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Articoli filtrati per data: Friday, 16 Ottobre 2020

Ieri seconda tappa di contestazione all'inaugurazione di Student Hotel a Bologna, corteo studentesco assedia la zona e tenta di forzare i blocchi della celere.

 

Dopo una prima giornata di mobilitazione svoltasi lo scorso primo ottobre, ieri doveva essere la nuova data di inaugurazione dello Student Hotel, uno studentato di lusso, un progetto di una multinazionale olandese che sta aprendo svariate sedi in Italia. L'inaugurazione è stata nuovamente posticipata, per paura delle contestazioni motivate con ritardi nei lavori - e la conseguente perdita di decine di migliaia di euro al giorno da parte di Student Hotel, che deve garantire una collocazione in albergo a chi ne aveva prenotato le stanze a partire da inizio ottobre. Tuttavia la contestazione studentesca non si è fermata, assediando a lungo in modo rumoroso lo studentato, protetto in tutte le vie di accesso da ingenti schieramenti di carabinieri e polizia. All'ennesimo tentativo di avvicinarsi la piazza ha tentato di forzare un blocco venendo respinta da una carica per poi proseguire con il corteo che ha totalmente paralizzato per ore il quartiere Bolognina.

Studentesse e studenti dichiaravano pubblicamente che il modello Student Hotel, un lusso fatto di piscine, palestre, bar sul tetto ecc... è inaccessibile per costi esorbitanti (si parte dai 700 euro al mese per una singola, ma coi vari servizi si superano i 1000 euro al mese), e che o il lusso viene socializzato o rappresenta un modello ingiusto che deve essere abbattuto. 

Nel contesto di estrema difficoltà di mobilitazione relativo anche alla risalita pandemica, la giornata di ieri ha lanciato un primo segnale di insubordinazione e tenacia.

Di seguito il comunicato del Collettivo Universitario Autonomo di Bologna:

 

LA GUERRA PER GLI SPAZI È APPENA INIZIATA!

Come avevamo promesso l'1 ottobre oggi siamo tornat_ in Bolognina per puntare nuovamente il dito contro un modello di città e di università inaccessibile ed escludente. Abbiamo dimostrato con tutta la determinazione, la rabbia e la forza di chi ha voglia di essere protagonista dei cambiamenti della propria città che non chineremo la testa di fronte a quelle decisioni politiche ed economiche che non tengono mai conto delle nostre necessità e dei nostri desideri. Noi però non siamo qua per resistere, siamo qua per attaccare!

Attacchiamo The Student Hotel perché è l'emblema di come il profitto venga sempre prima del bisogno. Attacchiamo il comune perché al posto di affrontare l'emergenza abitativa ormai strutturale a Bologna, plaude alla speculazione e alle iniziative delle multinazionali. Attacchiamo l'UniBo perché invece che farsi garante del diritto allo studio esternalizza sempre di più questo compito ai privati.

In un momento di crisi pandemica - con posti dimezzati negli studentati, nelle aule studio, a lezione, con la mancanza totale di un servizio mensa e di trasporti adeguati alla nostra tutela, con la chiusura di tantissimi spazi fisici, di aggregazione, di confronto, di socialità - ciò di cui realmente abbiamo bisogno è spazio. La salute si tutela con l'autogestione e l'autorganizzazione, non può essere una scusa per toglierci sempre di più!

Oggi l'abbiamo dimostrato, non è delle briciole che ci accontentiamo. Se ciò di cui abbiamo bisogno e desideriamo non è accessibile a tutt_, ce lo andremo a prendere!

