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Articoli filtrati per data: Saturday, 10 Ottobre 2020

I pesticidi europei invadono tutti e cinque i continenti. Per le multinazionali agrochimiche del Vecchio Mondo non importa se i loro prodotti non sono autorizzati alla vendita in Europa stessa. Tutto va e la deontologia, per loro, non esiste nel dizionario della redditività.

Nel 2018, le grandi aziende dei paesi dell'Unione europea (UE) hanno esportato più di 81.000 tonnellate di pesticidi vietati per la vendita sul mercato continentale stesso perché contengono sostanze che colpiscono seriamente la salute umana o l'ambiente.

I principali esportatori sono stati le imprese britanniche con 32.187 tonnellate; Italia 9.499; Germania 8.078; Paesi Bassi 8.010. Nello stesso periodo, dalla Francia è stato venduto al di fuori dell'UE, 7.663 tonnellate; dalla Spagna 5.182 e dal Belgio 4.907. La destinazione: circa 85 paesi – i tre quarti elencati come "in via di sviluppo" o emergenti. Tra i quali, in America Latina, Brasile, Messico, Argentina, Cile, Perù, Ecuador, Honduras, per solo alcuni.

Tra i principali destinatari di queste sostanze chimiche vietate sul suolo europeo ci sono paesi che, paradossalmente, alimentano, alla fine, l'Unione europea con prodotti agricoli. L'UE consente quindi alle sue imprese chimiche e agrochimiche di esportare dal loro territorio sostanze che saranno poi trovate residuamente nei pasti consumati dalla loro popolazione. Perversa pratica del boomerang del mercato.

Queste imprese approfittano quindi delle attività economiche nelle nazioni in cui le normative e i controlli sono meno severi e i rischi più elevati rispetto all'UE stessa, conclude una ricerca preparata dalla ONG svizzera Public Eye in collaborazione con Unearthed, la cellula di ricerca di Greenpeace in Gran Bretagna. Lo studio, i cui primi risultati sono stati svelati all'inizio del 2020, oggi ha ri-occupato lo spazio dei media attraverso dettagli e supplementi diffusi alla fine di settembre.

Un psichico intelligente

Per evitare le risposte zuccherate delle multinazionali agrochimiche per diversi mesi, i ricercatori delle due ONG hanno richiesto informazioni direttamente dall'Agenzia europea per le sostanze chimiche (ECHA), responsabile della regolamentazione delle sostanze chimiche e dei biocidi sul mercato continentale. Questa istanza elabora tali record di prodotto e osserva se sono conformi alle regole. È inoltre dedicato, in collaborazione con i governi nazionali, all'analisi delle sostanze più pericolose e, in alcuni casi, pone l'accento su quelle che costringono a una maggiore gestione del rischio per proteggere le persone o l'ambiente. Collabora anche con un centinaio di organizzazioni "accreditate" legate alla produzione, all'ambiente, agli accademici, ai sindacati (https://echa.europa.eu/es/about-us/partners-and-networks/stakeholders/echas-accredited-stakeholder-organisations), tra cui Greenpeace.

Attraverso l'ECHA sono riusciti a raccogliere "migliaia di notifiche di esportazione", cioè moduli che, ai sensi del diritto europeo, le imprese devono completare nel caso di prodotti contenenti sostanze chimiche vietate per la commercializzazione nell'Unione europea. "Se tali notifiche possono talvolta differire dai volumi effettivamente esportati, tale documentazione è la fonte di informazioni più completa", osserva lo studio. Risultato: le due ONG sono riuscite a sviluppare una mappatura inedita delle esportazioni di pesticidi proibite da diversi paesi dell'UE. (https://www.publiceye.ch/fileadmin/doc/Pestizide/202009_EU-export-pesticides_worldmap_FR.pdf )

Essi identificano un totale di 41 prodotti in tale categoria. Alcuni degli effetti più gravi sono ufficialmente riconosciuti: tossicità acuta; malformazione genetica; problemi di sistema riproduttivo o ormonale; cancro; contaminazione delle fonti di acqua potabile; impatti perversi sugli ecosistemi.

Nell'ambito dell'indagine, Public Eye e Greenpeace hanno contattato anche una trentina di aziende, di cui quindici – tra cui Syngenta – hanno risposto formalmente. Sono d'accordo su quattro ripetute argomentazioni retorive: che i loro prodotti sono sicuri; che si impegnano a ridurre il rischio; che rispettano le leggi dei paesi in cui operano – e che decidono liberamente sui pesticidi più adatti agli agricoltori locali. E in particolare, è normale che molti pesticidi venduti all'estero non siano registrati nell'UE in quanto il clima e il tipo di agricoltura sono diversi da quelli europei.

