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Articoli filtrati per data: Monday, 06 Gennaio 2020

“Chi non vuole chinare la testa,

con noi prenda la strada dei monti”

Oltre il ponte

I.Calvino

“Michele” Castagnoli Giovanni
“Ratà” Catinella Vittorio
“Gaspà” Ferrari Gaspare
“Guido” Ferrari Guido
“Manza” Quotisti Gino
“Bubba” Tedaldi Armando
“Gherry” Terroni Domenico

Sono i nomi dei sette giovanissimi partigiani, alcuni di loro non ancora quindicenni, che caddero trappola di un’imboscata delle truppe tedesche nell’inverno del 1945, nel gelido mattino del 6 gennaio.

Siamo in Val di Taro, in provincia di Parma, zona di particolare rilievo strategico militare, a causa delle importanti vie di comunicazione che la attraversano, (vitali per l’esercito tedesco – la ferrovia Parma-La Spezia, la statale 62 della Cisa e quella per Chiavari).

Dopo la proclamazione dell’armistizio dell’8 settembre 1943, in tutta l’Italia settentrionale iniziano formarsi i primi gruppi di partigiani. Giovani e meno giovani del territorio imbracciano i fucili, salgono sulle montagne e si organizzano per combattere i nazifascisti che ancora occupano il territorio italiano. Succede anche in Val di Taro. Infatti nel giugno del 1944, dopo diversi attacchi ai vari presidi nazi-fascisti, le formazioni partigiane riescono a liberare una vasta zona comprendente tutti i comuni dell’Alta valle, e alcuni comuni liguri.

Lo testimonia la breve ma intensa esperienza della “Repubblica partigiana della Val Taro” dove le formazioni partigiane formatesi, riescono, seppure per un breve periodo, tra il maggio e il luglio del ‘44, ad affrancarsi dall’occupazione di istituzioni e presidi militari tedeschi e della Repubblica sociale.

La risposta dei nazisti però non si fa attendere e prende il nome di operazione Wallenstein, una serie di pesanti rastrellamenti che hanno l’obbiettivo di “ripulire” il territorio dai gruppi della guerriglia partigiana. Le truppe tedesche cancellano la zona libera e infieriscono sulla popolazione con stragi e deportazioni. I pesanti rastrellamenti continuano nella zona durante tutto l’inverno 1944-45, finalizzati ad eliminare la presenza partigiana nella valle.

Ed è proprio in occasione di uno di questi, che avviene l’eccidio sul passo Santa Donna, quando un piccolo gruppo di partigiani cadde in un’imboscata tesa dai fascisti. Il 6 gennaio del ’45, giorno dell’Epifania, tre colonne tedesche, giunte nella notte a Borgotaro, puntano su diversi obiettivi a monte del paese. Sul Santa Donna, nei pressi di Porcigatone, un distaccamento partigiano si muove per portare soccorso ad un reparto situato a Caffaraccia, attaccato dai tedeschi. All’improvviso spuntano nella nebbia sagome minacciose, sono tedeschi in tuta bianca e sci, che aprono il fuoco. I giovani partigiani non possono rispondere a causa del gelo che blocca le loro armi. Sulla neve del Santa Donna rimangono i corpi trucidati di sette giovanissimi eroi, sei di loro della vicina Borgataro. Il colpo per la valle è durissimo.

Ma nonostante il pesante bilancio di questa e altre infami azioni le Brigate partigiane si riorganizzeranno e all’alba dell’8 aprile passeranno, con azione simultanea, all’attacco di tutti i presidi nazifascisti della Valle. Il 9 aprile1945 con la resa del forte contingente tedesco presente a Borgotaro, la Val di Taro e’ libera.

 

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E’ dal 30 dicembre che Nicoletta si trova in carcere, dal 18 Giorgio e Mattia. Qualche mese prima era toccato a Luca che dovrà usufruire del  regime di semilibertà con fortissime restrizioni.

Questa è solamente la fotografia ad oggi di una situazione che il Movimento No Tav continua a denunciare da anni: decine di processi, centinaia di indagati e condannati, anni di galera dati come se fossero noccioline, misure di prevenzione, fogli di via, sospensioni della patente per “mancanza dei requisiti morali” ecc… sono solo una parte delle azioni messe in campo dalla questura, dalla procura e dal tribunale di Torino per provare a sfiancare la lotta No Tav e le altre lotte sociali del territorio.

Condanne assurde con pene gonfiate a piacimento e senza i benefici di rito come la condizionale anche per chi è incensurato.

Da tempo sulla vicenda della Torino Lione la politica di qualsiasi colore ha perso, grazie alla nostra resistenza, e ha lasciato mano libera alla magistratura che lavora con metodo a colpirci individualmente per cercare di spaventare tutti e tutte.

