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Articoli filtrati per data: Wednesday, 29 Gennaio 2020

Se ne è andato ieri Giovanni Gerbi, soprannominato Reuccio, partigiano prima nella 78° Brigata Garibaldi, poi nella 99° e nella IX Divisione Garibaldi "Stella Rossa" fino alla Liberazione.

Dopo la fine della guerra "Reuccio" è tra quei partigiani astigiani che partecipano alla rivolta di Santa Libera, esplosa tra il 20 e il 27 agosto 1946.

Nella notte tra il 20 e il 21 agosto, guidati da Armando Valpreda, i ribelli occupano il paese di Santa Libera, dando vita a una rivolta che coinvolgerà gran parte del Nord Italia. I partigiani che parteciparono a questa esperienza erano delusi dagli assetti che si erano consolidati nel dopoguerra, in nome dell'unità nazionale. I fascisti erano rimasti comodi ai loro posti nelle istituzioni e nei corpi di polizia, Togliatti aveva annunciato l'amnistia per la riconciliazione e in moltissimi tra coloro che avevano combattuto si erano sentiti traditi. Molto spesso partigiani e internati reduci dalla guerra erano stati abbandonati dalle istituzioni e emarginati in particolar modo se combattivi.

santa libera

Giovanni si unisce ai partigiani da giovanissimo, a soli 15 anni e da allora spende tutta la sua esistenza a lottare in prima persona e a sostenere le lotte degli sfruttati, cercando una relazione coi giovani e con i movimenti sociali per trasmettere la sua memoria e la sua esperienza di ribelle senza compromessi, sempre con in mente la tensione concreta verso la "rivoluzione che deve venire".

Reuccio è stato partecipe fino alla fine delle lotte e delle resistenze che sono fiorite nel territorio piemontese e lo si poteva vedere al presidio di Venaus a confrontarsi con i No Tav, o al 25 aprile in Vanchiglia a raccontare la sua Resistenza ai giovani dei centri sociali. Spesso distante dalle posizioni più istituzionali di parte dell'ANPI ha sempre criticato la distanza tra l'associazione e i giovani che praticano l'antifascismo militante, che considerava unico metodo efficace per contrastare le organizzazioni di estrema destra.

Ciao Reuccio, torneremo a Santa Libera!

Qui l'elenco delle iniziative in suo ricordo:

Venerdì 31/01 _ h.20.45
Presso la Ex sala Consigliare del Comune di Asti (piazza S.Secondo)
Proiezione del filmato "LA RIVOLUZIONE CHE DOVEVA VENIRE LA RIVOLUZIONE CHE VERRA'" a seguire dibattito.

Sabato 01/02
h.13.30 - chiusura della bara presso Camera Mortuaria Ospedale Cardinal Massaia
h.13.45 - appuntamento davanti al Cimitero di Asti
h.14.00 - ultimo saluto collettivo a Giovanni presso la Sala del Commiato (interventi, letture, canti liberi)
h.15.00 - ci spostiamo al Diavolo Rosso. Canti partigiani con gli Egin e microfono libero.Attualmente la salma si trova nella camera mortuaria dell’ospedale. Per chi volesse salutarlo, il termine ultimo sarà Sabato 01/02 alle h. 13.30

 

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in varie

Oltre la polarizzazione istituzionale classica tra centrosinistra e centrodestra, in Albania tante categorie sociali non trovano rappresentanza nell'arco parlamentare. In questo contesto di vuoto partitico sta emergendo il protagonismo di varie realtà sociali che stanno organizzando in modo autonomo forme politiche diverse e peculiari rispetto a quelle canonicamente proposte e imposte..

 

