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Articoli filtrati per data: Friday, 10 Gennaio 2020

Giorgio e Mattia sono usciti dal carcere questa sera. Il teorema persecutorio imbastito dalla Procura e dalla Questura di Torino nei loro confronti non ha retto alla prova del riesame. Non solo, i giudici hanno ritenuto che non fosse necessaria alcuna misura cautelare meno restrittiva per questo procedimento. Aspettiamo le motivazioni del riesame, ma presumiamo che questa scelta derivi dal fatto che non hanno riscontrato indizi di colpevolezza sufficienti a giustificarle. Purtroppo Giorgio e Mattia però torneranno ai domiciliari per un altro procedimento riguardante i fatti del G7 del lavoro di Venaria.

Come avevamo scritto in occasione dei loro arresti l'operazione contro i No Tav in cui sono stati coinvolti si è rivelata un pacco. La solita grancassa mediatica a sirene spiegate, con tanto di conferenza stampa in questura, che finite le feste si scioglie come neve al sole.

Ricordiamo brevemente i fatti per chi se li fosse persi. Il 27 luglio, durante il Festival Alta Felicità, il movimento No Tav convoca una grande manifestazione partecipata da oltre 15mila persone per rispondere alle dichiarazioni del Presidente del Consiglio Conte che, dopo aver tergiversato per tempo e tradendo una promessa storica del suo schieramento, ha annunciato che i lavori per il tunnel della Torino-Lione sarebbero andati avanti. Il movimento aveva annunciato pubblicamente che sarebbe giunto fino in Clarea violando la zona rossa per mostrare ai partecipanti al festival e alla manifestazione la devastazione provocata dalla grande opera inutile. I No Tav hanno collettivamente mantenuto la promessa attraversando la zona rossa e abbattendo il cancello montato dalla polizia sul sentiero che impediva l'accesso alla Val Clarea.

Poco prima delle ferie di natale 16 attivisti No Tav vengono fermati, le loro case vengono perquisite e gli vengono affibbiate diverse misure cautelari (per lo più divieti di dimora dai comuni della valle e obblighi di firma). Giorgio e Mattia invece vengono trasferiti in carcere con l'accusa di essere i registi delle azioni della giornata. Accusa di per sé un po' bislacca, dato che il movimento tutto nella sua collettività aveva dichiarato pubblicamente quali sarebbero stati gli obbiettivi della manifestazione. Ma non solo, la procura per provare a continuare la sua opera di persecuzione nei confronti di questi due compagni particolarmente attivi nella lotta No Tav e nelle lotte sociali a in città, ha appiccicato insieme un po' di frasi decontestualizzate che qualunque partecipante a quel corteo avrebbe potuto dire per cercare di dimostrare la loro colpevolezza. Un fatto che sarebbe ridicolo di per sé, se non fosse che ha portato Mattia e Giorgio a passare quasi tre settimane in cella.

I giornali, sempre accondiscendenti con la questura quando si tratta di colpire i No Tav, hanno dato alla stampa i soliti titoloni parlando di "leaders", di "capi" e dimostrando ancora una volta tutta la loro ignoranza rispetto al funzionamento del movimento.

Oggi tutto il castello di carte su cui si era montata questa fanfara ha subito un duro colpo. Il riesame ha ordinato la scarcerazione immediata. Nella conferenza stampa in questura in occasione degli arresti la polizia aveva annunciato che "non sarebbe finita qui" facendo supporre un secondo troncone dell'operazione probabilmente nella consapevolezza che questa prima parte si sarebbe certamente rivelata una fuffa. Ci chiediamo con quale credibilità ancora vengano concessi soldi dei contribuenti a questi personaggi per condurre indagini e operazioni che si rivelano molto spesso solo persecuzioni ad personam. Ma si sa, quando si parla di TAV i denari da spendere ci sono sempre…

 

Da notav.info

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All'indomani della ricorrenza del barbaro assassinio di Sakine Cansız (Sara), Leyla Şaylemez (Ronahî) e Fidan Doğan (Rojbîn) nel 2013 a Parigi da parte di un killer legato ai servizi segreti turchi, pubblichiamo da Komun-Academy.com una ricostruzione del percorso umano e militante di Sara, e del suo ruolo negli anni nella lotta e nell'organizzazione del Movimento di Liberazione del Kurdistan e delle Donne Curde.



