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Articoli filtrati per data: Wednesday, 14 Ottobre 2020

Il cambiamento climatico è il principale responsabile del raddoppio dei disastri naturali nel mondo in vent’anni. Lo rivela un rapporto dell’Ufficio delle Nazioni Unite per la riduzione del rischio di catastrofi (Unsdir). Dal 2000 sono state registrate 7.348 calamità naturali (per un costo stimato in quasi 3mila miliardi di dollari) che hanno ucciso più di 1,2 milioni di persone. “Il Covid-19 ha reso i governi e l’opinione pubblica consapevoli dei rischi che ci circondano. E l’emergenza climatica può essere anche peggiore”, ha detto il segretario generale dell’Unsdir Mami Mizutori.

Negli ultimi vent’anni il numero delle grandi inondazioni è più che raddoppiato, passando da 1.389 a 3.254 (40% del totale dei disastri climatici), mentre l’incidenza delle tempeste è cresciuta da 1.457 a 2.034 (28%), seguite da terremoti (8%) e temperature estreme (6%). Il rapporto registra anche importanti aumenti per incendi ed altri eventi meteorologici con forti impatti. C’è stato anche un aumento degli eventi geofisici, inclusi terremoti e tsunami, che hanno ucciso più persone di qualsiasi altro pericolo naturale esaminato nel rapporto.

L’Asia tra il 2000 e il 2019 ha subito il maggior numero di eventi disastrosi: in totale 3.068, seguita dalle Americhe con 1.756 eventi e dall’Africa con 1.192. Per quanto riguarda i Paesi, i più colpiti sono la Cina (577 eventi disastrosi) e gli Stati Uniti (467 eventi), seguiti da India (321 eventi), Filippine (304 eventi) e Indonesia (278 eventi). L’Unddr fa notare che «Questi Paesi hanno tutti masse continentali vaste ed eterogenee e densità di popolazione relativamente elevate nelle aree a rischio». Nel complesso, 8 dei primi 10 Paesi che hanno subito più eventi catastrofici si trovano in Asia.

Per l’Unddr, «Questa è una chiara prova che in un mondo in cui la temperatura media globale nel 2019 era di 1,1 gradi Celsius al di sopra del periodo preindustriale, gli impatti si fanno sentire con la maggiore frequenza di eventi meteorologici estremi tra cui ondate di caldo, siccità, inondazioni, tempeste invernali, uragani e incendi».

L’Italia, nonostante sia particolarmente esposta ai danni causati dal cambiamento climatico, ha rallentato il passo sulla strada della decarbonizzazione. Dopo un decennio di buone performance, che tra il 2005 e il 2014 ha visto diminuire del 27% le emissioni, con un taglio di 160 milioni di tonnellate di gas serra, dal 2014 al 2019, in concomitanza con una timida ripresa economica, ha ridotto solo dell’1,6%.

Umberto Mazzantini Direttore Greenreport.it quotidiano per un economia ecologica  Ascolta o scarica

Da Radio Onda d'Urto

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A Torino ancora repressione: ulteriori misure colpiscono la comunità universitaria per via dei fatti del 13 febbraio, in cui si manifestava dissenso nei confronti del volantinaggio del collettivo studentesco di ispirazione neofascista Fuan

Altre misure repressive colpiscono la comunità universitaria a seguito dei fatti dello scorso 13 febbraio al Campus Luigi Einaudi di Torino. Quel giorno la polizia è duramente intervenuta contro studenti e ricercatori che stavano manifestando il proprio dissenso. L’occasione è stata un volantinaggio del FUAN, un collettivo studentesco di ispirazione neofascista, volto a contestare il convegno accademico organizzato dall’Anpi dal titolo “Fascismo, colonialismo, foibe”. Le misure adottate nei giorni scorsi si sommano alle 19 precedenti (3 arresti domiciliari, 7 divieti di dimora, 9 obblighi di firma) che hanno raggiunto studenti e studentesse il 23 luglio scorso. Per chi volesse conoscere in dettaglio i fatti si rimanda qui.

