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Articoli filtrati per data: Thursday, 22 Ottobre 2020

Grande è la solidarietà che in questi mesi si è manifestata di fronte all’enorme ingiustizia che ha colpito Dana. Condividiamo l’appello della campagna di crowdfunding su Produzioni dal Basso nata per sostenerla durante la sua carcerazione e richiederne la liberazione immediata, lanciata da parte delle sue amiche ed amici, delle colleghe e dei colleghi.

CAMPAGNA DI CROWDFUNDING A SOSTEGNO DI DANA LAURIOLA, NOSTRA AMICA E COLLEGA, CONDANNATA A DUE ANNI DI CARCERE PER AVER PARLATO AL MEGAFONO DURANTE UN'AZIONE DIMOSTRATIVA PACIFICA.

“Se stiamo insieme non ci sconfiggeranno mai”
Dana Lauriola

Dana Lauriola ha 38 anni e da giovedì 17 Settembre è detenuta nel carcere di Torino, dove sconterà una pena di due anni per aver preso parte ad un' azione dimostrativa pacifica sull’autostrada Torino-Bardonecchia, nel Marzo 2012.

La manifestazione cui Dana prese parte comportò un danno economico ad Autostrade Italiane di poche centinaia di euro, che Dana e le altre persone imputate hanno rimborsato.

CHI E’ DANA?

dana

Dana è una ragazza di Torino, una giovane donna che ama la sua terra e che ha sempre lottato per difenderla, senza stancarsi mai e senza perdere il sorriso.

Chiunque la conosca non può non sapere che il suo attivismo nel movimento No Tav è parte integrante della sua storia, una storia di passione, di amore, di forza, di cura, di comunità, di onestà intellettuale.

Chiunque la conosca non può non sapere che la lotta per lei è un elemento naturale, e che la sua lotta passa per la sua dolcezza e per il suo ascolto affettuoso verso chiunque abbia incrociato la sua via.

Operatrice sociale in una cooperativa torinese che si occupa di sostegno a persone senza dimora, ha fatto della cura nei riguardi delle altre persone il suo lavoro, il suo modo di essere, il suo stile di vita, rimanendo sempre una combattente, una donna fiera e allegra.

Ha dei bei capelli folti e rossi, è alta, ride molto facilmente, apprezza l’ironia, ha la pelle chiara, parla lentamente in un modo che mette pace, è sagace, ed è capace, senza sforzi, di incoraggiare anche le pietre.

Saperla in carcere scontando una pena che definire sproporzionata è un eufemismo, è una sofferenza che chiunque abbia un minimo senso della giustizia, non può sopportare.

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Dana è stata punita perché porta sempre con sé la sua ribellione, l’orgoglio di appartenere ad un movimento, non se ne divide mai, non l’ha mai lasciato nel cassetto per comodità. E anche dopo la condanna Dana non ha avuto paura di continuare ad esprimere le sue idee e a manifestare il suo dissenso.

E questo l’ha portata a diventare uno scomodissimo emblema, un simbolo,
il simbolo di una comunità coraggiosa che non abbassa la testa.

Per la sua testa pensante e il suo cuore pulsante è stata punita. CHI SIAMO NOI?

foto da silvia

Noi siamo le amiche, gli amici, le colleghe e i colleghi di Dana.

Tra noi c’è chi la conosce da vent’anni, chi da cinque, chi da dieci, chi l’ha conosciuta sul lavoro, chi nel movimento No Tav, chi all’università, chi per amici e amiche comuni, chi ci ha studiato, chi ci lavora, chi ci ha preso il sole insieme sulla spiaggia, chi ci ha fatto campeggio insieme, chi ci ha passato nottate a giocare a Risiko!

Siamo diverse/i tra di noi, abbiamo età, generi, provenienze geografiche e background diversi, alcune/i di noi neanche si conoscevano tra loro prima di iniziare questa avventura.

Siamo semplicemente persone che le vogliono bene, che la stimano e che proprio non sono riuscite a guardare consumarsi un’ingiustizia di queste proporzioni con le mani in mano.

Quello che speriamo, è che il nome che abbiamo scelto per questa iniziativa sia di buon auspicio, che ci indichi la via per future libertà, per la libertà di tutti e tutte, perché Dana e l’avventura che abbiamo iniziato dedicata a lei, possa dare il via anche a sostenere altri casi come il suo, possa contribuire in qualche modo a far conoscere storie di ingiustizie simili e ci aiuti ad aprire gli occhi.

Vogliamo partire tendendo la mano a Dana, perchè sempre più mani si tendano e sempre più occhi si aprano. fb img 1602915625421 PERCHE’ QUESTO CROWDFUNDING?

Dana è una raga zza indipendente, ha sempre orgogliosamente lavorato e, seppur modestamente, ha sempre vissuto coi frutti del sudore della sua fronte.

La situazione della detenzione comporta un disagio economico a cui non si pensa se si ha la fortuna di non avere mai vissuto questa esperienza, direttamente o indirettamente.

Noi questa fortuna non ce l’abbiamo più.

Dana ha una casa in affitto dove viveva in Val di Susa, un percorso di studi universitari che aveva da poco ripreso per conseguire la laurea specialistica e gatti che ama e di cui si prendeva cura.

 immagine dana con gatto

Una voce economica importante tra i costi imprescindibili in questo momento, inoltre, è quella delle spese legali.

