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Articoli filtrati per data: Tuesday, 20 Ottobre 2020

ENEL, la multinazionale italiana dell’energia, utilizzerà droni di produzione israelianadual use – civile/militare - per sorvegliare le proprie linee elettriche. Nei giorni scorsi i manager dell’holding hanno sottoscritto un contratto con la società Gadfin Ltd. di Rehovot (città che dista a una ventina di km. da Tel Aviv) per lo “sviluppo di soluzioni innovative” attraverso l’uso di velivoli a pilotaggio remoto VTOL (Vertical Take-Off and Landing), a decollo ed atterraggio verticale.

“I droni consentiranno al gruppo italiano l’ispezione delle linee elettriche che si estendono per circa 800 km., con costi più bassi rispetto al passato”, affermano i dirigenti di Gadfin. “Il velivolo a pilotaggio remoto potrà volare per lunghe distanze in modo rapido, efficiente e sicuro. Grazie ai sofisticati sensori con cui è equipaggiato, l’ENEL potrà potenziare i suoi servizi ed intervenire per riparare gli eventuali guasti in aree remote o difficilmente accessibili, continuando a fornire senza interruzioni energia elettrica ai suoi clienti”.

L’azienda israeliana è stata selezionata tra 35 imprese che hanno presentato un progetto; il valore del contratto si aggirerebbe intorno ai 12 milioni di dollari l’anno. Il velivolo VTOL selezionato è denominato Spirit One ed è stato presentato ufficialmente a fine settembre da Gadfin Ltd. quale “drone con super performance che può essere utilizzato per missioni civili, di sicurezza nazionale e militari”.

Lo Spirit One ha un peso di 25 kg. ed è in grado di volare in quasi tutte le condizioni meteorologiche su distanze di oltre 250 km. Il drone è fornito di otto motori elettrici e può trasportare carichi sino a 5 kg., anche se sono previste versioni in grado di sostenere carichi più pesanti. “La partnership tra ENEL e Gadfin, due società con interessi e affari differenti, rappresenta uno scenario fondamentale per sviluppare le future tecnologie e infrastrutture per la mobilità aerea e le relative applicazioni logistiche”, hanno dichiarato i manager dell’azienda israeliana. “Gli sforzi per implementare l’uso in larga scala di velivoli elettrici a decollo e atterraggio verticale continuano, anche in vista di una maggiore domanda di droni per la rete di trasporto aereo in Italia ed Israele”.

Gadfin Ltd. è stata fondata appena due anni da Eyal Regev, già dirigente di IAI - Israel Aerospace Industries (il maggiore gruppo industriale aerospaziale israeliano) e progettista di numerosi sistemi aerei a pilotaggio remoto, civili e militari. Co-fondatori Ran Kleiner (anch’egli ex manager di IAI e fondatore dell’Israel Drone Academy) ed Ilan Yuval, esperto di logistica. Tra i tecnici in forza a Gadfin Ltd. compare Tuvia Barak, una lunga esperienza nel settore strategico militare-industriale aerospaziale ed elettronico, israeliano e statunitense.

Nel 2020 l’azienda di Rehovot è stata la prima a conseguire le autorizzazioni da parte dell’Autorità di Aviazione civile d’Israele per operare nel campo delle consegne aerospaziali in ambito urbano ed extraurbano. “Ciò ci consentirà di effettuare trasporti con droni tra ospedali, laboratori medici e altre istituzioni ed organizzazioni, da Dan nel nord d’Israele sino ad Eilat, a sud”, ha spiegato l’amministratore delegato Eyal Regev. “Le performance ottenute con la nuova versione del velivolo VTOL a pilotaggio remoto consentono però di diversificare l’uso per altri potenziali mercati. Gadfin è attualmente impegnata nello sviluppo di droni di dimensioni maggiori in grado di trasportare carichi sino a 100 kg., su distanze ancora più lontane e tempi di percorrenza e costi minori”.

