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Articoli filtrati per data: Monday, 20 Gennaio 2020

Dopo 28 anni di carcere, si è suicidata ieri in un carcere turco per protestare contro le condizioni di detenzione.

Nurcan Bakır era stata trasferita contro la sua volontà dal carcere femminile di Gebze al carcere di Burhaniye a Balikesir dopo lo sciopero della fame di massa dell'anno scorso. Alla quarantasettenne prigioniera politica mancavano due anni al suo rilascio. Aveva presentato ricorso alla Corte europea dei diritti dell'uomo a causa di una grave malattia. In una conversazione con i membri della famiglia, martedì, ha detto che "non rimarrà in silenzio di fronte all'oppressione" e che ha visto uccidere bambini ogni notte nei suoi sogni.

La prigioniera politica Nurcan Bakır è stata sepolta nel suo luogo di nascita, nella provincia curda di Mardin.

ANF MARDİN Giovedì, 16 gennaio 2020, 17:04

Nurcan Bakır è stata prigioniera politica in una prigione turca per 28 anni.

Si è tolta la vita per protestare contro le condizioni della prigione di Balıkesir-Burhaniye.

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Nurcan Bakir è stata sepolta nel suo luogo di nascita, il villaggio di Sulakdere (Heciya) nel quartiere Ömerli di Mardin.

Il corteo funebre fino al cimitero è stato fermato dalla polizia all'ingresso del quartiere Ömerli.

I veicoli sono stati perquisiti e quelli che accompagnavano il corteo sono stati sottoposti a controlli del casellario giudiziale.

All'ingresso di Heciya, la gendarmeria (polizia militare) ha di nuovo fermato la fila di auto che accompagnava il corpo della donna. Tutti i passeggeri sono stati costretti ad andarsene e le auto sono state perquisite con i cani. Le provocazioni non sono quindi mancate, un militare ha insultato una persona in lutto deridendola e domandandole se stesse andando al funerale di un cadavere.

Nel villaggio il convoglio è stato accolto dalla gente. La bara è stata portata a spalle dalle donne fino al cimitero.

Durante il corteo funebre un coro accompagnava la compagna , "Bijî berxwedan a jina" (viva la resistenza delle donne).

 Al cimitero, l'HDP Perihan Ağaoğlu ha detto in un discorso: "Nurcan è tornata oggi nel luogo dove è nata e dove aveva desiderato, sappiamo tutti e tutte dell'oppressione del popolo curdo in Turchia e in Medio Oriente, Ai curdi non è permesso avere spazio vitale, né la loro identità, né la loro lingua, né la loro umanità sono riconosciute. Come donne teniamo alta la testa, Nurcan si è unita alla lotta fin da piccola e il suo ricordo ci indica la strada. Accetteremo l'eredità che ha lasciato e che ha continuato sulla sua strada.”

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Riceviamo e pubblichiamo...

L’inchiesta del secolo: 130 pagine di perizie e indagini per una scritta. A finire sotto processo è un nostro militante ma è chiaro l’intento di colpire l’attività politica dell’intero collettivo OSA.

A fine Dicembre ad un nostro militante è stata consegnata negli uffici della Questura di Perugia l’avviso di fine delle indagini preliminari riguardanti delle scritte che sono state fatte ad Aprile scorso da qualche ignoto sulle vetrine della sede provinciale della CGIL e di alcune sezioni del Partito Democratico perugino e per le quali lo stesso risulta attualmente indagato.

Fin qui niente di impressionante, una denuncia per imbrattamento e un processo a carico di un nostro compagno, fine della storia, forse.

La cosa invece che ci ha realmente meravigliato e in parte sorpreso è quello che abbiamo trovato all'interno del fascicolo di indagine riguardante queste due scritte.

Prima di entrare nel merito della questione, è utile precisare che il periodo di riferimento è quello dello scoppio del caso Sanitopoli che vedeva coinvolti, come è noto, pezzi grossi del Pd locale – tra cui la ex presidente della Regione Catiuscia Marini - i sindacati confederali e i manager pubblici di riferimento.

Tornando ai fatti, la Procura perugina sulla base delle denunce presentate da CGIL e PD, ha prodotto oltre 130 pagine di indagini, note e perizie. Decine di agenti e periti (stipendiati con i soldi dei contribuenti, vorremmo ricordare) per mesi hanno lavorato in maniera maniacale, per poter individuare il “pericolosissimo imbrattatore” che avrebbe osato scrivere “Nemici dei Lavoratori” sulle vetrate CGIL e “Nemici del Popolo” su quelle del PD.