Il ricordo di Sakine, Leyla e Fidan caratterizzerà la manifestazione di domani, Sabato 11 gennaio a Bologna, convocata per riattivare percorsi di sensibilizzazione e solidarietà internazionale in un contesto di guerra regionale strisciante in Medio Oriente ed aggressione permanente all'esperienza della Rivoluzione del Rojava da parte della Turchia di Erdogan.

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“Il nostro approccio al socialismo non è mai stato molto utopico. Per noi, non è mai stato qualcosa di veramente lontano. Piuttosto, abbiamo provato a vedere come potere concretamente realizzare socialismo, libertà ed eguaglianza. In che modo potevamo partire almeno da noi stessi per realizzare questi principi nelle nostre stesse vite? Abbiamo sempre avuto speranze ed utopie, che non volevamo proiettare sulle generazioni future. Piuttosto, abbiamo iniziato a realizzare le nostre utopie e speranze, qui ed ora."

Sakine Cansız


La mattina del 10 gennaio 2013 milioni di curdi si svegliarono con le terribili notizie dell'assassinio di Sakine Cansız (Sara), Leyla Şaylemez (Ronahî) e Fidan Doğan (Rojbîn) nel Centro di Informazione del Kurdistan di Rue La Fayette 147, in centro a Parigi. Immediatamente, decine di migliaia di persone da tutta Europa, i curdi ed i loro amici, presero d'assalto la scena del delitto per esprimere la propria rabbia e collera. Tre giorni dopo, centinaia di migliaia di persone di diverse culture e nazionalità si riversarono nelle strade di Parigi, in protesta contro quest'atto codardo di assassinio politico.

Sakine Cansız era una dei co-fondatori del Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK) ed una figura guida del movimento delle donne curde. Era stata una delle poche rivoluzionarie a divenire leggenda nel corso della propria vita, grazie in particolare al suo ruolo storico nella resistenza della prigione di Diyarbakir nei primi anni del PKK. Fidan Doğan era una rappresentante del Congresso Nazionale Curdo (KNK) in Francia. Ella perorava la causa politica del popolo curdo negli incontri internazionali e nelle istituzioni come il Parlamento Europeo. Leyla Şaylemez era una giovane attivista del Movimento Giovanile Curdo e del Movimento delle Donne Curde. L'assassinio è sopraggiunto in un momento di pienezza della promessa di pace e libertà, pochi giorni dopo la visita di una delegazione politica ad Abdullah Öcalan sull'isola prigione di Imrali.

Tuttavia, ciò di cui gli efferati assassini non si sono resi conto è che i semi piantati dallo spirito di Sakine Cansız e delle sue compagne sarebbero divenuti fiori, alberi e foreste negli anni successivi, nella rivoluzione del Rojava, nella solidarietà delle lotte delle donne del Medio Oriente, nella liberazione globale nel fare delle donne…

Sakine Cansız era una donna curda alevita, nata nel 1958 in un villaggio di Dersim, Kurdistan settentrionale. Una spina nell'occhio del sistema nazional-statalista della Repubblica Turca, la popolazione di Dersim fu oggetto di un genocidio nel 1938, dopo una rivolta guidata da Seyit Riza. Si stima che 70000 persone furono uccise nei bombardamenti ordinati da Mustafa Kemal Atatürk, mentre decine di migliaia furono deportate dallo stato turco. Il nome Dersim fu cancellato dalle mappe e sostituito dal nome Tunceli, “pugno di ferro” per imporre alla regione l'assimilazione ed il silenzio. L'età di Seyit Riza – che superava i  70 anni - fu abbassata nei registri statali al fine di rendere legale la sua esecuzione.