Il programma di collaborazione tra ENEL e l’azienda israeliana verrà realizzato all’interno di InfraLab, il laboratorio innovativo costituito nel luglio 2018 ad Haifa, nel nord di Israele, dalla stessa multinazionale dell’energia e da Shikun & Binui, il colosso israeliano delle costruzioni d’infrastrutture civili e militari. Proprio quest’ultima società si è aggiudicata tre mesi fa il contratto del valore di 250 milioni di euro per la realizzazione della nuova Accademia Militare dell’Esercito israeliano a Be'er Sheva, la città capoluogo del Negev, nel sud del paese. L’infrastruttura verrà costruita su un’area di 250 ettari e ospiterà circa 12.000 soldati, di cui circa 5.000 permanenti a partire dal 2026, data prevista per la conclusione dei lavori. Shikun & Binui opererà come general contractor e concorrerà al finanziamento e alla gestione della base militare per un periodo di 26 anni. 

“La scelta di Be’er Sheva non è casuale e risponde all’esigenza israeliana di conquistare spazio al deserto”, spiega l’ICE, l’Agenzia per la promozione all’estero delle imprese italiane del Ministero dello Sviluppo Economico. “Qui sorge una delle migliori università israeliane – l’Università Ben Gurion - ed intorno ad essa una moltitudine di multinazionali, startup e strutture militari e governative. Già capitale della cybersicurezza, è stata recentemente scelta da Enel X e Mastercard per lanciare un laboratorio che si concentrerà sulla sicurezza digitale nei pagamenti e nel campo energetico a livello globale. La realizzazione dell’Accademia Militare, pertanto, porterà nuovo sviluppo e nuova gioventù alla città, oltre alle migliori menti dell’IDF (Israel Defense Forces), rafforzando l’area metropolitana di Be’er Sheva come nuovo centro tecnologico in Israele”.

Il progetto di “ricollocamento” a Be’er Sheva delle truppe d’élite israeliane e di realizzazione della nuova base strategica prevede una spesa complessiva di 6,4 miliardi di dollari. Il centro ospiterà pure il Comando generale delle forze Sud a cui è affidata le pianificazione e direzione delle operazioni di guerra nella Striscia di Gaza, nonché un centro per il personale d’intelligence e della difesa cyber (C4I - Command, control, communications, computers and intelligence).

Il laboratorio di ricerca e sviluppo in ambito fintech e cybersecurity dei pagamenti realizzato in joint venture da Enel X (la linea di business dedicata alle soluzioni energetiche avanzate del Gruppo italiano) e la multinazionale dei servizi finanziari Mastercard, è stato cofinanziato dall’Autorità per l’innovazione israeliana (IIA) nell’ambito dell’Innovation Labs Program, in coordinamento con il Ministero delle Finanze e il National Cyber Directorate israeliani. “Oltre alla licenza triennale per istituire il laboratorio, la nuova società riceverà dalla IIA circa 3,7 milioni di dollari statunitensi a copertura delle spese per la costituzione dell’infrastruttura tecnologica, l’attività operativa e la certificazione della prova di fattibilità relativa allo sviluppo di idee innovative con startup locali per sviluppare e a introdurre sul mercato le migliori soluzioni nei settori della tecnologia finanziaria e della sicurezza informatica”, riporta in una nota l’ENEL.

Da Palestina Rossa

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Da questa mattina è in corso la perquisizione del Centro Sociale Rivolta di Marghera. L'operazione in grande stile con decine di uomini in assetto antisommossa a bloccare l'ingresso del centro sociale è una rappresaglia per la manifestazione dello scorso 12 settembre quando, nel contesto del Venice Climate Camp, gli attivisti e le attiviste della neonata rete Rise Up 4 Climate Justice hanno sanzionato la raffineria ENI di Porto Marghera. E' evidente che la manifestazione del 12 ha colpito nel segno toccando uno dei nervi scoperti del sistema estrattivista e di sfruttamento di cui ENI è caposaldo nel nostro paese.

Esprimiamo la nostra totale solidarietà alle compagne e ai compagni del Centro Sociale Rivolta per questo tentativo di intimidazione da parte di uno Stato che chiacchiera di Green New Deal mentre difende i fautori di devastazione e inquinamento. E' il momento della giustizia climatica! 

