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Articoli filtrati per data: Saturday, 18 Gennaio 2020

In oltre 3000 oggi sono scesi in strada a Prato.

La Marcia per la Libertà lanciata dai SiCobas di Prato ha radunato uno stuolo d’indignazione per le multe arrivate agli operai e alle studentesse accusate nel corso di uno sciopero contro la Superlativa del reato di blocco stradale, reato introdotto dal decreto Salvini, del quale, nonostante entro le sedi istituzionali se ne lamenti l’antidemocraticità, non viene mai proposta l’abrogazione, dimostrando come la criminalizzazione dell’espressione di dissenso sia una costante trasversale ad ogni governo che si succede in carica.

Il corteo in maggioranza composto da lavoratori SiCobas ha preteso a gran voce la cancellazione immediata delle multe e l’abolizione del decreto. Insieme a lavoratori, studenti e solidali, diretti o potenziali bersagli delle norme liberticide, hanno marciato anche consiglieri comunali e regionali e un circolo del PD, per mostrare come anche dalle sedi istituzionali c’è chi sceglie di stare a fianco di chi viene prima sfruttato e poi criminalizzato, nonché pone agli intenti di questo decreto una critica che va oltre la retorica della vittima migrante. In questo dissociandosi dall’ipocrisia, magistralmente espressa dalle dichiarazioni del sindaco Biffoni, di chi critica "la cattiveria di Salvini" e dei suoi decreti per poi schierarsi contro ciò che tali decreti cercano di reprimere: il diritto ad esser retribuiti per il proprio lavoro e delle condizioni lavorative dignitose.

La determinazione del corteo ha sbattuto in faccia alla questura di Prato la sua ingenuità nel pensare che 700 metri sarebbero bastati ad una marcia per la quale sono arrivati diversi pullman da tutta Italia. In maniera spontanea, tranquilla e determinata, una volta arrivati alla piazza a due passi dalla stazione, dove per il questore ci si sarebbe dovuti fermare, si è presa una svolta e ci si è diretti verso la piazza del centro, termine vero dell’iniziativa, posta nel cuore della città, in mezzo alle strade percorse da gente prevalentemente ignara di un’ingiustizia strutturale che le stesse autorità di rappresentanza cercano di invisibilizzare. Il tentativo di contenimento preventivamente messo in campo dalla questura è saltato così come è andata in fumo qualsiasi manovra di esclusione di parti: tutti e tutte hanno sfilato, senza smettere di intonare cori e alzare cartelli, fino a raggiungere la piazza, eludendo qualsiasi tentativo di precedere o spezzare il corteo.

Nel presidio finale della piazza del comune, la cima delle scalinate del palazzo pretorio si è riempita di striscioni contro lo sfruttamento, le multe, i licenziamenti, contro cui i lavoratori di Prato si sono trovati periodicamente a lottare davanti ai cancelli delle tintorie, piuttosto che della Coop. I numerosi interventi hanno ribadito l’importanza dello sciopero come arma lecita contro i padroni e un sistema del profitto che si gioca sulla loro pelle, l’importanza di essere uniti contro le leggi ingiuste, razziste e discriminatorie che la politica strumentale al profitto produce e legittima ad ogni livello di rappresentanza. Come sfogo alla frustrazione per non aver influito sulle sorti della giornata o forse per produrre briciole da dare in pasto a qualche giornaletto affiliato, la polizia decide di caricare a manganellate la piazza mentre questa si stava già svuotando. Nonostante le persone stessero defluendo spontaneamente verso la stazione, un massiccio cordone di polizia si è accodata spingendo violentemente gli ultimi rimasti, in un dispiegamento di forza totalmente fine a se stessa, che riflette l’impotenza dei suoi attori.

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Venerdì 10 gennaio in tutta l'Australia hanno avuto luogo manifestazioni per chiedere le dimissioni del primo ministro Scott Morrison.

A Melbourne sono scese in piazza oltre 20000 persone, a Sydney 10000. I partiti politici, i media e la polizia hanno tentato di disincentivare fortemente le mobilitazioni, facendosi scudo dello stato d'emergenza per gli incendi, ma le piazze si sono riempite comunque.

In questi giorni in Australia si sono verificati incendi su vasta scala che hanno mandato in fiamme il 30% delle foreste, con una proiezione del 50% nel caso non si riuscissero a spegnere, sono morte 26 persone e 2000 case sono state distrutte.

Le cause prevalenti sono dovute a fattori naturali tipo fulmini che con il terreno secco e arido fanno proliferare gli incendi molto più velocemente, ma sopratutto e stata un ondata di caldo e siccità dovuta al cambiamento climatico che comprende una serie di fattori complessi come la variazione delle correnti del “dipolo dell’oceano indiano” un gradiente di temperatura che provoca un innalzamento delle suddette,un altro fattore perturbante e il “southern annual mode” che riguarda la circolazione di aria calda intorno al Polo Sud e quest’anno si trova nella sua fase negativa portando aria calda in Australia incrinando ulteriormente i cicli di regolazione biofisici.

Ci sono state gravi perdite tra le varie specie animali che hanno perso il loro habitat naturale tra cui il Long-footed potoroo che ha perso praticamente tutto il suo habitat. Negli ultimi duecento anni l’Australia ha perso il 25% delle foreste pluviali, il 45% della savana e il 30% delle mallee (un ecosistema tipico australiano, composto da terreno sabbioso e arbusti bassi).

In questo scenario apocalittico, il governo australiano ha fatto orecchie da mercante negando le proprie responsabilità in merito alla produzione e all'esportazione di carbone a livello mondiale e alla sua impronta sulle emissioni pro capite che valgono l’1,3%; dato che lo inserisce tra i maggiori paesi inquinanti del mondo. L'industria del carbone impiega quasi 40 000 lavoratori australiani ed è fortemente sussidiata dal governo. Per lavarsi le mani rispetto a questa situazione, il governo di Scott Morrison ha pensato bene di trovare il capro espiatorio in ragazzini minorenni e nelle popolazioni aborigene, additandole come responsabili di incendi dolosi, rivelatesi in seguito fake news confezionate ad arte. Inoltre il governo australiano figura tra i paesi negazionisti che rifiutano le indicazioni provenienti dall'Ipcc sulla riduzione delle temperature entro il 2030.

I movimenti per la giustizia climatica (tra cui Extincion Rebellion) si stanno muovendo per mettere pressione al governo chiedendo una climate action e una moratoria sull’estrazione e l’utilizzo dei combustibili fossili, mettendo in evidenza le responsabilità e le negligenze del governo sulla gestione dell’emergenza incendi.

Qui il link alla puntata di Voci dall'Antropocene, trasmissione di Radio Blackout con un approfondimento sulla situazione australiana.

 

 

 

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