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Articoli filtrati per data: Saturday, 17 Ottobre 2020

12 Ottobre: #NadaQueCelebrar (Nulla da festeggiare).

Questo 12 ottobre, migliaia di persone sono scese nelle strade per commemorare il Popolo Mapuche nel giorno della Resistenza Indigena, con scontri con i Carabinieri nelle vicinanze di Plaza de la Dignidad.

Solo la riunione nel Parco Bustamante era autorizzata, secondo quanto hanno reso noto i Carabinieri -attraverso Twitter-, situazione per cui il personale della Prefettura, Controllo dell’Ordine Pubblico, ha cominciato ad utilizzare contro i manifestanti i suoi carri lancia acqua e lancia gas.

Con bandiere nelle quali si rivendicava la lotta del popolo mapuche e anche la Rivolta contro il dittatore Piñera, i e le manifestanti hanno occupato la Piazza e a partire da quel momento sono avvenuti duri scontri con i carabinieri.

I nostri fotografi Leandro Torchio e Sergio Concha Piña, si sono ingegnati, come sempre, per ottenere eccellenti immagini di quanto successo.

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video di Opal Prensa: https://www.facebook.com/watch/?v=623569665002542

video de Radio Plaza de la Dignidad: https://www.facebook.com/watch/?v=340291760607747

Reportage fotografico di Leandro Torchio e Sergio Concha Piña.

12 ottobre 2020

Resumen Latinoamericano

Da Comitato Carlos Fonseca

 

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Ad un mese dall’inizio delle scuole la situazione del mondo della formazione italiana è già al collasso.

Come sapevamo da mesi i flussi di milioni di studenti e studentesse per tutto lo stivale avrebbero rappresentato una dinamica favorevole alla diffusione del Covid-19.

La perdita pressoché totale della seconda parte dell’anno scolastico scorso aveva imposto all’attenzione della politica e del dibattito pubblico l’urgenza di intervenire con piani dettagliati per la ripresa dell’anno scolastico 20-21 dalle materne all’università.

Tanto se n’è parlato che poco si è fatto, e i risultati sono davanti agli occhi di tutti: interventi di edilizia scolastica straordinaria fatti di fortuna, spazi assenti, protocolli inapplicabili, cronica assenza di personale docente divenuta una voragine di disorganizzazione, contagi in salita e le prime chiusure (si veda la Campania dello sceriffo pagliaccio De Luca).

L’esecutivo continua con la retorica della piaga inarrestabile ed imprevedibile, invocando costantemente la responsabilità individuale come parametro di giudizio del peggioramento della crisi sanitaria.

Le responsabilità dell’esecutivo sono invece piuttosto evidenti e hanno più origini.

La più grave e centrale è quella legata alla gestione delle risorse. Come sappiamo la scuola e l’università pubblica sono settori martoriati da 30 anni di continui tagli, composti da spazi obsoleti con crescenti quote di lavoro precario e ricordiamolo mal retribuito a tutti i livelli. Con un paese scosso dal blocco della formazione e della cultura quanti soldi sono stati investiti quest’anno? Briciole.

Ci hanno tormentato con i banchi monoposto! Diciamolo che è un’idiozia rispetto alla complessità dei problemi legati al Covid. Le Regioni hanno speso qualche centinaio di milioni per l’edilizia mentre il Ministero, preoccupato su dove si dovesse misurare la febbre, giocava la partita del decennio: assumere qualche insegnante, sia mai servissero.

Qui è necessario spendere qualche parola sulla Ministra dell’Istruzione. La Azzolina, con la quale si sviluppa una certa empatia alla luce degli schifosi attacchi sessisti alla quale è settimanalmente sottoposta, si è confermata al pari dei suoi predecessori incapace di pretendere RISORSE, intrappolata nei suoi deliri meritocratici, perennemente impegnata a difendere il suo operato fatto di slogan che inseguono il dibattito più pop.

L’idea che chi concorre per ottenere un posto nella scuola pubblica sia uno sfigato furbo approfittatore non nasce oggi. Sono anni che si attacca la categoria con la favola delle 18 ore a settimana, dei tre mesi di vacanze, della gente che suda e questi a leggere il giornale in classe ecc ecc.

Queste menzogne, miscela ottima per giornali, televisioni e politica, si sono rapidamente trasformate nel delirio meritocratico dei 5stelle. I nostri figli si meritano insegnanti di qualità tuona la Ministra in diretta da Mentana.

Come se gli insegnanti di oggi facessero schifo e il problema non fossero le migliaia di posti ancora vacanti o la voragine del mondo del sostegno, settore appaltato al privato a causa dei continui rinvii nell’assunzione di personale formato e preparato all’accompagno delle disabilità.