Di seguito l'articolo riguardo ai fatti di questa mattina di Radio Onda d'Urto:

Il centro sociale Rivolta di Marghera, a Venezia, si è ritrovato militarizzato fin dalla prima mattinata di oggi, martedì 20 ottobre. Decine di camionette di forze dell’ordine, in assetto antisommossa, hanno completamente bloccato il piazzale e l’accesso allo storico spazio sociale, occupato nel 1995.

Blindati, celere, guardia di finanza e scientifica hanno de facto sigillato il Rivolta, all’interno del quale era in corso una perquisizione collegata all’azione diretta del 12 settembre, al termine delle giornate di lotta del Venice Climate Camp, contro la raffineria Eni di Marghera.

Un’azione che ha segnato la nascita del percorso di mobilitazione intersezionale “Rise Up 4 Climate Justice”, che aveva definito la raffineria Eni “esempio esplicito del modello di sviluppo distruttivo che sta generando cambiamenti climatici, oltre che delle caratteristiche del sistema capitalista: diseguaglianze, distruzione dei territori, crescita anteposta alle necessità delle persone”.

La reazione di Eni è stata una raffica di denunce: oggi, invece, la perquisizione…di massa. Fuori dal centro sociale Rivolta Marghera si è formato un nutrito presidio solidale per denunciare l’accaduto.

Dal centro sociale Rivolta di Marghera la corrispondenza con Anna Clara, di Venice Climate Camp, sentita subito dopo la perquisizione. Ascolta o scarica

 

 

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L'atto 101 dei gilet gialli ha visto in particolare una manifestazione che si è tenuta sabato 17 ottobre a Place Bellecour, a Lione.

Secondo il sito web di Rue89 Lyon che cita una fonte prefettizia la polizia si sarebbe aspettata uno scontro particolarmente violento questo sabato. Si dice che i "black blocs" siano pronti a trasferirsi da diverse regioni d'Europa, "per dare battaglia a Lione".

Dunque per decreto prefettizio vengono vietate la manifestazioni a Lione.

Una manifestazione posta sotto il segno della convergenza delle lotte, dal momento che hanno risposto all'appello anche attivisti antifascisti, antirazzisti e ambientalisti. Rapidamente, un blocco nero di oltre cento persone si è formato di fronte alla manifestazione per contrapporsi alla polizia che aveva già pesantemente gassato la testa del corteo, per tutta risposta il corteo ha sparato fuochi d'artificio contro le forze dell’ordine.

La polizia è stata schierata in gran numero, supportata da un elicottero che ha sorvolato l'area per tutto il pomeriggio. Sotto la pressione della polizia, i manifestanti sono finiti per dirigersi verso Gerland e un centinaio di loro sono rimasti intrappolati in una trappola della polizia in Avenue Tony Garnier, dove sono stati identificati prima di essere rilasciati.

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Ripercorriamo brevemente lo svolgimento della giornata:

13:25 | Place Bellecour isolata dalla polizia

Alcune centinaia di persone si sono radunate a Place Bellecour, che è stata isolata dalla polizia.

14:15 | Scontri tra manifestanti e forze dell'ordine

Gli scontri sono scoppiati in rue Émile Zola.

Diverse centinaia di manifestanti affrontano la polizia.

8 persone sono state arrestate secondo la prefettura per aver portato un'arma.

15:15 | Un elicottero mobilitato

Dall'inizio del pomeriggio un elicottero sorvola la manifestazione.

Il corteo è ora al livello del Novotel de Gerland.

Il ponte Pasteur è transennato, la polizia ordina ai manifestanti di disperdersi.

15:50 | Il corteo ancora in direzione di Gerland

Momento di esitazione. La polizia ha ordinato nuovamente la dispersione del corteo, impedendo ai manifestanti di raggiungere Avenue Debourg.

La manifestazione continua in direzione di Gerland.

16:00 | Sempre meno dimostranti

Se alla partenza del raduno di Bellecour c'erano più di 500 persone, in questo momento non sono più di cento.

Difficile spiegare con precisione il numero di manifestanti ancora presenti.

