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Articoli filtrati per data: Wednesday, 08 Gennaio 2020

Esistono momenti nella storia in cui scegliendo di prendere parte se ne può determinare la direzione.

Oggi più che mai scegliere sembra qualcosa di irraggiungibile, di molto lontano rispetto alla quotidianità delle esistenze di ciascuno. Ci sono uomini e donne però che scelgono ancora, con giustezza e coraggio, e oggi proprio per questo sono in carcere. In un’Italia in cui la terra si sgretola sotto i piedi, in cui il lavoro è esclusivamente sacrificio e sfruttamento, in cui la legge per la sopravvivenza si riduce alla forza individuale, c’è un orizzonte al quale guardare che riempie gli occhi di determinazione. La lotta No Tav lo insegna da decenni, insegna che non ci sono generazioni che devono dare più di altre e che il coraggio di riprendersi la possibilità di scegliere è nelle mani di ciascuno. Insegna che si devono individuare i responsabili e pretendere giustizia, che si ha il diritto di amare una terra e difenderla perchè è tutto ciò che si ha. Insegna che se si è dalla parte della ragione non si ha più paura e che non ci si tira indietro, mai.

Senza proclami e autoincensazioni il movimento No Tav ha indicato qualcosa di chiaro e profondo: ci si deve mettere in gioco se si vuole vivere secondo un altro modello di crescita e sviluppo che abbia rispetto per ogni forma di vita. Nel farlo, ognuno secondo le proprie possibilità e secondo qualsiasi pratica di lotta, dalle occupazioni di territori agli attacchi al cantiere, non importa l’età, non importa il genere, importa l’obiettivo: fermare un treno simbolo di guadagni per Stato e mafie e abuso di una terra e di chi l’abita. Per farlo ci vuole grande forza, propria a tutte quelle donne che in prima fila hanno avuto determinazione nel tagliare le reti e cura nel dare linfa all’irriducibilità di una comunità in lotta.

Durante tutti questi anni di movimento la controparte ha capito quanto chi sta dalla parte giusta possa essere un rischio e per questo ha messo in atto numerose e dure contromisure nella più assoluta arbitrarietà, senza dover mai dare spiegazioni della sproporzione di pene, delle mani pesanti, dei nasi rotti, dei soprusi effettuati. Oggi più che mai prova a colpire con il carcere. Ma ancora una volta uomini e donne che di questa lotta fanno parte insegnano che scegliere di andare fino in fondo, anche nelle condizioni più estreme che possano esistere, è possibile. Nicoletta, Giorgio, Mattia, Luca e tutti coloro che sono limitati nelle loro libertà stanno marcando il passo e non si può lasciare che lo facciano da soli. Esistono momenti in cui la storia ha bisogno di una spinta per conquistarsi pezzettino dopo pezzettino la vittoria di una lotta giusta e necessaria per tutti e tutte.

Perchè liberare tutte e tutti significa lottare ancora: Manifestazione NO TAV Sabato 11 gennaio ore 13.30 piazza Statuto, Torino.

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Pubblichiamo in vista dello sciopero di domani questo report che ben spiega le dinamiche che si stanno dando tra gli studenti universitari a Parigi nel contesto della mobilitazione generale contro la riforma delle pensioni.

Il était une fois la retraite... 

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[C'era una volta la pensione.....]

Nel contesto di uno sciopero dei trasporti che dura da oltre un mese (treni annullati, metro urbane e sub-urbane paralizzate, autobus e tram congestionati), il decorso della vita universitaria ha avuto destini diversi a seconda delle università. Paris 8 è bloccata dall'inizio della mobilitazione, così pure la EHSS [école des hautes études en sciences sociales]. Le altre università hanno,in media, chiuso per le due settimane tra il 5 dicembre e l'inizio delle vacanze di Natale, salvo poi aprire qualche giorno, chiudere i tre giorni successivi, e così di giorno in giorno, in un clima di totale instabilità dettato dalla saturazione della mobilità.

Il 6 gennaio, al rientro dalle vacanze natalizie, in molte università parigine era prevista la settimana dei partiels, esami di primo semestre, fondamentali nel sistema universitario francese ai fini del passaggio all'anno successivo, altrimenti precluso.

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Balaudé prête ta maison pour les partiels !

