmeno per annaffiare” e aggiunge che “anche gli ortaggi, tutto ciò che si può piantare, esce contaminato, non c'è niente che non sia contaminato”. Il terzo settore interessato è il turismo. Da un lato, l'arrivo di turisti è calato drasticamente dopo le fuoriuscite di petrolio. Hernán spiega che "oggi c'è ancora il turismo, tuttavia, le persone con una situazione economica migliore ovviamente preferiscono andare in altre zone e non in questa zona industriale, dove c'è un evidente rischio che si verifichi un incidente".

Il sacrificio sanitario

Gli avvelenamenti di massa sono ricorrenti nella regione. Il più critico finora è stato nel 2018. A metà agosto di quell'anno, più di 1.700 persone sono state avvelenate a causa dei gas emessi dal complesso industriale. I primi casi si sono presentati nelle scuole “I primi intossicati avevano tra i 10 e i 18 anni. I sintomi: cefalea, intorpidimento alle mani, ai piedi, vomito e svenimenti ”. María Araya, presidente del Consiglio consultivo dell'ospedale Adriana Cousiño di Quintero, racconta che in quell'episodio “tutte le persone colpite si sono recate all'ospedale di Quintero. Era il caos. L'ospedale non ha una rete di ossigeno attraverso i tubi, i bambini vengono trasferiti, la gente che protesta per strada, è stato terribile, dovevi avere molto coraggio per essere lì”.

Nel contesto attuale, in cui Covid19 impatta le comunità e il loro stile di vita, le popolazioni di Quintero e Puchuncaví vivono in un doppio rischio “In questo momento c'è meno vento, ad agosto, e abbiamo paura che si verifichi un altro di questi episodi." Spiega María Araya, e continua: "con questa pandemia abbiamo un doppio rischio, perché Covid19 colpisce direttamente il sistema respiratorio, e si scopre che ci sono sintomi di Covid19 che sono gli stessi degli avvelenamenti".

L'ospedale Quintero, come Araya, spiega che "è di bassa complessità, ed è una struttura di base, non abbiamo reti di ossigeno o respiratori". Codelco, la seconda azienda più inquinante della regione, ha presentato un piano di sostegno in cui ha promesso di donare una PCR e attrezzature mediche all'ospedale di Quintero. Nonostante il sostegno sia più che gradito, Araya non dimentica la responsabilità che le industrie hanno nei confronti della salute della popolazione: "Abbiamo dovuto avere il coraggio di chinare la testa e chiedere sostegno alle stesse aziende che ci inquinano."

Gli avvelenamenti non sono l'unico impatto sulla salute della popolazione che l'inquinamento provoca "1 bambino su 4 a Puchuncaví nasce con gravi problemi: malformazioni congenite, gravi problemi neurologici, anche basso QI e molte difficoltà di apprendimento". spiega Katta Alonso di Women of the Sacrifice Zone. Una ricerca pubblicata nel 2019, preparata da sei laboratori e università in Cile, Russia e Stati Uniti, ha concluso che "Il rischio cancerogeno dovuto all'esposizione all'arsenico è superiore al valore soglia di 10−04 nella popolazione di bambini piccoli (da 1 a 5 anni) nel 27% degli studi" e stabilisce che "questi valori sono classificati come inaccettabili e richiedono l'intervento del governo cileno".

Per quanto riguarda la popolazione adulta, le malattie respiratorie, cardiovascolari e il cancro sono normali da anni. A questo proposito, Katta Alonso dice che "le persone anziane muoiono tutte di cancro, perché è così, è ormai naturalizzato". Per affrontare i problemi di salute, Hernán Ramírez suggerisce che "le autorità sanitarie creino programmi per avere specialisti in cancro, malattie respiratorie e cardiovascolari nei servizi sanitari". Hernán e l'analisi dell'Osservatorio di sostenibilità, sottolinea che "Lo Stato e le imprese devono riparare i danni causati, ipotizzando un reale investimento sociale nei territori, ad esempio, con una clinica specializzata in danni ambientali alla salute".