Portano avanti istanze e rivendicazioni di miglioramento delle loro condizioni di esistenza: movimenti studenteschi e universitari, comitati di abitanti di quartiere, sindacati di lavoratori. Su quest'onda nasce anche Il Sindacato dei Minatori Uniti, che porta avanti diritti e lotte dei minatori del paese di Bulqize, paese al centronord confinante con la Macedonia Del Nord, che lavorano per l'azienda AlbChrome, una delle aziende più importanti dello stato, il cui titolare, Samir Mane, è uno degli imprenditori più ricchi del paese, nonchè titolare del fondo privato di investimenti più influente d'Albania. La sua posizione economica, la fitta rete imprenditoriale di cui è a capo e il potere che ne deriva gli permettono di beneficiare dell'appoggio mediatico nazionale e locale e di ottenere agevolazioni politiche e statali a discapito dei servizi pubblici. Gli permettono anche di sfruttare impunemente i lavoratori, negando diritti e tutele fondamentali e basilari, o almeno gli permettevano fino a che all'interno della miniera non è nato il Sindacato, nascita contribuita anche dalla rabbia causata dalla dichiarazione del primo ministro Edi Rama nella quale ha tentato di attirare capitali e investimenti italiani sostenendo che in Albania non ci fossero problemi sindacali, e che ci fossero quindi più libertà imprenditoriali. Poco dopo la nascita del Sindacato, quattro minatori, tra gli esponenti principali, sono stati licenziati. Verosimilmente, dicono i colleghi, per aver scoperchiato una situazione di ingiustizia da sempre perpetrata impunemente.

minatori albanesi 3

Da fine novembre 2019 è deflagrata una protesta continua con rottura delle fila e dei turni, abbandono del posto di lavoro, picchettaggio costante, cortei nel paese vicino insieme agli abitanti solidali. Le richieste sono il reintegro dei quattro lavoratori licenziati, un aumento salariale adatto e proporzionale all'usurante lavoro, indennità per infortuni sul lavoro, riconoscimento dello svolgimento di lavoro pesante e ad alto rischio quindi ottenimento anticipato della pensione. Alle istanze dei lavoratori si è unita la solidarietà di cittadini e famiglie, di altri settori di lavoratori, degli studenti universitari (che già l'anno scorso avevano paralizzato la nazione per oltre un mese) con azioni dimostrative e simboliche, scritte di denuncia sui muri delle città e sui mezzi di trasporto, striscioni allo stadio, presidi, controinformazione massiva sui social network, campagne di boicottaggio dei prodotti delle aziende riconducibili a Samir Mane, oltre a volantinaggi insieme ai lavoratori e sostegno attivo nei picchetti. Le ripetute dimostrazioni, lotte, presidi e cortei, denunciano gli attivisti del Sindacato dei minatori, vengono oscurate sistematicamente dai mezzi di informazione e dai partiti politici , a loro dire, a causa della pressione dei fondi privati e del titolare dell'azienda che continuano a imporre la loro influenza.

minatori albanesi 2


I minatori hanno deciso quindi di portare la loro voce nella Capitale, a Tirana, in un grande e composito corteo svolto domenica 26 gennaio. Tanta la partecipazione di ragazze e ragazzi, di studenti medi, di universitari, di solidali. Cori e slogan ripetuti come 'la miniera è di chi lavora, non di chi specula e sfrutta', 'orari e condizioni, decidiamo noi, d'ora in poi basta sfruttamento', 'il sudore è nostro, il profitto è loro', 'lo Stato è Samir Mane' (a rimarcare come il decisionismo sia nelle mani dell'imprenditoria privata e il potere istitizionale e politico sia complice). Tanti interventi hanno ribadito la rabbia e la dignità di questa lotta portata per le vie del centro, 'se nascondete la sofferenza e la povertà ve la sbattiamo ovunque', 'ci oscurate la lotta, la portiamo dove vogliamo fino a che non otteremo giustizia', 'studenti e lavoratori uniti'. Il corteo ha visto tensioni verbali con la polizia e ha sfilato toccando vari punti simbolici quali la sede del governo e la sede della società Alb Chrome. I lavoratori, assieme alla rete di famiglie e studenti, promettono che i ricatti e l'arroganza non saranno più tollerati e che la diffusione delle istanze avverrà con ogni mezzo e in ogni luogo, per tutto il tempo necessario, fino al riconoscimento dei diritti e delle tutele.

 

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Come avevamo anticipato venerdì 24 gennaio Nicoletta è stata condotta presso l’Ospedale di Rivoli per un piccolo intervento chirurgico da tempo programmato e di cui si conosceranno gli esiti soltanto tra alcune settimane. L’intervento, come già detto, era in realtà stato fissato per il venerdì antecedente ma poi spostato alla settimana successiva senza che nè la diretta interessata nè il marito o i suoi avvocati ne venissero previamente informati e senza neppure una giustificazione successiva.

