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Articoli filtrati per data: Sunday, 18 Ottobre 2020

Nelle sedi del Comando de Acción Inmediata si tortura come nei centri di detenzione clandestini dell’Argentina sotto la dittatura. Nelle strade si manifesta contro lo “Stato assassino”. Siamo di fronte ad un nuovo Bogotazo?

Novantuno anni fa, il 7 giugno 1929, a Bogotá, un militare della guardia presidenziale spara a Gonzalo Bravo Pérez e lo uccide. Bravo Pérez studiava legge all’ Universidad Nacional e frequentava i corsi tenuti da Miguel Abadía Méndez, professore universitario, ma anche presidente della Colombia.

Da allora, nel paese andino, è cambiato ben poco. La polizia continua ad uccidere e anche il contesto di mobilitazioni sociali è lo stesso, nonché l’impunità degli agenti: il nome del responsabile dell’omicidio di Gonzalo Bravo Pérez non venne mai fuori, così come non si è mai interrotta la pratica di eliminare attivisti e militanti tramite l’utilizzo degli squadroni della morte paramilitari. Il 23 novembre 2019 è stata la volta di un altro giovane, Dilan Cruz Medina, 18 anni, a rimanere ucciso dalle pallottole della polizia mentre partecipava ad una manifestazione pacifica contro le politiche sociali ed economiche del presidente Iván Duque, fino al caso più recente, avvenuto poco tempo fa, dell’avvocato Javier Ordoñez, assassinato dal fuoco degli agenti del Comando de Acción Inmediata – Cai.

Per quanto riguarda Dilan Cruz Medina, tutto fa pensare che l’agente responsabile del delitto, Manuel Cubillos Rodríguez, riesca a farla franca, grazie al tentativo del governo di coprire ogni eventuale indizio che possa testimoniare le responsabilità statali e parastatali. Al pari della presidenza Uribe, quella di Iván Duque si caratterizza, ogni giorno di più, per la persecuzione di giovani e di persone che si trovano in una situazione di forte vulnerabilità sociale. Inoltre, i centri del Comando de Acción Inmediata si configurano ogni giorno di più come dei centri di tortura, dei Garage Olimpo legalizzati dove repressione e violenze rappresentano ormai una triste normalità. Nei Cai si esercita una violenza sistematica contro la popolazione, ma l’ineffabile ministro della Difesa Carlos Holmes Trujillo, come del resto il presidente Duque, non hanno alcun interesse nel promuovere un’investigazione reale per far luce sulle violazioni dei diritti umani e sulle attività repressive delle forze armate.

Non solo. Il fatto che a giudicare l’agente colpevole di aver ucciso Dilan Cruz sia un tribunale militare, foro non competente per investigare, giudicare ed esprimere il verdetto su Manuel Cubillos Rodríguez, come ha sottolineato la Corte interamericana per i diritti umani, fa capire quale considerazione del diritto hanno le istituzioni di governo.

L’uccisione di Javier Ordoñez ha creato le condizioni per un nuovo Bogotazo, che stavolta si è esteso rapidamente in tutto il paese, stufo degli episodi di despalazamiento, dello sterminio dei laeder sociali, delle aggressioni alle comunità contadine e del più generale potere dell’ultradestra di spadroneggiare in tutta la Colombia. È per questi motivi che si è parlato di un Secondo Bogotazo, mentre il generale Gustavo Moreno, a capo della polizia, si affannava nuovamente a chiedere perdono ai familiari di Javier Ordóñez nel tentativo di autoassolvere i suoi uomini e lo Stato colombiano. Contemporaneamente, il testimone chiave che inchioda gli agenti del Cai alle proprie responsabilità, pur mantenendo l’anonimato, ha già ricevuto minacce di morte, segnale evidente di una situazione che ogni giorno di più sta sfuggendo di mano.

È stato lo stesso Moreno a constatare che in rete girano almeno 50 video in cui vengono riprese azioni violente della polizia tra il 9 e 10 settembre scorso. Trentacinque militari hanno riconosciuto di aver sparato, ma anche per coloro che non si sono esposti pubblicamente parla la mancanza di munizioni ricevute in dotazione. L’esclusione sociale e politica dei colombiani, i massacri, i legami tra governo e narcotraffico rappresentano una miccia che potrebbe esplodere di nuovo da un momento all’altro contro uno Stato che è difficile non definire “assassino”, come urla la gente nelle principali città del paese.