Circolo macabro: semi di laboratorio e pesticidi

Prodotto dalla transnazionale svizzera Syngenta nella sua fabbrica inglese di Huddersfield, il paraquat è vietato dal 1989 in Svizzera e dal 2007 nell'Unione europea.

Nel 2018, i funzionari britannici l'hanno autorizzata ad esportare non meno di 28.000 tonnellate di un prodotto che incorpora il veleno venduto in molti mercati sotto il nome di Gramoxone. Metà, destinata agli Stati Uniti, dove la multinazionale agrochimica è accusata in tribunale dai contadini affetti dal morbo di Parkinson. L'altra metà, in direzione, principalmente dei principali consumatori del mondo come Brasile, Messico, India, Colombia, Indonesia, Ecuador e Sud Africa. Anche se la sua commercializzazione si espande in gran parte del pianeta, tra cui molti paesi dell'America Latina.

Il primo produttore mondiale di pesticidi e terzo produttore di semi, Syngenta, insieme a Monsanto, è il simbolo dell'agricoltura industriale. Nel 2018 l'organizzazione svizzera Multiwatch ha pubblicato la versione francese del suo Black Paper on Pesticides. Questa associazione, che si dedica a denunciare le politiche illegali delle transnazionali, descrive nella sua pubblicazione che tre quarti dell'attività di Syngenta è dedicata ai prodotti per la protezione delle piante e un quarto agli organismi geneticamente modificati (OGM). "Aiutiamo nell'appropriazione della natura da parte delle multinazionali al fine di formare monopoli nel mercato delle sementi e dei pesticidi." E denuncia il meccanismo diabolico che porta gli agricoltori, soprattutto al Sud, ad acquistare i semi, "a grande rischio di aumentare i loro debiti e ridurre la biodiversità". E di essere obbligati a utilizzare pesticidi, dalle stesse multinazionali, responsabili del degrado della loro salute e delle popolazioni esposte a questi prodotti. Gli esempi non mancano: dal Pakistan alle Hawaii, dall'India al continente africano e in tutta l'America Latina. Multiwatch ha dedicato questo libro al militante sociale brasiliano Keno, leader del MST (Movimento dei Lavoratori Senza Terra Rurale) ucciso nel 2007 a Santa Tereza do Oeste, nello Stato di Parano, da membri di una società di sicurezza privata assunta da Syngenta, che otto anni dopo è stata condannata per tale fatto.

In quella pubblicazione, i militanti helvetici ritornano a figure della stessa ONU. Nel 2017, l'organismo internazionale ha stimato circa 200.000 dei deces annuali derivanti dall'uso di pesticidi. E sottolineano la grande capacità delle multinazionali di cambiare abbigliamento quando il discredito minaccia i loro interessi. Proprio come la Monsanto, con sede a noi, è scomparsa nel 2017 quando è stata assorbita dal colosso tedesco Bayer, la Svizzera Syngenta è stata formalmente venduta nel 2016 a Chemchina, anche se la sua sede rimane a Basilea, la capitale svizzera dell'industria chimica.

Un rapporto dell'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) nel settembre 2019 ha anche indicato che ogni 40 secondi il suicidio si verifica in una persona da qualche parte sul pianeta. L'avvelenamento da pesticidi è uno dei tre metodi più comunemente usati. Egli conclude che "l'intervento con il maggior potenziale immediato per ridurre il numero di suicidi è la restrizione dell'accesso ai pesticidi utilizzati per l'avvelenamento volontario".

Concessione alle multinazionali

Nel luglio di quest'anno Baskut Tuncak, allora ancora relatore speciale delle Nazioni Unite sui prodotti tossici, ha invitato i paesi ricchi a porre fine alla pratica "deplorevole" di esportare sostanze chimiche tossiche e pesticidi proibiti nelle nazioni più povere che non hanno "capacità di controllare i rischi".

La sua dichiarazione è stata sostenuta da altri 35 esperti del consiglio per i diritti umani. Tra questi David Boyd, relatore speciale per i diritti umani e l'ambiente, Tendayi Achiume, relatore speciale sulle forme contemporanee di razzismo, Francisco Cali Tzay, relatore speciale sui diritti delle popolazioni indigene, e Michael Fakhri, relatore speciale sul diritto al cibo.