Prima di morire, si dice che abbia dichiarato: “Non potevo competere con i vostri trucchi e bugie. Ciò mi è arrivato come un problema. Ma non mi sono sottomesso a voi. Possa ciò arrivarvi come un problema.”

Sakine Cansız era perciò una figlia delle montagne ribelli di Dersim, bagnate nelle acque del fiume Munzur. Tuttavia, al tempo della sua nascita, il silenzio e la paura si insinuavano nella sua comunità.
Similmente a molti giovani di allora, che erano cresciuti con l'ideologia statale ufficiale, ella crebbe inconsapevole della propria identità curda. Ciò cambio quando Sakine Cansız incontrò gli stimolanti, giovani studenti turchi e curdi di estrazione operaia attorno ad Abdullah Öcalan, che allora si autodefinivano "Rivoluzionari Curdi".

Prima di unirsi ai Rivoluzionari Curdi, Cansız venne profondamente influenzata dai grandi leader rivoluzionari della Turchia che vennero giustiziati dallo stato, come Deniz Gezmiş e Mahir Çayan.

Sakîne spiegò la propria prima esperienza con la vita rivoluzionaria come segue: "L'idea della lotta politica e rivoluzionaria mi ha condotto sul sentiero che ha cambiato la mia vita completamente. Ho incontrato alcuni giovani che vivevano nelle vicinanze. Il loro stile di vita, i loro dibattiti ed i loro approcci verso i valori ed i concetti morali mi ha profondamente colpito. Mi sono resa conto che stavano portando la torcia della libertà nelle proprie mani.”

Ribelle ed emotiva per natura, Sakine Cansız si sentì attratta dai Rivoluzionari Curdi non solo in virtù della loro teoria rivoluzionaria, ma perché si sentì attratta dalle modalità con cui il nuovo gruppo emerse dalla capacità di "provare il dolore del popolo".  Il suo primo contatto con i suoi futuri compagni avvenne durante gli anni della sua adolescenza, quando inviò del cibo ed altre cose utili agli studenti poveri di una casa del quartiere fatiscente e simile ad una baracca. Nelle sue stesse parole, i Rivoluzionari Curdi rappresentavano un'alternativa chiara ed autonoma alle due opzioni dominanti allora disponibili alle persone come lei: lo sciovinismo sociale della sinistra turca, la quale negava le specifiche condizioni del Kurdistan, o il nazionalismo curdo conservatore, il quale aveva poco da offrire in termini di cambiamento sociale e lotta di classe. Nella fase iniziale della propria gioventù, ella aveva identificato la contraddizione principale che aveva sperimentato nella propria vita privata: la condizione non libera della femminilità in Kurdistan.

Negli anni '70, dopo aver abbandonato casa sua per rifiutare una vita tradizionale che non desiderava, iniziò a lavorare nelle fabbriche per organizzare le donne lavoratrici. Nel corso delle sue agitazioni ed azioni, venne imprigionata diverse volte. Nelle carceri di diverse parti della Turchia, ella assistette ad una geografia di un popolo dimenticato ma ribelle: disgraziati operai di fabbrica, orgogliose donne rom, prostitute caparbie e sopravvissuti al genocidio traumatizzati. Nelle sue memorie, ella rese omaggio a queste vite affascinanti ed asserì la propria credenza nella capacità di trasformare tutte loro in militanti della rivoluzione. La sua decisione di divenire una rivoluzionaria di professione coincise con la decisione dei suoi compagni di formare un partito.