La ministra dice che i titoli non bastano, i titoli sarebbero le lauree prese all’università, sommate ai crediti aggiuntivi per ottenere una classe d’insegnamento, alle quali bisogna aggiungere i 24 crediti formativi pedagogici del FIT, più esperienza pregressa come supplente. Insomma non carta straccia ma anni di sacrifici e costi da sopportare.

La qualità dovrebbe essere certificata da test concorsuali nozionistici, questa è la grande trovata dei 5S.

Quindi, nonostante l’emergenza nessuna assunzione per titoli e si è in attesa del concorso straordinario per circa 30 mila posti, e poi ci sarà il concorso ordinari per un numero di posti che non è dato sapere. In un settore ‘chiuso’ con previsioni certe di utenti e personale necessario non è dato mai sapere quanti insegnanti servano in Italia. E’ sempre stata la lotteria di settembre.

Se possibile, con la pandemia, l’estrazione ha fatto più schifo del solito.  

Nel frattempo tanti che parteciperanno al primo e al secondo concorso già lavorano nella scuola, da precari, in un contesto oggettivamente pericoloso a causa del Covid, e comunque mancano i docenti.

Oggi sulle colonne di repubblica, uno dei loro pennivendoli di punta parla addirittura dell’assenza di insegnanti causata dal reddito di cittadinanza. Articoli che fanno ben capire l’idea che un certo tipo di società porta avanti rispetto alla scuola.

Siamo a metà ottobre, e il tema dei banchi monoposto e dei concorsi dell’Azzolina, sono stati sostituiti dal ben più pressante dibattito del tenere aperte o chiuse le scuole.

Tutti quelli che non hanno un ruolo al riguardo gridano allo scandalo vergognoso della mala gestione, la Ministra Azzolina e Conte come da copione difendono il proprio operato, nel frattempo stretti tra politiche vessatorie e virus milioni di lavoratori e lavoratrici della scuola tengono duro e svolgono una funzione imprescindibile nella società.

Il virus c’è, la parziale e classista didattica a distanza anche, il fallimento dell’anno scolastico 20-21 non sembra così lontano.

Ps: 404 Università italiana not found.

  

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in SAPERI

Proviamo a delineare alcuni spunti sulla “nuova” fase covid19 che stiamo attraversando, seppur “nuova” sia un aggettivo poco calzante. Di nuovo, si rimpallano responsabilità, si accendono allarmismi, si corrono rischi.

È necessario fare alcune premesse. Una certezza che i mesi di pandemia ci hanno insegnato è che le informazioni a riguardo non sono affidabili, in particolare l’accesso al sapere scientifico resta un privilegio per pochi. Nondimeno, all’interno della stessa comunità scientifica la produzione di articoli e contributi validi si è dimostrata difficile, avvalorando il fatto che la neutralità della scienza sia qualcosa di illusorio, rendendo palese come essa sia sottomessa a interessi di classe e ai profitti. Durante la confusione pandemica generalizzata, la sete di informazioni e la fame di pubblicare notizie ha fatto sì che il dibattito scientifico, senza che venisse precedentemente sottoposto a sintesi, venisse ribaltato nella sfera pubblica. Dando in pasto all’inesperienza il dogma scienza = verità assoluta.

Parallelamente, anche l’ambito della salute è qualcosa di cui si è abituati a delegare alle autorità specializzate preposte, tendenza che ha avuto come risultato un generale senso di totale affidamento  nei confronti delle indicazioni del governo, che fossero più o meno condivisibili per l’effettiva tutela della salute di ognuno. Governo palesemente sottomesso alle richieste di Confindustria, che si è accaparrata il titolo di regina indiscussa delle decisioni in materia di gestione della crisi. A pensarci bene chi metterebbe la propria vita nelle mani di chi sicuramente metterà avanti ad essa il profitto per il capitale? In questo senso l’urgenza di costruire un sapere autonomo in ambito della salute e della cura è assolutamente stringente, proprio per non sentirsi obbligati a mettersi nelle mani di qualcun’altro, i cui interessi non vanno nella direzione della salvaguardia di tutti e tutte.