A testimonianza di ciò, denuncia il giornalista Hernando Calvo Hospina, prosegue la pratica dei falsos positivos. Negli otto anni di presidenza Uribe, secondo i dati governativi, sono stati uccisi 19.405 guerriglieri, ma se lo stesso governo ripeteva che Fuerzas Armadas de Revolucionarias de Colombia – Farc, ed Ejército de Liberación Nacional – Eln, insieme non arrivano a 12.000 uomini, c’è qualcosa che non torna. Risulta quindi evidente che le migliaia di guerriglieri caduti in combattimento sono in realtà civili innocenti, perlopiù giovani delle periferie urbane delle grandi città colombiane uccisi dalla polizia e spacciati per esponenti delle Farc o dell’Eln.

Il sacerdote Alejandro Angulo, del Centro de Investigación y Educación Popular, sostiene da tempo, che le proteste sono infiltrate da agitatori di professione, spesso legati alla polizia, per dar modo ogni volta alle forze armate di reprimere con violenza qualsiasi protesta e delegittimarla, sostenendo che i disordini sono provocati da gruppi dediti alla guerriglia urbana con il sostegno dei media mainstream.

Una cosa, per il momento, è certa: i militari colombiani da sempre hanno il gatillo facil e nessuno sembra intenzionato ad arginarli.

di David Lifodi da labottegadeibarbieri
 labottegadeibarbieri

Foto: https://www.marcha.org.ar/Foto: https://www.marcha.org.ar/

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Le famiglie dei rivoluzionari tedeschi martirizzati in Kurdistan in diversi momenti della lotta di liberazione, hanno scritto una lettera alla cancelliera Angela Merkel per fermare la vendita di armi allo Stato turco e porre fine all'oppressione dei curdi in Germania. Uta Schneiderbanger è morta dopo un incidente stradale a Qalediz il 31 maggio 2005, Ivana Hoffman nella lotta contro l'ISIS a Til Temir il 7 marzo 2015, Jakob Riemer nell'attacco aereo dell'esercito turco a Çarçella il 9 Luglio 2018, Michael Panser nel Kurdistan settentrionale il 14 dicembre 2018 e Konstantin Gedig (Andok Cotkar) nel raid aereo all'ospedale Serêkaniyê il 16 ottobre 2019.

I genitori di questi cinque rivoluzionari tedeschi che sono andati in Kurdistan per sostenere la lotta per la libertà del popolo curdo e sono stati martirizzati lì, hanno inviato una lettera congiunta al Cancelliere Merkel. Nella lettera inviata firmata da Anne e Konrad Schneiderbanger, Michaela Hofmann-Umeh, Katharina Riemer, Hans-Ulrich Panser, Ute Ruß e Thomas Gedig, le famiglie hanno fatto importanti richieste al governo tedesco.

 "Sono morti combattendo per i valori dell'umanità"

Affermando che i loro figli sono andati in Kurdistan volontariamente e hanno perso la vita nella lotta per la libertà e la democrazia, valori comuni dell'umanità, le famiglie hanno chiesto la fine della cooperazione della Germania con lo Stato turco. Riferendosi al recente aumento delle violazioni dei diritti umani e dei crimini di guerra, le famiglie hanno chiesto alla Merkel di apportare cambiamenti radicali alla politica tedesca in Turchia. Le famiglie dei rivoluzionari tedeschi hanno dichiarato che dovrebbero essere imposte immediatamente sanzioni significative allo Stato turco e che la repressione statale contro i curdi residenti in Germania dovrebbe essere revocata. Nella lettera hanno anche ricordato alla Merkel la decisione della magistratura belga che il PKK non è un "organizzazione terroristica" e ha affermato che è tempo per la Germania di abbandonare l'ambiente politico degli anni '90 e cambiare la sua politica curda.

«Alziamo i monumenti dei nostri figli»

I genitori di Uta Schneiderbanger, Ivana Hoffman, Jakob Riemer, Michael Panser e Konstantin Gedig hanno recentemente chiesto al Primo Ministro tedesco di erigere monumenti in luoghi pubblici in modo che i loro figli martiri in Kurdistan non vengano dimenticati e per mantenere in vita i loro nomi.