#LussoPerTutt #SpaceWars #indovinadoveandiamo

 

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di Sandro Moiso da Carmilla

 Francesca Nava, Il focolaio. Da Bergamo al contagio nazionale, Editori Laterza, Bari – Roma 2020, pp. 242, 15 euro

“…eh, ma io in questo momento rifornisco la Jaguar” (Marco Bonometti, Presidente di Confindustria Lombardia)

“Abbiamo anche minacciato di fermare la produzione, certo. E’ l’unica arma che abbiamo. Loro si sono sentiti ricattati, noi abbiamo detto «ricattati è poco, possiamo fare anche di peggio»” (Operaio della Dalmine – Gruppo Tenaris)

Il titolo scelto per questa recensione è tratto dalla frase che chiude, come un macigno, il penultimo capitolo del bel saggio-reportage della giornalista di origini bergamasche Francesca Nava, appena pubblicato dagli Editori Laterza. Un saggio imprescindibile per tutti coloro che vogliano parlare o discutere, a ragion veduta, dell’inferno pandemico scatenatosi a partire dalla Val Seriana alla fine di febbraio di quest’anno.

Un inferno sanitario e sociale che più ancora che nel virus, classificato per semplicità come Covid-19, affonda le sue radici in un autentica infamia economica, politica e istituzionale generalizzata, nei confronti della quale, nel corso degli ultimi mesi, si sono mossi i parenti delle vittime raccolti nel Comitato Noi denunceremo. Verità e giustizia per le vittime da Covid-19. Infamia che sta alle spalle anche di una gestione opaca sia dei provvedimenti che dell’informazione riguardanti la pandemia.

Un’opacità che, in questi giorni di ripresa, altamente prevedibile, dei contagi, ancora caratterizza tutti gli atti e le notizie che riguardano una situazione sociale e sanitaria destinata a peggiorare nel corso dell’autunno-inverno (così come l’epidemia di influenza “spagnola” avrebbe dovuto insegnare ai soloni della scienza, dell’informazione e della politica istituzionale). Una linea d’ombra determinata dalla necessità strumentale, soprattutto economica e politica, di non diffondere il panico che già tanto ha contato fin da gennaio qui in Italia e che ancora sembra essere l’unica autentica strategia, insieme all’uso della forza pubblica e dell’esercito, di mantenimento dell’ordine produttivo. A qualsiasi costo.

Ordine produttivo che fin dagli ultimi giorni di febbraio, in Val Seriana e nella bergamasca, è diventato il vero ed unico fattore di determinazione delle scelte sanitarie e sociali che avrebbero dovuto essere prese. Sia dal governo regionale che da quello nazionale. Ed è proprio in questa dipendenza delle decisioni politiche dalla volontà imprenditoriale, che ha finito coll’accomunare le scelte dei rappresentanti della Lega e del Centrodestra a quelle dei partiti e del governo di area giallo-rossa, che l’autrice affonda il rasoio del suo ragionamento e della sua implacabile ricostruzione dei fatti.

Nel sottolineare, a più riprese, come la sanità pubblica lombarda sia stata fatta letteralmente a pezzi da due riforme «improvvide, illegittime e di dubbia costituzionalità, quella del 1997 di Roberto Formigoni e l’altra di Roberto Maroni del 2015»1, Francesca Nava non dimentica mai di rammentare al lettore come lo spettacolo del rimpallo di responsabilità tra governo nazionale e governo regionale sulla gestione della pandemia, così come si è sviluppato anche davanti alla Procura di Bergamo che indaga sulle stesse, sia del tutto funzionale alle politiche effettivamente adottate e dettate quasi esclusivamente dalla voce del padrone.

Padrone che assume le fattezze precise della Confindustria lombarda e del suo rappresentante più importante, il presidente Marco Bonometti, che fin dai primi giorni (quelli che si sarebbero rivelati poi fatali per la diffusione dell’epidemia) si rivelò sintonizzato soltanto «sul fatto che, se l’Italia si fosse fermata e altri paesi gli avessero fottuto le commesse, lui avrebbe avuto un danno irreparabile»2.