Considerando che il fatto per il quale è stata incarcerata è avvenuto nel 2012, il budget che leggerete sotto la voce di spese legali, va a coprire una causa di ben otto anni, e va a riferirsi alla difesa anche delle altre persone che, con Dana, hanno preso parte all’iniziativa e che come lei hanno dovuto affrontare un processo.

La vita in carcere in sè, inoltre, non è totalmente gratuita, come si potrebbe pensare: ogni persona detenuta, infatti, deve provvedere con le proprie forze economiche (per chi ne ha) a procurarsi alcuni beni di prima necessità non forniti dall’istituto carcerario (es. assorbenti, prodotti vari per l’igiene personale, stoviglie, radio…).

Va da sé che i detenuti e le detenute che non hanno qualcuno al di fuori delle mura carcerarie che possa occuparsi del loro sostentamento, avranno difficoltà a procurarsi alcuni beni di primaria importanza.

Dana ha sempre contato solo su sé stessa, e adesso tocca a noi sostenerla .

Abbiamo la certezza che lei farebbe la stessa cosa per chiunque di noi e anche di voi, anche chi non conosce! Prendere parte a questa iniziativa per noi ha anche il significato di ripagare la generosità che lei ha donato ogni giorno della sua vita, che ha dimostrato con tutte le persone che l’hanno incrociata, e che ha trasportato nel suo impegno politico e sociale, dandosi senza risparmiarsi per combattere tante forme di ingiustizia.

Dana è in carcere per aver partecipato, otto anni fa, ad una manifestazione pacifica, sta scontando una pena spropositata e incomprensibile, e ha bisogno del nostro sostegno, anche materiale, per andare avanti!

780 440 dana sostieni pdb PxhR1Fr COME VERRANNO SPESI I SOLDI RACCOLTI?

(proiezioni su base annua)

Spese studi universitari: 3.500 € Spese legali: 12.000 € Affitto di casa: 3.860 € Vita in carcere: 4.800 € Sostentamento gatti: 840 € Pertanto ci poniamo l'obiettivo di raccogliere almeno 25.000 €. Se supereremo questo goal, le donazioni andranno alle persone che hanno lottato insieme a Dana e che quindi potrebbero trovarsi a vivere la stessa ingiustizia e le stesse difficoltà. Perché è questo ciò che vogliamo: p artire da Dana per poi allargare la solidarietà. VOCI A SOSTEGNO DI DANA

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Grafica di Zerocalcare a sostegno di Dana accompagnata da queste parole:

"[...] E' francamente difficile prevedere che la vendetta passi per due anni di galera senza misure alternative, ai danni di una persona generosa con una vita spesa a difendere il prossimo e la terra che abita.
Non vi abbiamo potuto impedire di venirvela a pigliare, ma se pensate che mo ve la lasciamo per due anni in silenzio oltre che infami siete pure scemi. Daje forte Dana"

Tante sono state le voci autorevoli che si sono levate per protestare contro questa detenzione insensata, per citarne alcune:

Amnesty International , il cui portavoce italiano, Ricardo Noury, ha detto:

“Esprimere il proprio dissenso pacificamente non può essere punito con il carcere. L’arresto di Dana è emblematico del clima di criminalizzazione del diritto alla libertà d’espressione e di manifestazione non violenta, garantiti dalla Costituzione e da diversi meccanismi internazionali”

Greenpeace Italia , che ha dichiarato:

“L’idea che una persona, come in questo caso, venga condannata perché non si è “pentita” delle sue opinioni (espresse peraltro in maniera nonviolenta) è abominevole. Che questo presunto crimine sia poi “aggravato” dal luogo di residenza del “condannato” (quella Val di Susa dove centinaia di altre persone protestano per una scelta che ritengono esser stata presa sulla propria pelle) lo è forse anche di più”.

Erri De Luca , da sempre vicino al movimento No Tav, che anche in questa occasione non ha mancato di manifestare il suo pensiero, a sostegno, stavolta, di Dana, la nostra Dana. H a scritto:

“Considero l’operato della nostra Dana legittimo (…) So per certo che ogni ingiustizia pronunciata e eseguita contro di lei la rafforza.”

Il comitato nazionale delle Fondazioni lirico sinfoniche , in un post del 23 Settembre sulla sua pagina Facebook ufficiale, scrive:

“Nel caso di Dana fatichiamo a concepire una pena tanto sproporzionata rispetto al reato”

Aiutaci a sostenere Dana. Perchè questa sentenza,
ingiusta e crudele,
lede il diritto al dissenso di tutte e di tutti.
E difendere il diritto al dissenso significa
difendere il cuore della democrazia e della libertà.
La verità è che non lo facciamo solo per Dana,
lo facciamo per tutte e tutti noi.