Da anni, ormai, studenti, ricercatori e docenti vengono inquisiti e sottoposti a forme di restrizione della libertà personale e limitati nella possibilità di svolgere attività di ricerca, mettendo a rischio l’effettiva garanzia del diritto all’istruzione.

Come membri della comunità accademica, ma soprattutto cittadini preoccupati delle sorti della nostra democrazia ci interroghiamo su questi eventi, e interroghiamo chi legge queste righe.

1) È accettabile che venga meno quel senso critico che dovrebbe almeno portare gli osservatori a interrogarsi sul paradosso per cui studentesse e studenti disarmati avrebbero messo in scacco la polizia, un apparato preparato tecnicamente a reggere pressioni ben più serie? Si tratta evidentemente di un racconto inverosimile che – caso strano – dimentica la ragione del confronto: il Fuan che con la falsificazione storica compie una provocazione nei confronti dell’Anpi, dell’antifascismo, della Città di Torino – quella cui fu assegnata la medaglia d’oro al valore militare per la lotta contro nazisti e fascisti.

2) È accettabile che in un documento ufficiale (come riportato dal Corriere Torino del 7 ottobre 2020) che limita la libertà personale di individui per i quali deve valere una presunzione di innocenza, il magistrato proponga una surreale descrizione classista dell’ambiente universitario, che descrive come «maggiormente attrezzato rispetto alla “strada” nella percezione dei disvalori contrari ai più elementari principi di convivenza […]»?

3) È accettabile che tutto ciò avvenga additando come socialmente pericolosi studenti, ricercatori, colleghi che hanno partecipato a un presidio a tutela della convivenza democratica e della costituzione a volto scoperto e disarmati? E che questo stigma venga diffuso con la complicità di alcune testate giornalistiche, dimentiche dei basilari principi di obiettività, di tutela della dignità personale, di controllo delle fonti che ogni libera stampa democratica dovrebbe difendere e rivendicare?

4) È accettabile che le scelte di natura obiettivamente repressiva compiute dai magistrati torinesi possano essere argomentate con riferimento ad un «allarme sociale» (come riportato ancora dal Corriere Torino del 7 ottobre 2020), che peraltro non è detto che i magistrati siano i più adatti a valutare?

5) È accettabile che l’ex Questore di Torino continui ad alimentare in maniera irresponsabile un clima di contrapposizione verso chiunque eserciti o intenda esercitare il diritto al dissenso sulla base di paure anacronistiche, minacciando che «c’è una polizia giudiziaria che sa cosa fare» (Così in un’intervista al Corriere.it del 2 ottobre 2020). Quali sarebbero i pericoli? Una presunta «deriva anarco-insurrezionalista» o, ancora, «colpi di coda di residui ideologici»?

Qui, semmai, l’unico residuo ideologico – se un’espressione tanto generica può avere un senso – pare essere quello che forgia modelli di azione poliziesca e repressione giudiziaria, questi sì resti di un clima emergenziale che, se a suo tempo appariva inaccettabile a qualsiasi sincero democratico, oggi ci sembra di una gravità inaudita.

6) È accettabile che alcuni giornali, senza verificare le fonti e le reali dinamiche dei fatti, diano notizia in tempo reale delle misure repressive, con tanto di nomi, cognomi, luoghi di residenza, nel totale disprezzo del diritto alla privacy dei destinatari di tali misure?

7) È accettabile che, approfittando di questa situazione, il presidente dell’Edisu (l’Ente per il diritto allo studio regionale) e l’assessora regionale all’Istruzione facciano campagna elettorale inserendo una clausola che revoca la borsa di studio agli studenti «non meritevoli» in base alla loro condotta politica, ledendo di fatto il diritto allo studio?

Le misure repressive adottate e il contesto nel quale esse si inseriscono restituiscono l’immagine di una situazione preoccupante, dinanzi alla quale è necessario assumere una posizione netta. Il dissenso – ricordiamolo – è un elemento imprescindibile in ogni stato che voglia definirsi democratico.