Nel faldone ci sono perizie calligrafiche e biometriche, analisi dei contenuti social della nostra pagina Facebook, tabulati telefonici e celle agganciate. Insomma un'attenzione che reputiamo, quantomeno, spropositata in correlazione al reato contestato.

Un altro aspetto di questa storia, veramente vergognoso, è rappresentato dal ruolo che ha rivestito un funzionario della CGIL, il quale si è prodigato in fantasiosi riconoscimenti personali e che abbiamo scoperto essere tra i maggiori follower della nostra pagina facebook.

Scopriamo che lo Sherlock Holmes della CGIL visiona meticolosamente tutto ciò che scriviamo, dai post su facebook ai comunicati ufficiali e che si è addirittura preso la briga e il tempo di visionare decine di foto del nostro compagno su Facebook pur di trovare la "prova schiacciante" che lo incastrerebbe, ovvero, tenetevi forte, un “inconfondibile” paio di scarpe Adidas ed alcuni post - sui social network - di critica nei confronti del “grande sindacato”. Tutto questo denota un sorta di ossessione dei funzionari Cgil nei confronti di chi osa fronteggiarli politicamente, oltre al totale disprezzo nei riguardi dei lavoratori di un’organizzazione sindacale che nello stesso momento in cui non batteva ciglio di fronte allo scandalo Sanitopoli, si è adoperata in maniera ossessiva per denunciare l’imbrattamento di una vetrina.

Chissà cosa sarebbe successo se tutto l'impegno mostrato in questa vicenda dalla CGIL fosse stato messo in campo quando chiedemmo anni fa di prendere una posizione nei confronti di Arci (nostro ex datore di lavoro)?! Probabilmente avremmo ottenuto un contratto a tempo indeterminato anziché i vergognosi co.co.co e le prestazioni occasionali con cui abbiamo lavorato per mesi senza diritti e tutele e con salari da fame. Invece, nella nostra vertenza, che vedeva noi lavoratori precari come parte lesa, non abbiamo potuto far altro che denotare l’assordante silenzio di quel sedicente “più forte sindacato d’Europa”.

La vicenda processuale sarebbe di per sé di scarsa importanza anche per noi, ma abbiamo deciso che è necessario far capire come certi soggetti si muovano e per chi ancora avesse dei dubbi, quanto sia necessario tracciare una linea netta tra Noi e loro.

Considerare le nostre critiche (manifestate sempre pubblicamente) il movente per un imbrattamento lo riteniamo un tentativo di rappresaglia bello e buono; PD e CGIL non hanno mai accettato un confronto a viso aperto sulle questioni puramente politiche che abbiamo sollevato nel tempo e ora tentano, attraverso dei vili strumenti, di farcela pagare.

La ciliegina sulla torta che serve a chiudere il cerchio di quella rete consociativa che denunciamo sin dalla nostra nascita è rappresentata dal ruolo svolto dal Presidente di Arci Perugia. Quest’ultimo – durante le indagini su richiesta della Procura – ha consegnato alcuni manoscritti redatti dal nostro compagno (quando lavorava per Arci prima della nostra vertenza) per poter rendere possibile una perizia calligrafica. Insomma ci siamo ritrovati nuovamente di fronte CGIL, Arci e Partito Democratico stavolta tutti uniti contro il nostro collettivo. Come OSA, a prescindere dall'individuazione dell'autore delle scritte incriminate, politicamente non prendiamo le distanze dal senso e dalla sostanza del messaggio che qualcuno ha lasciato sulle sedi della Cgil e del Pd. Come abbiamo scritto nei nostri comunicati più volte, noi consideriamo questi due soggetti come i principali responsabili di una politica di devastazione sociale, economica e ambientale della nostra regione e dell'Italia. Lo abbiamo ribadito con la nostra vertenza, in cui abbiamo denunciato il consociativismo di una presunta sinistra locale il cui unico scopo è la spartizione delle poltrone, del potere e delle risorse pubbliche. Tutto questo mentre la disoccupazione, la povertà, la deprivazione materiale e sociale, la precarietà lavorativa sono diventati dei fenomeni crescenti nella nostra terra. In questo contesto nasce il nostro collettivo e per questo non abbiamo mai fatto sconti a nessuno. Siamo andati avanti a muso duro, rompendo - seppur limitatamente alle nostre energie - degli equilibri politici locali. Abbiamo provato a indicare una strada assente in città, quella dell'autorganizzazione degli sfruttati intorno a delle proposte concrete. Abbiamo sempre criticato e attaccato il ruolo dei sindacati confederali concertativi, in particolare della Cgil, che a nostro avviso ha rappresentato un pezzo importante degli ingranaggi di potere umbri.