Fonte: ANF

 

 

 

 

 

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DOCUMENTO DEI DETENUTI RIVOLUZIONARI

Vittore: la pena e’ sempre massima

Quando un giudice condanna alla carcerazione preventi­va, in attesa di un lontanissimo processo, o alla car­cerazione penale si mette in di­chiarata contraddizione coi valori della sua stessa società borghese e col sistema di diritto che la regge. Il giudice, per il solo fatto di condannare al carcere, infrange numerose leggi basilari dell’ordinamento in­ternazionale e interno. Per la sua legge, dovrebbe condannare alla «rieducazione». In realtà, sapendo cos’è il carcere e costringendovi dentro i detenuti, è responsabile di sequestri, lesioni, sfruttamento, omicidi tentati e riusciti, sevizie ecc.. il tutto in concorso con altri, continuato, aggravato da motivi abbietti. Ma qual’è allora la respon­sabilità dei democratici, dei compagni, che delegano ogni re­sistenza a questo tipo di sistema criminoso ad un tecnico (l’avvo­cato) che può contrastarlo solo dall’interno, accettandone ed assumendone le regole? Che ri­nunciano da anni alla denuncia e alla lotta e ci consigliano di aspettare con pazienza che l’avvocato giochi la sua con­trattazione, di considerare la detenzione come una parentesi nella nostra vita politica, solo una lunga attesa di uscire. Ma usciremo noi; il carcere resta. La sofferenza che infligge a chi en­tra, resta. Chi risarcisce di que­sta ferita noi, i compagni che devono restarci una vita, le mi­gliaia di proletari? Ai giudici fuorilegge che cer­cano di assassinarci colla galera, al sistema carcerario che ci op­prime, ai compagni che ci rac­comandano di stare calmi e di morire politicamente, a tutto questo rispondiamo no! i proletari?

Ogni giorno di galera è un giorno di lotta. Noi la bandiera rossa la vogliamo tenere alta dappertutto, e più alta dove è più arrogante il nemico. Se non vedete le rivolte, pensate anche alla famosa, cara, vecchia talpa che continua a scavare anche sotto i muri più spessi. Forse chi non c’è venuto non ha capito bene cos’è il carcere, cos’è S. Vittore nel cuore della metropoli del capitale. Vi avranno detto che c’è la televisione»in cella. Strano, era la pri­ma cosa che sentivamo dire an­che noi prima di entrare. Poi abbiamo visto le celle di pu­nizione. Durante la stagione delle grosse rivolte si era conquistato uno spazio di potere, un abboz­zo di organizzazione parasindacale. Allo sciopero dei la­voranti, della fame, ai tetti, alle lettere di denuncia sostenute dall’opinione pubblica, da Lotta Continua, perfino da certi orga­ni di stampa, l’istituzione era costretta a rispondere sulla stra­da del piccolo riformismo. I detenuti chiedevano, per esempio, l’amnistia, la riforma dei codici, la riduzione della carcerazione preventiva, l’abo­lizione della recidiva; la direzio­ne concedeva la forchetta, il ta­volino, la televisione, il cesso. Il riformismo, strumento di di­visione dei proletari. è soprat­tutto efficace qui, dove la lotta quotidiana per la sopravvivenza, la mancanza delle cose più utili ed elementari, rendono estre­mamente importante ogni mini­ma conquista sul piano del te­nore di vita. Congiuntamente la direzione otteneva un altro risultato: raf­forzava la tendenza a rinchiu­dersi in isolamento o in piccoli gruppi. Tanti vantaggi reali hanno una doppia faccia. Le celle aperte durante l’aria invi­tano a rientrare; c’è la televisio­ne (dunque non la sala comune dove radunarsi per guardarla), i fumetti porno, la radiolina, il mangianastri. Anche andare al gabinetto poteva essere un’occa­sione d’incontro per i detenuti, ci rifiutiamo d’immaginare nella direzione un bagliore di umani­tà. Si è eliminata ogni possibili­tà di incontro fra i detenuti dei vari raggi. Perfino alla messa si assiste (quei pochi che vogliono) dietro le sbarre dei rispettivi raggi. Il sadismo si è manifesta­to anche nella costruzione delle bocche di lupo (giuridicamente vietate) che, opprimendo il dete­nuto con la visione di un solo rettangolino di ciclo, costitui­scono uno strumento di tortura psicologica di cui è stata ac­certata la nocività. Inutili, ridi­cole sul piano della sicurezza, impediscono però di vedere e comunicare coi raggi adiacenti.