La repressione del dissenso, dall’università ai movimenti sociali, è parte di un processo che a fronte della crescita esponenziale delle diseguaglianze risponde con la marginalizzazione e la ghettizzazione del disagio sociale (ne sono emblema il daspo urbano e i processi di gentrificazione), che lascia impunemente spazio a risorgenti gruppi fascisti per diffondere re-visioni distorte, razzismo e discriminazione, e punisce chi, invece, si fa portatore attivo di quei valori di giustizia sociale che la Costituzione indica come non negoziabili.

Abbiamo capito! Ed ecco i nostri nomi.

Il link per firmare l’appello:

https://docs.google.com/forms/d/e/1FAIpQLScgFpj00mCrTc3DnV1FV7t4yv8YhPGqyo73dw4AbgU6j3hfxA/viewform?gxids=7757

Assemblea dottorand* e precar* e docenti del Campus Luigi Einaudi

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L’11 ottobre a Mosca è stata siglata una tregua nella guerra sanguinosa scoppiata due settimane prima tra Armenia ed Azerbaigian per il controllo del Nagorno-Karabakh. Un equilibrio instabile, che, oltre allo scambio di prigionieri e alla restituzione delle salme dei caduti, si baserebbe sulla ripresa dei negoziati affidati al “gruppo di Minsk”.

La controversia ha un retroterra storico-culturale di lunga data.
L’Armenia, a prevalenza cristiana, tra le chiese ortodosse orientali, e l’Azerbaijan, a larga maggioranza islamica, prevalentemente sciita, entrarono in conflitto per il Nagorno-Karabakh, enclave armena in territorio azero, provincia autonoma in epoca sovietica, riconosciuto parte dell’Azerbaijan dal 1991, ma controllato dagli armeni. Sebbene in territorio azero, infatti, la maggioranza della popolazione è armena, e il soviet locale vi proclamò una repubblica autonoma nel settembre 1991. Nel 1988, le truppe azere e le formazioni armene avviarono un lungo conflitto, con alterne vicende; la tregua del 1994, mediata dalla Russia, ha lasciato il Nagorno-Karabakh sotto controllo armeno di fatto. Oltre un milione di persone sono state costrette alla fuga, la popolazione azera (25% del totale) ha abbandonato l’enclave, mentre le popolazioni armene fuggivano dal resto dell’Azerbaijan, in un ulteriore esodo di profughi.

In questa partita c’è un quarto importante attore, la Turchia di Erdogan.
La Turchia è il potente alleato dell’Arzebaigian nel conflitto con l’Armenia per il controllo della regione contesa. Quali interessi muovono il sultano di Ankara?
Le mosse della Turchia si muovono lungo tre assi.
Il primo è l’espansionismo neo-ottomano di Erdogan, che in questi anni è intervenuto in aree un tempo sotto il controllo dell’impero, come la Siria e la Libia. Senza disdegnare incursioni in Africa, soprattutto in Somalia, e nel Caucaso.
L’interventismo turco genera un potente warfare, utile a cercare di arginare il malcontento interno, dovuto all’intrecciarsi di crisi economica, crisi sociale, pessima gestione della pandemia.
Non solo. La Turchia protegge e incrementa i propri interessi sui flussi di gas e petrolio, mettendo uomini in armi in Libia ed in Siria, e foraggiando la crescita dell’esercito azero, trasformatosi in pochi anni in modo radicale grazie alle forniture di armi e all’addestramento fornito da Ankara.

Erdogan ha stretto accordi per la fornitura di gas e petrolio azero, e, come in Libia e Somalia, gioca la carta della potenza amica, senza le ambizioni neocoloniali di paesi come l’Italia, la Francia, la Russia.