16.30 | L'evento si è presto concluso

I manifestanti devono sottoporsi a un controllo prima di potersene andare.

Dopo essere stati controllati, i manifestanti hanno lasciato la zona uno ad uno in Avenue Tony Garnier, in direzione della metropolitana di Gerland.

La stazione della metropolitana Gerland è tuttavia chiusa.

17:50 | Otto persone in custodia

La notizia rilasciata dalle autorità parla di otto persone arrestate, una delle quali accusata di aver lanciato fuochi d’artificio contro la polizia.

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Abbiamo intervistato un attivista di Athamanta, percorso che punta a produrre coscienza critica e cambiamenti sistemici attraverso le pratiche di autoformazione, informazione ed azione sul tema dell'estrattivismo nel territorio Apuano, in vista delle iniziative che li vedranno impegnati il 24 ottobre.

 

Raccontateci cosa sta succedendo alle Alpi Apuane. Qual è la storia dell’estrattivismo nelle cave di marmo per la provincia di Massa Carrara – com’è cambiato il livello di occupazione per la manodopera locale nel tempo ? A chi conviene questo tipo di produzione ?

Quello che sta succedendo sulle nostre montagne è a tutti gli effetti un ecocidio. Non a caso la devastazione prodotta dall'escavazione del marmo è stata inserita fra uno dei 43 disatri planetari messi in luce dal documentario Antropocene. Le Apuane , montagne uniche per la loro conformazione geologica, sede della più grande riserva idrica della Toscana, habitat per numerose specie vegetali endemiche (Athamanta è il nome scientifico di una di queste) , dotate di una biodiversità elevatissima e attraversate dal più esteso sistema carsico d'Italia, sono quotidianamente vittime di un'escavazione selvaggia che ad un ritmo quantomai impressionante le sta distruggendo; basti pensare che dalle cave, esistenti sin dall'età romana, è stato estratto più materiale negli utimi 30 anni che in tutti i loro 2000 anni di storia. Questa attività ha dunque una storia lunghissima nel nostro territorio, ma l'innovazione tecnologica portata dallo sviluppo dell'industria moderna prima, e la velocità esponenziale delle produzioni e dei commerci imposta dalla fase economica del tardocapitalismo poi, ne hanno irrimediabilmente portato alla luce le conseguenze catastrofiche non solo sul piano ambientale, ma anche su quello lavorativo. L'avanzamento della tecnica estrattiva ha causato una drastica diminuizione della mandodopera in cava, e la deregolamentazione economica del settore, attivissima nell'esportazione globale del materiale, ha portato irrimediabilmente alla diminuizione degli occupati anche nell'economia di indotto, fatta di segherie e laboratori di lavorazione del marmo. Ad oggi le cave ed il suo indotto garantiscono lavoro a poco più di duemila persone, circa l'1% della popolazione della provincia di Massa Carrara. Ciò che però colpisce sono invece i fatturati milionari delle grandi aziende del settore, che crescono di anno in anno grazie al monopolio dell'esportazione e al decentramento della manodopera e dei costi. É notizia delle ultime settimane che la prima società di questo settore ha fatto il suo debutto in borsa. La società in questione è la Franchi Umberto Marmi, una società con un valore di produzione di oltre 65 milioni di euro nel 2019, un netto sopra ai 16 milioni e 40 dipendenti.

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Quali sono le conseguenze ambientali e sociali di questo tipo di attività estrattiva?