I detenuti per motivi politici subiscono poi un isolamento particolare. Di regola sono con­finati nel raggio dei lavoranti, in modo da ostacolare la possibilità di amalgama cogli altri detenu­ti. Il primo compito politico che i proletari carcerati si impongono è di smascherare la futilità e l’uso di certe apparenti conqui­ste e di sviluppare forme di soli­darietà e di comunicazione fra tutti. Ma il carcere è fon­damentalmente un’«istituzione della violenza» e come tale ha reagito alle rivolte, soprattutto quando l’appoggio esterno ai detenuti si è spento, quando la denuncia non ha fatto più noti­zia, quando Lotta Continua non se l’è sentita di resistere sullo stesso piano di violenza che veniva imposto. Tralasciamo i racconti, noti ed allucinanti, delle immediate conseguenze delle rivolte. Diciamo solo che quell’impennata bestiale è ri­masta la norma. Oggi gli strumenti della re­pressione quotidiana si possono riassumere sostanzialmente in:

1) i trasferimenti; 2) le celle di punizione; 3) il manicomio; 4) le raffiche di mitra.

L’insopportabilità del sistema carcerario è di tutti, ovviamente, per cui la rivolta generica è im­plicita in ognuno. Si esprime però in modi diversi. Ci sono traditori che cercano di rimedia­re piccolissimi privilegi ven­dendosi al nemico, altri che cer­cano forme di adattamento assorbendo l’ideologia della repressione (ho sbagliato, è giu­sto che paghi) o rinchiudendosi in solitudine; altri, nell’im­possibilità di scagliarsi contro il nemico che li soffoca, deviano l’aggressività su se stessi o sugli altri detenuti, con litigi e risse per motivi spesso inconsistenti.

Ricordiamo però che l’autolesio­nismo (tagli, ingestione di chio­di, lamette, detersivi, ecc.) che è all’ordine del giorno in ogni car­cere, ha anche un drammatico significato di autodifesa e rende evidente la disumanità del siste­ma: a tanto si deve arrivare per richiamare l’attenzione, per cambiare qualcosa di una con­dizione insopportabile. Ricor­diamo anche che la minaccia di grave autolesionismo (la lametta in bocca, per esempio) è l’unica forma di difesa dai pestaggi. Ma spesso il pestaggio avviene co­munque, e il detenuto deve solo decidere se vuole aggiungervi le lesioni orali e interne. Altri mezzi per rendere più sopportabile la detenzione sono il vino e la droga. Accanto a queste forme in­dividuali di resistenza, i proleta­ri più capaci e politicamente co­scienti cercano di ricostruire trame di solidarietà, di co­municazioni interne e con l’esterno, di denuncia. E poi, anche senza rivolte di massa, ci sono spesso proteste sui tetti, rifiuto di rientrare in cella, tentativi di evasione. Abbiamo sostanzialmente de­lineato una quantità di ipotesi di comportamento contrastanti con l’ordine dell’istituzione. La maggioranza sono ipotesi non politiche, ma sempre di reazione al sistema carcerario. Il detenu­to, quindi, non è mai colpevole, è la brutalità del carcere che lo spinge ad atti apparentemente irresponsabili. Evidentemente l’istituzione fa il ragionamento opposto e punisce ogni trasgressione al suo ordine con la stessa violenza. Questo vogliamo sottolineare:

a) il carcere non fa distinzione fra comportamenti politici e non; b) non c’è proporzione fra vio­lazione dell’ordine e pena, la pena è sempre massima.