Cara Cgil, caro Pd
Non ci intimorite.

Anzi, ci date più energia.

D’altra parte questa vicenda dimostra a tutti gli effetti la vostra crisi, in particolare quella della Cgil, ormai diventata una Spa, un’azienda che vende servizi tramite i Caf e che da oggi svolge anche servizi di riconoscimento per conto dell’autorità giudiziaria.

Non vi preoccupate non vi denunceremo per stalking, ci pensa già la gente per strada a riconoscervi per quello che siete: NEMICI DEI LAVORATORI.

Seguiranno aggiornamenti e iniziative solidali!

Operatori Sociali Autorganizzati

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Dopo più di sedici mesi di carcere preventivo, lo scorso 13 dicembre il Tribunale di Temuco (Cile) ha assolto il lonko (autorità ancestrale mapuche) Alberto Curamil da tutti i capi di accusa.

Curamil è membro dell’organizzazione politica Alleanza Territoriale Mapuche (ATM) ed è un rappresentante della sua comunità, la Lof Radalko, che durante l’ultimo decennio ha portato avanti una lotta vittoriosa contro la costruzione delle centrali idroelettriche Alto Cautin e Doña Alicia sul fiume Cautin, che avrebbero deviato il corso naturale dell’acqua danneggiando l’intera zona di Curacautin, nella regione dell’Auracania (zona centrale del Cile).

Già a partire dal 2010 il ruolo del lonko Curamil è stato un tassello fondamentale nello sviluppo di un movimento ampio che ha coinvolto le comunità mapuche della zona, ma anche organizzazioni ambientaliste cilene, con l’obiettivo comune di difendere l’acqua e il territorio. La lotta contro i progetti idroelettrici ha adottato diverse strategie, dalla denuncia pubblica alla mobilitazione sociale fino all’azione diretta nei territori interessati, senza trascurare i ricorsi in tribunale.

Il Cile è l’unico paese al mondo dove l’acqua è privata, come stabilisce il Codigo de Aguas, promulgato nel 1981 durante la dittatura civico-militare di Pinochet.

Nonostante le imprese avessero il diritto di proprietà sull’acqua, i progetti idroelettrici non sono stati autorizzati: si è potuto dimostrare che la deviazione del corso d’acqua avrebbe danneggiamento radicalmente la vita delle comunità mapuche che abitano i territori attorno al fiume Cautin, non solo in termini di produzione agricola ma anche spirituali.

Nel 2014 la Corte d’Appello di Temuco ha sospeso il progetto Alto Cautin, mentre la costruzione della centrale idroelettrica Doña Alicia è stata annullata nel 2018, dopo che il Tribunale Ambientale di Valdivia ha riscontrato delle irregolarità nel processo di valutazione dell’impatto ambientale del progetto.

Questo è il contesto in cui è avvenuto l’arresto del lonko Curamil, nell’agosto del 2018, durante la perquisizione del suo domicilio, giustificata da una denuncia anonima fatta al Ministero degli Interni attraverso il piano Denuncia Sicuro implementato dal governo.

Le accuse a suo carico erano vincolate a una rapina alla banca Caja Compensación avvenuta il 24 aprile del 2018 a Galvarino, un fatto avvenuto mesi prima e per il quale esistevano già due imputati.

I capi d’imputazione includevano rapina, tentato omicidio ai carabinieri, possesso illegale di armi e munizioni, ma nessuno di questi reati è stato confermato con prove. Inoltre, l’inizio del processo è stato posticipato in diverse occasioni per ritardi del Pubblico Ministero, una strategia che si ripete in diversi casi di detenzione preventiva di persone mapuche.