Tuncak ha spiegato che le nazioni più ricche spesso applicano un meccanismo discutibile "che consente il commercio e l'uso di sostanze vietate in alcune parti del mondo dove le normative sono meno severe, esternalizzando gli impatti sanitari e ambientali sui più vulnerabili... Queste scappatoie sono una concessione politica all'industria", che permette ai produttori chimici di sfruttare i lavoratori e le comunità avvelenate all'estero... Da tempo gli Stati membri avrebbero dovuto posto fine a questo sfruttamento, ha concluso.

Veleno per molti - soprattutto i contadini provenienti da paesi periferici - estrema redditività per le grandi multinazionali agrochimiche. Faccia e croce di una realtà planetaria che però non è lasciata sola nella sanzione sanitaria e ambientale del Sud. Va e viene, come un enorme boomerang interoceo, e raggiunge inesorabilmente anche il piatto quotidiano del consumatore europeo.

Di Sergio Ferrari per Rebelion.org

 

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4 ottobre 2020. È domenica mattina. L’edizione delle 9:00 del telegiornale di RaiNews24 è accompagnata da un sottopancia con l’“ultim’ora”:

Napoli, conflitto a fuoco con la polizia. Muore un diciassettenne durante una rapina.

Qualche minuto dopo emergono poche notizie: la sparatoria sarebbe avvenuta a via Duomo intorno alle quattro del mattino, quando un’auto della polizia sarebbe intervenuta per impedire una rapina che due giovani stavano compiendo ai danni di tre ragazzi in una Mercedes; uno dei due rapinatori (quello sopravvissuto e arrestato) è Ciro Di Tommaso, figlio di Gennaro ‘a Carogna, ex capo ultrà, in carcere per droga e collaboratore di giustizia; a sparare è stato un agente dei Falchi della questura di Napoli.

Quello ripreso dalla Rai è l’unico lancio di agenzia disponibile, la cui fonte non può che essere interna alle forze dell’ordine. I titoli sono tutti uguali. Negli articoli non si va molto oltre, ma in compenso l’ottanta per cento di ogni pezzo è dedicato alle gesta di Genny ‘a Carogna, che non è né il morto né il rapinatore, bensì il padre di uno di loro.

Napoli, rapinatore diciassettenne ucciso in un conflitto a fuoco con la polizia. Il complice arrestato è il figlio di Genny la Carogna

titola l’edizione on-line del Corriere della Sera.

Nell’articolo si parla di “conflitto a fuoco” e quindi di due pistole che sparano, ma con il passare del tempo il testo viene modificato.

Il motorino e la pistola trovata ai giovani – in realtà un modello replica a salve – sono stati sequestrati dagli investigatori che domenica mattina hanno effettuato un sopralluogo in via Duomo, nella zona del porto, per capire come siano andati i fatti.

In tarda mattinata, infatti, emerge che la pistola dei due rapinatori era a salve, e quindi non può esserci stato un conflitto a fuoco. Il titolo tuttavia resta lo stesso per ragioni di “click” e di SEO, e così all’atto dell’ultima modifica del pezzo (ore 17:11 di domenica) il lettore si trova un articolo che nel titolo parla di conflitto a fuoco e nel testo di pistola a salve. Quello del Corriere non è un caso isolato. Sono tanti i redattori che si affrettano a rettificare gli articoli pubblicati qualche ora prima. I titoli invece restano immutati.

Conflitto a fuoco con la polizia, muore rapinatore diciassettenne a Napoli (Tgcom24 – Mediaset)

Napoli, conflitto a fuoco con la polizia. Muore diciassettenne (Ansa)

Napoli, rapinatore diciassettenne ucciso dalla polizia in conflitto a fuoco (Il Messaggero)

Dopo ore comincia a trovare spazio negli articoli il nome della vittima, Luigi Caiafa. Corriere e Napoli Today liquidano in qualche riga le notizie disponibili, lasciando spazio alle vicende della Carogna o ai virgolettati dei sindacati di polizia, mentre Repubblica Napoli non perde tempo e invia una cronista a casa del ragazzo morto. Sul sito del quotidiano compare l’articolo di Conchita Sannino, a cui bastano poche pennellate per mettere con le spalle al muro un intero ambiente sociale. A casa della famiglia di Luigi i mobili sono “laccati”, il vicolo è “rudimentalmente” chiuso al traffico, nel piccolo basso ci sono “dieci donne” e “un bambino che mangia pop-corn”. I padri di Luigi Caiafa e di Ugo Russo (entrambi morti nel corso di un “assalto predatorio”) hanno “rosari al collo e precedenti penali alle spalle”, mentre nel vicolo, “parole meno umane e molto più violente sono rivolte alle forze dell’ordine. Le dicono i ragazzi, i coetanei, i ventenni: ‘Sono dei bastardi, sono delle m…’”.