Per quanto riguarda gli avvelenamenti del 2018, la Corte Suprema ha accolto una serie di ricorsi di protezione a favore delle persone colpite dall'emergenza ambientale e con responsabilità in varie società che inquinano in questo settore della Regione di Valparaíso e sono stati ordinati 15 provvedimenti immediati. Ma poco è stato fatto, due anni dopo i fatti, domenica 23 agosto, persone colpite e membri delle comunità si sono riunite a Quintero per protestare e chiedere risposte da parte dello Stato e delle imprese, poiché secondo Araya: “Dell'intossicazione le autorità non sono state ritenute responsabili, sono state fatte molte promesse, è arrivato il presidente e nulla è stato mantenuto”.

Nielze, un ingegnere ambientale e membro del CRAS (Council for Environmental and Social Recovery of Quintero Puchuncaví), vede positivamente che "oggi, a differenza di altri anni, la comunità ha tirato fuori i suoi artigli. Dopo l'avvelenamento del 2018 qualcosa è cambiato, la società civile ha cominciato a muoversi".

Pagaiando nella baia

Diverse organizzazioni sono emerse dalla società civile per cercare di fermare la contaminazione a cui sono state sottoposte per decenni. Da diversi ambiti, da quello sociale a quello scientifico e politico, sono riusciti a esercitare una notevole pressione sulle autorità. E le loro vittorie sono latenti. Uno dei risultati più importanti è stato nel 2018, quando la Corte Suprema si è pronunciata a favore delle organizzazioni sociali e dei cittadini contro le imprese e lo Stato - a seguito di una serie di massicci avvelenamenti-, riconoscendo la sistematica violazione dei Diritti Umani a cui la popolazione di questo territorio è soggetta.

La sentenza ha spinto richieste e richieste per porre fine alla situazione nelle comunità vicine al complesso industriale. E sono emerse varie proposte che offrono una soluzione a questo conflitto. Da un lato, la Fundación Terram vede la necessità di creare un nuovo regolamento, più significativo di quello attuale per quanto riguarda gli standard ambientali. Riguardo a questo, Hernán spiega che "il Cile ha un regolamento con standard piuttosto bassi (rispetto a quello raccomandati dall'OMS), quindi una delle priorità è migliorare questi regolamenti in termini di qualità dell'aria e standard di emissione". Dall'altra l'urgenza di chiudere le centrali termoelettriche a carbone nell'ambito di un progetto di decarbonizzazione che, a settembre 2018, il presidente del Cile, Sebastián Piñera, ha presentato all'Assemblea generale delle Nazioni Unite. “Ad agosto è stato approvato in Parlamento la chiusura di tutte le centrali termoelettriche a carbone nel 2025”, ha spiegato Katta Alonso. E anche la chiusura della fonderia CODELCO, che secondo Nilze Cortés "ogni volta che c'è un picco di inquinamento è colpevole" e anche che "se la fonderia chiudesse lascerebbe immediatamente la zona di contaminazione atmosferica".

Tutti concordano sull'importanza di ridurre al minimo le emissioni inquinanti, mentre ogni azienda deve essere controllata individualmente per scoprire le proprie emissioni. Durante l'attuale pandemia covid-19, Women in the Sacrifice Zone insieme ad altre organizzazioni socio-ambientali hanno chiesto alle autorità di interrompere il funzionamento del complesso industriale. La situazione sanitaria in cui già vivono gli abitanti di questo territorio, a causa degli impatti delle industrie, potrebbe diventare ancora più critica se aumentassero le infezioni da coronavirus.

D'altra parte, la comunità ha chiesto per anni, attraverso diverse consultazioni e petizioni dei cittadini, che le aziende pagassero le tasse a Quintero e Puchuncaví invece che nei quartieri di Santiago come Las Condes.

Un punto fondamentale è come verrà presa in considerazione la ripresa socio-ambientale quando queste società cesseranno di esistere. "Quello che vogliamo è recuperare i nostri territori e penso che siamo tutti pronti per ripulire, anche se ci vorranno 10 anni", dice Katta.

Secondo Efrén Legaspi, vicino e membro del movimento Salvemos Quirilluca, “il recupero socio-ambientale avviene in primo luogo, non continuando a distruggere i territori e in secondo luogo, valorizzando le risorse naturali cioè la tutela legale degli spazi non degradati, nonché le azioni attorno a quella tutela: turismo sostenibile, imprenditorialità locale ed educazione ambientale ”.

Nell'ottobre dello scorso anno ha avuto origine il cosiddetto “risveglio cileno”, una mobilitazione sociale che è scesa in piazza chiedendo un cambiamento al modello economico neoliberista che ha governato il Cile dalla dittatura. Oggi guida e incoraggia la resistenza di Puchuncaví e Quintero, le cui esigenze e organizzazione hanno decenni di esperienza. Richieste che oggi, di fronte all'emergenza sanitaria e ambientale, sono più che mai necessarie da affrontare.