Nei tardi anni '70, in molte regioni del Kurdistan settentrionale venivano organizzati comitati dagli “apoisti”. La dirigenza aveva incaricato Sakine Cansız di costruire il movimento delle donne, un compito che ella si prese molto strettamente al proprio cuore. Riuscì da sola a radunare ampi gruppi di giovani donne, spesso studentesse, per effettuare dibattiti e formazione. Il 27 novembre 1978, a soli 20 anni, Sakine Cansız divenne una delle due donne co-fondatrici dal Partito dei Lavoratori del Kurdistan - quando partecipò al congresso fondativo del partito.

A quel tempo, il famigerato colpo di stato del 12 Settembre 1980 era già presagito da tetri sviluppi che mettevano nel mirino i gruppi rivoluzionari nel paese, in particolare in Kurdistan. Poco dopo la formazione del partito Sakine Cansız e diversi suoi compagni, inclusi membri del comitato centrale del PKK, vennero arrestati in un raid nel 1979 ad Elazig. Al momento del golpe, ella stava venendo tradotta nell'appena costruita prigione di Diyarbakir, un carcere basato sul sistema penitenziario USA ed in cui la legge marziale soffocava la dignità umana. Fino ad oggi, un'ampia maggioranza delle atroci violazioni dei diritti umani e la sistematica tortura entro le mura della prigione di Diyarbakir resta priva di documentazione. Esse includono stupro e violenza sessuale, scariche elettriche, asfissia dei prigionieri nell'acqua di fogna e loro costrizione a mangiare escrementi di cane. Lo stato turco voleva piegare la volontà dei prigionieri, affinché essi rinnegassero la propria identità di curdi e socialisti. Anche se la Turchia non è stata ancora messa alla sbarra per questi crimini indicibili, gli accadimenti dentro le prigioni sono profondamente incuneati nella memoria del popolo curdo. In quegli anni il PKK, in modo simile ad altri gruppi rivoluzionari, venne minacciato, a causa del regime del golpe, dall'annichilimento totale delle sue strutture organizzative.

La tortura dello stato si protrasse a tal punto che alcuni membri di punta come Şahin Dönmez divennero indubbiamente informatori dello stato. Altri, che lottavano contro la tentazione di divenire delatori a fronte di torture insostenibili, vennero salvati dall'abisso del tradimento - proprio grazie all'atmosfera di amicizia e solidarietà creata da persone come Sakine Cansız. E' principalmente dovuto al suo spirito che nessuna delle prigioniere della sezione femminile sia divenuta un'agente dello stato.

Tra i prigionieri vi erano membri fondatori di spicco del PKK come Mazlum Doğan, Kemal Pir ed Hayri Durmuş. Creando un'atmosfera di ribellione costante attraverso le attività culturali e le cerimonie politiche, le loro strategie per disfare il progetto dello stato inclusero difese ideologiche nelle corti che tematizzavano il colonialismo; lavoro politico nelle celle; autodifesa fisica; scioperi della fame mortali ed immolazioni.

Mazlum Doğan lanciò la resistenza carceraria il giorno di Newroz del 1982 accendendo tre fiammiferi, posandoli sul tavolo della propria cella e togliendosi la vita col messaggio “La Resa è Tradimento, la Resistenza porta la Vittoria”.

Nella sua autobiografia Sakine Cansız scrisse a proposito dell'azione di Mazlum Doğan: “Abbiamo provato a cogliere lo scopo dell'azione di Mazlum. Abbiamo infine capito che fosse in connessione col Newroz. Il suo messaggio era chiaro, proclamava: la Resistenza è Vita!”

A seguito dell'azione di Mazlum Doğan quattro detenuti, Ferhat Kurtay, Eşref Anyık, Necmi Önen e Mahmut Zengin si immolarono per protesta. Fu con la leadership dei membri centrali del PKK Kemal Pir, Hayri Durmuş, Akif Yılmaz ed Ali Çiçek, che il 14 luglio 1982 che fu annunciato l'inizio di uno sciopero della fame mortale in segno di protesta verso le condizioni della prigione di Diyarbakır. Tutti e quattro loro morirono nello sciopero della fame. Tuttavia la resistenza della prigione di Diyarbakir accese il sostegno popolare ed innescò la netta decisione del PKK di intraprendere la guerra di guerriglia contro lo stato il 15 agosto 1984.