In un video, che Repubblica propone insieme all’articolo, la Sannino e un altro gruppetto di colleghi incalzano il padre di Luigi sulla stranezza del fatto che suo figlio lavorasse in una pizzeria, ma allo stesso tempo potesse aggirarsi in motorino alle quattro del mattino per fare una rapina. Un elemento della storia che ricorrerà nei giorni successivi, quello dell’oscillazione del ragazzo, e dei ragazzi come lui, tra due universi contrapposti, tra due scelte morali, fornendo in definitiva una chiave soddisfacente per poterla rapidamente archiviare.

Il ragazzo che è stato freddato con un colpo da un poliziotto, aveva nel suo orizzonte la scelta di partecipare a un delitto oppure di lavorare in una pizzeria come addetto al forno. Ha scelto la rapina, cioè la scorciatoia per guadagnare dei soldi (forse pochi, maledetti ma subito) e ha perduto la vita. (Mariano D’Antonio – Repubblica Napoli)

Il pezzo della Sannino, e la lunga giornata del 4 ottobre, si chiudono con il riferimento al giovane boss di Forcella, Emanuele Sibillo, tanto pretestuoso che la stessa Sannino si sente in dovere di giustificarlo:

Scene già viste mille volte, nel cuore di quella Napoli dove, proprio a pochi passi, è ancora oggetto di culto la storia di un ragazzo-boss come Emanuele Sibillo, ucciso a diciannove anni dopo una carriera criminale cominciata a quindici. E poco cambia, purtroppo, che Luigi non fosse un boss.

O forse cambia tutto?

5 ottobre 2020. La notizia della morte di Luigi Caiafa è in prima pagina sui giornali locali, ma trova spazio anche su quelli nazionali. Con il consueto cinismo (ma stavolta, forse, involontario), Libero infila un trafiletto da poco più di cento parole in una pagina il cui titolo principale è:

Dove conviene mettere al mondo un figlio

e che parla dei “bonus nascita” delle regioni e dei comuni d’Italia. Il sommario del brevissimo articolo laterale recita:

Preso il rampollo di Genny ‘a Carogna

mentre l’unica foto in pagina ritrae l’ex ultras in primo piano sulle transenne dell’Olimpico nella notte della morte di Ciro Esposito. Anche per Il Giornale il fatto che sia morto un ragazzo trova meno spazio (finisce nell’occhiello) del fatto che sia stato arrestato il figlio di Gennaro De Tommaso:

Il figlio di Genny ‘a Carogna arrestato dopo una sparatoria

Il Mattino dedica ampio spazio alla vicenda, concentrandosi sull’invivibilità della città, tema su cui il quotidiano di Caltagirone convoglia da anni la propria propaganda anti-de Magistris. Accanto a un articolo di Leandro Del Gaudio, che impasta le poche notizie sull’omicidio con i precedenti giudiziari di Caiafa, vengono pubblicati un editoriale di Piero Sorrentino e un pezzo di Melina Chiapparino che spendono la solita manciata di generiche lamentele sulla scomparsa del pubblico e l’abbandono della città.

Viviamo in una città da costruire daccapo ogni singolo giorno, una città-Ikea da montare quotidianamente, con uno scarno foglietto di istruzioni e moltissimi pezzi da tenere assieme. Mobilitiamo allora dosi creative, enormi riserve di pazienza e buona volontà, e proviamo a cavarcela da soli. […] Ma queste strategie di sopravvivenza quotidiana sono ugualmente pericolose, perché ci abituano all’idea che se sparisce il pubblico, tocca al privato; se latita la buona politica, arriva la supplenza dei singoli. Di questo passo si scampa oggi e si soccombe domani. (Piero Sorrentino – Il Mattino)

I titoli in prima e nel paginone dedicato alla questione sono di questo tenore:

Via Duomo terra di nessuno e Via Duomo zona franca: noi in balia dei criminali

seguiti da pastoni infarciti di virgolettati indignati e/o rabbiosi. Parole d’ordine: “degrado” e “sicurezza”.