 

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di Bruno Cartosio per Officina Primo Maggio

La storia dell’ultimo mezzo secolo è «la storia della fuoruscita del capitale dalla regolamentazione sociale entro cui era stato costretto dopo il 1945». Prendo a prestito le parole di Wolfgang Streeck – e dietro le parole buona parte dell’analisi contenuta nel suo Tempo guadagnato – per racchiudere in una frase un ragionamento che ho sviluppato altrove (in Dollari e no) e che non è possibile riproporre qui se non nella forma sintetica del giudizio storico-politico. La rottura del «contratto sociale», o «patto newdealista», imperniato sul riconoscimento reciproco tra grande capitale e organizzazione operaia, tutelato dallo Stato, è stata la precondizione per la reazione neoliberista che negli Stati Uniti ha avuto in Ronald Reagan il suo eroe eponimo. Da allora l’arco temporale della Terza rivoluzione industriale ha largamente coinciso con quello del neoliberismo hayek-friedmaniano, che ha cambiato la fisionomia delle élite capitalistiche, alterato in profondità la composizione sociale del mondo del lavoro e riportato indietro l’orologio del comando padronale sui lavoratori. Poi, gli eventi che tra il 2008 e oggi hanno sollevato ogni velo residuo sulla crisi epocale in atto. Infine, Trump e ora il Covid-19, e nel dramma della pandemia la sollevazione innescata dalla risposta afroamericana al razzismo intrinseco agli omicidi polizieschi. La grande, socialmente composita sollevazione si è rarefatta – le rubano spazio le ansie preelettorali, cui si è aggiunto il contagio di Trump – ma non si è spenta. Né si sono interrotti gli scatti di conflittualità che la «nuova» classe operaia, anch’essa composita e spesso precaria, ha aperto in questi ultimi anni lontano dalle fabbriche. Sul mondo del lavoro e su questa conflittualità sarà focalizzata qui l’attenzione. (Alla politica del razzismo e alla sollevazione degli ultimi mesi Officina Primo Maggio ha dedicato nel giugno scorso l’opuscolo Uprising/Sollevazione. Voci dagli USA).

La rottura del contratto sociale del lungo secondo dopoguerra arrivò alla fine degli anni Settanta, dopo un eccezionale ciclo di lotte operaie: tra il 1967 e il 1975, il numero di scioperi, di scioperanti e di ore di lavoro perdute fu il più alto della storia statunitense. La protesta operaia coincise con gli anni finali del Movimento e con la conclusione della guerra del Vietnam. Allora, la crescente automazione e la prima fase delle ristrutturazioni (re-engineering), delle esternalizzazioni (outsourcing) e delle delocalizzazioni avevano già abbassato il tasso di sindacalizzazione nel settore privato non agricolo, che dal 31,4% del 1960 era passato al 24,6% nel 1973; era poi sceso al 16,8% nel 1983, al terzo anno della presidenza Reagan; era all’8,3% nel 2003 e aveva continuato a scendere (fino al 6,2% nel 2019). Secondo l’Ufficio statistiche del lavoro, i salari reali, dopo avere raggiunto il livello massimo di 341,73 dollari settimanali nel 1972 (in dollari costanti del 1982), scesero fino ai 266,43 dollari nel 1992, al termine dei dodici anni di Reagan-Bush, per iniziare allora una lenta risalita fino ai 310,73 dollari del 2017. Ma quanto gli anni del capitalismo neoliberista abbiano tolto ai lavoratori lo dice un rapporto appena pubblicato dalla Rand Corporation: se negli ultimi 45 anni la distribuzione della ricchezza prodotta nazionalmente fosse avvenuta come negli anni compresi tra il 1945 e i primi anni Settanta, il lavoratore con il reddito mediano odierno di 50.000 dollari annui sarebbe arrivato a 92.000-102.000 dollari annui.

Lo sconquasso sociale e la rivoluzione tecnologico-finanziaria hanno cambiato il mondo del lavoro. Il «grande capitale» si è espresso sempre meno nella grande fabbrica manifatturiera, la cui presenza nel paese si è ridotta sempre più. Nei soli anni 1998-2015 il numero delle fabbriche con oltre 1000 dipendenti si è quasi dimezzato (da 1504 a 863) e di quelle con 500-999 dipendenti si è ridotto di un terzo. Tra il 1980 e il 2018, mentre la popolazione passava da poco più di 227 milioni a 327 milioni, i posti di lavoro nel manifatturiero scendevano da 18.640.000 a 12.809.000. Perfino nello hi-tech, che gelosamente trattiene la progettazione in patria, le lavorazioni «dure» sono delocalizzate, esattamente come per tutte le altre manifatture (meccanica, siderurgia, gomma, tessile, abbigliamento). Non lo sono, invece, i mestieri della sanità e dei servizi alla persona, del commercio al dettaglio, dei servizi pubblici, della produzione alimentare e così via.

La General Motors non è più il maggior datore di lavoro degli Stati Uniti; oggi è al ventitreesimo posto. Al primo c’è Walmart, al secondo McDonald’s. Negli ultimi anni, entrambi i colossi sono stati investiti dalle lotte per gli aumenti salariali e la sindacalizzazione. Walmart ha accettato gli aumenti a 12 dollari orari in 500 suoi punti vendita negli Stati Uniti, ma ha preferito chiuderne uno in Canada piuttosto che accettare la sindacalizzazione decisa dai suoi dipendenti. Nonostante la manodopera di McDonald’s – in gran parte assunta come autonoma – sia organizzata in modi tali da prevenire la possibilità stessa della sindacalizzazione, è stata al centro di lunghe lotte per i diritti e per i 15 dollari orari (le fights for 15$), raccogliendo vasti appoggi e successi in molte città e stati. Anche gli operai della Gm, dopo anni di silenzio, hanno fatto uno sciopero di 40 giorni nell’autunno 2019. Ma i grandi dello hi-tech restano padroni assoluti in casa loro. Apple, Microsoft, Amazon, Facebook e Alphabet (Google), che nel loro insieme “valgono” 7,3 trilioni di dollari, sono non-union. E dettano la linea, come sottolineava la rivista In These Times ad agosto: i sindacati sono assenti anche dalla quasi totalità delle aziende minori del settore.