Le donne in particolare vennero prese di mira dalle autorità carcerarie, le quali volevano usare le tradizionali nozioni di onore per sopprimere le identità rivoluzionarie delle donne ed evocare sentimenti patriarcali feudali tra gli uomini. Il più noto direttore della prigione, Esat Oktay, era ben noto come sadico, che gongolava alle urla di dolore delle sue vittime sotto feroce tortura. Un uomo senza alcun rispetto per la dignità e l'onore umani, Oktay venne successivamente ucciso per strada da qualcuno che mandò saluti da parte di Kemal Pir, morto in prigione. Oktay era ossessionato dall'idea di sterilizzare le donne prigioniere per mezzo di infezioni alle tube di Falloppio e danni ai loro organi sessuali. Affermò esplicitamente che voleva estinguere la "razza" curda. Nelle proprie memorie, Sakine Cansız scrisse: “Da sadico, mostrava il suo amore per le donne colpendoci con una mazza tra le gambe fino a farci sanguinare, minacciava di 'infilarci dentro una mazza' ed usava le sue dita per tirarci le labbra finché non si strappavano". La reazione indomita di Sakine al perverso torturatore si diffuse come fuoco. Ogni simpatizzante del PKK è al corrente della storia di come sputò in faccia ad Esat Oktay durante la tortura. I prigionieri maschi del PKK del tempo hanno scritto di come la lotta di Sakine Cansız in prigione li abbia incoraggiati a resistere nella disperazione.

La resistenza di Sakine Cansız nella prigione di Diyarbakir portò ad un nuovo approccio verso le donne nella società curda. Incoraggiò le donne ad unirsi alle strutture rivoluzionarie nelle città e mosse le donne verso la politicizzazione nei villaggi. A partire dalla sua resistenza carceraria, l'attivismo delle donne curde ottenne un accresciuto rispetto e sostegno tra le masse popolari.

Al momento della sua scarcerazione nel 1991, aveva passato 12 anni della propria giovinezza nelle prigioni di Elazig, Diyarbakir, Bursa, Canakkale e Malatya. Appena dopo aver respirato l'aria della libertà, ella continuò la sua lotta attiva nei ranghi del PKK. Perciò ella arrivò all'Accademia Mahsum Korkmaz del PKK nella Valle della Bekaa in Libano, dove si unì alla formazione ideologica condotta da Abdullah Öcalan. Aspetti della sua forza di volontà, lotta e vita vennero spesso presi come esempi nei discorsi di Öcalan. Fu Öcalan a spronarla affinché scrivesse propria autobiografia. Le sue memorie vennero scritte nel 1996 e rese disponibili al pubblico dopo la sua morte, in tre volumi. Negli anni '90 ella ricoprì importanti compiti nell'organizzazione del movimento curdo in Palestina, Siria e Rojava.

Ella credeva che sarebbe stato possibile per le donne in Kurdistan ricreare sé stesse e la propria storia unendosi alla lotta militante del PKK. Ella descrisse la lotta per la libertà nel seguente modo:

“Questo movimento si rivolge all'essenza dell'essere umani. In tutti i nostri dibattiti, la nostra formazione ed i nostri discorsi, l'umanità ed i valori umani sono il punto di partenza. Stiamo discutendo lo sviluppo degli umani e della società, e le fasi storiche ed i valori dell'umanità. Le donne che volevano comprendere queste tematiche si identificavano con il movimento di liberazione. Proprio all'inizio della lotta per il Kurdistan e della lotta politica, il coinvolgimento delle donne in questo processo rivoluzionario era molto difficile. Eppure ce l'abbiamo fatta, ed abbiamo conseguito il potere di modellare il nostro movimento.”