La difesa del territorio è un fronte di lotta storico in Cile, dove l’espandersi delle imprese estrattive nelle terre delle comunità si accompagna alla criminalizzazione e la repressione dei e delle leader che difendono la natura.

Alberto Curamil è stato incarcerato ingiustamente per più di un anno, e alla sua assoluzione si somma il riconoscimento internazionale ricevuto nel 2019 per il suo impegno nella protezione dell’ambiente.

Il Goldman Environmental Prize premia ogni anno sei attivisti nel mondo che si distinguono per la loro lotta in difesa del pianeta; la figlia di Alberto è andata all’evento di premiazione rappresentando suo padre e tutta la comunità mapuche del Cuaracautin.

Nell’intervista che segue, Alberto Curamil racconta la sua esperienza e riflette sulla situazione nel paese che lo accoglie all’uscita dal carcere, dopo due mesi di mobilitazione ininterrotta del popolo cileno.

Perché pensi che, nonostante la tua innocenza, ti abbiano privato della libertà per diversi mesi?

Per il semplice fatto di fare parte di un’organizzazione politica che ha come orizzonte quello della ricostruzione della nazione mapuche: l’Alleanza Territoriale Mapuche. L’ATM è composta da diverse comunità e territori del Wallmapu [il territorio mapuche, che si estende nel Cono Sud a cavallo tra Argentina e Cile ndr], ci sono approssimativamente 300 comunità che lavorano insieme a noi. L’obiettivo è poter riunire e articolare le comunità mapuche per recuperare il territorio. Abbiamo quindi messo in campo diverse pratiche per rivendicare i nostri diritti: non solo quelli territoriali ma anche i diritti culturali e spirituali. Attraverso la costruzione delle centrali idroelettriche viene messo in pericolo tutto quello per noi significa la vita e la nostra esistenza. Per questo abbiamo manifestato contro le industrie idroelettriche e le politiche del governo, non solo quelle dell’attuale, ma anche dei precedenti governi dello Stato cileno. Tutto questo ha generato la persecuzione da parte delle autorità cilene, in particolare da parte dei corpi speciali dei carabinieri e della polizia, e ha portato al mio arresto. Hanno cercato di coinvolgermi in un fatto grave, e questo per me ha significato la prigione per più di un anno qui nel carcere di Temuco.

Come è stato percepito lo ‘svegliarsi’ del popolo cileno nel carcere di Temuco?

Quando ci siamo resi conto, attraverso i mezzi di comunicazione, di come si stava generando questa ondata di mobilitazioni, ci ha trasmesso molta energia, molta forza, molta speranza, nel senso che i giovani sono stati quelli che hanno dato inizio alle proteste qui in Cile. Il nostro sguardo e la nostra attenzione è sempre stata rivolta ai giovani, perché loro sono il futuro della vita; quando loro si sono resi conto che venivano violati i diritti umani, i diritti della vita stessa, per noi è stato motivo di orgoglio, è stata un’allegria sapere che il popolo era insorto, che aveva iniziato ad agire, che si era spinto a combattere questo sistema economico che impoverisce le comunità e tutta la cittadinanza cilena.

La situazione politica in Cile sta cambiando costantemente, in modo rapido e radicale: come analizza questi mesi di proteste il popolo mapuche? Ci saranno cambiamenti negli obiettivi, strategie e pratiche di lotta?

Oltre alla rivolta e alle rivendicazioni dei cittadini cileni, ci sono proposte che vengono anche da parte del popolo mapuche. Noi stiamo valutando come e in che cosa partecipare: una premessa fondamentale per noi per poter partecipare è aprire la discussione sulla questione territoriale. Esiste un trattato firmato dallo stato cileno e la nazione mapuche nel 1825, e che lo Stato cileno ha violato e continua a violare tutt’ora. Quindi, se partiamo da questo fatto, oggi non possiamo percorrere la via istituzionale se non ci viene garantito il diritto al territorio.

Tua figlia Belén è dovuta andare a ricevere il Premio Nobel Verde al posto tuo, come avete deciso che sarebbe andata lei e cosa ha rappresentato per te questa decisione?