Il loro antisindacalismo, o assolutismo padronale, non è un effetto avverso della pandemia, ma un fatto strutturale, che lo sciopero (globale) di un giorno contro Google del novembre 2018 e i ripetuti tentativi di penetrazione sindacale ad Amazon non hanno scalfito. Anzi, come in altri tempi, chi ha fatto attivismo filo-sindacale è stato licenziato o emarginato. Unica eccezione significativa il voto, nel febbraio 2020, con cui i lavoratori di Kickstarter – a suo modo un’azienda hi-tech – hanno deciso di aderire al sindacato. In ogni caso, le risorse finanziarie e umane della Cwa (Communication Workers) e della Opeiu (Office and Professional Employees, protagonisti del successo a Kickstarter) sono lungi dall’essere sufficienti per lanciare una campagna su vasta scala, soprattutto se a innescarla non sono agitazioni e movimenti interni alle aziende.

Come sappiamo, la sindacalizzazione dei settori portanti della Seconda rivoluzione industriale – auto e siderurgia – avvenne grazie a grandi battaglie durante tutti i primi decenni del Novecento e si concluse con la «Legge Wagner» e il Committee for Industrial Organization (Cio) negli anni della Grande depressione e del New Deal. Gli spezzoni di classe alla testa di quei processi compositivi furono gli operai non qualificati delle grandi fabbriche. Oggi, ammettendo la possibilità di immaginare che nella crisi attuale la ripresa delle lotte e la sollevazione in atto possano avviare una fase di ricomposizione, potrà questa partire dai non qualificati odierni? Gli afroamericani e ispanici oggi, come gli immigrati allora?

Tralasciando il persistere dei pregiudizi etnico-razziali (di casta), due cautele devono frenare l’immaginazione. La prima: i luoghi centrali della Terza rivoluzione industriale e del nuovo secolo sono del tutto o quasi «liberi» da antagonismi organizzati al loro interno, e non è fatta di operai unskilled la manodopera che caratterizza l’occupazione nello hi-tech. Diversamente da quelle di un secolo fa, le nuove roccaforti dovrebbero essere assediate e penetrate dall’esterno. La seconda: esercitare un’egemonia implica la capacità non solo di attuare singole lotte, ma anche di allargarle politicamente – come in questi mesi: la rivolta afroamericana diventata sollevazione generale – e farle durare, mobilitando le persone e mantenendo le continuità organizzative e i ricambi interni necessari per tenere vive nel tempo le forze per la lotta. In questo si gioca la nuova partita. Non è un caso che sempre più spesso venga richiamato proprio l’esempio del Cio, vale a dire l’interazione tra attività rivendicative organizzate e azioni di protesta autonome e scioperi selvaggi, tra forze operanti nei luoghi di lavoro e altre nella società, contro disoccupazione e sfratti: tutte le forme di mobilitazione dal basso dell’antagonismo sociale e della resistenza che portarono alla creazione dei maggiori sindacati negli anni Trenta. Non è il caso di entrare nel merito della storia successiva delle politiche sindacali. Nei decenni passati abbiamo criticato il «fabbrichismo», l’economicismo e spesso l’opportunismo politico delle unions. Ma abbiamo anche dato conto della brutale de-sindacalizzazione con cui il capitalismo neoliberista ha portato le organizzazioni operaie del settore privato alla quasi irrilevanza odierna. Per questo vale ancora il monito di un militante politico del secondo dopoguerra, che dopo avere criticato il suo sindacato, la Uaw, diceva, «un sindacato è meglio che niente sindacato»: a parità di mansione, i salari dei lavoratori non sindacalizzati sono il 70% di quelli dei sindacalizzati. Inoltre, come scrivono i ricercatori dell’Economic Policy Institute, «solo i due terzi dei lavoratori non-union hanno l’assistenza sanitaria tramite il posto di lavoro, contro il 94% dei sindacalizzati […] e l’86% di questi ultimi hanno diritto a congedi di malattia pagati per curarsi o curare i familiari, contro il 72% dei lavoratori non-union».

Questo, nel complesso, era il quadro all’inizio del 2020. La pandemia ha peggiorato le cose. Anzitutto, per i devastanti effetti sulle persone: a fine settembre i contagi avevano superato i 7,3 milioni e i decessi erano quasi 210.000. E poi per le ricadute dirette sul mondo del lavoro: la disoccupazione ha sfiorato il 20% nel mese di aprile, per ridiscendere lentamente nei mesi successivi e assestarsi intorno all’8% a fine settembre (per i bianchi è passata dal 14,2% al 7%; per i neri, dal 16,7% al 12,1%, per gli ispanici dal 18,9% all’10,3%). Le riaperture rivendicate da molte aziende e gruppi «libertari» di destra, e incoraggiate da Trump, hanno prodotto il rialzo progressivo dell’occupazione e favorito, d’altra parte, una nuova ondata di contagi, il cui picco è giunto a un’altezza doppia rispetto a quello di aprile.