Nelle sue stesse parole, il tempo da lei trascorso come guerrigliera nelle montagne del Kurdistan comprese i momenti più belli e significativi della sua vita. Il coinvolgimento di Sakine Cansız nella lotta per il Kurdistan libero fa il parallelo con la cronologia del movimento organizzato delle donne curde. Ella ha giocato un ruolo cruciale nella formazione dell'esercito autonomo delle donne (l'odierno YJA Star) e nel partito delle donne (l'odierno PAJK). Ella non era una persona che aspettasse ordini. Piuttosto, si assumeva responsabilità, persino nei momenti più difficili. Per via della sua personalità caparbia era nota come una compagna che non avrebbe mai accettato il dominio maschile o altre forme di comportamento anti-rivoluzionario. La sua lotta era contro l'arretratezza e l'ingiustizia sociale; eppure era attenta alle realtà ed alle condizioni sociali della sua gente. Aveva una personalità collettiva e comune che creava solidarietà con chiunque attorno a lei, ma era anche testarda e indomita quando si trattava di dar voce alle sue critiche ed al suo disaccordo. Nel corso della sua vita incoraggiava sempre i suoi compagni ad emanciparsi, ad essere forti e tenaci. Come descritto da una delle sue prime compagne e amiche di una vita: “Sara era sempre pronta come se stesse per partire, ma lavorava sempre come se intendesse restare per sempre.”

Nel 1998, Abdullah Öcalan le diede la missione di assumersi compiti e responsabilità per il movimento di liberazione curdo in Europa. Tra gli altri compiti, ella organizzò e formò quadri del movimento in diversi paesi europei, oltre che la comunità migrante curda. Allo stesso modo, ella costruì legami con diversi movimenti progressisti al di fuori del Kurdistan, rispettando le diversità e sottolineando l'importanza di lottare per i comuni valori umani come movimenti di alternativa, femministi, di sinistra e democratici per costruire strutture di autonomia democratica ed una società democratica, libera e liberata dalle costrizioni di genere. Ella perciò giocò un ruolo importante nel generare solidarietà con la causa curda. Era sempre impegnata ad aggregare, organizzare e formare la propria gente, in particolare le giovani donne, fino al suo ultimo respiro.

Dal suo punto di vista, la lotta era il fattore determinante della liberazione: “Nella mia utopia, devi lottare per la liberazione per tutta la tua vita. In un Kurdistan liberato, la lotta deve essere gloriosa.”

Alla luce di questa ragguardevole vita leggendaria, nessuno si sarebbe aspettato che questa eroina venisse uccisa a sangue freddo in un infido attentato nel cuore di Parigi. Dal primo giorno, il movimento delle donne curde ha evidenziato la barbara natura dell'assassinio come tentativo di colpire il cuore della rivoluzione del Kurdistan: la donna liberata. Sebbene il killer, Ömer Güney, sia stato identificato fin da subito, è risaputo che i servizi di intelligence dello stato turco abbiano ordinato l'assassinio al fine di sabotare il processo di pace. Le autorità francesi non hanno smascherato la natura politica di questo crimine. Il killer è morto in prigione in circostanze misteriose, poche settimane prima dell'inizio del processo. Ogni anno, il movimento curdo organizza una manifestazione di massa a Parigi assieme ad altri movimenti delle donne per chiedere “Justice et Verité!” – Giustizia e Verità. Le donne curde non riposeranno finché il caso del massacro di Parigi non sarà risolto in tutti i suoi aspetti.

Sakine Cansız volle sempre tornare a Dersim da guerrigliera. E indubbiamente, fece ritorno alla propria terra natale da eroina. La sua tomba divenne qualcosa di simile ad un santuario, un sito di pellegrinaggio per gli oppressi, i giovani, i lavoratori, le donne. Milioni di persone le diedero l'addio, portando la sua bara da Parigi ad Amed, fino a Dersim.