Le conseguenze ambientali più note causate dall'estrazione del marmo, sono anche quelle più evidenti: una catena montuosa fatta a pezzi il cui paesaggio muta irrimediabilmente lasciando spazio a scenari lunari che non sono altro che territori desertificati, ambienti sottratti a ecosistemi di importanza ecologica unica al mondo. La devastazione è sotto gli occhi di tutti e tutte, è visibile anche all'osservatore più distratto, ma ci sono conseguenze sull'ambiente meno note ma altrettanto importanti, e che mettono a rischio la salute e a volte la vita delle persone: la lavorazione del marmo mette a rischio la conformazione carsica delle Apuane, causando interruzioni delle falde acquifere che contribuiscono ad alimentare le grandi riserve idriche che ci offrono queste montagne, e inquinano i corsi d'acqua che riforniscono gli abitati con gli sversamenti delle polveri di taglio e degli oli esausti di lavorazione. Tutto questo ha portato Carrara a rimanere senza acqua nel 1991 a causa dell'inquinamento da idrocarburi da cava delle falde ed è stato concausa di 8 alluvioni negli ultimi 20 anni. 
La monocultura del marmo impoverisce il tessuto sociale, costruisce grandi opere e scarica i costi sulla collettività, inquina per il profitto di pochi ma con conseguenze che ricadono su tutti e tutte. Come una economia di rapina devasta il territorio e lascia solo le briciole a fronte di fatturati stellari. Distorce la storia e le culture monopolizzando la scena cittadina, con manifestazioni pubbliche commerciali e culturali, con lo scopo di perpetrare la propria narrazione a senso unico; si fa bella di se praticando un mecenatismo volto a mascherare le proprie nefandezze.

È possibile immaginarsi una via d’uscita al ricatto tutela dell’ambiente da un lato e posti di lavoro dall’altro?

Pur riconoscendo quanto sia urgente e necessario uscire da questa dicotomia che vede contrapposti due fattori indispensabili per una vita dignitosa, il diritto alla salute e il diritto al lavoro, sappiamo bene che questo è uno dei grandi blocchi che riscontriamo nella mentalità collettiva riguardo l'estrazione del marmo, non solo fra cavatori e lavoratori del piano, ma anche fra i comuni cittadini. Dando per assunto che questa tipologia di lavoro non è in grado di 
 garantire entrambi questi diritti fondamentali, poiché oltre a non essere vantaggiosa dal punto di vista occupazionale è estremamente dannosa per le ricadute che si hanno sulla salute e sicurezza delle persone, riconosciamo l'impellente bisogno di superare questa contraddizione e che sia necessario un cambio di rotta repentino. Tuttavia siamo anche coscienti del fatto che sia illudere le persone imbastendo tavoli su ipotetiche alternative di gestione del territorio, perchè pensiamo che non sia l'effettiva chiusura delle cave a mettere fine una volta per tutte ai meccanismi estrattivisti imposti da questo modello economico. Occorre affrontare allora questa tematica mettendo in critica prima di tutto il modello di sviluppo capitalista, il quale produce rapina di ciò che appartiene alla collettività, sia quando smonta in blocchi una catena montuosa, sia quando la adibisce a parco giochi per il turismo. Se vogliamo lavori dignitosi e la possibilità di vivere in un amiente sano, che garantisca salute e prosperità, dobbiamo sconfiggere il mostro del profitto ad ogni costo e rimettere al centro la cura delle persone e dell'ambiente che viviamo.

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Cura, salute, ambiente. In questa fase è necessario dare centralità a questi temi, come si intersecano rispetto alle criticità che individuate sul vostro territorio?

Pensiamo anche noi che queste rivendicazioni debbano essere cosiderate fondamentali. Vogliamo aprire una riflessione ampia sul concetto di cura intesa come capacità di comprendere il legame tra la nostra salute e quella dei territori e degli ambienti sociali in cui viviamo. Dobbiamo sottrarci alla logica dell’emergenza che impedisce di guardare il presente con lucidità, abbandonare il binomio e mettere al centro le relazioni di cura investendo tempo, spazio ed attenzione nella rigenerazione della vita in tutte le sue forme. Invertendo le priorità si potranno costruire dei percorsi di cura del territorio e delle persone che lo abitano: rivendicare il diritto all’aria pulita, al cibo sano, ad acque che non ammalino e non uccidano le forme di vita. Cura in opposizione ad ogni relazione di potere e sfruttamento della terra, dei corpi, del lavoro e dei territori, denunciando con forza chi dallo sfruttamento trae profitto e individuando con chiarezza i responsabili che trascurano la salute e la sicurezza della comunità.

Com’è nato il vostro collettivo? Come tenere insieme il tema della tutela dell’ambiente e le resistenze di un contesto sociale in cui storicamente si è ancorati a una certa attività produttiva e abituati a un certo modo di vivere (e sfruttare) il territorio in cui si abita?