 

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di Sandro Moiso per Carmilla

Andrew Spannaus, L’America post-globale. Trump, il coronavirus e il futuro, con una Prefazione di Giulio Sapelli, Mimesis, Milano-Udine 2020, pp. 190, 15,00 euro

“Per troppo tempo il nostro governo ha abbandonato il Sistema americano” (Donald Trump, 20 marzo 2017)

Andrew Spannaus, giornalista e saggista statunitense che da diversi anni vive in Italia, si è già distinto in passato per un’attenta e precisa disamina anticipata dei motivi che avrebbero portato Trump alla vittoria nella corsa alle presidenziali del 2016 (qui) e delle ragioni del diffondersi del neo-populismo tra gli elettori in Occidente (qui). Ancora una volta, nel testo appena pubblicato da Mimesis nella collana «Il caffè dei filosofi», le sue considerazioni e i dati che egli porta a loro sostegno si rivelano sicuramente interessanti, anche se non sempre pienamente condivisibili da parte di tutti i lettori.

Quello che è certo è che, nell’attuale turbillon mediatico riguardante le elezioni presidenziali americane di quest’anno e le conseguenze socio-economiche della pandemia da Coronavirus, il libro del giornalista americano si pone tra i più utili. Almeno per stimolare un dibattito troppo spesso asfittico, scontato e accecato dalle ideologie e dal politically correct. Un dibattito che, per essere considerato tale, dovrebbe avvertire la presenza di più voci e non soltanto quella della vulgata dominante ovvero delle Sinistre liberal e delle Destre più scontate.

Tre sono i punti principali che il saggio tocca: il primo è quello dello scontro istituzionale (più o meno velato) che si è svolto tra Donald Trump e il deep state rappresentato dalle agenzia per la sicurezza e i funzionari dell’amministrazione fin dagli esordi della sua presidenza. Tema cui si ricollega direttamente il suo tentativo, scarsamente riuscito, di modificare alcune delle linee guida seguite dai governi precedenti in tema di politica estera.

Il secondo è quello della ricomposizione sociale e dell’impoverimento delle classi medie americane causato dai processi di globalizzazione e di outsourcing produttivo e il contemporaneo insorgere, o risorgere, delle idee populiste e nazionaliste; mentre il terzo, come annuncia lo stesso titolo, è quello delle conseguenze che l’epidemia da Covid-19 ha avuto e potrà avere su tutto ciò. Comprese le rivolte di strada avvenute in quasi tutte le città americane a partire dall’assassinio, da parte degli agenti di polizia di Minneapolis, di George Floyd. A proposito delle quali l’autore non può fare a meno di notare che

La prima constatazione fondamentale in merito alle proteste è la loro ampiezza, a livello sia geografico che culturale: oltre la metà dei manifestanti erano bianchi, e si sono tenute manifestazioni in tutto il paese, anche in cittadine piccole di stati rurali con popolazione quasi interamente bianca come il Nebraska e il Wyoming. Si è trattato di un salto di qualità rispetto alle proteste del passato, che riflette un senso diffuso di ingiustizia nei confronti dei neri: tra agosto 2017 e giugno 2020 il numero di americani che avevano un’opinione positiva del movimento Black Lives Matter è aumentato dal 42 al 72%, con un cambiamento significativo in ogni segmento della popolazione1.

Il primo tema si rivela essere uno dei più significativi del testo, poiché contribuisce a spostare l’attenzione, ormai canonica, da ciò che l’azione di Trump starebbe comportando in termini di sviluppo della estrema destra americana e di una possibile guerra civile a come si sono mossi, fin da prima della sua elezione, gli apparati profondi dello Stato, ovvero le agenzia di intelligence, nei suoi confronti. In questo senso lo sguardo si sposta dalla realtà del Russiagate, ovvero l’accusa sostanzialmente di tradimento condotta nei confronti del presidente statunitense per aver usato l’aiuto della Russia di Putin per la propria vittoria elettorale contraccambiandone i favori, alle infondate ricostruzioni che, in particolare dal Federal Bureau of Investigation, di questo presunto reato sarebbero state fatte.