Nella rivoluzione del Rojava, le azioni di liberazione delle donne rendono omaggio a Sakine Cansız ed alle sue compagne. La lotta iniziata da un piccolo gruppo di giovani ha ora raggiunto una fase in cui la sua filosofia e prassi vengono discusse dai rivoluzionari dal Brasile all'India. Le donne, che hanno liberato il mondo dai fascisti stupratori dell'ISIS, lo hanno fatto assumendosi nomi di battaglia quali Sara, Rojbîn, Ronahî. Oggi nuove generazioni di ragazze e ragazzi curdi vengono allevate per avere caratteristiche simili a Sara.

Come spesso afferma il movimento delle donne: “Possono tagliare i nostri fiori, ma non possono fermare la primavera!”

Mai dimenticare - mai perdonare!



E' possibile ordinare il primo volume di “SARA – La Mia Intera Vita è stata una Lotta” in Inglese da Pluto Press. Traduzioni in tedesco ed italiano di tutti e tre i volumi sono state pubblicate da Mezopotamien Verlag. Il primo volume è anche disponibile in spagnolo a cura di Descontrol.

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Ogni volta immagini che quel realismo asciutto difetti di cinema e sei riluttante. Non ci vorresti andare a vedere l’ultimo film di Ken Loach. Cerchi altro.

 

Non la stronzata della magia del cinema ma magari una possibilità contro questa realtà sì, e vorresti vederla con l’occhio del cinema. Eppure capita che cedi. Ti cercano, ti consigliano, ti convincono e vai a vedere “Sorry we missed you” e nonostante quella puzza di cultura-di-sinistra in sala e la tua assistente sociale seduta due file più in basso che si strugge per tutta la proiezione e che ha fatto finta di non riconoscerti, nonostante questo, non te ne penti. Chi sa se ha visto anche Daniel Blake, l’assistente sociale. Sicuramente sì. Glielo chiedo al prossimo colloquio anche se “con gli utenti è vietato familiarizzare”.

Non te ne penti perché in primo luogo non c’è nostalgia, o forse non c’è più nostalgia nel suo cinema. Non c’è movimento della classe operaia ma resta la classe. Come monade. In un suo frammento generico. Prima della lotta occorre l’umano che deve farla. La memoria degli scioperi dei minatori è ferma in alcune foto, non si muove nei fotogrammi. A scorrere è quello che siamo. Per questo non c’è storia in questo film che a dire il vero non racconta nulla: due proletari inglesi conosciutisi a un rave tirano su famiglia perdono la casa su cui avevano un mutuo, vivono in affitto, sono sommersi dai debiti, lavorano tutto il giorno e non ce la fanno lo stesso. Lei assistente domiciliare lui driver in proprio per una piattaforma logistica, “l’uomo del furgone bianco”. Lavorano tutto il giorno. Come tutti.

E allora cosa c’è da vedere se siamo già là dentro? Contratto a zero ore, spostamenti non pagati, reperibilità continua, lavoro di cura, lavoro domestico, lavoro a domicilio, lavoro autonomo ma gestito da piattaforma, delivery, neocottimo, tempi, prestazioni, standard di qualità. C’è tutto. Lavorano tutto il giorno. Una rassegna di sociologia del lavoro sembra. Che palle, “Ci siamo stufati di Ken Loach”? A volte sì, ma chi sa… forse il film non sta qui. Non sta tutto qui. Perché chi cerca la caduta morale in questa storia non trova niente. Infatti non trova neanche la lotta e il suo insegnamento. Può darsi che questo cinema non serva a niente – e meno male! - ma lascia che si scorga la vita che viene consumata. E così si inizia a deragliare ed è la normalità. Perdersi nella necessità è la normalità di una condizione… proletaria, sì, questo racconta il film. La realtà così com’è toglie il tempo di vivere, la possibilità di amarsi e di dare questo amore a qualcosa per restituire, contro la necessità di tirare avanti, un po’ di libertà alla vita. Sorry, we missed that, ed è vero che non abbiamo trovato a chi recapitarla questa passione, ci manca, ci è mancata.