Il tema della sicurezza è strettamente connesso al degrado urbano lamentato da comitati e associazioni di commercianti. Tra le richieste più urgenti, c’è «la necessità di implementare gli impianti di illuminazione su via Duomo, perché non c’è abbastanza luce nelle ore serali» spiega Salvatore Martucci, sessantenne napoletano che gestisce un negozio di alimentari e ristorazione. «Da anni siamo totalmente abbandonati, sia sotto l’aspetto del decoro urbano che dal punto di vista istituzionale – continua Martucci – abbiamo protestato per i cumuli di rifiuti in strada, per la disorganizzazione della viabilità e, da anni, invochiamo più sicurezza» (Melina Chiapparino – Il Mattino)

Chiude la doppia pagina del quotidiano napoletano un’intervista telegrafica ad Arturo Puoti, il ventenne accoltellato tre anni fa che parla della sua associazione e solidarizza con le vittime della rapina in seguito alla quale è morto il suo coetaneo Luigi.

Sui giornali di martedì 6, l’uccisione del diciassettenne trova già meno spazio. Su Repubblica Napoli e Il Mattino campeggiano le interviste e gli editoriali di preti ed “esperti” che si intrattengono sui mali di Forcella, mentre sul Corriere del Mezzogiorno la notizia è la convalida dell’arresto per Ciro De Tommaso. L’articolo di Titti Beneduce insiste sulla scarsità del bottino della rapina, un elemento che naturalmente né i rapinatori, né il poliziotto che ha sparato, avrebbero potuto conoscere e che non ha di fatto relazione con la morte del ragazzo. L’intento è quello di creare un’immagine cruenta di giovani criminali disposti a morire per pochi euro.

Convalida per il figlio di Genny ‘a Carogna, indagato il poliziotto. Luigi ammazzato per cinquanta euro

si legge nel sommario del pezzo titolato:

Nel telefono di Ciro foto di armi e soldi

Su uno sfondo sempre più confuso c’è la ricostruzione della dinamica dell’omicidio. Il racconto di un conflitto a fuoco viene sostituito da quello di spari esplosi da un lato dalla pistola a salve dei due giovani, e dall’altro da quella d’ordinanza del poliziotto. Ma anche il fatto che Ciro e Luigi abbiano sparato (a salve) è tutt’altro che una certezza: si fa strada l’ipotesi che uno dei tre agenti scesi dalla vettura in cui viaggiava, potrebbe aver premuto il grilletto e ucciso Luigi per impedire la fuga in motorino dei due ragazzi.

Se il titolo del pezzo pubblicato dal Mattino mette l’accento sui soldi che le vittime della rapina stavano consegnando a Ciro e Luigi, il testo evidenzia la poca affidabilità delle notizie in circolo sulla dinamica, tanto che alcuni passaggi (“vengono esplosi almeno alcuni colpi di pistola”) sembrano essere frutto di una serie di correzioni fatte all’articolo con il susseguirsi di nuove indiscrezioni che smentirebbero le notizie iniziali.

Le uniche voci fuori dal coro in questi primi giorni si ritrovano nei comunicati dell’Osservatorio sulla repressione e di Acad – Associazione contro gli abusi in divisa, che riflettono sull’atteggiamento dei media davanti ad accadimenti del genere, appiattito sulle versioni provenienti dalle forze dell’ordine.

Quali che siano i fatti, che nell’immediato possono conoscere solo i diretti interessati, sui giornali si emettono sentenze inappellabili, appiattite sulle versioni ufficiali fornite da coloro che sono preposti a indagare su se stessi. Così può capitare, quando la connotazione sociale di un ragazzo di 17 anni strappato alla vita lo predispone al pregiudizio, che l’arma utilizzata la notte precedente durante una sparatoria, si scopra il giorno successivo essere una pistola giocattolo. Cosa che non ci permette di fare luce sull’accaduto, ma ci chiarisce una volta in più sul modus operandi di inquirenti e media quando a schiacciare il grilletto sono le forze dell’ordine. La condizione sociale non può essere accettata come attenuante di una sentenza di morte. Se non fosse la coscienza a dettarci questo elementare concetto di civiltà, dovrebbe la ragione permetterci di comprendere che il giustizialismo ci rende tutti potenziali vittime. (Acad)

Riflessioni di questo tipo, però, vengono del tutto escluse dalle narrazioni ufficiali. Sui giornali on-line comincia invece a circolare un video ripreso da una telecamera a circuito chiuso, messo in giro dalle forze dell’ordine, che chiedono l’intervento di possibili testimoni per dare un contributo alle indagini. Nel video si vedono, in sequenza: il motorino che si avvicina alla Mercedes; un giovane che infila la testa e il braccio nell’auto dalla parte del passeggero e si fa consegnare qualcosa; l’arrivo di una seconda auto (quella “civetta” della polizia); un uomo armato che scende di fretta all’altezza dell’altro lato della Mercedes (lato guidatore) e che una volta avvistata la pistola dei ragazzi si abbassa per ripararsi da eventuali colpi; il motorino che si allontana a tutta velocità.