E bene ricordare che nel caso di Nicoletta e di altri 11 notav, le condanne commutate sono pene altissime, senza benefici e nella maggior parte dei casi verso persone che reggevano uno striscione o parlavano ad un megafono.

Richieste esagerate fino ai 3 anni di reclusione, passate a 1 per Nicoletta e 2 per gli altri, come se fossimo ad un’asta.

A breve si potrebbero aprire le porte del carcere per gli altri No Tav ed è per questo che Nicoletta ha fatto questa scelta, dura, consapevole e coraggiosa per togliere il velo ad un sistema marcio, forte con i deboli e accondiscendente con i forti, dove la legalità non è giustizia.

Il Tav lo vogliono solo più la mafia e lo stato e non è un caso che le ultime inchieste svelino come le mafie, tramite la politica, dicano “di continuare con i lavori del Tav”, un sistema collaudato evidentemente per scambi di potere e favori.

Nicoletta con i suoi 73 anni, rappresenta bene il nostro movimento, che conta restrizioni della libertà di ogni genere per persone che vanno dai 16 agli oltre 80 anni di età, perché nessuno qui ha mai abbassato la testa, o si è mai arreso.

Al contrario, sappiamo di essere dalla parte della ragione e vogliamo portare alla fine questa vicenda che sempre più si configura come un vero e proprio ecocidio, un disastro per la nostra terra e un dolo per il denaro pubblico, sottratto alle vere priorità del Paese.

Il mondo a cui aspiriamo è ben diverso da quello voluto e difeso da chi ci incarcera e ne gioisce, sperando di zittirci: sappiamo che tutto questo non accadrà perché insieme a noi, uomini e donne in tutto il paese, che abbiamo incontrato nelle tante lotte dal nord al sud Italia, non rinunciano a lottare consapevoli che solo così sarà possibile un vero cambiamento.

E’ per questo che invitiamo ogni realtà singola o collettiva  a partecipare alla grande manifestazione No Tav che abbiamo deciso di organizzare sabato 11 gennaio a Torino.

Solo lottando sarà possibile liberare tutte e tutti!

Ci vediamo a Torino! Ore 13,30 Piazza Statuto

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Da notav.info

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Il Cpr di Corso Brunelleschi brucia ancora. La scorsa notte, i reclusi hanno appiccato una serie di incendi che hanno compromesso forse in maniera permanente le aree bianca, verde e rossa della struttura. A fine novembre lo stesso trattamento veniva riservato all’area gialla e viola, tutt’ora inagibili.

La rabbia di chi è rinchiuso dentro il centro cerca di disintegrarne le pareti carbonizzandole. È la forma di resistenza e ribellione più diffusa, oltre all’autolesionismo, ai tentativi di fuga e di rivolta che vengono intrapresi continuativamente entro le mura. Al di fuori non si genera alcun eco, se non talvolta attraverso l’interesse e la solidarietà di gruppi di attivisti e militanti che da anni organizzano iniziative, cercando di entrare in contatto con i reclusi, rompendo la solitudine a cui questi sono costretti e manifestando indignazione per un sistema politico che fonda sul documento l’idoneità alla libertà e all’autodeterminazione.

Ora il Cpr di Torino risulta quasi totalmente inagibile. Suona come una promessa per l’anno nuovo alle aziende private che investono nella gestione dei centri (nello specifico del caso torinese la GEPSA), puntando al risparmio e permettendo condizioni di vita scandalose. L’eliminazione fisica dei siti di internamento è l’espressione politica di un dissenso, diretta contro uno Stato che ha promesso di aprire queste strutture in ogni regione, facendone un sistema di detenzione capillare (Minniti-Orlando, L.46/2017).

Che ciò che rifiuta di farsi contenere non possa che prender fuoco resta il punto oscuro all’istituzione, la quale nella risposta rimane coerente con se stessa: incremento della videosorveglianza, punizioni durissime, spostamenti in massa dei reclusi in altri siti, rimpatri immediati. Su scala nazionale, attraverso sostanziosi bandi per la gestione istanziati dalle Prefetture si incentiva la moltiplicazione delle strutture. L’ultima ha aperto a Gradisca d’Isonzo il 17 dicembre. L’assemblea No Cpr e no frontiere di area friulana hanno lanciato una manifestazione sotto le sue mura l’11 gennaio.

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Chiapas: muore Ramona, storica comandanta dell’Ezln

di David Lifodi (*)   

“Un metro e 45 di altezza per 40 chili di peso, sofferente e consumata da una malattia incurabile”: così il manifesto, il 13 ottobre 1996, descriveva la comandanta Ramona, figura di primissimo piano dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale, giunta a Città del Messico per partecipare alla chiusura del Congresso nazionale indigeno come unica rappresentante dell’Ezln.