 

In realtà quando parliamo di athamanta non ci riferiamo ad un collettivo. Athamanta si autodefinisce come un percorso di autoformazione ed azione che si occupa del tema dell'estrattivismo nel territorio Apuano. La scelta della forma politica con cui organizzarsi ed esprimersi non è stata banale, e deriva principalmente dalla volontà di creare un soggetto fluido ed eterogeneo che fosse in grado di mettere a sistema i tanti livelli di analisi e critica, dalle rivendicazioni dell'ambientalismo inteso in senso classico, fino alle espressioni più avanzate dell'ecologismo militante, su di un unico fronte di lotta. Uno spazio di discussione politica che in base all'analisi dell'esistente vuole mettere in critica il sistema estrattivo del marmo e i meccanismi estrattivisti che vediamo realizzarsi nel nostro territorio.

La contrapposizione fra la tutela ambientale e il diritto alla salute con l'identità storica del l'attività estrattiva, molto sentita nel nostro territorio, è forse uno dei punti più complessi che Athamanta si trova ad affrontare, soprattutto sul piano comunicativo. Fin dall'inizio del percorso abbiamo cercato di approcciare questo problema da un punto di vista della narrazione storica che si è stratificata nell'immaginario collettivo, definendola come una mitologia tossica, che vuole identificare territori e città con la monocoltura e monocultura del marmo. “La capitale del marmo”, “Carrara è il marmo”, “l'eroico mestiere del cavatore”, “le cave di Michelangelo”, sono alcuni dei luoghi comuni perpetrati da questa cultura. Crediamo che si possa smontare questa narrazione, che vede l'estrazione del marmo come unica possibilità di riscatto per le nostre terre, e crediamo che questa sia una dei punti centrali sui quali portare avanti questa lotta. Per poter comunicare con le persone che vivono direttamente o indirettamente di questo sistema, dobbiamo mettere in critica questa mitologia.

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Che tipo di risposta c’è stata da parte della collettività? Chi si sente più coinvolto? Avete intrecciato rapporti con altre realtà che si occupano di ambiente, come F4F? Quali sono i prossimi passi e appuntamenti?

La mobilitazione del 24 di Ottobre, avrebbe dovuto essere un momento pubblico che poteva restituire molte risposte su questo punto di vista. L'obiettivo di contare i partecipanti, che al dire il vero ci aspettavamo numerosi, e di mettere in campo una mobilitazione nazionale, servivano appunto per portare direttamente nella capitale della devastazione estrattiva il nostro dissenso, e dimostrare così che una grande fetta di popolazione sia ormai pienamente cosciente

dell'insostenibilità dell'estrazione e di tutte le ricadute negative che porta con se. Purtroppo questo piano è venuto meno, perchè causa le ultime restrizioni riguardo la pandemia, ci hanno obbligato a ripensare questo appuntamento con diverse modalità, che non ci permetteranno di portare in piazza un numero elevato di persone. Siamo comunque convinti che questo nuovo modello di approccio ad una questione così complessa, nel lavoro di dieci mesi, abbia portato numerosi risultati sotto questo punto di vista: sembra essersi risollevato un nuovo interesse nella popolazione su questo problema.

FFF Carrara è stato assieme al CSOA Casa Rossa Occupata la realtà che di fatto a portato alla costituzione di Athamanta, per cui possiamo dire che questo percorso politico nasce direttamente all'interno del piano rivendicativo di questo tipo di attivismo. Durante l'evoluzione di questo spazio politico sono stati senz'altro fondamentali i contributi di molti soggetti dell'attivismo ambientale, sia sul piano tecnico, che su quello politico.

Il prossimo step importante sarà appunto la giornata di mobilitazione del 24 Ottobre a Carrara, che si svolgerà con modalità in via di definizione, che siano in grado di portare fisicamente le persone a protestare nel centro cittadino garantendo la salute di tutt* i partecipanti. Parallelamente abbiamo lanciato una campagna di ‘Mobilitazione intergalattica’, che in questi giorni sta coinvolgendo tante realtà, associazioni e gruppi fuori dal nostro territorio con i quali siamo entrati in contatto nella condivisione del percorso e che potranno partecipare con azioni di solidarietà sui loro territori.