All’inizio di agosto, secondo il Dipartimento del lavoro, erano ormai venti le settimane di fila in cui le richieste di sussidio di disoccupazione superavano il milione. I percettori di sussidi erano allora 32 milioni, ma i posti disponibili sul mercato del lavoro erano in quel momento meno di 6 milioni. L’ondata di licenziamenti e sospensioni (a salario zero) ha messo in piena luce sia l’indifferenza e inadeguatezza dell’amministrazione Trump nell’affrontare la pandemia e le sue ricadute sociali, sia anche, però, la storica debolezza sindacale nel difendere l’occupazione. A questa, va detto, ha contribuito il perdurante antioperaismo della legislazione del lavoro che, riscritta decenni fa per ostacolare la sindacalizzazione dei singoli luoghi di lavoro e impedire gli scioperi di solidarietà, giace immodificata. Nonostante le perenni pressioni sindacali è rimasta tale sotto tutte le amministrazioni, democratiche e repubblicane. Ora, Joe Biden ha dichiarato che, se eletto, sarà «il presidente più vicino al mondo del lavoro che ci sia mai stato».

Il Covid-19 è stato una benedizione per i grandi dello hi-tech. I loro profitti hanno avuto un’impennata, sono cresciute l’occupazione e le paghe dei loro dipendenti. C’è chi ha scritto di un generale aumento delle retribuzioni. Ma non è stato altro che l’effetto della sparizione dei salari dei lavoratori a basse paghe che hanno perso il posto nelle attività «non necessarie» sospese o ridotte (edilizia, manifatture e trasporti), e a causa del crollo del mercato nella ristorazione e negli alberghi, nel commercio al dettaglio e nelle consegne, nel lavoro di cura, nel facchinaggio e nella manovalanza ecc. Tutti campi in cui neri e ispanici, uomini e donne, costituiscono la gran parte dei dipendenti. Per oltre i due terzi di loro, il salario è stato sostituito dai sussidi di disoccupazione, che in genere hanno una durata di 26 settimane e importi variabili (in media, 382 dollari settimanali). A chi ha perso il lavoro a causa di chiusure specificamente dovute al Covid-19, è stato reso disponibile un sussidio di emergenza – in base alla «Legge Cares» del marzo 2020 – di 600 dollari per 13 settimane. Infine, un contributo una tantum di 1200 dollari è stato assegnato da Trump a chiunque abbia dichiarato nel 2019 un reddito fino a 75.000 dollari (l’importo si è ridotto progressivamente per chi ha superato quella soglia ed è arrivato a zero per i redditi da 99.000 dollari in su). Le provvidenze di emergenza sono state volute da entrambi i partiti, ed è grazie ai democratici che sono state portate al livello minimo vitale per un paese in cui i posti di lavoro non sono protetti. Ma la loro durata è terminata il 31 luglio e i repubblicani hanno finora impedito il loro prolungamento.

Gli effetti della pandemia sono stati e sono nefasti. Insieme ai molti che hanno perso il lavoro – e con esso anche le coperture assistenziali e previdenziali che arrivano agli occupati tramite l’azienda – tanti altri il posto lo hanno conservato negli ospedali e nelle case di cura, nei macelli e nelle aziende di trattamento delle carni, nei servizi e trasporti pubblici, luoghi dove le condizioni di lavoro, il contatto con il pubblico e le scarse misure di sicurezza hanno favorito la diffusione dei contagi. E infatti donne e uomini afroamericani e ispanici sono stati i più colpiti. Non è la genetica che spiega la maggiore diffusione delle infezioni in queste fasce di popolazione, è la collocazione lavorativa e sociale. E anche la minore possibilità delle persone di accedere a medicine, cure e strutture cliniche – sia prima, sia durante la pandemia – ha fatto salire il loro tasso di mortalità. E la loro esasperazione. Tutto ciò aiuta a capire la collera esplosiva che l’insensato ma tipico omicidio di George Floyd il 25 maggio ha innescato nella comunità nera.

Le minoranze nera e ispanica sono oggi all’incirca un quarto della popolazione, ma spettano a loro le quote più alte di lavoratori nelle mansioni a basso salario e nei servizi «poveri». Sono anche i più disponibili all’adesione sindacale. In questi mesi, da parte loro, non c’è stata solo la risposta rabbiosa agli omicidi polizieschi e alla precarietà dell’esistenza. Così come negli anni scorsi, nelle fasi di stanca degli operai di fabbrica, sono stati loro a dare vita ai conflitti sociali più significativi.