Non è dato sapere se la pistola di Ciro e Luigi abbia esploso colpi (a salve), trattandosi di un video senz’audio, né se i due giovani, così come scrivono i giornali, abbiano puntato la pistola verso i poliziotti. Quello che è certo, anche se non si vede, è che un secondo agente sceso dalla vettura spara verso il motorino e uccide Luigi.

Nel frattempo, con il procedere delle indagini, vengono raccolte le testimonianze sugli avvenimenti della notte del 4 ottobre.

Il racconto degli investigatori, sottolinea la gip, si sovrappone a quello dei giovani vittime della rapina. «Uno dei poliziotti – si legge – intima l’alt con la paletta, qualificandosi come agente di polizia, mentre gli altri due schizzano fuori dalla 500, anche loro armi in pugno». Ma i rapinatori non si arrendono. […] Ed è a questo punto, stando alle testimonianze, che Luigi grida a Ciro: «Spara alla guardia. Sparalo!». (Repubblica Napoli)

Le testimonianze dei ragazzi rapinati lasciano però qualche dubbio: Luigi era infatti certamente al corrente del fatto che Ciro avesse con sé una pistola finta, e che quindi non potesse sparare a nessuno. Anzi, i due sapevano che un comportamento del genere avrebbe messo in ulteriore allarme le guardie. Eppure nessuno si preoccupa di ragionare sulla testimonianza dei ragazzi rapinati, né dà alcun valore alle dichiarazioni di Ciro riportate nel verbale di ordinanza: «Ammetto di aver commesso la rapina. Sono scesi i poliziotti e hanno sparato, ma senza dire che erano della polizia».

Senza effettuare alcuna verifica, i giornali danno in sostanza per scontata l’attendibilità di alcuni testimoni (che pure avranno vissuto quegli attimi con grande paura) e per inaccettabile quella del giovane rapinatore. La disparità è considerata talmente un dato di fatto, da considerare la voce dei ragazzi una “smentita” alle dichiarazioni di Ciro.

Il figlio di Genny la carogna: «Il poliziotto non ha dato l’alt». Ma viene smentito. (Il Corriere del Mezzogiorno)

Anche chi, d’altronde, dalle pagine dei quotidiani scavalca la cronaca per proporre l’ennesima “rivoluzione nel welfare” e il supporto alla “gioventù deviata”, non è capace di modificare di una virgola il proprio punto di vista e si limita a reiterare domande sapendo già che non ci saranno risposte.

Una morte che non avviene per caso, per mano di un giustiziere della notte, ma per un colpo di pistola sparato da un poliziotto impegnato nel proprio compito di garantire la sicurezza di tutti e che porterà sulla propria coscienza la responsabilità morale, prima che giudiziaria, di aver tolto la vita a un ragazzo di diciassette anni. Tutto questo avviene in uno scenario di violenza dove il ragazzo è protagonista, con un suo amico appena maggiorenne, di una rapina, e questo, oltre a essere preoccupante e desolante, pone alla coscienza di tutti noi degli interrogativi che non possono restare senza risposta. È normale che un minorenne giri alle tre del mattino con un amico appena maggiorenne, su un motorino rapinato, alla ricerca della preda di turno da sacrificare? (Vincenzo Morgera, Silvia Ricciardi, Giovanni Salomone – Repubblica Napoli)

Il video, intanto, viene ripreso da tutte le testate on-line. È ormai acclarato che la pistola di Ciro e Luigi sia finta. Eppure non mancano titoli, a distanza di tre giorni dal fatto, del tipo:

Rapinatore ucciso a Napoli: il video del conflitto a fuoco (Il secolo d’Italia)

Napoli, 17enne muore in sparatoria con la polizia: il video diffuso dalla Procura (Il fatto quotidiano)

Ancora, in alcuni articoli si può leggere:

I falchi della polizia, in perlustrazione, si erano accorti della rapina e ne era nato un conflitto a fuoco, dove a perdere la vita è stato il malvivente minorenne. (Il Giornale – edizione on line)

Sui siti internet il pomeriggio del 7 ottobre, e sui cartacei la mattina dell’8, trovano spazio infine due notizie importanti. La prima riguarda i risultati dell’autopsia.