A capo di Confindustria Lombardia dal novembre del 2017, Bonometti è presidente e amministratore delegato delle Officine Meccaniche Rezzatesi (Omr): colosso delle componenti per auto, con 3.600 dipendenti, sedici stabilimenti nel mondo e quasi 800 milioni di fatturato l’annoLa sua società, con oltre cent’anni di storia alle spalle e a capitale privato posseduto al 100% dalla famiglia Bonometti, vanta nella lista dei clienti le principali case automobilistiche, con la Ferrari come fiore all’occhiello. Nella città-contea cinese dello Huixian, a oltre 600 chilometri di distanza dal focolaio epidemico del coronavirus, si trova Omr China Automotive Components, lo stabilimento verticalizzato (dagli impianti di fusione del rottame al pezzo finito) […] specializzato nella produzione di assali e componenti per mezzi speciali che occupa oltre 600 dipendenti. Alla fine gennaio l’Omr fa rientrare dalla Cina dieci suoi lavoratori: tra questi ci sono cittadini italiani, tedeschi e cinesi. Vengono messi tutti in quarantena3.

Il 28 febbraio, nel corso di un’intervista radiofonica, Bonometti dichiara: «Bisogna rimediare cercando di abbassare i toni e far capire all’opinione pubblica che la situazione si sta normalizzando. Giustamente si son prese delle misure drastiche prima, ma oggi bisogna gestire la situazione in modo diverso. Bisogna far capire che la gente può ritornare a vivere come prima, salvaguardando sempre il problema della salute». Il giorno seguente, 29 febbraio parla anche di “danno di immagine” con una eventuale zona rossa che «crea danni economici anche alle altre aziende»4.
In piena ottemperanza al suggerimento-ordine, il 29 febbraio, un sabato, a Bergamo:

Il sindaco Giorgio Gori invita i bergamaschi ad andare in città e a fare shopping. Chiunque può viaggiare sui mezzi pubblici dell’Atb al prezzo scontato di uneuro e cinquanta; il biglietto è valido per tutto il week-end. Bar, ristoranti, negozi sono aperti e il Sentierone – la via pedonale del centro, la via dello struscio – pullula di gente. Sono i giorni indimenticabili dello slogan «Bergamo non si ferma», degli aperitivi milanesi tra l sindaco Sala e il governatore del Lazio Zingaretti, i giorni degli spot di Confindustria, che rassicura fornitori e clienti che «il rischio di infezione in Italia è basso» e che le aziende continueranno a produrre e lavorare come sempre. L’influenza da Covid sembra relegata nella zona rossa del Lodigiano e del comune veneto di Vo’ Euganeo. Eppure, già da una settimana, si è sviluppato un pericoloso focolaio in Val Seriana, che ha anche investito la città di Bergamo. All’ospedale Papa Giovanni XXIII continuano ad arrivare ambulanze cariche di pazienti in crisi respiratoria provenienti proprio dall’ospedale di Alzano Lombardo, dove tutto è iniziato il 23 febbraio5.

Se Netflix, o qualsiasi altro canale televisivo o casa di produzione, vorrà mai realizzare una serie thriller oppure horror-politica, la sceneggiatura è già pronta, servita sulle pagine di un testo informato, appassionato e di facile lettura, in cui nulla e nessuno viene dimenticato. Tanto meno le vittime. Che sono tante, troppe: pensionati, medici, infermieri, operai, autotrasportatori, quasi tutte di età compresa tra i quaranta e gli ottanta anni. Seimila nella sola provincia di Bergamo. Una strage annunciata che soltanto l’apriori economico, la sete di profitto ed una politica diretta soltanto dalla ‘necessità’ dall’accaparramento privato della ricchezza socialmente prodotta ha infine causato.

Economia di mercato e salute sia pubblica che ambientale, non possono coesistere: questo ci insegnano indirettamente le parole spesso pacate, talvolta accese ma comunque mai prive di forza della brava e coraggiosa giornalista bergamasca. E oggi, mentre è ancora in pieno ritorno una pandemia che non se n’è mai andata da una struttura economico-produttiva e sociale che non ha mai realmente chiuso nessuna attività pericolosa, mentre i mezzi pubblici viaggiano stracarichi di lavoratori e studenti e si finge che il virus si diffonda dall’interno delle famiglie e non dal suo esterno e dal contesto lavorativo6, mentre le scuole non riescono a garantire un minimo di sicurezza mantenendo attive le macchinette distributrici di bevande e panini (autentici supermarket virali) e mentre il presidemte di Confindustria Bonomi (imprenditore attivo proprio nel settore biomedicale) rivendica un salto di paradigma ad ulteriore beneficio delle aziende e del capitale privato, anche noi dobbiamo perseguire un altro tipo di salto di paradigma. Quello che gli operai che si sono rivoltati alla Dalmine, nelle fabbriche lombarde e piemontesi per fermarle prima del Dpcm truffa del 22/23 marzo oppure i difensori dei territori e della salute dei movimenti NoTav hanno già iniziato a indicare da tempo. La fine di un’ingiustizia che è la fonte di tutte le ingiustizie: lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo e del dominio del capitale sulle risorse, l’ambiente e la salute. Un dominio che, come indica ancora il testo qui recensito, ha ormai compromesso gravemente anche l’indipendenza della scienza e della ricerca.