Ispanici e afroamericani, uomini e donne, avevano condotto e vinto l’inattesa lotta dei janitors di Los Angeles, e sono stati loro che hanno fatto di Las Vegas una delle città più sindacalizzate del paese. Negli ultimi due-tre anni le donne ispaniche e nere sono state le protagoniste principali delle lotte diffuse per l’innalzamento delle paghe orarie a 15 dollari, per il riconoscimento di mansione e inquadramento «operaio» e per il riconoscimento del sindacato nei luoghi della ristorazione veloce. Ora, nei mesi della pandemia, sono state loro a riprendere gli scioperi contro McDonald’s nelle maggiori città e le protagoniste delle lotte negli ospedali e nelle case di cura dove erano state assunte temporaneamente – in risposta alle urgenze della pandemia – e poi licenziate al calare dei contagi. Sono maschi neri, invece, gli autisti di bus urbani di Detroit e Birmingham, i netturbini di Pittsburgh e New Orleans e i manovali dei supermercati Kroger a Memphis che hanno scioperato contro l’assenza di protezioni dal contagio.

In tanti altri casi la composizione è stata mista. Il numero delle azioni di protesta messe in atto nei mesi della pandemia, scriveva il sociologo Mike Davis su The Nation a metà giugno, «arrivano probabilmente a 500». Le loro dimensioni, salvo casi come gli scioperi dei portuali della West Coast o dei lavoratori di cantieri navali del Maine, spesso non sono state eclatanti. Ma è interessante, scrive Davis, che in esse sono stati coinvolti sia sindacati (National Nurses, Service Employees, Electrical Worker tra gli altri), sia gruppi di militanti, alcuni dei quali con nomi significativi: Amazonians United, Whole [Food] Worker, Fight for 15$, Target Workers Unite e Gig Workers Collective.

Sono grandi la diversità dei soggetti coinvolti, la varietà delle istanze in gioco e la dimensione locale di molte proteste. Tuttavia, non va sottovalutata la ricerca di coordinamento nell’organizzazione di alcune mobilitazioni generali, nonostante la pandemia: lo sciopero in tutti i porti del Pacifico il 19 giugno e le due mobilitazioni nazionali del 1° maggio e del 20 luglio. Sono altamente simboliche le date e il titolo delle manifestazioni: nella prima è significativa la scelta del 19 giugno, per gli afroamericani, Juneteenth, che celebra il giorno in cui fu data nel Texas la notizia che la schiavitù era abolita; nella seconda, è carico di significati il richiamo ideale alla storia, nazionale e internazionale, della classe operaia; e nella terza, intitolata «Strike for Black Lives», si riconoscono in pieno le ragioni della protesta nera odierna e il radicamento nero nel mondo del lavoro e si rinforzano sia il collegamento politico, sia il carattere di casta e classe della sollevazione in atto, anch’essa così socialmente composita. Non è poco.

Bibliografia Cartosio, Bruno, Dollari e no, DeriveApprodi, Roma 2020. Streeck, Wolfgang, Tempo guadagnato, Feltrinelli, Milano 2013.

 

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Le notizie che giungono dalla Nigeria, in particolare da Lagos, la capitale economica, sono a dir poco spaventose. Anche il segretario generale dell”Organizzazione delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, in un comunicato rilasciato dal suo portavoce, condanna le violenze della polizia che si sono verificate ieri sera nella metropoli nigeriana.

Proteste di giovani nigeriani represse dalla polizia

Le cariche delle forze dell’ordine hanno causato nuovamente la morte di molti civili, soprattutto di giovani, mentre tanti altri sono stati feriti, alcuni in modo grave. Dopo un coprifuoco di 24 ore su 24 imposto dal governatore del Lagos State, Babajide Olusola Sanwo-Olu, in vigore fino a nuovo avviso, un migliaio di persone, per lo più giovani, hanno sfidato l’ordine impartito dalle autorità e sono scesi nelle strade per manifestare pacificamente.

Le cariche della polizia hanno investito manifestanti, in particolare a Lekki, un quartiere periferico di Lagos, lasciando una scia di dolore sul terreno. Africa ExPress ha ricevuto numerosi video e foto dai suoi stringer che confermano ciò che si è verificato nella serata di ieri.

Anche BBC Africa conferma le violenze nei suoi reportage: edifici incendiati, molti danni materiali, ma soprattutto sostiene che hanno perso la vita parecchi nigeriani. Secondo Amnesty International almeno 12 persone sono state ammazzate nella serata di martedì durante l’intervento dei militari. Le autorità di Lagos, invece ammettono la morte di una sola persona, ma non negano il ferimento di diversi manifestanti.

 

 

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Manifestazione a Lagos, Nigeria

Un testimone oculare che ha preferito mantenere l’anonimato, ha riferito ai reporter della BBC che verso le 18.00 ora locale, la polizia ha aperto il fuoco contro le persone che manifestavano pacificamente nella periferia di Lagos.

Gli organizzatori della protesta hanno fatto sapere: “I rapporti degli ospedali e testimoni oculari confermano la brutalità della polizia nei confronti di almeno mille manifestanti, che hanno sfilato pacificamente per chiedere una buona governance e di mettere un punto finale alla violenza delle forze dell’ordine”.

Anche oggi nella metropoli le proteste non si sono fermate e parecchi edifici sono stati incendiati; la polizia ha posizionato diversi blocchi stradali e ha sparato in aria per disperdere i manifestanti che non hanno rispettato il coprifuoco. Ma non solo a Lagos, anche a Abuja, la capitale della ex colonia britannica, regna il caos più totale. Molti leader tradizionali sono stati evacuati dalla polizia e le loro case sono state saccheggiate.