Ci rammenta infatti l’autore che il fardello di accuse, su cui si sarebbe dovuto basare anche il procedimento di impeachment del Presidente, si è rivelato alla fine indimostrabile. Anche se inizialmente

presa come verità assoluta e promossa vigorosamente da parte dei media più importanti del paese come il “Washington Post”, il “New York Times”, e l’emittente televisiva CNN, secondo cui la Russia di Vladimir Putin sarebbe intervenuta nelle elezioni presidenziali del 2016 con l’obiettivo di aiutare Donald Trump a sconfiggere Hillary Clinton. Sulla base di valutazioni d’intelligence, una lunga indagine condotta dal procuratore speciale Robert Mueller dal 2017 al 2019, e numerose inchieste giornalistiche, si sarebbe arrivato a stabilire senza ombra di dubbio questo teorema. Le implicazioni sono state importanti, e pesanti: ancora prima che Trump diventasse presidente, in molti volevano tarpargli le ali. Inoltre, ogni mossa politica di Trump è stata analizzata attraverso la lente del suo presunto legame e affinità con la Russia, dipingendolo come un traditore che non faceva gli interessi americani, ma quelli del suo amico dittatore Vladimir Putin. C’è un solo problema con questa versione dei fatti: non c’è alcu­na prova che sia vera. Per chi non ha studiato i dettagli, questa potrà sembrare un’affermazione sorprendente, di parte, o forse addirittura complottistica, contro le evidenze. Ma è vero il contrario, dichiarare che il governo russo sia responsabile dell’operazione di pirateria informatica contro il partito democratico, oppure che abbia volu­to influenzare il voto americano attraverso le operazioni sui social network, o anche che i consiglieri Trump abbiano cercato l’aiuto dei russi, non è dimostrato dai fatti, come vedremo.

Un esempio basterà per iniziare, prima di esaminare alcuni dei punti più sorprendenti di manipolazione delle informazioni e di scorrettezze compiute da rappresentanti delle istituzioni americane: il giorno 1° luglio del 2019, il giudice federale Dabney Friedrich emise un’ordinanza nel processo tra il governo degli Stati Uniti e la Concord Management and Consulting, società accusata di aver finanziato le operazioni della Internet Research Agency (IRA) per sostenere la campagna elettorale di Donald Trump. La IRA è quella “fabbrica dei troll” di San Pietroburgo che secondo i resoconti di stampa avrebbe speso milioni di dollari per impiegare centinaia di operatori per diffondere notizie false e “appoggiare la candidatura a presidente di Donald Trump”. Dopo l’atto d’accusa emesso dal Dipartimento di Giustizia Usa, a sorpresa gli avvocati della Concord si presentarono a Washington per difendersi, chiedendo di visionare le prove. Mueller e la sua squadra negarono, però, trincerandosi dietro motivi di sicurezza nazionale.
Dunque nel luglio 2019 il giudice prende una decisione clamorosa: concorda con l’imputato che non è corretto dire che il Cremlino fosse dietro la campagna sui social, in quanto non è stata presentata alcuna prova in quella direzione! Ammonisce il procuratore speciale Mueller, dicendo che fare affermazioni di questo tipo lede i diritti dell’imputato, precludendo la possibilità di un processo equo. Con questa ordinanza, un giudice federale americano sembra smontare buona parte dell’impalcatura del Russiagate: non ci sono prove di interferenze nella campagna elettorale da parte del governo russo. Ma il procuratore dice che le prove sono state trattenute per motivi di sicurezza nazionale. Insomma, le prove ci sono ma non si possono dare, perché si dovrebbero svelare dettagli in merito alle fonti e ai metodi utilizzati dal governo USA. Alla fine, il 16 marzo 2020 il Dipartimento di Giustizia decide di ritirare le accuse contro Concord, valutando che non vale la pena rivelare i segreti e agire contro una società che comunque non può essere punita essendo in Russia.

Cosa significa tutto questo? Che la IRA non interviene sui social network? Lo farà, ed è possibilissimo che cerchi di influenzare l’opinione pubblica americana. Ma si sono costruiti innumerevoli articoli e analisi sulla base di un assunto senza alcuna prova, l’assunto centrale per tutte le indagini del Russiagate. Non solo l’informazione, ma la politica di intere nazioni si basa su una versione dei fatti che è senza fatti. E non è certamente l’unico caso, come vedremo. A questo punto, senza avere alcuna simpatia particolare per Vladimir Putin o gli hacker, va detto che l’onere della prova non è stato assolto; la conclusione non è che dobbiamo essere tutti amici della Russia, ma occorre chiedersi a quale scopo le istituzioni d’intelligence americane sono intervenute in modo così prepotente, e se il loro obiettivo non andasse ben oltre la semplice scoperta della verità2.