“Da un primo esame – afferma l’avvocato Giuseppe De Gregorio, che assiste la famiglia Caiafa – risulta una reiterazione di colpi. Quello mortale, il secondo, sarebbe stato esploso quando non c’era più la situazione di pericolo. Il foro di entrata è nella regione dorsale, cioè alle spalle”. Il primo, sarebbe invece entrato dallo zigomo per poi uscire dal collo, segno che presumibilmente i due rapinatori erano in movimento, quando l’agente ha sparato. (Repubblica Napoli)

La seconda riguarda i funerali del ragazzo, che sarebbero stati proibiti dalla questura esattamente come accadde qualche mese fa per quelli di Ugo Russo. Le due vicende continuano a marciare parallele, in un avvicendarsi di fatti, dichiarazioni, imprecisioni e menzogne che si intrecciano tra loro e percorrono il tempo all’indietro fino a raggiungere il giorno della morte di Davide Bifolco, sei anni fa. Poco, in verità, hanno insegnato gli omicidi dei due adolescenti Ugo e Davide. Nulla hanno cambiato nell’atteggiamento delle forze di polizia che continuano a comportarsi come se si fosse “in territorio di guerra”. Così come niente hanno insegnato a chi avrebbe il compito di raccontare queste storie, giornalisti, direttori di giornale, titolisti che con le loro parole costruiscono la versione dei fatti per l’opinione pubblica.

Che siano passati pochi giorni oppure anni dalla loro morte, a gente come Luigi Caiafa (Salvatore, per il Corriere del Mezzogiorno), Ugo Russo, Davide Bifolco (Bifulco, per il Riformista), ultimi tra gli invisibili fin dalla più giovane età, viene negata perfino la dignità di avere il proprio nome scritto correttamente su un quotidiano:

La storia di Luigi, come quelle di Ugo Russo, Davide Bifulco, Mario Castellano e tanti altri giovani finiti all’obitorio per un tentativo di rapina o per evitare un posto di blocco, ricordano che a Napoli non è sempre facile stabilire dove sta il bene e dove il male. (Viviana Lanza – Il Riformista)

«Spara alla guardia, sparalo, sparalo!»: sono state queste, secondo i testimoni, le ultime parole pronunciate da Salvatore Caiafa, il diciassettenne ucciso in via Duomo nella notte tra sabato e domenica da un poliziotto dei «falchi» subito dopo avere messo a segno una rapina. (Il Corriere del Mezzogiorno)

Così, mentre i cronisti copia-incollano freneticamente le notizie di agenzia introiettando e diffondendo informazioni errate, ai lettori viene sottratto il diritto di sapere che no, la notte della morte di questi ragazzi, ammazzati da agenti di polizia e carabinieri, non ci sono state né sparatorie, né posti di blocco.

A inizio anno era stato Ugo Russo a morire in una sparatoria con i carabinieri (VesuvioLive)

Era già successo a Ugo Russo, colpito alle spalle da un finanziere otto mesi fa. Era già successo a Davide Bifolco, colpito alle spalle mentre cercava solo di scappare a piedi da un posto di blocco. (Alessio Viscardi – Fanpage)

a cura di riccardo rosa per Napolimonitor

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Charles Fourier nacque a Besançon nel 1772 in una famiglia di mercanti. Al contrario di Saint-Simon, non ricevette un’istruzione regolare. Dalla prima gioventù e sino quasi alla sua morte, fu costretto a prestare servizio in vari enti commerciali, a lavorare come commesso, agente commerciale e mediatore di Borsa. Ciò gli diede la possibilità di conoscere praticamente il sistema economico-sociale della società borghese, in particolare il meccanismo del commercio capitalistico, le frodi dei mercanti, i loschi affari degli speculatori, le macchinazioni borsistiche. Ben presto si convinse che il sistema borghese a lui contemporaneo era corrotto e lo criticò aspramente.

Fourier pubblicò il suo primo libro Teoria dei quattro movimenti nel 1808; tuttavia, i suoi lavori principali, Trattato sull’associazione agricola domestica (1822) e Il nuovo mondo industriale (1829), furono scritti e pubblicati nell’epoca della restaurazione.

Fourier sottopone a una critica brillante, in alcuni punti oltremodo acuta, la società capitalistica a lui contemporanea. Marx ed Engels ritenevano che proprio la critica sociale costituiva la parte più importante della sua dottrina.