Credo che la decisone sia stata presa collettivamente, come ATM, ma è stata anche una decisione della famiglia; mia figlia è sempre stata una giovane attiva nel movimento, in tutte le attività culturali che abbiamo sviluppato qui nella comunità. Non posso negare che per me sia stato forte il fatto che lei mi abbia rappresentato pubblicamente, soprattutto fuori dal Cile. È stata una grande emozione perché l’avevo sempre vista piccola, però da un giorno all’altro l’ho ritrovata grandissima, si è trasformata in un gigante. È stato qualcosa di sorprendente. Orgoglio ed emozione, questo ho provato durante quei minuti, ma senz’altro ho provato anche molta impotenza nell’essere privato della libertà, e dover coinvolgere mia figlia in questo compito che anche per lei è stato piuttosto difficile.

Mentre ti trovavi in carcere si è parlato molto del Premio Nobel Verde per gli attivisti ambientali che hai ricevuto, sottolineando la contraddizione tra la tua persecuzione giudiziaria e questo importante riconoscimento internazionale. Ti definisci un attivista ambientale ed ecologista?

Ho iniziato dicendo che noi siamo per la difesa del nostro territorio. Io sono un mapuche e mi è toccato assumere un ruolo importante, serio, dentro della nostra cultura, come mapuche. Quindi quando arriva la repressione dello Stato, è legata alle azioni che realizziamo nel nostro territorio. Un territorio che viene minacciato da imprese forestali, imprese idroelettriche e minerarie, così come da diverse industrie che già si sono installate e inquinano l’aria. Sono molte le zone del nostro Wallmapu che oggi vengono minacciate e danneggiate direttamente da imprese estrattive. Noi rivendichiamo il legittimo diritto a resistere e difendere il nostro territorio. Io non mi definisco ambientalista, sento di avere delle differenze rispetto a quelli che dicono che faccio anche attivismo ambientale, per la difesa dell’ambiente, io mi definisco mapuche e la mia preoccupazione principale è la nazione mapuche, la difesa che stiamo portando avanti nel Wallmapu.

Lo Stato cileno, il sistema occidentale, è arrivato per separare, per esempio, l’acqua dalla terra, quindi ora il diritto all’acqua appartiene alle imprese straniere. Noi, come mapuche, non abbiamo diritto all’acqua e questo è un attacco alla nostra cultura, ai nostri principi, perché l’acqua e la terra per noi sono la vita, sono un tutt’uno, sono parte della natura. Il sistema occidentale viene qui a dividere, a separare, a creare istituzioni come un tribunale ambientale e altre regole che vengono imposte dallo Stato. Nonostante ciò, noi continuiamo a essere una nazione mapuche che difende la sua vita come parte della natura, noi facciamo parte di queste terre, noi siamo la natura.

Nel mondo occidentale è nato un movimento molto giovane contro il cambiamento climatico, la cui espressione più conosciuta è il Fridays For Future e la figura di Greta Thunberg, cosa ne pensi di questo movimento? La lotta del popolo mapuche come si relaziona con questo movimento?

È molto importante la lotta che sta promuovendo quest’organizzazione a livello mondiale, e la portavoce che sta lottando contro il cambiamento climatico sta giocando un ruolo fondamentale. Credo che nelle città questa battaglia si veda in modo distinto da come la vediamo noi, però questo non la rende meno importante. Quando dico che si vede in modo distinto è perché noi viviamo, conviviamo e siamo parte della natura. Siamo parte dell’ambiente, non è che dal niente ci sia venuta in mente l’idea di creare un’organizzazione per la difesa dell’ambiente, in questa battaglia mettiamo tutti noi stessi perché non abbiamo alternativa. Allo stesso tempo apprezziamo molto e valorizziamo lo sforzo, il lavoro, la difesa dell’ambiente e la lotta contro il cambiamento climatico che si sta mobilitando nelle piazze. D’altra parte, insisto, non si stanno toccando le imprese, per esempio, il modello economico che oggi sta distruggendo il sistema naturale della vita. Da questo punto di vista ci preoccupano i politici che intervengono solo a livello discorsivo, o attraverso le scuole e i canali televisivi, per dire di non gettare per strada i rifiuti, coltivare una pianta. Però le imprese continuano a invadere i nostri territori. È stata approvata una centrale idroelettrica giusto mentre ero chiuso in carcere, quindi è piuttosto contraddittoria la preoccupazione che esiste rispetto al cambiamento climatico.

13 gennaio 2020

Susanna De Guio e Gianpaolo Contestabile per Q Code Mag

da comitato Carlos Fonseca

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