Questa lunga citazione serve per comprendere come un clima da scontro interno, tra due diversi intendimenti della ragion di Stato e delle sue prerogative si sia sviluppato da subito, immediatamente dopo un’elezione presidenziale che nel novembre del 2016 «scioccò l’America, e il mondo. Fu una vittoria strettissima, con un voto popolare di minoranza, conquistata principalmente grazie al margine di appena 77 mila voti totali tra tre stati chiave: Michigan, Wisconsin e Pennsylvania, parte della cosiddetta “Rust Belt” (la cintura arrugginita), cioè gli stati altamente industrializzati che negli ultimi decenni hanno perso tanti posti di lavoro nelle manifatture»3.

Nonostante il fallimento delle accuse per il Russiagate, le stesse e le ragioni che le accompagnavano hanno finito così col plasmare un dibattito pubblico che ha finito troppo spesso col ridursi al pro o contro Trump.

Un esempio particolarmente ironico di questo fenomeno è avvenuto nelle varie manifestazioni contro il presidente già a partire dal giorno della sua inaugurazione: ha fatto specie vedere dimostranti femministe, e comunque rappresentanti di un mondo antagonista di sinistra, alla Marcia delle donne, portare cartelli con dichiarazioni come “Credo nell’intelligence”. Da quando la gente scende in strada per appoggiare l’FBI e la CIA, agenzie da decenni oggetto di scetticismo tra la popolazione in generale, ma anche sospettati di complotti e operazioni nefaste tra chi contesta le istituzioni? Non è lontano il 2003, quando le agenzie d’intelligence svolsero un ruolo fondamentale nella manipolazione delle informazioni per giustifi­care la guerra in Iraq; per non parlare dei siti ‘neri’ e della tortura negli anni successivi, e anche della sorveglianza della popolazione americana nel nome del contrasto alla guerra al Terrorismo. Nel 2016, però, molte persone che si erano giustamente indignate per questi abusi decisero che quando si trattava di combattere Donald Trump, tutto era lecito, anche se significava appoggiare la CIA4.

Sono proprio queste osservazioni di Spannaus a suggerire che occorre ragionare sulle cause profonde, non solo sociali, dell’attuale discussione sulla possibilità di una guerra civile negli Stati Uniti. C’è infatti da chiedersi chi stia spingendo di più su quel pedale: Trump con le sue parole provocatorie e i suoi appelli al “tenersi pronti” rivolti alle milizie che lo sostengono e ai suprematisti bianchi o il seme della rivolta ormai diffusosi ovunque oppure, ancora, un deep state rappresentante di ipotesi politiche e finanziarie che non hanno mai gradito l’ascesa del “rozzo e populista” Trump al potere? Non si tratta di fare del complottismo, ma piuttosto di imparare a vagliare con estrema attenzione la narrazione mainstream “democratica” che ad ogni piè sospinto viene fatta qui in Italia dai media e dalla sinistra istituzionale e non, prigioniere, soprattutto la seconda, di una visione di una lettura troppo semplificata della realtà politica e sociale americana (e non solo). Tenendo conto che lo scontro interno tra le maggiori istituzioni, di cui si parlava prima, non è certo tra Democrazia e Fascismo, ma tra interessi finanziari globalizzati e una gestione politica ed economica “nazionalista” che vorrebbe riportare a casa una parte degli investimenti produttivi fatti all’estero.