Grazie dunque a Francesca Nava che, pur con la necessaria obiettività professionale, ha saputo fornirci ulteriori armi e istruzioni per la comune battaglia che ci attende.

1) Intervista a Vittorio Carreri in F. Nava, Il focolaio, p. 161. Carreri nella stessa intervista riporta poi ancora questo esempio pratico: «Nell’Ats di Bergamo ora c’è questa situazione: il direttore del dipartimento si è infettato ed è a casa, a gestirlo con la funzione di direttore di tutte le attività legate alla pandemia virale è arrivato un veterinario. Ma le pare possibile? Un veterinario! Allora vuol dire che, oltre che dimezzata, la prevenzione a Bergamo e non solo a Bergamo è quasi annientata» in F. Nava, op. cit. p. 163

2) F. Nava, op. cit. p.58

3) op. cit. p. 66

4) per le due citazioni si veda F. Nava, p. 67

5) op. cit. pp. 22-23

6) Lombardia. La diffusione è trainata dai luoghi di lavoro, la Repubblica, 4 ottobre 2020, p. 3

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Ennesima violazione dei diritti per Cesare Battisti che si trova in regime di isolamento dove gli hanno tolto il pc che prima, al carcere sardo di Massama dove era recluso in alta sorveglianza, poteva utilizzare per motivi di studio e lavoro. Non solo, gli hanno bloccato tutta la corrispondenza in entrata e in uscita, ad oggi i suoi parenti non hanno avuto la possibilità di effettuare un colloquio e come se non bastasse, sono stati trattenuti diversi pacchi inviati dai familiari quando in precedenza invece erano ammessi.

A segnalare alle autorità competente i diritti violati è l’associazione Yairaiha Onlus. In una missiva l’associazione scrive: «Abbiamo appreso dagli avvocati di Cesare Battisti (Maurizio Nucci, Davide Staccanella e Sollai) che da quando è arrivato nel carcere di Rossano, all’incirca 20 giorni fa, il detenuto è sottoposto ad una serie di misure che vanno a violare il divieto di regresso trattamentale costituzionalmente e convenzionalmente garantito». Prosegue denunciando che «i familiari hanno già fatto ben 2 richieste per poter effettuare colloquio visivo, rispettivamente in data 2 e 9 ottobre ma, ad oggi, non hanno ricevuto alcuna risposta».

Tali restrizioni sembrano dei veri e proprio accanimenti del tutto ingiustificati, nonostante i magistrati di esecuzione, nel rigettare la richiesta dell’avvocato di concedere 30 anni di reclusione, come sottoscritto tra Italia e Brasile, hanno stabilito che Cesare Battisti non deve essere sottoposto a regimi speciali, ma a quello ordinario, dato che i fatti risalgono al 1979. Gli stessi magistrati hanno stabilito che non debba essere sottoposto ad alcun regime differenziato rispetto ai detenuti comuni, eppure il ministero ha deciso, a suo insindacabile giudizio, che Battisti va tenuto in regime di alta sorveglianza.

Oppure, in alternativa, così come è poi accaduto con il trasferimento, di mandarlo al carcere di Rossano insieme agli estremisti islamici.