Per le informazioni in merito alle modalità di adesione alla piazza e alla costruzione di momenti di solidarietà invitiamo a seguire la pagina fb: Athamanta e il nostro sito: www.athamanta.wordpress.comwww.athamanta.wordpress.com

 

 

 

 

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La disobbedienza all’Alfa ha raggiunto livelli molto al­ti, ma permangono differen­ze legate al tipo di lavorazione. La proposta di inchiesta operaia vuol portare in luce tutti i tipi di situa­zione legate alla tematica del co­mando.

La nostra è una società gerar­chica, tutto è organizzato in ba­se a gerarchie ; la divisione del lavoro, la divisione del potere, la distribuzione della ricchezza. Nella società sappiamo chi co­manda o meglio pensiamo e cer­chiamo di saperlo. Ma nella fabbrica chi è che realmente, concretamente comanda, qual’è L’organizzazione del comando dentro l’azienda, cos’è cambiato dal 1968 ad oggi? Con chi l’avanguardia e l’operaio di ba­se, della catena, viene a diretto contatto e chi c’è gerar­chicamente sopra di lui? Chi lo costringe a stare otto­dieci ore al suo posto di lavoro senza muoversi per più di dieci­venti minuti?

Chi è che controlla e reprime il compagno, non del PCI, ma quello che propone una strategia di lotta differente? Il controllo e comando sull’operaio dentro l’azienda ha tre momenti:

1. controllo della produzione e disciplina sul lavo­ro;

 

2. controllo di un com­portamento «prepolitico»: mani­festazioni di scontentezza, as­senteismo, dissenso aperto;

 

3. controllo del comportamento politico: partecipazione a scio­peri, comportamento e parteci­pazione ai cortei interni, discus­sioni nel reparto e altre mani­festazioni politiche generali. Per conoscere qual’è la situa­zione nelle aziende su questi aspetti non abbiamo alcuna documentazione né pubblicazio­ne.

Esistono molti studi, più o meno validi, sull’organizzazione del lavoro: taylorismo, neo-taylorismo, rotazioni delle man­sioni, job evolution, ecc. Ma questi studi – fatti anche dal sin­dacato – con l’apparente scopo di alleviare il lavoro operaio, o addirittura ridurre l’alienazio­ne, in pratica servono a far sì che l’operaio abbia condizioni migliori per produrre di più. Non partono dalla logica delle necessità individuali, sociali e politiche dell’operaio, ma dalla logica della produzione. Mancando una qualsiasi base di analisi, di inchiesta operaia sull’argomento dell’organizza­zione del comando dentro l’azienda ci proponiamo di ini­ziare questo lavorò. Proprio per la caratteristica dell’uscita quin­dicinale del giornale ciò e possi­bile. L’inchiesta dovrebbe avere tre indirizzi:

1. quello della co­noscenza degli organismi (nuovi) proposti dalla direzione del per­sonale (es. Alfa e Alemagna, quest’ultima con la commissione antiassenteismo); 

 

2. il ruolo del delegato del PCI a livello di controllo politico e del com­portamento (come ad esempio alla Siemens). 

 

3. un momento d’inchiesta più diretta, meno razionalizzata a livello politico, sull’operaio (giovane) che vor­rebbe esprimere comportamenti e ideologie differenti e si sente represso a priori. Negli anni ’60 fino al ’69-70, il controllo e il comando sull’operaio avvenivano attra­verso le guardie e i capi reparto, in altre situazioni invece attra­verso le assistenti sociali, socio­logi, psicologi.