Signori giudici e compagni, queste cose non succedono in Cile, ma a Milano, nel cuore della civiltà del capitale e della maturità operaia. Basta un niente per essere trasferiti, abbandonare gli amici, perdere ogni rapporto coi parenti, per­dere il pacco e i colloqui, fare un viaggio che non stiamo a descrivere. Quando in aprile è stata seminata ad arte la voce (assolutamente infondata) della rivolta, la direzione ne ha ap­profittato per fare centinaia di trasferimenti, spesso preceduti da pestaggi indiscriminati; ap­parentemente senza motivo, in realtà per instaurare un clima di tensione e spezzare anche solo i legami di amicizia. Abbiamo letto con sorpresa che nel ’70 erano state allonta­nate dalle celle di punizione le squadre di picchiatori. Nel 75 sono più attive che mai. Alle celle si va anche per una mancanza lievissima. Sono bu­chi senza luce, coi topi, col bu­gliolo che le infetta, senza acqua. Il detenuto è privato di tutto, non può leggere, non può lavare il recipiente dove mangia, non può fumare, ha un’ora d’aria in una gabbia di pochi me­tri, ha il letto di legno e coperte luride. I pestaggi sono quotidia­ni. Una squadra di sbirri sadici e frustrati irrompe nella cella (quando non comincia già accompagnando il detenuto giù per le scale), gli butta una co­perta sulla testa e si sfoga nel massacro. Spesso la vittima è te­nuta poi a lungo in isolamento, perché non possa mostrare le lesioni riportate. I nomi delle guardie picchiatori sono noti, tutta la gerarchla del carcere ne è perfettamente informata, con­senziente, mandante. I pochi che hanno avuto il coraggio di denunciarlo sono stati trasferiti o subiscono gravi ricatti. In altri casi di resistenza, ad assoluta discrezionalità del potere car­cerario, il detenuto è messo in manicomio. Siamo certi che tutti sanno cosa significa. Quando abbiamo scritto delle raffiche di mitra, pensavamo ai carceri italiani in generale, all’abitudine ormai affermata di sparare sui detenuti che pro­testano sui tetti. Non pensavamo a San Vittore in particolare. Po­chi giorni fa hanno sparato an­che qui. Il carcerato che si stava arrampicando sui tetti, pur non colpito, è precipitato riportando gravi fratture. Che risultato si propone l’isti­tuzione con un uso così intenso della violenza? Evidentemente la paura del nemico è altrettanto intensa. I suoi interessi nello sfruttamento del lavoro dei detenuti, nella vendita a prezzi di monopolio, nel clientelismo, sono altissimi e minacciati dalla ribellione ad una situazione disperata e contrastante con tutti i valori apparenti della società borghese. Incapace, per vari motivi, di una soluzione di ricambio, il po­tere ripiega sul piccolo rifor­mismo e sulla grande violenza. Non aspetta a colpire i punti alti di una resistenza formata, ma tende a isolare tra loro e schiac­ciare i detenuti subito, alla base, forsennatamente. Il giudice che condanna sa tutto questo, è complice. Non rispetta la legge, perché non de­cide la custodia e la rieducazio­ne, ma lo sfruttamento, le sevi­zie, un periodo di vita di cui non sono prevedibili né l’esito né la scadenza. Certo è l’odio totale, inestinguibile, organizzabile e organizzato. Compagni, il carcere non contrasta con la crudeltà del capitale, ma con la forza attuale del proletariato. Le organizza­zioni operaie si diano carico di questo problema. Quanto a noi, non deleghiamo certo i rimedi agli avvocati. Non abbiamo paura a ricostruire la nostra so­lidarietà di detenuti, ad opporci con la nostra violenza, ade­guatamente organizzata, alla brutalità del sistema.

 

Movimento rivoluzionario dei detenuti S. Vittore Milano

 

da «Rosso. Giornale dentro il movimento», 18 ottobre 1975, n. 2

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E' terminata ieri la prima giornata della due giorni per discutere dei problemi che comporta la costruzione della Vasca di laminazione al Parco Nord.

Nel primo pomeriggio un convegno con centinaia di partecipanti ha visto alternarsi interventi tecnici e testimonianze di vari residenti di via Papa Giovanni XXIII.

L'opposizione a quest'opera inutile e dannosa si accompagna a varie proposte alternative per risolvere in modo più efficace, e meno dannoso per la salute dei residenti, il problema delle esondazioni del Seveso.

Al termine del convegno un serpentone di persone, distanziate secondo le misure anti-covid, si è spostata dal centro del paese al cantiere della vasca,  dove si sono accese le fiaccole e si sono susseguiti altri interventi sulla devastazione ambientale in atto.

Interventi di comitati territoriali, collettivi e associazioni lanciano un grido chiaro: la nostra salute vale più del profitto di pochi, giustizia sanitaria e ambientale devono essere al centro dell'agenda politica!

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