Da settimane la popolazione protesta in ogni parte del Paese contro la violenza della SARS (acronimo inglese per Special Anti-Robbery Squad) e la mal governance. Muhammadu Buhari, presidente della Nigeria al suo secondo mandato ed ex golpista del 1983, ha sciolto il corpo di polizia militarizzato l’11 ottobre scorso, ma le contestazioni non si sono fermate. I giovani chiedono ampie riforme in tutti settori.

 Disordini si sono verificati anche in altri Stati, anche laddove è stato imposto il coprifuoco totale. Il primo ad imporre tali misure è stato il governatore dell’Edo State. Lunedì, 19 ottobre 2020, il segretario, Osadorion Ogie, ha firmato una ordinanza in tal senso. Le autorità hanno giustificato tali misure per proteggere i cittadini dopo diversi incidenti e vandalismi che si sono verificati nell’area durante le proteste giovanili.

I manifestanti sfilano ovunque con l’hashtag #EndSars, che i tifosi italiani hanno visto anche sulla maglietta del calciatore nigeriano Victor Osimhen, attaccante del Napoli durante la partita contro l’Atalanta. Il centravanti ha voluto così sensibilizzare i tifosi contro ciò quanto sta accadendo in Nigeria.

Cornelia I. Toelgyes per Africa-express

 

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In Siria del nord le milizie jihadiste alleate della Turchia, che occupano militarmente porzioni di territorio che apparterrebbero al confederalismo democratico e all’Amministrazione autonoma della Siria del nord e dell’est, hanno attaccato le Forze Siriane Democratiche via terra e via aerea nella provincia di Ayn Issa.

Il punto della situazione in un territorio, quello del Rojava, dove la situazione rimane quella di guerra, resistenza e occupazione di alcuni cantoni da parte della Turchia e dei suoi alleati, e su cui in questi mesi di pandemia è calata l’attenzione. Proprio l’epidemia da Covid-19 è un altro dei problemi con cui le istituzioni rivoluzionarie della Siria del nord si trovano a fare i conti: decine i morti in questi giorni della cosiddetta “seconda ondata pandemica” e numerosi i contagi, in un contesto di guerra, occupazione militare ed embargo, dove le strutture sanitarie non sono attrezzate in maniera adeguata per far fronte all’emergenza sanitaria.

Rimane irrisolto anche il nodo delle migliaia di prigionieri, militanti o ex militanti di Isis e le loro famiglie, da anni in custodia alle Forze Siriane Democratiche che a più riprese hanno chiesto alla comunità internazionale di farsi carico di queste persone istituendo dei tribunali internazionali. Richieste cadute sistematicamente nel vuoto.

Infine martedì 20 ottobre il Comune di Torino avrebbe dovuto decidere sulla proposta di intitolare uno spazio pubblico a chi ha perso la vita combattendo contro l’Isis e alle migliaia di vittime dello Stato Islamico. La seduta dell’apposita commissione, però, è stata rinviata a data da destinarsi.

Abbiamo parlato di tutto questo con Davide Grasso, nostro collaboratore ed ex combattente internazionale nelle Unità di Protezione del popolo Ypg in Siria del nord. Ascolta o scarica.

Da Radio Onda d'Urto

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JOHN REED, L'UNICO AMERICANO SEPOLTO AL CREMLINO

"I lavoratori fanno bene a capire che il nemico non è la Germania né il Giappone; il vero nemico è quel 2% degli Stati Uniti che detiene il 60% della ricchezza nazionale, quella banda di "patrioti" senza scrupoli che li ha già derubati di tutto quello che possedevano e che ora progetta di farne dei soldati che custodiscano il loro bottino. Noi diciamo ai lavoratori di prepararsi a difendersi contro questo nemico."

(John Reed, da un articolo pubblicato su The Masses nel luglio 1916)

 

Nato a Portland il 22 ottobre 1887 e laureatosi ad Harvard nel 1910, Reed era figlio di un liberale di Portland, nell'Oregon, che s'era coltivato le antipatie locali per avere avversato il trust dei legnami. Ad Harvard, Reed faceva parte della redazione sia del Monthly che del Lampoon; era inoltre capitano della squadra di polo acquatico e figura di primo piano alle partite di football e nei club musicali e teatrali, dove godeva di una certa fama per le sue poesie.

Diventato in breve tempo uno dei migliori giornalisti americani John Reed arrivò in Russia nel settembre del 1917. In Russia, dove fu imprigionato per trentun volte, vide i sintomi di una rivoluzione imminente. Reed non era propriamente un rivoluzionario. Votò per Woodrow Wilson nel 1916, "perché Wall Street era contro di lui". Egli era contrario al conflitto della prima guerra mondiale. Sapeva che quella era una guerra imperialista; si rendeva conto che il capitalismo prima o poi doveva essere battuto e voleva dare il suo contributo in questa lotta; ma non aveva nessun piano concreto per la distruzione dell'ordine esistente e solo la più vaga idea del tipo di sistema sociale che doveva sostituirlo. Aspettava di vederlo coi propri occhi, e in quei dieci giorni che sconvolsero il mondo la vide.