Sul piano interno la politica espansionista mira a rinforzare l’asse con i nazionalisti e a giustificare ulteriori attacchi alla libertà di espressione nel paese. Nelle ultime due settimane ci sono stati oltre 100 arresti, tra ex deputati, sindaci e giornalisti. Un giornalista di un’emittente non allineata è stato pesantemente multato per aver denunciato l’autoritarismo del regime azero.
Nel risico che investe il conflitto tra Armenia e Azerbaigian si inserisce un altro importante nemico della Turchia, l’Iran, che ha ottimi rapporti con l’Armenia.
Con buona pace di chi legge i conflitti con la lente esclusiva dello scontro tra religioni, vale la pena notare che la Turchia sostiene l’Azerbaigian a maggioranza sciita, mentre l’Iran è alleato con l’Armenia a maggioranza cristiano-ortodossa.
Le religioni sono un buon mezzo per giustificare le guerre e motivare i combattenti e chi, da casa, ne patisce le conseguenze, ma sono una pessima lente per decifrare la puntata del grande gioco che si sta facendo tra le montagne della terra del fuoco.

Ne abbiamo parlato con Murat Cinar, giornalista turco da molti anni a Torino

Ascolta la diretta:

Da Radio Blackout

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ORGANIZZÒ L'UNICA RIVOLTA CHE EBBE SUCCESSO IN UN CAMPO DI CONCENTRAMENTO: LA STORIA DI ALEKSANDR PECERSKIJ, SOLDATO INTERNATO E PARTIGIANO.

Il piano originale che Aleksandr Aronovic Pecerskij aveva organizzato per tentare una fuga in massa dal campo di sterminio di Sobibór prevedeva che i rivoltosi avrebbero dovuto avvicinare - e uccidere - più ufficiali delle SS possibili, e solo dopo dare l’assalto all’armeria. Una volta impadronitisi di armi e munizioni, avrebbero dato il via all’insurrezione. Saša, come tutti lo chiamavano, era un ufficiale ucraino dell’Armata Rossa, catturato nell’ottobre del ‘41, dopo vari tentativi di evasione era stato spedito a Sobibór. Qui si era presto coordinato con Leon Feldhendler, già capo del Consiglio Ebraico della città polacca di Zolkiew, che stava preparando una fuga. Le capacità militari di Pecerskij e la solidarietà che i prigionieri sovietici avevano dimostrato verso gli internati ebrei convinsero tutti ad affidare a Saša la guida della rivolta.

Il 14 ottobre del 1943 iniziarono gli omicidi delle SS. Undici ufficiali vennero eliminati, poi uno dei corpi venne rinvenuto e partì l’allarme. A quel punto le guardie del campo iniziarono a massacrare i prigionieri, qualcuno reagì sparando con le poche armi sottratte ai graduati uccisi, altri, molto più numerosi, tentarono la fuga. Pecerskij diede l’ordine di rompere il filo spinato mentre dalle torrette i detenuti venivano crivellati o saltavano sulle mine poste tutte intorno al campo. I primi non ebbero scampo, ma il loro sacrificio permise a chi li seguiva di raggiungere il vicino bosco e quindi disperdersi nei dintorni. Dei 300 fuggitivi molti vennero catturati o uccisi, appena 50 o 60 riuscirono effettivamente a raggiungere la libertà. Tra loro c’era Saša, che si unì a un gruppo di partigiani locali e continuò la guerra contro i tedeschi fino a quando venne ferito gravemente ad una gamba.

La fuga che aveva organizzato a Sobibór fu un tale smacco per le autorità naziste che queste decisero, caso praticamente unico, di chiudere il campo ed eliminarne i resti.

Un eroe come Aleksandr avrebbe dovuto ricevere encomi e tributi di ogni genere una volta finito il conflitto. Invece ad attenderlo dopo la guerra al posto delle medaglie c’era l’NKVD, che lo arrestò e lo internò con l’accusa, particolarmente infamante e surreale nel suo caso, di essersi consegnato ai tedeschi. Aleksandr perse il lavoro - riuscì a trovare un impiego solo dopo la morte di Stalin - e rimase per breve tempo in carcere per essere poi liberato, infine, su pressione dell’opinione pubblica internazionale. La sua vita coraggiosa terminò nel gennaio del 1990.

 

Fonte : Cannibali e Re

 

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