Anche la comunicazione con gli avvocati viene ostacolata, perché pare che la direzione non autorizzi le chiamate verso i cellulari degli avvocati. «Questo aspetto appare paradossale soprattutto in questo momento di limitazioni di movimento per tutta la popolazione e dal momento che, proprio in questi mesi, la comunicazione nelle carceri si è adeguata ai tempi».

L’associazione Yairaiha ritiene che alcune violazioni della legge penitenziaria siano palesi e vanno a incidere negativamente sui diritti del detenuto. l’associazione si rivolge al Dap e al ministero della Giustizia con una missiva :«Si prega pertanto di voler verificare quanto rappresentato, ognuno per le proprie competenze, al fine di garantire che i diritti del sig. Battisti siano garantiti a Rossano Calabro come a Oristano o in qualsiasi altro istituto penitenziario».

Da ricordare anche che Battisti, 65enne, è affetto da varie patologie, comprese quelle polmonari. Il covid 19, che ha fatto capolino anche al carcere calabrese, è letale per chi ha condizioni preesistenti di determinate malattie.

Resta quindi da capire la necessità di tali misure restrittive che gli stessi magistrati non hanno indicato. Si tratta di una pura vendetta di Stato.

 

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Introduzione

Sedetevi comodi e preparatevi a leggere una lunga storia che viene da lontano e che contiene in sé molti dei motivi della nostra lotta e della determinazione con cui continuiamo senza sosta a difendere la nostra terra. Una storia che ha tanto in comune con altri contesti del nostro paese, ma che, a suo modo, racconta in maniera più generale il mondo in cui stiamo vivendo.

Iniziamo dalla fine: entro il 31 dicembre 2020, secondo cronoprogramma, Telt dovrà iniziare i lavori per il trasferimento dell’autoporto da Susa a San Didero.

Intanto cos’è un autoporto?

E’ un parcheggio per autoveicoli ed autotreni, creato in prossimità di un posto di frontiera per agevolare le operazioni di controllo della dogana senza intralciare il traffico stradale.

Perché dunque, secondo i promotori del TAV Torino – Lione, l’autoporto dovrebbe essere spostato da Susa a San Didero (che per chi non lo sapesse è in bassa valle, a 15,2 km da Susa e a circa 56 km dalla frontiera)?

Perchè nella piana di San Giuliano di Susa, dove al momento si trova questa infrastruttura, dovrebbe sorgere la stazione internazionale dell’Alta Velocità. Un’opera faraonica e una cattedrale nel deserto, ma su questo argomenteremo più in là. Nello stesso luogo, secondo le indiscrezioni degli ultimi tempi dovrebbe essere installato anche un deposito dello smarino, cioè dei materiali di risulta derivati dagli scavi del tunnel di base. Deposito che avrebbe dovuto vedere la luce a Salbertrand, in alta valle, in concomitanza con la prevista fabbrica dei conci, ma che a causa della presenza sul territorio designato di rifiuti amiantiferi e di altro genere non potrebbe essere disponibile per l’uso nei tempi previsti da Telt. Anche su questa vicenda torneremo più avanti perché sono evidenti i punti di contatto tra la storia di Salbertrand e quella che stiamo per raccontarvi, intanto se non li avete ancora letti vi proponiamo alcuni articoli per approfondire la tortuosa e paradossale avventura di Telt a Salbertrand (Grosso guaio a Salbertrand, Chi ha scaricato l’amianto (ed altro) a Salbertrand?, Le grandi opere, il Tav e Salbertrand, il paese di mezzo, Salbertrand: la menzogna del Tav in Alta Valle).

Dunque il territorio di San Didero è stato individuato come quello più adatto alla costruzione del nuovo autoporto. Per alcuni versi, almeno secondo la logica dei promotori, è stata una scelta obbligata data la pesante infrastrutturazione (sic!) della bassa valle. La piana dove dovrebbe sorgere la struttura, al confine tra i territori di San Didero, Bruzzolo e Borgone è tra i pochi spazi “liberi”, o meglio è uno dei pochi luoghi dove insiste ancora un bosco di una certa entità nella pianura della valle. E’ a tutti gli effetti l’unico polmone verde della zona.