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In fin dei conti è indifferente che Ken Loach scelga di raccontarlo dalla prospettiva di una famiglia che esplode, i cui affetti implodono, che deraglia. Nessuno c’è più per l’altro, per quanto ce lo si ripeta a vicenda. Nessuno più probabilmente c’è più neanche per se stesso. Lo smarrimento è lo sfondo di un umano generico che non sa più a cosa rivolgere ciò che sente di irriducibile in sé. Un amore? Un legame? Più legami, fino a quelli della propria condizione comune, di classe?… questo spetta a ciascuno per se stesso stabilirlo ma bisogna guardarla questa irriducibilità. È ciò che viene consumato alle condizioni di questa esistenza ed ciò per cui si può lottare. È la stessa cosa.

E se qualcuno piagnucola in sala siete pur sempre liberi di dirgli che è uno stronzo. Magari ci trovate anche voi il vostro assistente sociale, il vostro preside che vi ha sospeso, il vostro capetto del lavoro… no lui no, lui lavora più di voi e non ha il tempo di quegli altri per andare al cinema. Quel tempo che magari voi che vi siete seduti in sala avete per privilegio o perché in fondo ci state ancora provando a difendere le vostre passioni rubando un po’ di tempo ai vostri creditori. È già un inizio per non cedere al cinismo che è nemico della possibilità stessa della lotta contro questa realtà.

 

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in CULTURE

Mercoledì 8 gennaio è stato convocato da più di 10 sigle sindacali uno sciopero di 24 ore in India contro l'aumento dell'inflazione, le privatizzazioni volute dal governo e per chiedere un adeguamento del salario minimo e la fine dei contratti a termine.

Milioni di lavoratori hanno partecipato allo sciopero bloccando i trasporti, alcune infrastrutture e molte aziende strategiche. A Calcutta l'adesione è stata quasi totale, le autostrade chiave sono state occupate dai manifestanti che hanno dato fuoco ad un furgone della polizia e hanno attaccato proprietà e autobus del governo. In altre parti del Bengala Occidentale i manifestanti hanno bloccato le ferrovie e le strade con dei sit-in dando fuoco a barricate di pneumatici. Nello stato di Bihar i trasporti sono stati quasi completamente interrotti poiché anche i guidatori di risciò si sono uniti allo sciopero. Forte è stata l'adesione alla lotta anche nel settore bancario dove molte transazioni sono state messe a rischio dall'interruzione del lavoro. A Hyederabad ci sono stati forti scontri tra i manifestanti e la polizia. Diversi sono stati gli arresti degli attivisti in sciopero in varie città del paese.

La protesta è scaturita dai nuovi dati sull'economia che dimostrano un sostanziale rallentamento e dalla disoccupazione dilagante (la più alta da 45 anni a questa parte) che coinvolge i giovani, anche quelli laureati o ampiamente scolarizzati. Il rischio di recessione secondo alcuni economisti è dietro l'angolo e a questo si è affiancata la volontà del governo nazionalista di Modi di privatizzare risorse naturali ed aziende pubbliche. Ad essere messe in vendita sarebbero la Air India, la Bharat Petroleum Corporation, la Shipping Corporation of India e Container Corporation of India. Settori strategici in cui si vedrebbe la perdita di ulteriori migliaia di posti di lavoro. Nell'India rurale il rallentamento dell'economia e l'aumento dell'inflazione impedisce alle famiglie di agricoltori di accedere a beni di comune utilizzo. Il governo Modi, già impegnato con le proteste contro la nuova cittadinanza, discriminatoria nei confronti dei mussulmani, da mercoledì dovrà confrontarsi anche con la rabbia dei lavoratori che non accettano di pagare le scelte economiche sbagliate del suo governo e di quelli precedenti.

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