Certo, come era prevedibile fin dall’inizio, Trump ha mantenuto poco o nulla della sua promessa elettorale, sia sul piano della politica estera (come ben spiega il testo di Spannaus) che su quella della politica economica rivolta a dare respiro a una working class bianca fortemente provata dalla globalizzazione e ad una lower middle class che ha visto erodere i suoi margini di risparmio e benessere nel corso degli ultimi decenni. Entrambe ormai costrette a fare i conti con una severa ri-proletarizzazione che spinge i suoi rappresentanti a frequentare lavori e sussidi un tempo principalmente riservati agli afro-americani, ai latinos e alle altre minoranza etniche. E qui è d’uopo riportare ancora una sintetica annotazione del giornalista americano:

Come aveva capito Martin Luther King Jr., già negli anni Sessanta, senza battersi per la giustizia economica e contro le disuguaglianze in generale, non è possibile ottenere appieno i diritti civili.
È su questo tema che si vede una interessante confluenza tra la battaglia per la giustizia razziale e quella economica. Le proteste per la morte di George Floyd sono avvenute in un momento già difficile per il paese, quando una grossa fetta della popolazione soffriva degli effetti di un’economia sbilanciata, facendo intravedere la possibilità di un ampio movimento contro la manifestazione dell’ingiustizia in più forme5.

Sul piano della politica estera Trump ha raggiunto, e solo parzialmente, due obiettivi: sganciarsi dalla politica di Obama in Medio Oriente, da un lato, raggiungendo un accordo tra Israele e stati del golfo che non potrà portare che altra tensione nell’area e una politica più aggressiva nei confronti della Cina e del suo commercio. Questa seconda, occorre dirlo, pienamente condivisa da Biden e dal Partito Democratico (oltre che da quello repubblicano).

Tutte politiche, ad esempio anche quella nei confronti della Corea del Nord, giocate sul filo del rasoio, tra minacce e trattative che in alcuni casi potrebbero facilmente sfuggire di mano e dare inizio ad autentici conflitti. Oppure a compromettere i rapporti interni alla stessa Alleanza Atlantica, con la conseguente moltiplicazione di situazioni di crisi. Pensare però, anche in questo caso, che il rimescolamento, anche parziale, delle carte sul piano internazionale sia soltanto frutto dell’ingegno o della stoltezza del Presidente dal ciuffo tinto potrebbe però rivelarsi fuorviante, impedendo di cogliere in questo alternarsi di tentennamenti e fughe in avanti, la crisi di una super potenza che deve decidere il proprio riposizionamento internazionale in un momento di crisi della globalizzazione e del suo ruolo egemonico all’interno di quest’ultima.

Sul piano economico interno, è stato chiaro fin dagli inizi, la presidenza Trump ha puntato su una politica di tipo mercantilistico basata sul mantenimento e la difesa della produzione nazionale (Buy American!) attraverso il protezionismo doganale e la rinegoziazione degli accordi commerciali internazionali, non solo con la Cina, ma anche con gli (ex?) alleati europei. Politica che fino ad ora non ha migliorato molto le condizioni di lavoro e salariali degli operai dell’industria e nemmeno ne ha causato un significativo aumento in termini occupazionali.

La crescita occupazionale, esattamente come durante la presidenza Obama, si è basata sulla diffusione di impieghi e lavoretti non garantiti, soprattutto nel settore dei servizi al consumo e nella distribuzione6, mal pagati, non garantiti e, soprattutto, con orari settimanali inferiori alle 29 ore. La questione dell’orario “ridotto” non è secondaria poiché nel sistema americano soltanto a partire da o al di sopra delle 30 ore i datori di lavoro devono fornire ai dipendenti un minimo di assicurazione sanitaria. Le belle parole di Trump sul Make America Great Again, rivolte soprattutto ad un elettorato bianco legato al lavoro produttivo, in realtà, sono soltanto servite a coinvolgere i lavoratori nelle politiche economiche nazionali senza garantire loro alcuna garanzia o miglioramento, come la pandemia e la crisi che ne è conseguita hanno chiaramente dimostrato.

black and white next civil war

Spannaus, con abbondanza di dati ed argomentazioni, parla di tutto ciò, ma sembra voler tracciare, con troppa convinzione ideologica, una netta linea di demarcazione tra il “Sistema americano”, così come si è delineato nelle politiche protezionistiche e di intervento statale che hanno caratterizzato la storia economica degli Stati Uniti dall’Ottocento al XX secolo, dal Ministero del Tesoro retto da A. Hamilton fino alla presidenza di F.D. Roosvelt , e il fascismo. Nel negare questa definizione per il personaggio Trump, il giornalista, che cerca di ridurre il fascismo ad una politica sostanzialmente autoritaria e razzista, dimentica infatti che la prima caratteristica del fascismo, che occorre sempre ricordare scaturì dal socialismo partecipativo della Seconda Internazionale, è quella di convincere oppure costringere i lavoratori alla condivisione degli interessi dell’economia e della produzione nazionale, alleandosi con le imprese e con lo Stato (concertazione, Carta del Lavoro o New Deal che sia). Finendo col sottomettersi completamente agli stessi. Certo il Fascismo usa anche il razzismo, l’autoritarismo e la violenza, tutti e tre strumenti pratici ed ideologici più antichi, che raggiungono però il pieno del loro vigore e della loro pericolosità in un contesto in cui una parte significativa dei lavoratori, schiavizzati dal capitale, ne interiorizzi individualmente e ne sussuma completamente, in quanto classe, gli interessi e le prospettive.