Uno dei grandi meriti di Fourier fu l’analisi delle profonde contraddizioni che dilaniavano la società borghese. Tutte le classi, scrive Fourier, si odiano tra loro. Con particolare forza si manifesta la contraddizione di interessi tra poveri e ricchi, che in pratica sono in stato di guerra. Nell’analisi del sistema capitalistico Fourier scopre i vizi del sistema sociale mediante il quale la maggior parte della popolazione non prende parte a un lavoro socialmente utile.

Degenerato è il sistema attuale di produzione: esso consiste o in un tipo di produzione frammentario e minuto a bassa produttività, oppure nella grossa produzione, basata sul lavoro salariato che degrada gli operai fino alla condizione di schiavi.

Nello stesso tempo la concorrenza, che è la legge fondamentale di tutta la vita economica, abbassa il salario e riduce gli operai al limite della miseria.

In conseguenza di ciò, benché la ricchezza sociale cresca, il livello di vita dei lavoratori si abbassa incessantemente. In tal modo, “dalla stessa abbondanza nasce la povertà”.

L’esempio più lampante di quanto detto era dato da un paese industrialmente sviluppato quale l’Inghilterra. Fourier critica in modo particolarmente dettagliato il commercio capitalistico, poiché, similmente a molti altri socialisti utopisti, egli ricerca la radice del male sociale non nel sistema di produzione, ma nell’organizzazione dello scambio.

I commercianti, egli afferma, sono dei parassiti; essi non soltanto succhiano tutto il sangue dei produttori e dei consumatori, ma si combattono selvaggiamente tra di loro, cercando di rovinare i propri concorrenti, non fermandosi di fronte a nessun atto turpe o disonesto. A parere di Fourier, il commercio turba tutto il “meccanismo industriale” moderno. Il governo diviene sempre più succube dei mercanti e dei ricchi; tutta la moralità pubblica si satura di “spirito mercantile”, e persino il matrimonio non è altro che un affare commerciale.

Alla società capitalistica, con le sue contraddizioni sociali, Fourier contrappone l’ideale di un sistema sociale “armonico”. La cellula principale del sistema armonico è data dalla “falange”, “associazione agricolo-industriale”. La falange, che unisce 1.620 persone ed è organizzata come una società per azioni, ha la funzione di una cooperativa di produzione e consumo che si occupa in primo luogo dell’agricoltura, ma anche di vari settori dell’industria.

Per eseguire tutta una serie di lavori, la falange crea le “serie”, che a loro volta si suddividono in singoli “gruppi”. I membri della falange non sono costretti a compiere un lavoro uniforme ed estenuante, ma possono prendere parte al lavoro delle varie "serie"; come risultato, il lavoro libero diviene per l’uomo una fonte di soddisfazione.

Tutto il reddito della falange, ricavato dalla produzione collettiva, viene distribuito tra i suoi membri. I 5/12 di questo reddito vanno a favore del lavoro, i 3/12 a favore del talento, i 4/12 a favore del capitale, cioè vanno al pagamento dei dividendi degli azionisti fondatori della falange.

 

I membri della falange vivono in un grande edificio, il falansterio, dove sono situati i laboratori, le mense, le sale comuni di soggiorno, il teatro, la biblioteca, gli alloggi. Ognuno occupa nel falansterio un determinato locale e consuma il cibo in base alle proprie possibilità.

Criticando aspramente la società capitalistica e contrapponendole l’ideale di una nuova società, senza produzione né commercio privati, senza lavoro salariato e miseria, Fourier sviluppò e diede fondamento a tutta una serie di idee ammirevoli, che entrarono a far parte dei sistemi socialisti posteriori. Fourier affermò per primo il “diritto al lavoro” ed espresse l’idea del lavoro libero, del lavoro piacevole. Egli aveva previsto che nelle condizioni del nuovo sistema sociale, la concorrenza capitalistica sarebbe stata sostituita dall’emulazione. Egli per primo pose la questione della liquidazione delle differenze esistenti tra città e campagna.

Fourier era fermamente convinto che la realizzazione di un sistema nuovo e armonico era legata a una trasformazione sociale pacifica. Per tutta la vita egli si rivolse al potere dei possidenti e dei ricchi affinché gli concedessero i mezzi necessari per l’organizzazione della prima falange “sperimentale”. Egli riteneva negativa la lotta di classe e tentava di conciliare gli interessi dei lavoratori e quelli dei capitalisti, conservando nelle falangi elementi di proprietà privata sotto forma di capitale azionario e di redditi non di lavoro. Morì a Parigi il 10 ottobre 1837.

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