Non ci fu mai il minimo ondeggiamento nelle idee di Reed, dopo di allora. Sapeva che solo il proletariato poteva distruggere il capitalismo, che esso doveva essere guidato da un partito disciplinato, essere pronto a resistere alla violenza dei suoi nemici e a conquistare la macchina governativa per stabilire la propria supremazia. John Reed non era mai stato un teorico, ma sapeva imparare da ciò che vedeva, e vedeva con straordinaria chiarezza: la sua formazione era stata quasi esclusivamente un processo di osservazioni dirette. Trotskij lo definì "un uomo che sapeva vedere ed ascoltare." Egli si mise a disposizione dell'Ufficio di Propaganda Rivoluzionaria Internazionale, che preparava giornali ed opuscoli da distribuire tanto tra gli eserciti degli Alleati quanto tra quelli dell'Intesa. Parlò anche, nel gennaio del '18, ai Soviet Panrussi. Tuttavia il suo compito principale, come lui e i capi della Rivoluzione lo concepivano, era quello di raccogliere materiale sulle lotte rivoluzionarie e l'organizzazione dei Soviet, in modo che fosse possibile spiegare tutto ciò agli operai americani.

Il 6 novembre era presente alla prima seduta dell'Assemblea Panrussa dei Soviet ed entrò con le prime truppe bolsceviche nel Palazzo d'Inverno. Il 13 novembre Lenin mandò per suo tramite un messaggio al proletariato rivoluzionario di tutto il mondo: «Compagni, la prima repubblica proletaria vi invia il suo saluto: vi esortiamo a impugnare le armi per la rivoluzione internazionale socialista!»

Poiché le sue carte gli vennero confiscate appena fu sbarcato in America, egli non poté cominciare subito il libro, ma narrò la storia della Rivoluzione sul Liberator, che aveva preso il posto del soppresso Masses, e nel corso di conferenze tenute in numerose città. Quando le sue carte gli furono restituite, egli scrisse Dieci giorni che sconvolsero il mondo. "Dieci giorni" fu il suo contributo principale alla prima causa, ma non il solo: messo al bando dalla stampa capitalistica, scriveva largamente per quella radicale e faceva conferenze ininterrottamente per tutto l'Est e il Middle West, ancorché l'arresto fosse sempre un pericolo incombente e, cinque o sei volte, divenisse anche una realtà. Nell'organizzare l'ala sinistra del movimento socialista nordamericano, divenne anche I'anima dei giornali Età rivoluzionaria e La Voce del Popolo.

Quando nacque in America il Partito Comunista del Lavoro, il 31 agosto 1919, egli ne fu uno dei capi riconosciuti. Non c'è da stupirsi, quindi, se Reed fu accolto entusiasticamente al suo ritorno in Russia nell'autunno 1919.

Dieci giorni, tradotto dalla moglie di Lenin, la Krupskaja, e particolarmente raccomandato dallo stesso Lenin, era stato venduto in innumerevoli copie proprio quando più ferveva la guerra civile ed era usato come testo nelle scuole dell'Unione Sovietica. Inoltre Reed ritornava non piu soltanto come un semplice giornalista pieno di simpatia per la causa sovietica, ma come rappresentante ufficiale del Partito Comunista Americano. Attivissimo al secondo congresso dell'Internazionale Comunista, nell'estate di quello stesso anno venne nominato membro del Comitato Esecutivo.

Alla fine di agosto del 1920 intraprese il viaggio per Baku dove si svolgeva il Congresso dei popoli orientali. Dopo il ritorno a Mosca cadde ammalato e gli venne diagnosticato il tifo. Reed morì il 17 ottobre 1920, all'età di 33 anni. Una delle ultime cose che fece fu la correzione della raccolta dei suoi discorsi pronunciati al congresso dell'Internazionale. Il suo corpo fu vegliato da soldati dell'Esercito Rosso, e fu sepolto nella Piazza Rossa, sotto le mura del Cremlino: ai funerali parlarono Bucharin, Aleksandra Kollontai, Radek. La rivista Liberator annunciò così la sua scomparsa: “John Reed è morto mentre compiva il suo dovere rivoluzionario.”

Reed fu una specie particolare di poeta. Non si rifugiò in una torre d'avorio, ancorchè rivoluzionaria, a scrivere versi quando la rivoluzione chiedeva del giornalismo; fece del giornalismo e vi si espresse da poeta, appunto. E quando i doveri della rivoluzione lo portarono dal giornalismo all'agitazione e all'organizzazione, egli fece del suo meglio in compiti che non s'era scelto lui, e, anche in questo caso, lo fece da poeta. John Reed avrebbe potuto, in altre circostanze, scrivere della grande poesia rivoluzionaria. Scrisse qualcosa di più: "Dieci giorni che sconvolsero il mondo".

Dal libro di John Reed vennero tratti alcuni celebri film tra i quali vanno ricordati Ottobre (1927) di Sergej M. Ejzenstejn, girato in occasione del decennale della rivoluzione, Reds (1981) diretto ed interpretato dall'attore americano Warren Beatty, I dieci giorni che sconvolsero il mondo del regista sovietico Sergej Fedorovic Bondarcuk (1982) interpretato dall'italiano Franco Nero.

 

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