Ma Spannaus appare troppo affascinato dalle virtù terapeutiche dell’intervento economico dello Stato, soprattutto per quanto riguarda la monetizzazione del debito e l’occupazione, per comprendere o, almeno, per ricordare ciò. Anche se, occorre dirlo, nella sua analisi storica del Sistema americano la sintetica ricostruzione della storia del Partito Repubblicano e della sua componente radicale ottocentesca (quella di Lincoln per intenderci) serve sicuramente ad aprire gli occhi dei lettori anche sulle origini e la storia del Partito Democratico. Un tempo rappresentante degli interessi delle élite degli stati del Sud e oggi di una parte significativa di quelle attuali.

Una delle lezioni da trarre, da un libro di cui si consiglia comunque la lettura, potrebbe infine essere la seguente: una guerra civile val la pena di essere combattuta solo per gli interessi di classe e per un reale avanzamento di tutta la società e per questo sia Black Lives Matter e Antifa che le varie organizzazioni dal basso degli afro-americani e dei lavoratori bianchi e latinos impoveriti, dovranno ben valutare le spinte in quella direzione, su cui soffiano sia Trump che i suoi avversari istituzionali, entrambi grandi produttori e manipolatori di fake news. Pena il vedere stritolate in un autentico wargame di interessi contrapposti e lontani le spinte insurrezionali causate dalla crisi e dalle conseguenze della pandemia, oltre che dalle violenze razziste della polizia. Un gioco pericoloso in cui, chiunque sia il vincitore, a trionfare potrebbero essere ancora una volta soltanto gli interessi del capitale, dei suoi detentori e dei suoi grigi funzionari.

1) A. Spannaus, L’America post-globale, pp. 150-151

2) A. Spannaus, op. cit., pp. 30 – 32

3) op. cit. p. 27

4) op. cit. pp. 32-33

5) op.cit. p. 153

6) «Il più grande datore di lavoro negli Stati Uniti è Walmart, con circa 1,5 milioni di dipendenti. Il secondo è Amazon con oltre 400 mila. La classifica dei primi dieci contiene anche dei supermercati, fast-food e altre società di consegne e trasporto. Gli americani lavorano, ma i settori che assumono di più sono quelli dove gli stipendi sono bassi e gli impieghi sono spesso precari». op. cit., p.118

 

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Le autorità di occupazione israeliane hanno appena classificato il Polo Studentesco Democratico Progressivo (il ramo studentesco del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina - PFLP) come "terrorista".

È la terza più grande organizzazione studentesca dell'Università di Birzeit, nella Cisgiordania occupata, con migliaia di sostenitori che sono regolarmente oggetto di continui atti repressivi con  arresti ed intimidazioni. Recentemente, molti studenti di questa organizzazione sono stati arrestati dall'esercito israeliano, in particolare Mays Abu Gosh, Layan Kayed, Samah Jaradat e Qassam Barghouti.

In un comunicato stampa pubblicato il 21 ottobre, il Polo Studentesco ha sottolineato che "l'occupazione non ha alcuna legittimità per designare chi vuole come 'terrorista'". Ha continuato ricordando che "la resistenza è un diritto legittimo del popolo palestinese e noi siamo parte integrante del nostro grande popolo".  Hanno concluso la loro dichiarazione affermando che "il brutale occupante, con il suo esercito e la sua intelligenza, non minerà la nostra determinazione, i loro arresti, i loro processi e le loro minacce non ci indeboliranno! "Un leader del PFLP, da parte sua, ha detto che la designazione "è una medaglia d'onore per tutti gli studenti" e che il Polo Studentesco rimarrà "una spina nella gola dell'occupazione israeliana".


Né le designazioni di "terroristi" né gli arresti spezzeranno la resistenza dei giovani palestinesi per la liberazione della Palestina dal mare al fiume Giordano!

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