 

Nella direzione del personale erano previsti una serie di personaggi (diretta espressione della direzione), che controllavano e reprimevano direttamente l’operaio. Le guar­die giravano per i reparti, i capi davano multe, se l’operaio stac­cava prima del tempo trovava la guardia nello spogliatoio che lo spiava. Ora non è più così, ma nonostante la diminuzione (ap­parente) del controllo, l’operaio non si muove dal suo posto di lavoro (o si muove sempre poco) non stacca prima del tempo, po­liticamente non può esprimere comportamenti e idee «troppo rivoluzionari». Nel reparto le due figure che sono allo stesso livello gerarchico sono il capo e il delegato. Ma come avviene questo controllo? Individual­mente come lo subisce? Quali strumenti di risposta collettiva si devono dare? Riproduciamo qui di seguito ciò che ci ha detto un compagno dell’Alfa di Arese sulla situazio­ne da lui vissuta nel suo lavoro alla catena. «Per spiegarti qual’è la mia opinione sull’argomento ti rac­conterò l’esperienza del control­lo che subisco quotidianamente. Alcuni giorni fa ad esempio c’è stato lo sciopero di un’ora con corteo interno (che dura un’ora e mezza). Al mio rientro ho tro­vato un gran casino… il lavoro era andato avanti. Ho cercato di spiegare che il corteo era durato di più, ma nessuno voleva capi­re, tutti dicevano che far politica non era compito mio ma del delegato. Quindi vedi che una delle funzioni del delegato è quella di impedire che l’operaio si occupi di politica. Per dirti un altro aspetto che il delegato assolve: ho una sca­tola con un solvente che sta per staccarsi, sono già alcune volte che lo faccio presente al capo, se il solvente si rovescia è nocivo. Il capo dovrebbe metterlo a posto e non lo fa. A questo punto io vado dal caporesponsabile o dal delegato. E poi il delegato va dal capo. Chi diventa delegato ha naturalmente uno stretto rap­porto con il capo reparto: i no­stri due delegati (PCI) fanno spesso i corridoi insieme al capo. Spesso parlano insieme. Il delegato non è una forza effetti­va, si serve della forza passiva e non di mobilitazione degli ope­rai di linea. Il capo e il delegato si mettono sempre d’accordo.

Ti parlo della mia esperienza, in altre situazioni può essere diverso, ma da noi il delegato meno si occupa di politica me­glio è. Deve solo eseguire gli ordini del PCI. A questo proposito la presen­za del partito dentro la fabbrica è molto pesante. Ormai utilizza l’arma della calunnia. Anche nel linguaggio, basti pensare che per definire una persona in ter­mini spregiativi, una specie di teppista, si dice «è un rivoluzio­nario» . Anche il momento elettorale è completamente sputtanato. Vi è una tendenza ad eleggere il delegato precedente. Oppure viene eletto per amicizie o co­noscenze, oppure (caso più fre­quente) gli attivisti del partito sparsi per tutta la linea passano la parola e si vota chi vogliono loro. Inoltre vi è una grossa differenza fra le elezioni dei delegati del 69-70 e le attuali. Ora ci sono delle forze (PCI, CISL, CGIL) che vogliono spartirsi i delegati. I delegati del nostro reparto non solo impediscono che si svi­luppi una discussione autono­ma, dei momenti politici spon­tanei, ma a loro stessi non in­teressa la politica, sono dei sem­plici funzionari. A tutto questo aggiungi poi il fatto di situazioni in cui chiaramente l’orga­nizzazione sindacale si scopre, com’è successo nel famoso epi­sodio di Lettieri e Breschi nell’ufficio di Cortesi durante un corteo interno. Ma il fatto non è tanto che avrebbero dovuto es­sere con noi o in piazza Duomo alla manifestazione, ma che quando ci hanno sentiti arrivare si sono nascosti nei cessi e abbiamo dovuto scoprirli noi se no non uscivano. Per concludere io non mi pos­so muovere dal poste di lavoro, mi è difficile discutere, e, ad esempio non potrei mai essere eletto delegato. Quindi la gerarchia del comando – come la chiami tu – anche se meno visi­bile di una volta, senza guardie che girano per i reparti è al­trettanto repressiva e in più crea una maggiore confusione nella coscienza operaia». Questa intervista dovrebbe servire soprattutto come pro­posta di un metodo di lavoro su quest’aspetto della condizione operaia dentro la fabbrica.

 

da «Rosso. Giornale dentro il movimento»

 

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