Molto si è detto sull’origine del virus e sul fenomeno delle zoonosi, processi che permettono ai virus di effettuare un salto di specie, così come è accaduto nel caso del covid19 dal pipistrello all’umano. Ciò che in questi mesi è rimasto sottotraccia è il punto di partenza di tale fenomeno, ossia il sistema produttivo così come lo conosciamo oggi. La produzione industriale, agroindustriale, l’inquinamento conseguente ad essa, la devastazione ambientale che permette l’impiantamento di industrie in ogni luogo del mondo e la loro continua espansione, sono alla radice dello stravolgimento degli equilibri ecologici, le cui conseguenze abbiamo conosciuto sulla nostra pelle. L’assioma della produzione non fa i conti con la condizione per la sua stessa esistenza: l’attività umana, non intesa puramente come il lavoro salariato, ma come possibilità di riproduzione di se stessi e della società in cui si vive. Perchè essa continui ad esistere è inevitabile che un ruolo cruciale lo abbiano tutte quelle attività umane che provvedono alla cura, al sostegno, all’educazione, all’assistenza. Il sistema neoliberista affida quest’enorme peso alle reti informali della società, alle donne in primis, che si occupano di colmare i vuoti del sistema welfaristico e dei servizi alla persone. Scaricandone i costi indiscriminatamente.

L’ultimo elemento si riferisce allo specifico funzionamento del sistema sanitario nazionale. Tanto è stato scritto a tal proposito in questi mesi, ed è chiaro come i tagli, la privatizzazione, l’imbuto formativo, l’abbandono dei presidi territoriali, le difficoltà della medicina di base di sostenere l’impatto dell’epidemia, siano tutti anelli di questa catena. Nei mesi estivi, in cui il virus ha permesso di riprendere un poco il fiato, la medicina territoriale sarebbe dovuta essere rafforzata. Il dottor Ernesto Burgio sostiene infatti che occorreva rinnovare il sistema di tracciamento e riorganizzare i corridoi alternativi per evitare che il virus ritornasse a dilagare negli ospedali e nelle sedi di cura, com’era già successo durante i primi mesi di pandemia. Queste due opere si inseriscono perfettamente nel solco della necessità di un cambiamento del paradigma sanitario. I problemi strutturali del sistema sanitario nazionale sono emersi con forza durante la pandemia, regola che è valsa per tutti i pezzi dell’organizzazione sociale. Un sistema che si basa quasi completamente sulla centralità dei grandi poli ospedalieri, contestualmente abbandonando la medicina sul territorio, è il cardine del fallimento della gestione di questa crisi e sta alla base dei suoi presupposti. È necessaria una medicina preventiva e di sostegno alle fragilità, unita alla consapevolezza che per prendere in carico una persona non basta occuparsi degli elementi esclusivamente patologici, ma anche dei determinanti sociali della salute. Anche qui non si tratta di una novità. Sono anni che alcune parti del comparto sanitario affermano l’importanza di un ritorno a una cura primaria sul territorio, non di delega ma di fiducia, non di cura meccanica di un corpo avulso dalle condizioni sociali e materiali in cui vive. È fondamentale una tutela della salute basata sulla prevenzione e sull’assistenza alla persona e alla comunità e non di intervento emergenziale sulla malattia. Il problema è molto pratico, occorrono finanziamenti e occorre che essi confluiscano nei posti giusti.

Infine, veniamo all’oggi. Siamo in un momento in cui gli ospedali, in particolare al centrosud, devono già fare fronte a un carico impegnativo. Il punto non è che il virus dovesse cambiare o ci si potesse aspettare che l’andamento dei contagi migliorasse con il passare di qualche mese. Il punto è che per controllare la diffusione del virus da un lato, e dall’altro avere sotto controllo la sua gravità e dunque la sua letalità, sono fondamentali due infrastrutture: un sistema di somministrazione di tamponi adeguato e conseguente tracciamento e isolamento e un numero di posti proporzionati nelle terapie intensive. Sempre Ernesto Burgio in un’intervista a radio onda d’urto, sottolinea come non siamo di fronte a una nuova ondata o a un nuovo virus, siamo sempre all’interno di un ciclo pandemico che ancora non è esaurito, così come lo eravamo prima e durante l’estate. L’andamento della malattia da marzo in poi non è cambiato, così come la sua carica virale. In queste condizioni la sua virulenza è stazionaria, certo potrebbe migliorare o peggiorare. Ciò che fa la differenza è la percezione di una narrazione. Ora si fanno più tamponi, dunque siamo a conoscenza di più casi. Ciò che non fa la differenza è non essersi attrezzati abbastanza di fronte ai limiti strutturali che la pandemia ha messo in luce.

Siamo di fronte a una sfida tutta da giocare, pretendere che vengano effettuati tamponi in tempo e per tutti e tutte, pretendere che negli ospedali non si rischi di entrare in contatto con la malattia perchè non ci sono piani di gestione dell’emergenza tempestivi, pretendere che chi va a scuola non sia abbandonato nel limbo delle gestioni discrezionali di presidi più o meno sensibili alla situazione, pretendere trasporti sicuri, pretendere che se questo sistema economico per contenere i numeri dei morti debba fermarsi lo faccia, al momento giusto e in tempo.

 

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