[Balaudé, metti a disposizione casa tua per i parziali]

 

Orecchie da mercante, si sa, indica l'atteggiamento di chi proprio non vuol capire, per propri scopi, quel che si prova a dire. 

La logistica dei trasporti in una metropoli di 100 km2 è impari per definizione; nell'ultimo mese muoversi dentro Parigi è stato all’inizio semplicemente impossibile, in seguito estremamente complicato: pochi mezzi, con dentro tetris di persone affannate. 

Per questo nelle università si è chiesto di rimandare gli esami o convertire le modalità di svolgimento in un modo che non fosse penalizzante e discriminatorio per chi, eufemisticamente, "abita lontano". 

A Parigi 10 - Nanterre, una facoltà dislocata nella periferia ovest parigina, alla richiesta protratta per settimane, ha risposto un tweet del rettore Jean-François Balaudé arrivato nel tardo pomeriggio del 5 gennaio, giorno prima dell'inizio degli esami, in cui divulgava che sì, per rispondere ai bisogni di solidarietà, aveva preso la decisione di aprire la palestra agli studenti che desideravano dormirvi. Di modo che, anche chi "abita lontano", potrà dare i suoi partiels senza problemi di trasporti. 

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Banlieues, ou "lieux du ban"

 

All'inizio degli anni Sessanta la politica di gestione della capitale francese rende necessaria la costruzione di nuove strutture universitarie. In una sola immagine: un terzo della popolazione di tutto il paese si concentra nella regione parigina. Il "baby boom" del dopoguerra e la scolarizzazione di massa, pongono seri problemi di spazio ai locali della Sorbona, spingendo il ministero dell'educazione a creare nuove facoltà. La Sorbona si vede obbligata a delocalizzare una parte degli insegnamenti in ragione dell'assenza di spazio. È il 1963 e per decongestionare il principale ateneo parigino si inaugura Nanterre; la prima ondata di esiliati dal Quartiere Latino coabiteranno negli anni Sessanta con le bidonvilles degli immigrati confluiti nel dopoguerra a Nanterre. 

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Balaudé en pyjama!

 

La proposta del presidente Balaudé sarebbe potuta risultare per qualcuno offensiva… tuttavia, è risultata semplicemente ridicola. Durante il primo giorno dei partiels tutto si è svolto (quasi) regolarmente, ma a seguito di una grossa assemblea generale alcuni gruppi organizzati hanno fatto sapere che dal giorno dopo avrebbe avuto luogo il blocco delle prove, a causa delle condizioni impari proprie ai/lle diversi/e studenti/esse e in solidarietà alla sciopero generale che attraversa da un mese la Francia e Parigi. In linea col sarcasmo locale, è stato indetto un pigiama party in uno degli edifici della facoltà (a cui Balaudé, ça va sans dire, è stato invitato...).

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Alle 7 del mattino del 7 gennaio l'entrata di quasi tutti gli edifici della facoltà è barricata. Nessuno può entrare, partiels annullati per i 33.000 studenti di Nanterre. Anche alla Sorbona gli studenti si mobilitano. All'università d'Evry Val-d'Essonne, invece, gli studenti che hanno tentato di bloccare gli edifici per impedire lo svolgimento dei parziali sono stati intercettati e minacciati, oltre che dalla polizia, dal consiglio disciplinare che ha disposto l'allontanamento dall'università per un mese.

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Quando arriva la notizia ufficiale che i partiels sono interrotti in tutta l'università, gli studenti e le studentesse occupano l'atrio di uno dei grossi bâtiment rimasti aperti. Segue una lunga assemblea generale, in cui si succedono interventi dei lavoratori delle ferrovie, degli autisti della RATP, delle insegnanti solidali.

Estratto da un intervento di un lavoratore salariato, scioperante dal 5 dicembre e padre di famiglia:

«Conosco ciò che state passando perchè mia figlia ha studiato, come voi, e ha completato il suo percorso di studi. È stato difficile per lei e vi incoraggio a sollevarvi, perché la riforma delle pensioni è una riforma che colpisce tutti i salariati francesi. Non si sciopera per divertimento o per impedirvi di venire all'università, ma per opporsi alla futura riforma delle pensioni che va a colpire l’insieme dei salariati di Francia. Oggi il sistema funziona per “ripartizione” [ciò che in italiano solitamente chiamiamo il sistema "retributivo"]: gli attivi versano i contributi per finanziare il sistema pensionistico nel suo complesso al fine di garantire una pensione degna per tutti. Quello che vuole fare oggi il governo è una riforma delle pensioni per “capitalizzazione”[simile al nostro sistema “contributivo”]. Ciò significa che voi dovrete passare tramite le banche o le assicurazioni per riuscire ad arrivare a una pensione decente secondo il nuovo sistema “per punti”. Ma il problema è che nessun ministro o membro del governo è stato in grado di specificare come funzionerà di preciso questo nuovo sistema: sono dei mentitori, ci prendono in giro. Ogni giorno c’è uno scandalo, ad esempio BlackRock [fondo pensionistico privato] che va a mettere le mani sul denaro che verrà versato da tutti noi salariati per garantirci una pensione decente: è una catastrofe per i salariati attuali e per i futuri salariati, cioè voi!

La lotta oggi va portata avanti giorno dopo giorno tramite lo sciopero, perché voi siete l’avvenire della Francia [applausi, tanti]. Noi continuiamo, tutte le mattine, a bloccare i depositi degli autobus impedendo ai nostri colleghi non scioperanti di lavorare, ma non è questo che fa realmente paura al governo. Ciò che temono più di ogni altra cosa è la vostra sollevazione: che i giovani francesi scendano per le strade è ciò che a loro fa più paura! Vi chiedo di essere al nostro fianco per sostenerci e per sostenere il vostro avvenire!».

 

Nanterre en grève: pas d’avenir, pas de retraite, pas de planète!

[Nanterre in sciopero: nessun futuro, nessuna pensione, nessun pianeta]

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Il blocco dei partiels, cominciato per opporsi all'elitismo universitario che privilegia chi abita nel centro e svantaggia chi proviene dalle banlieues, assume un respiro più ampio e converge nella mobilitazione contro la riforma delle pensioni. La riforma prevede che ogni lavoratore attivo accumuli di anno in anno un numero di punti che, al raggiungimento dell’età e dei contributi minimi, sarà alla base del calcolo della pensione mensile. Ma, sottolineano le/gli studentesse/i, "la nostra è una generazione che avrà una pensione miserabile, perchè gli anni di precariato e di disoccupazione impliciti in ogni inizio di carriera della nostra generazione saranno un grosso svantaggio all'interno di questo sistema a punti". Inoltre, "questa riforma avrà un impatto immediato sull'accesso all'impiego. L'allungamento dell'età pensionabile farà aumentare i tassi di giovani in disoccupazione e in condizioni di precarietà, poiché logicamente diminuiranno i posti di lavoro. Gli studenti di oggi sono i lavoratori di domani, noi lo sappiamo".  

 

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E’ questa la data d’inizio della battaglia decisiva di quella che viene chiamata Rivolta di Tupac Amaru II, la prima grande insurrezione dei nativi del Perù coloniale, cominciata nel novembre del 1780. Sarà ignobilmente soffocata nel sangue ed è doveroso ricordarla per il carattere decisamente anticolonialista che assunse, oltre che essere una pietra miliare della lotta per i diritti dei popoli indigeni.

José Gabriel Condorcanqui,(1) detto Túpac Amaru II, decide di farsi chiamare con questo nome in onore dell’ultimo sovrano inca vissuto nel XVI secolo che aveva guidato l’ultimo disperato sforzo della popolazione native alto-andine contro la dominazione spagnola, giustiziato nel 1572. Questa scelta come nome proprio (e di battaglia) oltre a voler indicare una diretta discendenza dal popolo inca, se non reale comunque rivendicata, risuona come una dichiarazione di intenti. Rifiuta il nome spagnolo, come rifiuta la dominazione dei colonizzatori, esprime orgoglio e fierezza indigena e la volontà di lottare contro la secolare dominazione spagnola e lo sfruttamento delle popolazioni indigene da essa derivato.

La situazione sociale ed economica del Perù nella seconda metà del XVIII secolo era caratterizzata da una rigorosa segregazione. Tutto il potere e tutta la ricchezza erano concentrati nelle mani di una piccola minoranza di coloni spagnoli, gli "encomienderos". Nell'ingranaggio sociale della colonia, gli indigeni, discendenti da ciò che resta dell’antico impero inca, costituivano la classe lavoratrice. Il loro lavoro, in agricoltura e non specializzato nelle miniere, era obbligatorio, organizzato in forma di mita, un servizio periodico. Un'altra forma di lavoro forzato e periodico per gli le comunità indigene erano gli obrajes, ovvero le primitive industrie tessili.