 

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Non solo: il terreno in questione è fortemente inquinato per via delle emissioni delle acciaierie che lo circondano. Pcb e diossine si sono depositate per anni indisturbate su quest’area, almeno fino alla metà dello scorso decennio. La zona inoltre è stata soggetta all’intombamento illegale di rifiuti tossici da parte dei soliti ignoti, ritrovati a più riprese. I rischi per la salute di chi risiede nella bassa valle sono evidenti di fronte ad un intervento del genere, ma Telt va avanti a testa bassa, supportata da lobbies degli affari più o meno oscure e dai governi che si sono succeduti negli anni.

L’idea di installare un’infrastruttura del genere a San Didero comunque non è una novità, ma permane almeno fin dai primi anni ’70, tanto che, rullo di tamburi, un autoporto in quella zona era già stato costruito “quasi” completamente.

La struttura era praticamente pronta, con uffici arredati, sanitari ed infissi, ma si decise che fosse più “funzionale” avere l’autoporto a San Giuliano di Susa. La costruzione fu dunque abbandonata a se stessa nella classica logica speculativa e ad oggi rimane un affascinante, ma devastante scheletro di cemento e mattoni vuoto in mezzo al bosco. D’altronde sappiamo che è tradizione di Telt prendere idee trapassate, superate dalla storia e impacchettarle da balle futuristiche sul progresso. Peccato che il costo di questa manovra per le tasche dei contribuenti sarebbe circa di 55 milioni di € di cui 5, come abbiamo scritto qui, spesi in “security” (alla faccia del dialogo col territorio).

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Pubblicheremo nei prossimi giorni una serie di articoli a puntate in cui approfondiremo questa storia fin dalle sue origini per dare un quadro più generale del contesto in cui si inserisce la grande opera inutile e le sue varie propaggini. Una storia di padroni ed operai, di speculazioni e resistenze, soprattutto una storia di difesa del diritto alla vita, alla salute, alla natura. Una storia che è impressa nel nostro DNA. Buona lettura!

Un autoporto fantasma direttamente dagli anni '70

“COMINCIATI A SAN DIDERO I LAVORI PER L’AUTOPORTO (100mila metri quadri)”. No, i lavori non sono iniziati veramente, o meglio non sono iniziati i lavori di questo autoporto. Il titolone che riportiamo qui sopra è di un articolo apparso su La Stampa il 16 settembre 1977. Si, ben 43 anni fa la busiarda annunciava in pompa magna che “le interminabili code di autotreni ed autoarticolati alla dogana di Via Giordano Bruno [a Torino]” erano “destinate a diventare un ricordo”. Si spinge anche più in là, prevede che il nuovo autoporto di San Didero sarà pronto e funzionante per la primavera del 1979. Ovviamente, come sappiamo, nulla di tutto questo accadrà veramente. Ma nonostante ciò l’articolo merita comunque un’attenta lettura per le altre piccole perle che ci riserva.

San Didero 16 set 1977

L’autoporto sarebbe dovuto nascere su iniziativa di privati, la “Autoporto Torino San Didero Spa”, composta da spedizionieri, commercianti e industriali torinesi. L’infrastruttura avrebbe dovuto provvedere ai controlli doganali per 500 autotreni al giorno. Il territorio di San Didero venne scelto perché pianeggiante e facilmente connettibile alle due statali. Nonostante le idilliache premesse però, e qui è necessario fare attenzione, Giancarlo Carpaneto presidente della società lamenta che i rapporti con le istituzioni territoriali non sono propriamente buoni: “Abbiamo presentato il progetto dell’autoporto a entrambi [Regione e Comunità Montana della Bassa Valle], ma non abbiamo trovato molto entusiasmo. Così siamo andati avanti da soli. Ma siamo tuttora disponibili alla collaborazione e alla partecipazione. Non si tratta di una speculazione privata (sic!), ma di un’iniziativa destinata a portare benefici a tutti (sic!!). A cominciare dagli oltre cento posti di lavoro che si renderanno disponibili (strasic!!!). Suona familiare questo discorsetto? Si ha la sensazione che Telt tiri fuori da schedari impolverati di quarant’anni fa non solo i progetti per le sue opere “rivoluzionarie”, ma anche le balle con cui confezionarli.