Quella mujer dulce y discreta con la fuerza de una bomba (la definizione è dello storico inviato del quotidiano La Jornada nel Chiapas zapatista, Hermann Bellinghausen) sarebbe vissuta altri dieci anni per spegnersi il 6 gennaio 2006 a causa di un incurabile cancro ai reni che aveva cercato di combattere tramite un trapianto a seguito di un’ampia campagna di raccolta fondi. La prima volta che Ramona si fece conoscere pubblicamente come membro del Comitato Clandestino Rivoluzionario Indigeno, fu dopo circa un mese dal levantamiento zapatista del 1 gennaio 1994, insieme ad altri comandanti storici dell’Ezln, tra cui David e Moisés. Quando intervenne al Congresso indigeno, a Città del Messico, Ramona parlò prima nella sua lingua, quella degli indigeni tzotziles e poi in spagnolo. Questo fu il suo messaggio: “Resistiamo al malgoverno perché vogliamo la democrazia, la libertà e la giustizia per tutti i messicani”. Lungo la strada che la conduceva dall’aeroporto del Distrito Federal, così i messicani chiamano Città del Messico, al luogo del Congresso, migliaia di persone avevano salutato la comandanta, vestita con il tradizionale huipil bianco e rosso, il passamontagna nero, giunta per ricordare che l’Ezln lottava affinché “i popoli potessero continuare a vivere come esseri umani e non come animali”. Ramona ha vissuto in prima fila la discussione interna alle comunità indigene, e durata per tutto il 1993, in merito alla scelta della lotta armata: “è stato il popolo stesso”, spiegò, “ a dirci di cominciare. Non possiamo più sopportare di morire di fame”. Alla domanda sulle motivazioni che avevano spinto anche donne e bambini ad aderire alla lotta zapatista, la comandanta rispose: “Anche le donne stanno vivendo in una situazione difficile, perché siamo fortemente ancora più sfruttate e oppresse. Le donne da cinquecento anni non hanno diritto di parlare, di partecipare ad un’assemblea, di avere qualche carica  nel loro villaggio”. È in questo contesto che nascono le “Dieci leggi rivoluzionarie delle donne”, nella cui estensione Ramona aveva svolto un ruolo fondamentale, una sorta di tavola delle donne zapatiste, tra cui si riconosceva il “diritto di lavorare, di percepire il giusto salario”, ma anche il “diritto di partecipare alla lotta armata rivoluzionaria nel posto e grado che la propria volontà e capacità determinano”. E ancora: “Le donne avranno incarichi direttivi nell’organizzazione e gradi militari nelle forze armate rivoluzionarie”, esigono il “diritto alla salute, all’alimentazione e all’istruzione”. Più di una volta la comandanta invitò le “compagne donne che si sentono sfruttate a decidersi nel mostrare le armi, come zapatiste”. Ramona fu sempre a fianco del subcomandante Marcos, tanto che il sup, quando ricevette la notizia della sua morte, interruppe l’“Altra Campagna” poiché il mondo aveva perso “una di quelle donne che partoriscono nuovi mondi e che a noi hanno strappato un pezzo di cuore”. L’ultima volta che la comandanta Ramona apparve in pubblico fu in occasione di una delle riunioni preparatorie dell’ “Altra Campagna”, il 16 settembre 2005, nel caracol de La Garrucha. Eppure, anche il 6 gennaio 2006, debilitata dalla malattia, non si era tirata indietro e aveva deciso di recarsi da Oventic a San Cristóbal de las Casas per promuovere una volta di più l’”Altra Campagna”, ma morirà durante il viaggio. In Ramona si rispecchiò quel Messico che, nonostante le avversità ed un sistema di potere incancrenito, ma al tempo stesso feroce ed escludente (come del resto oggi), agognava ad un cambio sociale ancora purtroppo ben lontano da arrivare  e in cui fosse riconosciuta la dignità per tutti gli esseri umani. È stata lei a pronunciare la celebre frase nunca más un México sin nosotros: del resto, Ramona aveva scommesso fin dall’inizio sulla lotta zapatista. Il governo messicano la temeva e si era pentito, nell’ottobre 1996, di averle concesso il permesso di partecipare al Congresso nazionale indigeno a Città del Messico: per questo, nel 1997, dal palazzo presidenziale di Los Pinos, Ernesto Zedillo e i suoi sgherri sparsero in giro la voce che la comandanta era morta e che le sue apparizioni fossero invece quelle di una sosia militante anch’essa dell’Ezln.

Ramona è stata la prima dirigente del Comitato Clandestino Rivoluzionario Indigeno a morire dal levantamiento del 1 gennaio 1994, ma la sue figura resta ancora oggi molto amata nel Chiapas zapatista. In occasione del suo arrivo al Distrito Federal nel 1996 il manifesto scrisse di lei: “La comandanta Ramona si è stagliata gigantesca come le figure indios di Diego Rivera e dei grandi muralisti messicani, mentre scendeva dalla scaletta dell’aereo che venerdì notte l’ha portata dal Chiapas a Città del Messico”.

 

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