Nicoletta, dunque, è poi stata tradotta in ospedale senza aver potuto attendere alla profilassi necessaria e che l’Ospedale aveva prescritto per il giorno antecedente l’intervento. Ma non basta: Nicoletta è stata portata in ospedale con un furgone della Polizia penitenziaria e con un nutrito gruppo di guardie che non l’hanno mai persa di vista, neppure quando ha dovuto spogliarsi per entrare in sala operatoria, neppure all’interno della sala operatoria dove un’agente ha assistito all’operazione e neppure successivamente quando, trasferita in una camera insieme ad altri degenti, ha dovuto, lei come gli altri ricoverati, condividere le inevitabili sofferenze e disagi post operatori con un drappello di agenti, all’interno ed all’esterno della camera, a cui si sono poi aggiunti alcuni funzionari della Digos.

A Nicoletta è stato consentita un’ora di colloquio, sempre alla presenza delle suddette guardie, con il marito e l’avvocato. Allontanati il marito e l’avvocato, che neppure hanno potuto confrontarsi con un medico, a Nicoletta è stato chiesto come stesse ed alla sua risposta di essere ancora intontita dall’anestesia e di soffrire di una forte nausea, le è stato somministrato un antiemetico e dimessa.

La polizia penitenziaria l’ha dunque ricaricata sul furgone, i cui ammortizzatori hanno contribuito ad aumentarne la nausea, e ricondotta in carcere. La notte successiva  l’intervento Nicoletta ha sofferto di acuti dolori che le hanno impedito di prendere sonno e, richiesto l’intervento del medico del carcere, le è stato somministrato dell’antibiotico che l’ospedale non le aveva fornito nè prescritto.

Unica consolazione in un contesto tanto sordo ai diritti dei detenuti, tanto più se malati, ed insensibile alle esigenze di privacy di una donna sofferente, sono state le accorate parole di un’infermiera che, senza farsi sentire dalle onnipresenti guardie, le ha sussurato “forza Nicoletta, siamo tutti con lei”.

Ora Nicoletta si è ripresa e sta bene ma deve affrontare altre difficoltà, oltre a quelle insite nello stato di detenzione.

Nicoletta continua a ricevere molte lettere e telegrammi che le consentono di continuare a sentire vicini amici, militanti o semplici simpatizzanti. Tuttavia, anche questa possibilità è subordinata al minuzioso controllo (anche se non lettura) di tutto quello che le viene indirizzato.

In particolare Nicoletta ha già dovuto lamentare una sorta di censura: riviste, fogli e pubblicazioni dal contenuto politico vengono attentamente vagliati. E così la rivista “RESISTENZA” è stata trattenuta dal personale penitenziario perchè “la roba politica non entra”, salvo esserle poi consegnata due giorni dopo a fronte delle proteste di Nicoletta che ha ripetutamente chiesto quale fosse il criterio di selezione delle letture che le venivano consentite.

Analogo iter per una tessera ANPI speditale a mezzo posta: trattenuta per alcuni giorni è stata consegnata a Nicoletta solo dopo una reiterata richiesta di spiegazioni.

Diversa invece la sorte di alcune fotografie ritraenti pacifiche manifestazioni Notav o i boschi della Clarea. In questo caso a Nicoletta è stata negata la consegna delle fotografie senza che, ancora oggi, qualcuno si sia degnato di fornirle una spiegazione.  Sappiamo tutti che il carcere è duro, Nicoletta ne era consapevole da prima di farvi ingresso.

Sappiamo anche che in carcere vigono regole che lungi dall’essere dettate dalla mera esigenza di regolare una vita senza libertà, tendono ad annichilire il detenuto.

NON SIAMO DISPOSTI AD ACCETTARE VESSAZIONI, UMILIAZIONI E NEGAZIONE DI DIRITI CHE NEPPURE IL CARCERE PUO’ SOPPRIMERE.

Vigiliamo sulla detenzione di Nicoletta, come su quella degli altri detenuti, e ci impegniamo a fare da cassa di risonanza  ed a denunciare qualsiasi violazione arbitraria esercitata su persone private della libertà ma che non per questo possono essere private anche della loro umanità e dei loro diritti.

Domenica facciamoci sentire vicini a Nicoletta con i suoni e le parole del presidio!

 Da notav.info

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