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Di pochi giorni dopo è un altro articolo in cui lavoratori e sindacati esprimono forti perplessità rispetto al progetto chiedendone il blocco immediato. Il 21 settembre ’77 il Coordinamento Unitario Regionale Trasporti Cgil – Cisl e Uil manda una lettera al sindaco di San Didero, alla Comunità Montana e all’assessore ai trasporti della Regione. Nella lettera i sindacati affermano che iniziative come l’autoporto di San Didero “rappresentano un dato di continuità in un modo di intervenire che è stato la causa di fondo della crisi che attanaglia il settore dei trasporti in Piemonte e nel Paese… [attenzione, già si parlava di crisi del settore, do you know previsioni di traffico?] non tenendo conto della necessità di razionalizzare e coordinare i traffici attraverso il massimo utilizzo degli impianti e delle vie di comunicazione esistenti [l’articolo potete leggerlo qui sopra, non ci stiamo inventando niente], l’uso corretto dei mezzi e degli uomini per eliminare sprechi ed inefficienze, per ridurre il peso delle rendite parassitarie e avviare l’intervento programmato della mano pubblica nella costruzione di nuovi impianti.” Dunque i sindacati chiedono il blocco dell’opera per “evitare una nuova fase di privatizzazione dei sistemi di trasporto e un piano di speculazioni in Valle di Susa”. Che aggiungere? Si potrebbe dire che certi sindacati erano un’altra cosa o che gli speculatori sono rimasti sempre gli stessi.

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Naturalmente la vicenda dell’autoporto fantasma di San Didero non finisce qui, i lavori non vengono affatto bloccati sul nascere come richiesto dai sindacati dei trasporti. Si va avanti, ma i tempi di costruzione dell’opera si dilungano e ovviamente la primavera del ’79 fa in tempo ad appassire. Si ritorna a parlare dell’autoporto di San Didero su La Stampa l’11 Dicembre del 1981 in un articoloun articolo sui disagi generati dai controlli doganali al di là del confine con conseguente protesta dei trasportatori, ma i toni sono decisamente meno trionfalistici: “La situazione comunque è ancora lontana dall’essere normalizzata, e anche l’apertura dell’autoporto (prevista per il luglio dell’82) in costruzione a San Didero, prima di Susa, non sembra convincere gli addetti ai lavori, perché sarebbe troppo lontana dalle frontiere.” E ancora nell’83, questa volta in un trafilettoun trafiletto sui nuovi poli commerciali in valle per “spennare i turisti” (parole di La Stampa), leggiamo che gli amministratori hanno indicato la trasformazione dell’autoporto di San Didero in un centro di assistenza ai veicoli pesanti in transito.

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L’83 è anche l’anno dell’inaugurazione dell’altro autoporto, quello di San Giuliano di Susa(avvenuta in fretta e furia pochi giorni prima delle elezioni) da parte del Ministro dei Trasporti Nicolazzi (condannato per concussione durante Tangentopoli nell’ambito del processo per il cosiddetto scandalo delle “carceri d’oro”, relativo a tangenti versate ai politici sugli appalti per la costruzione di penitenziari), per poi rimanere inutilizzato fino all’85, costando comunque alle tasche dei contribuenti 2 milioni di lire al giorno per interessi bancari nonostante fosse deserto.

Da allora l’autoporto di San Didero è rimasto lì, quasi finito, ma inutilizzato, esposto alle intemperie e denudato di ogni oggetto di qualche valore. E’ diventato patrimonio di writers in cerca di muri tranquilli dove sperimentare la propria arte e monumento, obbrobrioso, alla stupidità del libero mercato e delle lobbies del cemento.

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Nelle prossime puntate:

Acciaio e veleni, una lunga storia di inquinamento in bassa Val di Susa

La strategia della gazza ladra. Telt, i fortini e noi

Salute, qualità della vita, ambiente. La voce degli abitanti

 

Da notav.info

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