In questo quadro si inserisce l’operato rivoluzionario Tupac Amaru II. In un primo periodo si dichiarò (strategicamente?) devoto della religione cattolica e al re di Spagna (2) nel 1766 formulò la sua domanda formale per il diritto di essere dichiarato cacique, a capo dei territori ereditati dal padre. Ottenne l’incarico che gli permise di percorrere le ande in lungo e in largo venendo a conoscenza in prima persona delle terribili condizioni di salute e di vita degli indigeni del forte malcontento che regnava tra loro.

Convinto di non avere modo di raggiungere un miglioramento per la popolazione indigena attraverso vie pacifiche e petizioni, da inizio apertamente alle ostilità il 4 novembre 1780 quando con la sola autorità della sua persona, ad un banchetto a Tungasuca trae in arresto il temuto e avversato "correggidor" Arriega e lo giustizia pubblicamente(3). Dopo raduna un esercito di decine di migliaia di indigeni e annuncia la sua missione cioè la volontà di dare la caccia a tutti i corregidores, principali responsabili della miseria degli indigeni e si mette così alla guida della rivolta contro lo sfruttamento delle popolazioni autoctone. Il 13 novembre, Túpac Amaru , con le sue truppe di contadini e minatori (4), assale e distrugge gli obrajes di Pomacanchi e Parapicchu. Il 17 novembre durante la battaglia di Sangarará, sconfigge gli spagnoli e i creoli che si erano barricati dentro una chiesa. Per questa profanazione del tempio, l'inca viene scomunicato, la chiesa lo combatte apertamente e con tutti i mezzi. L'esercito spagnolo si fortifica in Cuzco, mentre Túpac Amaru invia dei distaccamenti militari per conquistare le province vicine. Il 28 dicembre arriva a Picchu, ma perde tempo per cercare di assicurarsi l’appoggio creolo invano, dando così agli spagnoli la possibilità di migliorare le loro difese. Il combattimento decisivo per il possesso di Cuzco comincia l'8 gennaio. Dopo una dura battaglia, ritentano un secondo assedio, ma grazie all’ingente arrivo di rinforzi, consistenti in 9000 indios e meticci, per aiutare i realisti, il 10 gennaio l'esercito di Túpac Amaru deve desistere.

I due capi militari, generali spagnoli, Areche e Valle mandati in loco per reprimere la rivolta, adottarono alcune misure per dividere i ribelli (5). Tupac amaru viene catturato grazie al tradimento di un sottoposto. Condannato a morte per squarciamento, si narra che il suo corpo venne legato a quattro cavalli, fatti partire nelle quattro direzioni ma le membra robustissime del capo inca non cedettero, quindi la pena dello squartamento venne commutata in decapitazione. La testa ed il corpo di Tupac Amaru vennero portati in giro per i villaggi che lo avevano aiutato, come ammonimento.

Ma la ribellione continuò e si espanse perfino intorno alla regione del lago Titicaca sotto la guida di suo fratello, Diego Cristóbal Túpac Amaru. Fu alla fine definitivamente repressa nel 1782. Túpac Amaru è considerato tuttora simbolo delle rivendicazioni e dell’orgoglio dei popoli nativi contro il dominio e lo sfruttamento spagnolo.

 

 

 

1.nasce nel 1742 da madre quechua e padre spagnolo, viene educato dai gesuiti, e si forma leggendo, tra il resto, i Commentari reali degli Inca del 1609di Garcilaso della Vega, grazie al quale riscopre le tradizioni culturali del suo antico popolo inca.

dopo aver rifiutato il titolo di marchese di Oropesa che gli avrebbero concesso gli spagnoli per ingraziarselo, ma su questo le fonti sono discordanti

3.funzionario reale che rappresentava la corona spagnola, notoriamente violento e oppressore. Secondo alcune fonti venne istituito immediatamente dopo la cattura un tribunale rivoluzionario, che lo condannò a pena capitale.

alcune migliaia di persone arruolate tra le sua fila, secondo alcune fonti confermando l'abolizione dei corregidores, si condonarono i debiti contratti nei loro confronti, e si sospesero le decime agli indios. Inoltre, si pubblicò un'amnistia generale per tutti i partecipanti all'insurrezione, tranne che per i capi principali.

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